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ISO di Helice
 
   
Capitolo 2

Iso non era mai uscito dai confini di Helice, rinchiusa tra i due fiumi, il Kerynites e il Selinous. Ora vedeva distintamente ambedue le foci, a nord e a sud mentre si allontanava dal porto, su una delle navi di suo padre, Alteo. La sua famiglia era nel commercio da molte generazioni e godeva di una certa rispettabilità in città e la notizia dei sogni di Iso si sparse velocemente tra la gente. Alteo, che era fortemente scettico verso i sogni del figlio (l’opulenza lo aveva allontanato da quelle che lui stesso chiamava stupide credenze) fu costretto ad assecondare le visioni del giovane per evitare che il popolo lo tacciasse di attirare la sfortuna su Helice. Nonostante l’età, fu Ceonte ad accompagnare il ragazzo. Il vecchio continuava a pensare ad un legame tra sogni, visioni e il destino di quell’antica città lievemente adagiata tra il mare e le prime colline coperte di vigne, un piccolo fiore d’Acaia dominato dalla lontana massa del monte Krathis. Iso si sentiva, invece, parte di un disegno enormemente grande, investito di una responsabilità che lui non aveva chiesto e non meritava, sentiva che la vita come l’aveva vissuta fino ad allora sarebbe cambiata senza la possibilità di tornare indietro. Stava abbandonando tutto e non aveva avuto tempo di salutare quegli occhi incrociati ogni giorno oltre quel piccolo muro sulla via del ginnasio.
-Iso, guarda!-  Ceonte lo riportò sulla nave indicando quattro navi che si apprestavano ad entrare nel porto. -Deve essere arrivata la delegazione di Priene, sai, è una nostra colonia che è aldilà dello Jonio….- Il nonno continuava, ma Iso ormai era distante, perso nell’orizzonte di una stretta strada quotidiana.


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ISO di Helice
 
   
Capitolo 1

Era imprescindibile…Ogni notte era peggio, serpenti solo serpenti, non sognava altro che serpenti, nelle lenzuola, striscianti negli orci dell’olio, sulla tavola. Ormai appena si riaddormentava subito sognava altri serpenti…Quella notte gli sembrò che un’ombra strisciasse tra le pieghe del suo chitone,  con un urlo Iso svegliò tutta casa, servi e genitori, che alla scomposta luce delle lucerne, non trovarono nulla.
Nel trambusto si svegliò anche suo nonno Ceonte, che rimase l’unico perplesso al sogno del nipote che gli altri attribuivano alla digestione o alla giovane età del ragazzo.
Era vecchio e non riusciva più a correre dietro al sonno che lo aveva lasciato anni addietro, poteva quindi ragionare ed aiutare a trovare il significato nascosto negli incubi. Mentre gli altri si rimettevano a letto tra mille brontolii, Ceonte si fece raccontare da Iso i più piccoli particolari dei sogni, dalla scaglie colorate dei serpenti ai loro subdoli movimenti. Mentre Iso cercava di riprendere sonno, al vecchio mancava ancora qualche tassello. La risposta gli venne prima dell’alba quando il ragazzo uscì nel cortile interno dove il nonno era immerso nel mantello a fissare il cielo  per confidargli l’ennesimo incubo: un enorme serpente avanzava verso il centro della loro città, Helice, e giunto nel centro della piazza si fermò un attimo e si scagliò con forza verso il santuario di Poseidone. Una forte scossa fece vibrare le colonne del tempio mentre l’acqua del mare raggiunse il livello della piazza. Il serpente rinunciò all’attacco e si diresse verso lo stretto braccio di mare che intercorreva tra il Peloponneso e la Focide. Mentre l’acqua scendeva piano piano, il serpente uscì dall’altra sponda ed emise un urlo simile al grido di una donna.
Ceonte chiese al nipote di seguirlo, se se la sentiva. Il giovane annuì e imbracciò una torcia per fare luce agli incerti passi dell’anziano. Giunti in piazza Ceonte chiese ad Iso di indicare la direzione del grido di donna alla fine del sogno. Il ragazzo indicò il mare ed i due dalla piazza continuarono verso il porto. Giunti sulla riva il ragazzo indicò una fioca luce lontana nella notte aldilà dell’acqua nera. Il vecchio sorrise, le sue idee erano state confermate.Ora era tutto più semplice, il fuoco nella notte era il santuario di Delfi, il ragazzo si sarebbe dovuto recare lì, l’oracolo aveva qualcosa per lui.

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Memorie

Non era la prima volta. Non era la prima volta che tornava in città, ma quella volta aveva un odore diverso, diverso dal recente ma sempre simile al passato. Non si soffermò subito su quella sensazione, aveva da fare e già era in ritardo…dannato parcheggio. Dopo un rapido giro nelle sue zone, David, lasciò la macchina come non avrebbe mai fatto di solito, non aveva importanza, voleva allontanarsi da lì in fretta. Andò a compiere il suo lavoro, senza problemi, come al solito era in grado di gestire la situazione. Non ci furono grossi problemi. Il lavoro lo tolse dal pensare. Un breve saluto a chi lì era rimasto, giusto per conoscere che ne sarebbero partiti un altro paio a breve. Era così ormai da tempo, d’altronde lui stesso era partito tempo addietro. Non ci pensò più di tanto. Tornò in riunione.
 In un attimo arrivò il pranzo, non voleva la solita tavola calda dove per anni aveva  mangiato, non voleva tornare lì e non ritrovare nessun volto conosciuto solo per l’abitudine di frequentare lo stesso desco. Questi volti nuovi pesavano come macigni. Tirò dritto verso Hen’s Dinner con i suoi colleghi, che avrebbero continuato a parlare di lavoro per tutta la cena. David era assente, aveva appena incrociato Damon, che lo aveva rimproverato della troppa assenza, non erano stati mai troppo legati, ma Damon lo aveva preso in simpatia, nonostante le origini di David e lui aveva ricambiato senza pensarci troppo. Erano lenti gli altri nel mangiare, ed il parlare di lavoro non li aiutava. David usciì fuori a cercare una sigaretta che non avrebbe mai fumato, si appoggiò su una vettura e torno a fare quello che aveva sempre fatto: osservare le persone. Persone nuove, facce sconosciute in cui cercava di ritrovare caratteristiche tipiche di amici passati. I colleghi erano alle prese con una disquisizione sul tè e lui, senza sapere il perchè, si rese conto di aspettare. Stava aspettando una persona. Aspettava di vederla scendere dai dintorni di Waterway Street. Fu solo un attimo. Valery non abitava più lì da anni, quella ragazza magra non era lei, lei era sperduta a Nord. Grazie a Dio, il tè era finito e si poteva tornare al lavoro.
Anche la fine del giorno arrivò rapida, i colleghi sciamarono verso le proprie case. David si ritrovò solo a raccogliere le sue cose nella 24ore. Fuori era già notte. Chinò la testa e ripercorse quella strada che aveva fatto per anni, l’odore acre delle scale, lanciò il solito sguardo alla finestra dell’amica sperduta in quella stessa città, e si ritrovò sempre lì. Non poteva farne a meno. In un modo o nell’altro si trovava sempre lì. Sempre gli stessi passi. Solo una cosa era diversa, il silenzio. Non passava nemmeno una macchina, nè una persona. La via era ferma ed irreale. Solo la luce dello spaccio la rendeva un poco umana. In fondo la finestra aveva una luce. Non aveva importanza. Era una luce altrui, non sua. Salì le rapide scale (figura retorica di un certo livello) e fu quasi fulminato da quel cartello " Si Vende". Mille pensieri fluivano nella mente di David. Se avesse potuto comprare quell’appartamento. Prima lo dicevano sempre.  Compreremo una casa qui, un giorno. Torneremo. Ma erano solo discorsi di un altro tempo e senza scopo. Bambinate. Sciocche fanciullerie. Smise di pensarci. Era ora di ripartire. Troppo tempo da solo in quelle zone e si era fatto affogare dalle memorie. Mise in funzione la vecchia radio, cercando di lasciarsi alle spalle i ricordi. Gli diede una mano la Luna distraendolo nascondendosi tra i foschi fumi industriali.

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Di orientale non ci sono solo gli occhi,
 ma anche le leggende

Il lontano e a mio dire affascinante Giappone, oltre ad avere miliardi di omini con il kimono, geishe che fanno impazzire gli uomini di cui sopra solo scoprendo il loro polso, pagode, templi, le piccole case con intorno il giardino, gente che telefona dicendoti "setttte gggiorniiii", tatami e futon come se piovesse, il sushi (ooo il sushi…), ragazzi che si trasformano in ragazze, uomini in panda o in porcellini, aquiloni a forma di carpe, il maestro Myagy, è anche popolato da diversi fantasmi. Gli “obakemono”. La O denota il rispetto, bakemono  significa “qualcosa che diventa altro”.
Sembra che siano delle trasformazioni che mettono alla prova giornalmente la vita dell’uomo.  Si possono trovare ovunque, in qualunque oggetto banale che ci circonda. Sono di varia natura, ne esistono ottomilioni, e sembra che la maggior parte siano creature non benevole. La loro apparizione, però, non è sempre di tipo ostile. Come riconoscere un bakemono buono da uno cattivo?
Il primo soliamente quando si muove fa piu’ o meno così…

fantasmino

Salutiamo il nostro fantasmino preferito, speriamo che quel lavapiatti ti coccoli abbastanza.

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Finita? Fosse davvero finita? Quest’estate che voleva essere breve, si era allungata fino ad i primi di ottobre incrociandosi con i primi carichi d’uva…Un’estate qualunque, tranne per quell’episodio, quando le cicale smisero di fare il loro verso e caddero dagli alberi infestando la città. Nessuno si preoccupò più di tanto, i vecchi ricordarono che quest’avvenimento era già successo e passato senza danni…
 Quell’estate con tutti gli strascichi oggi sembrava conclusa, non per il freddo che ancora stentava a farsi sentire…Ma per quella pioggia, non densa come nei temporali estivi, ma fine e sottile, portatrice di sicura nebbia…e lì ricordò quando tornava a casa da scuola ed era già notte e a malapena si vedevano i fari delle macchine nella pioggia fitta. Aspettò che qualcuno gli facesse notare la pioggia solo per rispondere "Ottobre" senza spostare lo sguardo dal guardare fuori…La sua mente era altrove, lontano oltre i pini e le colline…Mentre stava per rientrare, il sole decise di beffare le nuvole e scivolargli sotto lanciando un un ultimo bagliore. I pini si illuminarono per metà come il suo volto…Forse ancora non è finita…

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(Una Giornata Uggiosa – Bandabardò – Shuffle, giuro!)

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TACCHI DI GOMMA 4

Roma non mi piace affatto, troppo caos, troppa gente. Io non sopporto già  Perugia all’Eurochoc e all’UJ, figurarsi Roma.Ma i colleghi hanno insistito, bisogna coordinare le indagini, bla bla bla…mai una volta che si degnassero loro di salire su da noi. Il caso sembra più grosso di quanto mi sembrasse sul ciglio della superstrada: ora oltre alla mia vittima, di un finto incidente, c’è l’assurdo omicidio di una ragazza, collegata con la “mia” vittima. Fortuna questi navigatori, altrimenti con Catanìa alla guida non saremmo mai riusciti a trovare il commissariato de X Tuscolano. Troppe macchine, già l’aria ha un odore diverso, ad ogni semaforo cercano di venderci di tutto: fazzoletti, giornali, uno persino ci lava i fari, mai visto. Il commissario Ardenzi mi viene incontro deciso, un bel tipetto, bassino, ma si vede che sa come va il mondo, forte stretta di mano:
“Benvenuto a Roma, commissario Fiorucci, mi chiami pure Mauro.”
“E lei mi chiami pure Alviero,” decido subito di arrivare al punto, “ per telefono mi pare di aver capito che c’è l’altra ragazza, collega ed amica della vittima dell’incidente, è stata uccisa in un grande centro di ricerca internazionale, poco distante da qui, proprio mentre la signorina Cicky si andava a schiantare con i freni tagliati.”
“Sieti sicuri di quest’ultima ipotesi?” Mi avrà preso per stupido? Non lo mando a quel paese solo perchè lo conosco poco.
“Certo, i nostri rilievi indicano un taglio a metà del tubetto, con un cutter presumibilmente, in modo che l’olio possa scivolare via in modo lento, l’assassino” odio la parola killer ,“ sapeva con certezza la strada che avrebbe preso la vittima, i freni sono venuti a mancare proprio nel tratto più veloce”
“Quindi il killer” appunto, “o meglio i killer” doppio appunto, “hanno fatto in modo che le due ragazze morissero quasi contemporaneamente”
“Perché è certo di due assassini? Il tempo necessario per tagliare il tubetto, attendere la partenza e poi attentare l’altra ragazza c’è tutto.”
“ Non lo so, è tipo un sesto senso, mi dice che gli esecutori sono stati più di uno, il modus operandi è molto diverso, uno è diretto mentre l’altro lo vuole far passare per incidente…vedremo più avanti chi ha ragione” conclude ridendo.
Abbozzo anche io un sorriso sapendo chiaramente che alla fine vincerò io, questione di esperienza.
Ardenzi decide che dobbiamo andare subito sul luogo del delitto, quindi lasciamo Catanìa con gli altri agenti e con la sua macchina ci dirigiamo in una zona piena di centri di ricerca e domando: “ Mauro, ma tutti questi centri hanno decine di telecamere di sorveglianza sul perimetro esterno e sicuramente anche dentro, dalle registrazioni non emerge nulla?”
“Esatto, abbiamo subito acquisito tutti i nastri ed i nostri agenti li hanno appena finiti di esaminare”
Varchiamo i cancelli del centro di ricerca; dobbiamo addirittura consegnare documenti alla guardiola, impossibile che l’assassino sia un esterno, tutti i visitatori vengono schedati.
Ardenzi si ferma in un parcheggio, sento già l’odore di sangue, con gli anni ci fai l’abitudine. Fortunatamente il cadavere non c’è, ma una grande quantità di sangue ha macchiato l’asfalto ed il prato. Le bandiere svolazzano pigre. Mi guardo attorno, qualcosa non va ma non capisco cosa…chiedo ad Ardenzi da dove proveniva la vittima. Il commissario mi indica un container bianco poco distante…Ardenzi mi segue stupito con lo sguardo mentre percorro il breve spazio tra il prefabbricato e il parcheggio…4 telecamere sono su di me…Mentre arrivo al luogo dello sparo vedo Ardenzi che ha cambiato espressione mentre discute con un agente…Si volta verso di me tra l’incazzato e il dispiaciuto:
“Alviero, temo che ci sia un problema…..”
"Non si preoccupi, non è colpa sua se nessuna telecamera punta il luogo del delitto”

Roma 0 Perugia 1

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TACCHI DI GOMMA 3

biciAnche se l’aveva fatta mille volte quella stupida salita, stavolta le sue gambe sembravano piu’ stanche del solito. Forse era il caldo, o forse i suoi pensieri.  Arrivato in cima alla collina, si fermo’. Prese un po’ d’acqua dalla sua borraccia e rimase in silenzio a contemplare l’orizzonte.  Troppe le immagini che passavano nella sua testa. Si sovrapponevano volti, colori, profumi. A volte erano così forti che gli occhi gli si chiudevano di colpo. Cosa era successo? Cosa lo aveva portato fino a li. Anche se le sue mani non si erano sporcate di sangue, riusciva comunque a sentirne l’odore.

TACCHI DI GOMMA 2

E’ troppo caldo per lavorare, in questo agosto terribile.  Metà della questura è già tornata dalle ferie mentre io ancora devo capire cosa farrne delle mie. Troppo caldo qui sull’autostrada , inoltre la Stradale non è in grado più di gestirsi le proprie faccende visto che chiama noi della Mobile per ogni singolo incidente. 
-“Salve Commissario Fiorucci, sono il Capitano Levi della Stradale di T., ci scusi per averla disturbata.”-
-“Non si preoccupi, Capitano, mi mostri piuttosto il perchè di tanta urgenza.”-
Con un ampio gesto del braccio il capitano Levi mi indica il guardarail sfondato e dalla scarpata spuntano le luci degli stop ancora accesie Avvicinandomi sento il suo profumo misto al sudore caldo di questo agostoinfernale. L’occhio cade sul seno che preme contro la divisa.  
Sono troppo vecchio per queste cose. Prendo fiato e per scacciare i pensieri  cattivi  mi avvicino al fosso dove c’è il relitto della macchina.
Ne ho visti tanti così, una distrazione, il sole, un po’ di sonno e la macchina finisce nel primo greppo disposto ad accoglierla. Nessun segno di frenata. Probabilmente nemmeno se ne accorto. Il cadavere è stato appena deposto  sulla barella…non ho voglia di scendere nel greppo.
-“Mi dica, Capitano, chi è la vittima?”-
Il capitano mi snocciola al volo le generalità della defunta mentre io alzo il lenzuolo; gli uomini in nero dovranno fare un duro lavoro per restuire il viso allo splendore che aveva prima. L’airbag può salvarti la vita o sfigurarti la morte. 
Ammetto che non ho ascoltato nulla di quello che mi diceva il Capitano, solo il nome: Ciky.
Cerco ancora lo sguardo del Capitano, non avrà più di 35 anni, non riesco a scacciare i pensieri, mi sembra di essere tornato a 16 anni. La sua presenza mi quasi stordisce i sensi.
Professionalmente domando ancora una volta perchè sono stato chiamato qui, visto che è chiaramente un incidente stradale come ne avvengono tanti.
-“Commissario si calmi, nessuno la vuole far lavorare di più del solito!” – Tipetta tosta la signorina, mi ha urlato in faccia.- “ Se lei osservasse meglio la scena del crimine invece di fissarmi”- Tana per Fiorucci, figura di merda. -“noterebbe che non ci sono frenate ma solo una sottile striscia di olio.”-
-“ Lei mi vuole dire, Capitano, che a questa macchina sono stati  tagliati  i freni?”-
-“ Bene quindi adesso le indagini sono di sua competenza, è contento?”- Continua, continua a fare la dura…
Mentre recriminiamo le competenze, un agente arriva con il cellulare della vittima che non cessa di squillare. Lo passa al Capitano che, me lo gira al volo. Un  numero di Roma.

-“Pronto?”-
-“Salve, è lei Ciky C.?”-
-“Non proprio, chi è parla?”-
-“Questo il commissariato X° Tuscolano di Roma, lei chi è?”-
-“ Commissario Alviero Fiorucci, Questura di Perugia!.”-

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Tacchi di gomma

imagesCerte volte ciò che colpisce di più è l’assenza, l’assenza di una persona, di un oggetto….per lei,l’assenza in quel momento, si manifestava con il fragoroso silenzio del suo computer!
Il cd dei Traffic era già finito…"come finito".."non è possibile!"
Solo allora alzò lo sguardo dal Pc e si accorse che, come i gatti dei fori imperiali, il giorno se ne era andato sornione,lasciando lo spazio alla notte calda di roma, e come i gatti a poco a poco erano andati via tutti i colleghi, gli impiegati e anche quelli delle pulizie…ma la consegna della sua tesi era troppo vicina per fare la gattina e scappare sui tetti….
"tutta colpa di questo stupido satellite" pensò! alzandosi dalla scrivania si accorse, con un sottile senso di angoscia, di essere rimasta l’unica persona in tutti quei pezzi di Lego che  ostinatamente chiamavano uffici.
La sua serata non offriva niente di entusiasmante, eppure si scoprì a muoversi svelta,con il fare spedito di chi è atteso da qualcuno, ma quella sera i sui colleghi-amici non l’aspettavano, per un attimo li immaginò impeccabilmente eleganti a quella inaspettata cerimonia a Perugia…ma era solo una scusa per non pensare alle sue mani che si muovevano veloci per prendere tutto ed uscire da quel posto…non brutto, non inquietante….solo vuoto.
Mentre camminava nel corridoio ringraziò la sua avversione per i tacchi, le sue scarpe di gomma le risparmiavano l’angosciante ticchettio che l’avrebbe di sicuro spinta a correre.
Ma era un pensiero già vecchio, ormai era fuori dal corridoio e dal portoncino, era all’aperto e mentre si dirigeva verso la macchina guardò la faccia buona del ponentino romano che prontamente le asciugava la fronte un pò sudata, cercando le chiavi della macchina ignorò la faccia scura del vento, quella che copre con il suo brusio il mondo intorno e soprattutto i passi che si facevano più insistenti alle sue spalle.

"Madonn.." non riuscì a non gridare, ma allo stesso tempo non riuscì ad udire le sue parole e neanche quelle dell’uomo che vide voltandosi, era ferma  in quella frazione di tempo in cui la pressione è così forte che le orecchie non sentono e le mani non rispondono, passo tutto presto, il bel sorriso dell’UomoDellaSicurezza (come lo chiamavano loro) gli ridiede il controllo e la forza di strascinare un sorriso,
-"scusa, non volevo spaventarti"
-"ma no, è che non ti avevo sentito"
Rimaneva solo il cuore che pulsava velocissimo…pensò ai suoi 16 anni e provò a convincersi che il cuore fosse turbato dallo spavento e non da quel sorriso
-"Per farmi perdonare ti accompagno alla macchina"
-"grazie ma non ti preoccupare"
-"ma figurati"…un dialogo banale come pochi….ma quello offriva la serata….già, perchè Gas e Ciky non si erano fatti sentire da quando erano partiti nel pomeriggio…pensò che fosse strano….almeno un messaggio…certe volte ciò che colpisce è l’assenza!
Arrivati alla macchina lei si sentì sollevata…non tanto per la paura provata prima, ma più che altro per non dover intrattenersi oltre con quell’uomo dimostratosi una delusione non da poco, lui dal canto suo snocciolò banalita:"buone vacanze", "fai la brava", "attenta che in calabria le strade fanno schifo"…un copione scritto male si direbbe…..e invece nò, lei non aveva accennato alla destinazione delle sue vacanze….poteva far finta di niente, ma il suo cervello era in costante cortocircuito con la sua facccia e quell’espressione era la prova evidente dell’incogruità ascoltata, lei si prese una pausa, una frazione di secondo per pensare…………….
ma cercava troppe cose…un senso, una spiegazione, un cellulare, un amico-collega, una via di fuga…..ma era tardi, l’uomo non aveva bisogno di pause aveva già in mano la Beretta ed in testa l’intento di usarla, ci fu un colpo, ci fu un tonfo….ma lei li udì appena impegnata come era a capire il perchè, perchè lui sapesse quelle cose, perchè fosse lì, perchè non avesse avuto il tempo di sindacare la sua morte.
Non fece in tempo a chiedersi altri perchè…non si tolse altri dubbi… il tempo era scaduto ,il suo sangue non le apparteneva più, ora colorava il prato del parcheggio,  certo avrebbe dovuto fare i conti con la propria fine, ma non ci riusciva, non era da lei,  non poteva evitare di pensare ai balli lontani, ai tacchi della Ciky che segnavano il passo e andavano in risonanza con il tintinnio delle brocche (ordinate solo per il gusto di rievocare altri tempi) pensò a loro due, pensò a Gas e si chiese solo se al capolinea la vita si misuri in assenze o in presenze.

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Era quasi un anno….II e ultimo capitolo.

Non ci sarà una prossima volta. Ora basta. Gli altri due li avete presi senza che neanche se ne accorgessero…che stupidi..erano convinti che cosi’ vestiti si sarebbero mimetizzati meglio….mi sono sempre chiesta che diavolo si erano arruolati a fare…ma lui no, lui me lo avete portato via mentre lottava con tutta la sua rabbia….e ora quella rabbia è tutta dentro di me.  Ad un tratto è calato il silenzio, è come se avessi abbassato di colpo l’audio..vi vedo venirmi incontro con le fauci aperte, non sento le vostre urla, ho solo la sua voce che rimbomba nelle mie orecchie…sono una macchina da guerra…cavolo quanti siete…devo fermarmi un attimo…il sole inizia a picchiare..e la mia  tuta blu non è certo d’aiuto. E’ tutto nelle mie mani. Devo avere la mente lucida. Se solo avessi……uno skateboard invece di queste stupide scarpe di marca…….calmati…dai…basta cercarlo…ne lasciano sempre un paio qua in giro……ancora napalm…cavolo se c’eri tu..lo sai che io non lo so usare…eccolo! E ora………………fanculo tutti.

…e tu…tu saresti morto…per questo dannatissimo pozzo???L’acqua non è neanche potabile..e allora sai che c’è?Ti raggiungo subito…e mentre abbraccio Stefano..sento la tua voce che mi sussurra "credevo succedesse solo nei film porno".

Cala il sipario. Un senso di soddisfazione incredula riempe queste quattro mura. Ma si sa…qui non è Hollywood.