Nuovo trasloco

Il blog si trasferisce di nuovo.

E cambia indirizzo. Non il nome, che rimane Quid est Veritas?

Ho pensato di utilizzare come nuovo indirizzo la risposta stessa alla domanda posta da Pilato a Gesù, seguendo l’anagramma scovato da Sant’Agostino: Vir qui adest, L’uomo che ti è accanto.

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Allarme legalismo

Un bambino di 10 anni ruba uno smartphone alla maestra e subito si scatena la fiera delle ovvietà. I servizi sociali, allarmati perché si è abbassata l’età di chi compie questi gesti, premurosi svolgeranno “un’indagine rivolta a conoscere la personalità del bambino, il contesto familiare e di vita del bambino, la capacità di protezione del nucleo familiare nei confronti del minore, il tutto chiaramente finalizzato ad un’azione preventiva affinchè un episodio analogo non debba ripetersi”. Siamo di fronte a servizi sociali “precog” di Dickiana memoria? Inquietante.

Il pedagogista di turno si butta nella diagnosi à la carte: “Questo bambino ha qualche problema di contestualizzazione, magari un disturbo dell’attenzione, mi sento di escludere qualsiasi intenzionalità. Ciò che dunque occorre, a questo punto, è un recupero educativo mirato, e non interventi punitivi”. Mi viene in mente il recupero del protagonista di Arancia Meccanica, costretto a vedere continuamente immagini di violenza per ottenerne il rifiuto.

In tutto questo bailamme di voci, ancora una volta la questione educativa, di cui ora tutti si riempiono la bocca, è rivolta solamente ad un fatto legalistico. L’educazione è diventata il rispetto della legalità: “un episodio analogo non deve ripetersi”, e per quale misterioso motivo non potrebbe più ripetersi un fatto del genere? Forse per questo? Perché stupidi corsi alla legalità possono “educare” il cuore dell’uomo? Magari riempirlo? Dubitiamo. Ed è per questo che fatti del genere continueranno ad esserci, anzi, aumenteranno. Con grande stupore degli “addetti ai lavori”.

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Giona

Essere un Giona, nel linguaggio marinaresco, vuol dire portare male. Talmente tanto che, chi era accusato di essere un Giona, veniva buttato fuori bordo con una pietro legata ai piedi. Ma Giona è anche colui che si precipita nelle tenebre del pesce per non vedere, per non sentire, per non obbedire. Solo uscendo dalle tenebre, dal buio di se stesso, può riprendere a sentire, vedere, domandare. Ma ci vuole sempre qualcosa, o qualcuno, che tiri fuori Giona da quelle tenebre, da quel ventre insonorizzato. Capita più volte nella vita di fare come Giona. È come una quarentena. A cui segue una convalescenza.

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Vendette e redenzioni

Vendetta e perdono. Dannazione e redenzione.
Il western è un genere non più di grande moda. Eppure riunisce in sé una realtà complessa, piena di sfide: umane, economiche, sociali, ecc. In passato incarnava il manicheismo puritano, lo sappiamo. I buoni da una parte, i cattivi dall’altra. Dalla fine degli anni Settanta, però, con il famoso “Soldato blu”, fino a ”Balla coi lupi” e al meno conosciuto (ma non meno bello, anzi…) “Gli spietati”, qualcosa è cambiato. Non riuscendo tuttavia a ritrovare quello splendore che il genere western ha vissuto nei primi decenni del dopoguerra.
Oggi a riproporre il genere ci ha pensato una grande serie Tv ancora inedita in Italia: Hell on Wheels, in cui i temi sono i soliti: la ferrovia, la vendetta, gli indiani; ma la lettura è senz’altro diversa, approfondita, increspata dai chiaro scuri dei personaggi. A cominciare dal protagonista Cullen Bohannon, una giubba grigia, uscito sconfitto in tutti i sensi dalla guerra civile. Ha perso la guerra. Ha perso la moglie. Ha perso il suo ranch. Va avanti cercando vendetta. La sua umanità, ormai perduta, si intravede nel rapporto con Elam, il nero ex-schiavo, che lavora ancora come uno schiavo, in lotta con l’uomo bianco, anche lui in cerca di una vendetta, di una rivalsa, come Lily Bell, la bionda ragazza del west (ma è inglese), come lo “svedese”, come l’irlandese, come gli indiani. Tutti hanno una ragione per cercare vendetta e serve qualcosa che rompa questa dura legge del west. Un’occasione che tutti avranno, ma che non tutti coglieranno.
Vendetta e perdono. Chi persevera nella ricerca della vendetta personale, perde in qualche modo se stesso. Perde un’occasione per ricominciare. Chi è perdonato, chiede perdono e riceve perdono, come Mr. Toole, l’irlandese che si redime dopo aver ricevuto una grande grazia, o come la prostituta Nell, che solo attraverso il perdono può affrontare la vita in un altro modo.
Un grande dipinto umano, Hell on Wheels, in un magnifico scenario, umano e storico.

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Perdono

Immaginiamo un uomo che perde il figlio (A). Si dà il caso che quell’uomo è anche un grande scienziato che riesce a passare in un universo parallelo (B) in cui vi sono nostri alter-ego. Walter, questo il suo nome, riesce a passare in quell’universo (B), a sottrarre la “copia” del figlio per salvarlo. Vi riesce. Quattro serie dopo il figlio adulto viene scaraventato in un terzo universo (C) in cui Walter ha sottratto sì il figlio, ma non è riuscito a salvarlo. In questo universo (C) Peter, il figlio, chiede al Walter C  di rispedirlo nell’universo A. Se nell’universo A, Walter si era già riconciliato con il suo “abuso di scienza” e con il figlio, ricevendo un “segno” richiesto, nell’universo C Walter è ancora alle prese con la sua coscienza. Ne scaturisce uno straordinario dialogo tra il Walter C e sua moglie Elisabeth dell’universo B. Una piena confessione, seguita da un perdono. E se il perdono può essere dato da una madre a cui è stato sottratto un figlio, come fa Dio a non perdonare?

Elisabeth: – Il fatto che io sia qui ti riportera’ alla mente un sacco di ricordi. Anche io mi ricordo di una cosa… mi ricordo di quella notte, 26 anni fa. Quando venisti da me, dall’altra parte, e portasti via Peter con te.
Walter.: – Mi spiace. Non avrei mai dovuto farlo.
E. : – Stavi provando a salvarlo.
W.: – Non stava a me salvarlo. Non ne avevo nessun diritto. Il mio Peter se ne era gia’ andato.
E: – Ma eri pur sempre un padre. Ho visto quanto lo amassi… La tua forza…
W.: – Non era forza, ma arroganza! E da quel giorno in avanti, sono stato punito.
E.: – Da chi?
W.: - Da Dio…Da…una “divinita’ “…chiamala come ti pare. E capisco di meritarmelo. Nessun uomo dovrebbe fare cio’ che ho fatto.
E.: – Hai commesso un errore. E’ nella natura di un essere umano.
W.: - No, e’ stato… piu’ di un semplice errore. Ho danneggiato il tessuto di entrambi gli universi! Ho chiesto un segno, una prova del fatto che fossi stato perdonato. Ma non ho ricevuto nulla. Per me non e’ prevista l’assoluzione.
E.: – Beh, io a questo non credo. Io ti perdono, Walter. Ti ho perdonato molto tempo fa. E se posso farlo io puo’ farlo anche Dio.
Fringe, episodio 9 Stagione 4

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Buoni consigli

«Quella donna [Monica] lo aveva pregato di degnarsi di avere un colloquio con me per confutare i miei errori, per distogliermi dal male e indirizzarmi al bene: così ella faceva ogni qualvolta che incontrava persone adatte a quello scopo. Ma egli si rifiutò, comportandosi con grande saggezza, come in seguito potei capire: diceva che io non ero ancora disponibile a imparare perché completamente infatuato di quella eresia, e perché avevo già confuso alcune persone impreparate con alcune questioncelle, come aveva saputo da lei stessa. “Lascialo stare” disse “prega soltanto il Signore per lui; studiando, scoprirà da solo la natura e l’empietà di quegli errori».
Confessioni, Sant’Agostino.

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Gesti

«[Dostoevskij] era un ragazzino e viveva nella proprietà del padre, era estate e lui si era allontanato da casa addentrandosi in un boschetto per prendere dei ramoscelli; all’improvviso aveva sentito una voce, o forse gli era soltanto parso di sentirla, e si era spaventato terribilmente, si era messo a correre a più non posso e correndo aveva incrociato un contadino di suo padre, che si chiamava Marej. Arrivato vicino a lui, il ragazzo si era fermato e aveva detto: «Arriva il lupo!». Erano soli, intorno non c’era nessuno. Allora il contadino Marej aveva iniziato a tranquillizzarlo, a consolarlo, gli aveva sorriso con dolcezza, e con le sue grossa dita gli aveva sfiorato le guance dicendogli: «Ma no, stai tranquillo, non c’è nessuno».
Questo è il ricordo che torna in mente a Dostoevskij venti anni dopo. E in quel momento egli si rende conto che il contadino non aveva assolutamente alcun obbligo verso di lui, un ragazzino spaventato, e che a parte Dio nessuno li poteva vedere, nessun occhio umano stava osservando la scena. Certo, chiunque avrebbe tranquillizzato un bambino, ma lui aveva dimostrato una tenerezza e una carità così grandi verso il figlio del suo padrone, l’aveva saputo confortare con tale dolcezza, che Dostoevskij, venti anni dopo, se lo ricordava ancora come una delle cose più belle della sua vita e a ventinove anni si era sorpreso a pensare: «Ecco, io adesso ho intorno ubriaconi, gente corrotta, eppure ciascuno di loro potrebbe essere quel contadino Marej, perché, in altre circostanze, quello stesso Marej avrebbe potuto finire anche lui qui nel reclusorio, e quindi in ciascuno di questi uomini che ho intorno adesso potrebbe esserci, in fondo, quel contadino che mi ha mostrato tanta carità, dolcezza e affetto». E riflettendo era giunto a constatare: «Certo, per me è molto più facile che per questo polacco, perché lui non ha ricordi come i miei».
[Leggi tutto l'articolo]

Pare un brano uscito da “I fratelli Karamazov” questo episodio della vita di Dostoevskij. In effetti c’è qualcosa di molto simile tra Mitja e il servo Grigorij da cui è stato allevato, in mancanza del padre.
Dunque per Dostoevskij nessun fatto è vano, nessun accadimento nella vita è trascurabile. Anche il gesto più semplice, più bello, più pulito, più generoso è utile, soprattutto se fatto con carità, gratuitamente.

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Come fa uno scoglio…

«[...] La grandezza della tecnologia non appaia ancora, e forse non appaierà mai, la grandezza della natura, che va dalla potenza deiforme degli uragani, delle eruzioni, dei terremoti, alla minuta ferocia di uno scoglio invisibile, e alla ancor più minuta imprevedibilità degli errori e delle colpe degli esseri umani. Proprio in questi giorni, in queste ore, va in onda sulla tivù satellitare un documentario sulla catastrofe (dimenticata) del Concorde, il supersonico francese che nel luglio del 2000, per un dettaglio quasi assurdo – un frammento metallico perduto da un altro aereo di linea, e dimenticato sulla pista – prese fuoco durante il decollo, e precipitò su un albergo. L’eccellenza tecnologica aiuta a diminuire i pericoli, ad accorciare le distanze, ad alleviare i disagi. Non a cancellare i rischi, non a sfrattare l’errore dal novero delle facoltà umane. La quasi omonimia tra l’aereo Concorde e la nave Concordia è ovviamente casuale, e però suggestiva. Li apparenta un destino da fenomeni tecnologici, da meraviglie della cantieristica, poi affossati da una fine cruenta. L’orgoglio umano è legittimo, se si pensa che da Icaro si è passati al volo supersonico e dalle piroghe alle odierne navi da crociera. Ma capita che l’orgoglio accechi, e qualora lo avessimo dimenticato basta uno scoglio a ricordarcelo».
Michele Serra

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Omissione

Una volta c’era il peccato di omissione. Ora si dice che non bisogna parlarne perché altrimenti si fa pubblicità. Che in parte può anche essere vero, ma non se poi commetto l’omissione. Se tradisco il mio mandato. Perché altrimenti urleranno i tetti, o le pietre. Ed io sarò stato zitto quando invece potevo testimoniare, correggere, parlare. 
E allora che fare di fronte ad uno spettacolo osceno e blasfemo? Si sta zitti per non fare pubblicità, si ignora vigliaccamente, o si interviene criticamente?

Tornielli dà il suo giudizio: «Mi fa schifo e mi offende che il volto di Cristo sia imbrattato, l’ennesima riprova del fatto che tutto è tollerabile e tollerato nelle nostre società occidentali quando nel mirino ci sono i simboli cristiani. Se ci sono gli estremi legali per fare delle denunce è giusto che vengano fatte. Ma per quanto riguarda la protesta pubblica, temo che l’effetto, come sta in parte già sta accadendo, sia quello di fare un grande favore a Castellucci & company».

Più interessante il giudizio di suor Maria Gloria Rivi, una riflessione che parte proprio dall’oggetto dello spettacolo: «Può un percorso di ricerca partire da un presunto concetto? Il Volto è una realtà. Sovviene l’affermazione di un grande – e mi perdonerà il nostro Castellucci se lo considero più grande di lui – vale a dire Gregorio Nazianzeno che suona così: i concetti creano gli idoli solo lo stupore conosce. Ecco qui smascherata l’opera idolatra del grande regista provocatore, la ricerca ideologica di una dissacrazione fine a se stessa».

D’accordo, niente cortei, niente proteste in stile “L’ultima tentazione di Cristo”, ma a difendere Cristo siamo chiamati, nel merito, senza condanne, senza anatemi, dicendo semplicemente la verità.

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Nove anni

Nove anni.
Nove anni di attesa che qualcosa cambiasse.
Non dice molto Agostino nelle sue Confessioni sulle pene passate dalla madre nell’attesa della conversione del figlio. Ma qualcosa accenna. Accenna alle preghiere di Monica, futura Santa. Accenna ai pianti silenziosi e alle lamentele vigorose. Che si trasformano nei pianti disperati, nelle urla, negli strepiti nei confronti del figlio “bugiardo” quando scopre l’inganno di Agostino quella notte alla vigilia della partenza per Roma.
Monica lo prega di non partire, lo scongiura, soffre. Lui promette, ma poi parte di nascosto.
Ma proprio grazie a quel viaggio, Agostino arriverà a convertirsi. Da Roma, infatti, si sposterà a Milano e qui incontrerà Ambrogio.
Le nostre lacrime di oggi, come quelle di Monica ieri, si potrebbero trasformare in lacrime di gioia domani. Non lo sappiamo. Non conosciamo i piani che si sbrogliano lentamente non in giorni o mesi, ma in anni. In un incrocio di versetti, potremmo paragonare la fretta di vedere subito il risultato delle nostre lacrime e preghiere nella reazione del figlio maggiore nei confronti del Padre misericordioso, il padre del figliol prodigo. Piangiamo, preghiamo e non vediamo il risultato, gemendo e lamentando un abbandono, o un diritto che non abbiamo. Forse che dobbiamo mangiare anche noi carrube attendendo quei nove anni?

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