Il sacrificio: esperienza bestiale o interessante?

Se ne parla in modo rivoluzionario e persuasivo in "Si può vivere così" di L. Giussani, e dopo una discussione tra amici ho scritto per un mensile locale quanto segue: 

Il sacrificio.  Non ha oggettivamente nulla di affascinante o di gratificante. Perché la natura umana è fatta per la felicità, è fame di felicità e il sacrificio ci appare come qualcosa che nega questo nostro indomabile desiderio di bene, A meno che… a meno che uno non lo faccia per una persona amata.
Ma poi la persona amata si ammala, muore. E noi non possiamo fare nulla per lei. Ed ecco una nuova sorgente di infelicità. Un sacrificio intollerabile.

Noi abbiamo bisogno di amare qualcuno che non muoia mai. Siamo fatti per l’eternità. Ma la nostra impotenza davanti a questo desiderio di eternità e felicità è destinata a naufragare nella tristezza. Ese ci pensiamo bene la nostra giornata è un susseguirsi di sacrifici che spesso facciamo controvoglia solo perché non ne possiamo fare a meno …. Alzarsi la mattina in una gelida giornata invernale, preparare un bel pranzo, girare in mezzo al traffico caotico a cercare parcheggio…

Si tratta di sacrifici inevitabili che non cambiano se non in peggio il nostro umore. Semplicemente non ne prendiamo coscienza e viviamo quasi per inerzia nell’illusione di soffrire di meno. Ma c’è un momento in cui uno si stanca e allora cerca di evadere distraendosi. Ma è possibile che la vita debba passare da un sacrificio inevitabile e incosciente di sé a una distrazione desiderata altrettanto inconsapevole di sé?

In cosa saremmo diversi dagli animali se continuiamo a vivere dimentichi di noi? Avrebbe allora ragione Pavese quando definiva il sacrificio come  bestiale? Non sarebbe più interessante scoprire che il sacrificio, anche quello di ogni giorno ripetitivo e noioso, può avere un significato positivo?
 
 Non credo che potremmo scoprirlo se Dio stesso non avesse deciso, vista la nostra incapacità e insipienza, di venire tra noi per  insegnarci che l’unica via che porta alla gioia della risurrezione è proprio il sacrificio. Non esiste altra via.

  C’è da chiedersi come mai occorra morire per risorgere, morire nel sacrificio di ogni giorno o nel sacrificio di una grave malattia o sofferenza morale. La risposta che la saggezza della tradizione cristiana ci ha insegnato è che all’origine della nostra umana vicenda c’è un cataclisma spaventoso che allarga la sua ombra su tutta l’umanità di sempre e che definiamo “peccato originale” .
Tale peccato offusca la nostra intelligenza e solo Dio, facendosi uomo come noi, poteva indicarci la via della Risurrezione. Per questo, con un amore assolutamente imprevedibile e imprevisto da tutti coloro che hanno preceduto la Sua incarnazione, ha deciso di farsi nostro compagno di strada.
 
Da allora, dal momento in cui il Dio incarnato è sceso tra noi, il sacrificio ha acquistato un significato ed è diventato interessante per la vita di ciascuno. Perché il peccato originale ha gravemente inficiato la nostra personale vita anche se le sue origini annegano nella  notte dei tempi e le sue conseguenze ci raggiungono con spaventosa e insopportabile quotidianità e, per riscattarlo, occorre uno che sappia e possa espiare totalmente… Ma  l’unico modo per rimediare a questa catastrofe della nostra vita è accogliere la modalità misteriosa con cui Dio ha deciso di sopperire con la Sua incarnazione, crocifissione, morte e risurrezione, e lasciarci accompagnare in un dialogo grato con il Signore della vita nella strada che Lui  ha scelto per noi per la nostra personale salvezza e per quella di tutta l’umanità. Ecco allora che il sacrificio vissuto così in un gesto di offerta e collaborazione alla croce di Cristo diventa interessante e genera letizia anche nel dolore più atroce.
Non sono parole astratte: se si vive il sacrificio di ogni gesto piccolo o grande come riconoscimento che tutto è donato  per un misterioso disegno di risurrezione; se lo si vive senza proteste   o lamentele, ma consapevoli che quella è l’unica strada per arrivare alla risurrezione; se uno ci sta, supplicando che dentro quel dolore Dio si manifesti finalmente e ci renda partecipi della Sua gloria, è inevitabile poi che nel cuore nasca e esploda la gioia. Bisogna solo verificarlo nell’esperienza di tutti i giorni.

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