Primo post

Sto cercando dui trasferirmi da splinder e non so se ci riuscirò, per cui, per il momento credo non ce la farò ad aggiugere post. Ringrazio comunque logga.me che mi dà la possibilità di recuperare un lavoro di sei anni e spero proprio di riuscirvi! E ringrazio Viv che mi continua a dare una mano anche in questo!

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Ciao mondo!!

Benvenuti su logga.me!

Questo è un esempio di un primo post, puoi modificarlo, cancellarlo o iniziare ad utilizzare il tuo blog entrando direttamente sul vostro pannello di controllo.
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Qui sotto un primo video sul come utiizzare il pannello di controllo, il vero cuore di questa piattaforma.

   

Vi consigliamo comunque (in caso di dubbi o richieste) di visionare la sezione di supporto, vi darà la possibilità di controllare problematiche attive sul forum oppure di scriverci in caso di richieste specifiche.

Ricordiamo inoltre che, nel pannello di controllo di del vostro blog c’è una sezione video tutorial da poter interpellare quando volete, contenente tutte le guide d’utilizzo di questo sistema ed altre succulente novità!

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“Se ci sono “cose che nessuno sa”, perché spiegare tutto?”

Da Il Sussidiario una riflessione di Laura Cioni sull'ultimo libro di Alessandro D'Avenia:

Il secondo romanzo di Alessandro D’Avenia, Cose che nessuno sa, ha l’indubbio pregio della scorrevolezza. Si fa leggere con facilità e con attenzione, cosa non facile e non scontata. Racconta un piccolo squarcio di vita milanese, con alcuni rimandi alla Sicilia e alla Liguria, alla paziente libertà del mare che manca così tanto a Milano. Non moltissimi i personaggi: Margherita, la protagonista, i suoi genitori in crisi, suo fratello, sua nonna, le sue amiche, il suo professore di lettere, il suo primo amore, Giulio. Tutti gli ingredienti del momento in cui una bambina comincia a diventare donna e scopre lentamente se stessa e il mondo nel dolore e nell’amore.
Il romanzo inizia con una assenza, quella del padre di Margherita, fuggito da casa senza spiegazioni, prosegue con la decisione che spinge Margherita a cercarlo e a riportarlo in famiglia, ripetendo lo stesso tentativo di Telemaco a ritrovare Ulisse e a farlo ritornare a Itaca. Nel dolore di quella assenza, Omero e il professore di lettere innamorato dei libri, Giulio e la sua cupa tenerezza diventano le occasioni di una timida, ma tenace presa di coscienza.
Se ai mortali fosse possibile scegliere tutto da sé,/ sceglierebbero il dì del ritorno del padre.I versi di Omero chiosano a meraviglia gli avvenimenti della ricerca di Margherita, e non solo; fanno comprendere che la nostalgia dell’origine, l’attesa del compimento, l’amore del padre sono nella struttura della vita umana e nello stesso tempo sono in altre mani che quelle umane, e tuttavia oggetto del desiderio che muove ogni azione.
Il romanzo racconta la giovinezza, il teatro, la famiglia, la cucina, il disegno, i libri, i poeti, l’abbandono, il ricordo, la morte attraverso la lente della letteratura e della poesia: qui sta a parere di chi scrive il suo tallone d’Achille. La vita parla da sé, e se è vero che gli scrittori aiutano ad illuminarne molti aspetti, la mediazione letteraria ha i suoi pericoli, come avverte Stella, la fidanzata del professore nella sua precoce, troppo precoce maturità.  PAG. SUCC. >  

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Il bunker e le finestre

Come ho già detto ieri, sono profondamente convinta che non è la politica che può darci salvezza… anzi! può essere l'alibi per non pensare alla concretezza reale dei nostri giorni spesso pieni di insoddisfazione, di delusione, di incapacità di spalancare le finestre al nostro desiderio più profondo.
Ecco perché mi è piaciuto l'editoriale di
Tracce di ottobre:

Difficile usare un’immagine più concreta. «Un edificio di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli». Un bunker. Nessuna apertura. Nessuno spiraglio sull’esterno. Roba da soffocare solo a pensarci.
Eppure è così che trattiamo noi stessi. Basta osservarci per vedere quanto siamo intrisi di quella «ragione positivista» limitata, ridotta, soffocante, che Benedetto XVI ha ritratto con quell’immagine nello storico discorso al Bundestag di Berlino. Basta essere leali con noi stessi e guardare come stiamo di fronte alla realtà: il lavoro, la famiglia, lo studio… Quante volte sentiamo lo spazio angusto e l’aria chiusa. Spesso, il buio. Perché la luce e l’aria che ci diamo da soli, che pensiamo di poterci dare da soli, semplicemente non bastano. Così come non basta illudersi che se cambiassero le circostanze, se non fossimo lì dove siamo, ma altrove, allora… Tutte storie, e lo vediamo. Non basta passare da una stanza all’altra del bunker per respirare. Se la realtà è quella e null’altro, nuda e cruda, se il suo spessore si limita a quello che misuriamo – se siamo, come siamo, positivisti -, ci manca l’aria. E l’immagine usata dal Papa è potente proprio per quello. Non è che non possiamo più discettare di filosofia, parlare di fede, discutere tra credenti e non credenti. Non possiamo vivere. E a noi urge vivere.

Così, se siamo leali con questa urgenza l’invocazione risuonata poche parole dopo in quello stesso discorso diventa il nostro grido: «Bisogna tornare a spalancare le finestre». Dare aria. «Vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra ed imparare ad usare tutto questo in modo giusto». E arrivare al fondo di questa vastità del reale. Perché la vastità non è solo una questione di ampiezza di orizzonte, ma di profondità. Di spessore.
«Tutto ciò che c’è grida la sua dipendenza da un Altro», ricordava pochi giorni fa don Julián Carrón nella Giornata d’inizio anno di Cl. «La natura dell’uomo è quella di essere creato, e la sua ragione si compie nel riconoscere quella implicazione ultima che è dentro l’essere delle cose. Se uno nega il rimando, se nega l’oltre, nega la cosa, l’esperienza della cosa, la distrugge. Di fronte all’abissale gratuità del reale vi è come una strana paralisi della ragione, che si blocca. Ma se uno nega questo, nega la cosa».
Se uno sta davanti al problema di lavoro, alla crisi, al figlio sottraendosi allo stupore per il fatto stesso che ci sono e sono dati, negando questa implicazione, sfuggendo a quella «implicazione ultima», semplicemente finisce con il negarli. Li annichilisce. Blocca la ragione, escludi il Mistero, e neghi la realtà. È come chiuderla in una stanza buia e soffocante, appunto. Salvo sorprenderci, poi, che da lì non venga fuori il respiro che attendiamo.

È per questo che l’itinerario che trovate nei testi del Papa e nella Pagina Uno di questo numero è decisivo. È indispensabile per vivere. Ancora di più adesso, che l’aria si fa cupa e la parola «crisi» la viviamo sulla pelle, oltre che sentirla (provate a leggere le storie del “Primo piano”). Possiamo incagliarci nelle circostanze, belle o brutte che siano, e restare bloccati lì, senza respiro. Oppure possiamo usare la ragione per quello che è, accettare la sfida di quella implicazione ultima, non da aggiungere ma da scoprire dentro la realtà. «È come se dentro le cose ci fosse un invito», dice un altro passaggio di quella Giornata d’inizio. Sta a noi raccoglierlo. E spalancare le finestre. 

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Lettera aperta a Silvio Berlusconi

Non mi aspetto la salvezza dalla politica, però capisco se uno cerca di fare quello che gli è possibile o se parla al vento, sapendo che ogni tentativo di affrontare la realtà è solo – come diceva un amico – un "tentativo ironico"; per cui condivido la stima per Berlusconi e mi associo alla lettera aperta di Stranocristiano:
 

Caro Silvio Berlusconi,

sono una qualsiasi dei milioni dei tuoi elettori.

Ho visto le immagini di stasera: quattro scalmanati cresciuti a odio e Santoro, che non riuscendo mai a vincere le elezioni ( e chi li vota?) si sono ridotti a festeggiare le dimissioni di una persona che invece le ha vinte tante volte. Quattro scalmanati che salutano come salvatore della patria un banchiere mai votato da nessuno (Monti), indicato da un comunista mai pentito di aver sostenuto le peggiori dittature del secolo scorso (Napolitano).

Allora ho deciso di scriverti, per ringraziarti, invece, dei vent’anni di libertà che ci hai regalato.

Ti ringrazio, perché scendendo in campo nel ’94 ci hai salvato dalla “gioiosa macchina da guerra” che avrebbe voluto fare dell’Italia un paese governato da alcune procure. Le stesse che ti hanno perseguitato per vent’anni, e se adesso quei poteri sembrano aver vinto, sappi che non potranno avere la meglio come sarebbe stato vent’anni fa, perché nel frattempo le tue incredibili vicende ci hanno aperto gli occhi. Non praevalebunt.

Ti ringrazio, perché ci hai liberato dagli inciuci della Prima Repubblica, e ci hai fatto vedere che noi cittadini possiamo scegliere il nostro premier, e anche la coalizione che ci governa. E se ci stanno riprovando, le stesse facce di allora, a ripetere la storia – figliocci della “parte oscura” della DC – adesso siamo consapevoli del fatto che quella non è l’unica politica possibile.

Ti ringrazio perché ci hai fatto vedere che quelli del cosiddetto salotto buono del paese – a partire dai direttori del Corriere, di Repubblica, insieme a tanti sussiegosi e vuoti editorialisti, incapaci di costruire alcunché nella loro vita, e insieme a vili servi dei potenti, assoldati come giornalisti “anticasta” (ma la loro è la vera casta) – ecco, quelli del cosiddetto salotto buono sono solo vogliosi di potere, sprezzanti del popolo, e per loro è insopportabile che gente al di fuori della loro cerchia possa avere accesso alle istituzioni.

Per questo non ti hanno mai tollerato: tu non sei mai stato asservito a loro, non sei uno di loro, non sei quello che ha le parole giuste, le amicizie giuste, i vestiti giusti, i modi giusti, insomma, tutto giusto al posto giusto. Tu parli come uno di noi, e, paradossalmente, pur immensamente ricco, sei uno di noi. Per questo non ti tollerano.

Ti ringrazio perché hai cercato di salvare Eluana Englaro, con un coraggio che pure certi illustri prelati se lo sognano. Chi salva una vita, o cerca di salvarla, salva il mondo intero, e Dio te ne renderà merito.  Solo tu avresti potuto farlo, quel tentativo disperato, e sta’ certo che comunque in tanti non lo dimenticheremo mai, come non dimenticheremo il vile timore di tanti che sono pronti a riempirsi la bocca di parole in difesa della vita, e che allora, invece, erano atterriti dallo scontro con il compagno Napolitano.

Un grande cardinale ha spiegato che è meglio  essere contestati che irrilevanti. Te lo voglio ripetere, in questa sera amara e dura, non per consolarti ma perché questa è la sorte di chi nella storia ci entra con tutti e due i piedi, e ci mette la sua faccia, sbagliando pure, e magari pure sbagliando tanto, ma mettendo in gioco tutto se stesso, come hai fatto tu, che di tanto puoi essere accusato ma non certo di irrilevanza.

In questi tre anni per fermarti hanno fatto di tutto, approfittando certo anche di tuoi errori, ma non è questo il punto: sei stato alla mercè delle procure, ti hanno origliato come neanche in Unione Sovietica, coperto di fango e svillaneggiato, poteri forti e circuiti mediatici e giudiziari che pur di farti fuori hanno messo in seria difficoltà il paese, e adesso, gli stessi, dicono di volere un altro governo per il bene dell’Italia. Quell’Italia che loro, e non tu, hanno gettato nel ridicolo agli occhi del mondo.

Voglio ringraziarti perché ti sei battuto come un leone, fino alla fine.

Abbiamo assistito obtorto collo ad un golpe. Non avresti potuto fare diversamente: saresti stato il capro espiatorio dello spread, dei mercati, e di tutte le altre diavolerie che hanno lanciato contro l’Italia per farti fuori, e farci fuori. Votare adesso, subito, avrebbe significato votare sotto le bombe, col terrorismo mediatico sul paese che sprofondava, e tutta la colpa sarebbe stata tua. La democrazia è stata momentaneamente sospesa.

Ma non finisce qua. Adesso comincia. Noi, intanto, teniamo gli occhi ben aperti, su Monti & C..

Per ora, un grande, grandissimo e affettuoso abbraccio: siamo in piedi sulle sedie, in tanti, a salutarti “o capitano mio capitano”, ma a questo film, stavolta, un seguito ci sarà.

Assuntina Morresi 

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La risposta alla crisi è nel desiderio dell’uomo

Da La Stampa la lettera al Direttore di GIORGIO VITTADINI* :

Caro Direttore,
Qual è il contributo che, in questo clima di incertezza e cambiamenti, le religioni possono offrire alla vita della gente? La globalizzazione in cui siamo immersi è solo un problema o ha in sé delle opportunità da individuare e sfruttare? Che tipo di influenza ha questo fenomeno sulle religioni? «Religione in ambito pubblico, secolarismo o laicità?» è il tema dell’incontro che ha avuto come relatore Tony Blair ieri all’Università Cattolica di Milano, nell’ambito del ciclo di seminari su «Fede e globalizzazione. La sfida dell’educazione» promossi in diversi atenei italiani dalla Fondazione per la sussidiarietà e dalla Tony Blair Faith Foundation.

C’è una crisi peggiore di quella dovuta all’instabilità politica, all’impoverimento o all’incertezza del posto di lavoro. È quella per cui ogni «io» si sente fluttuare in balia dei grandi e piccoli mutamenti sociali e globali, senza un punto fermo da cui ripartire.

La chiave per rispondere a queste domande è un’idea di uomo non ridotta: un uomo dotato di desiderio e di razionalità indomabilmente alla ricerca del suo compimento, un uomo per cui la realtà è ultimamente positiva e la difficoltà è un’occasione di cambiamento. E una concezione di religione che, come apertura al Mistero, nella diversità delle culture e dei credi, difende le leggi inscritte nel cuore dell’uomo, fonte, nella vita pubblica, di costruzione di risposte ai bisogni dell’uomo.

C’è un nesso inscindibile tra concezione dell’uomo e intervento sociale, come ha sempre sottolineato Benedetto XVI e tutta la Dottrina sociale della Chiesa.

Sapere che ogni uomo è nesso inscindibile e personale con l’infinito, fatto a immagine di Dio; scoprire nella propria esperienza come il cuore è costituito da esigenze ultime di verità, giustizia, bellezza non relativizzabili; sostenere la ricerca di ciò che nella realtà più corrisponde a queste esigenze elementari: sono gli elementi di un’esperienza in cui fede e ragione sono alleate, non avversarie, nella costante ricerca comune del bene personale e sociale. E sono la radice della laicità di uno Stato, di un’idea moderna di società e di Stato, che sottolinea il valore del principio di sussidiarietà.

Nel panorama della sinistra riformista mondiale, Tony Blair rappresenta un importante punto di svolta avendo cercato nuove strade, più capaci di valorizzare l’iniziativa delle realtà sociali del suo Paese. I risultati sono stati lusinghieri, dimostrando che «lo Stato è migliore quando mette in condizione di fare e quando incoraggia; quando cerca di integrare gli sforzi e la creatività dell’individuo e non di sostituirsi a lui; quando, invece che cercare di controllare la nostra vita, cerca di spalancare le nostre possibilità…».

Anche la storia del nostro Paese offre in proposito la testimonianza di persone che, ispirandosi a ideali diversi, cristiano, socialista e liberale, hanno convissuto e accettato la loro diversità mettendola al servizio del bene comune.

Da qui deriva il ruolo eminentemente educativo delle comunità, delle formazioni sociali e delle Chiese, in cui l’autocoscienza delle persone viene educata, insieme all’esempio dell’amore per il prossimo. È un messaggio importante e decisivo per credenti e non credenti, soprattutto in questo momento in cui la crisi sta mettendo alla prova tutto il mondo occidentale. La crisi odierna, che è innanzitutto una crisi di ideali, va affrontata a livello di concezione dell’uomo e non con semplici trasformazioni gattopardesche del potere economico o politico.
 

*Presidente Fondazione per la Sussidiarietà

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Nasce il governissimo? prepariamoci…

Da IlClanDestino.zoom:

Aveva ragione Sbardella

Nasce il governissimo? Lo prefigurò lo 'squalo', politico di area andreottiana (fino a un finale scarto), uomo spiccio, rude e vasto. Lo chiese in tempi duri per l’Italia. Non come questi. Il ritorno della ipotesi sbardelliana implica due cose.
La prima: la sinistra al governo dovrà fare le riforme nel mondo del lavoro e delle pensioni invise alle ali più estreme del suo schieramento.
Questo significherà scontro sociale. Fomentato dalla sinistra di protesta che segue la lunga tradizione di gara su chi è più puro e più di sinistra. Prepariamoci.
La seconda conseguenza è che non sarebbe un governo di Berlusconi ma comunque nato non 'contro Berlusconi'. E dunque chi pensava che fosse lui il tumore (pensiero smentito da borse e fatti) non trova nel 'governissimo' granché di soddisfazione… E dunque l’osso non basterà, alibi e pregiudizi non caleranno.
Ma Sbardella aveva visto lungo. Quando l’Italia si impantana certe forze si devono unire a costo di subire azzannamenti, resistere a deviazioni ideologiche, rispondere a tensioni reali e provocate. La strada è dura. Val la pena intraprenderla se porta a riforme vere, a nuova legge elettorale. E possibilmente a un nuovo Partito democratico e un nuovo partito.
dr
 

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Davanti alla crisi, meglio chiarirsi le idee…

Da Stranocristiano:

la crisi infuria lo spread avanza…..

 Chi è Mario Monti, il salvatore della patria, colui in cui tutto il mondo pone speranze, chioma bianca e sguardo severo, presidente del consiglio in pectore dell’attuale vero leader del PCI – momentaneamente Presidente della Repubblica – compagno Giorgio Napolitano? E’ SuperMario,  oddiocheemozione, questo nel brevissimo video qua di seguito, che da Gad Lerner spiegava amabilmente “Oggi stiamo assistendo al grande successo dell’euro. E qual è la manifestazione più completa del grande successo dell’euro? LA GRECIA!”
Vedere per credere. Eccolo qua (grazie Patrizio!). Io speriamo che me la cavo.

2.  Come già detto, questa del governo cosiddetto tecnico – non è vero, i governi tecnici non esistono, sono tutti politici – o di larghe intese (ma l’avete visti Alfano e la Bindi ieri sera a Porta a Porta, come litigavano? E se quelle erano larghe intese, quelle strette come sono?) è la strada maestra per la totale irrilevanza dei cattolici. Per sempre, perché una volta persa, la rilevanza – o guadagnata, l’irrilevanza, fa lo stesso – è ben difficile recuperarla.

3. La crisi infuria, lo spread avanza, sul ponte sventola bandiera bianca. Stasera Napolitano e Obama – il rosso e il nero – si sono parlati, complimentandosi a vicenda per aver quasi fatto fuori il puzzone (cioè Berlusconi). Come con la Libia (e speriamo le analogie finiscano qua, con la telefonata). E domani il corrierone ci spiegherà, ditino sussiegoso alzato, toni serissimi, voce cavernosa, sguardo cattivo, che solo questa è la via di uscita, e guai a chi non obbedisce. Dotti medici e sapienti dalle colonne del Corriere del Potere ci spiegheranno che adesso basta solamente tagliare i costi della politica, e poi siamo a posto: ridurremo i parlamentari a quindici in tutto, otto di maggioranza e sette di minoranza, rigorosamente volontari, di qualche ente no-profit, in nome della sussidiarietà. Tanto ci pensano loro, quelli del corrierone, a fare il resto. E chi non ci sta, tutti in castigo a Todi, a porte chiuse, in ginocchio sui ceci, a sentire Bonanni e Natale Forlani.

4.  E adesso che mi sono sfogata, vi dico: io vorrei andare a votare. Onestamente, mi pare la cosa più giusta. E se proprio proprio mi dite che non c’è tempo, che, appunto, la crisi infuria e lo spread avanza, almeno che al governo cosiddetto tecnico, o meglio, al governo Napolitano, si dia, da parte del PdL, non più di un appoggio esterno. E’ la cosa più sensata. Il governo di Mario Monti, quello che laprovadelsuccessodelleuroèlagrecia, per favore, teniamolo a distanza, sosteniamolo dall’esterno, da fuori della porta. Almeno.

5.  Pierfurby Casini a Otto e mezzo ha detto “Io sarò il primo sostenitore” di un governo Monti ma “lo farò stando in parlamento. Non sono disponibile ad altri ruoli o a impegni di governo”. E’ vero, lo sappiamo: vuole tenersi le mani libere perché vuole fare il prossimo Presidente della Repubblica.

6. Una delle proposte in circolazione pare sia che SuperMario decida da solo la squadra di governo, senza trattarla con i partiti. Quindi, riassumendo: uno che neanche si è presentato alle elezioni, mai votato da nessuno, scelto dal segretario del Pci – momentaneamente presidente della Repubblica – compagno Napolitano (dimenticavo: però piace tanto a Obama)  dovrebbe autonomamente decidere qualche decina di ministri, così, come pare a lui, (ma al corrierone controlleranno i pedigree), e poi essere votato a larga maggioranza in parlamento e governare per un anno e mezzo l’Italia, mettendo finalmente una bella patrimoniale sulle case di tutti noi, falciando il numero dei parlamentari, il tutto con l’indubbio merito di avere dichiarato pubblicamente che prova del successo dell’euro è la Grecia. E noi dovremmo pure sentirci sollevati, perché questa sarebbe la democrazia.

7. Si tratta delle tecnocrazie internazionali e poteri forti, impressionante: ma pensate veramente che spread e mercati che vanno su e giù seguano solamente le ferree leggi dell’economia? Non vi viene il sospetto che invece siano guidati e ben orientati da chi ha il potere di farlo? E se si dice “poteri forti economici e massonici” si dice, appunto di poteri che sono veramente forti, e, diciamolo, mettono anche un po’ paura perché di democratico hanno ben poco?

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«Egli, mendicante del nostro cuore, e il nostro cuore mendicante di Lui»

Da Tracce.it 

A Varese i funerali di Giovanni Bizzozero, lo studente di Veterinaria morto nella notte tra giovedì e venerdì in un incidente: «Attraverso di lui, il Signore ci chiede: cos'hai di più caro?». L'omelia di don Ambrogio Pisoni

Varese, Basilica di San Vittore, 7 novembre 2011

Giovanni Bizzozero. Ti ringraziamo, Signore Gesù, perché ci hai commossi fin qui oggi.Non è una svista linguistica, ma un giudizio che dice fino in fondo la verità di quello che stiamo vivendo in questo momento assolutamente unico: siamo qui perché un Altro ci ha chiamati, ci sta muovendo, ha così a cuore la nostra vita che ci ha condotti fin qui insieme, cioè ci ha com-mossi. E ha cominciato a commuoverci qualche tempo fa: 23 anni fa per il padre e la madre di Giovanni, qualche tempo dopo (fino a poche ore fa) per ciascuno di noi. Altrimenti non saremmo qui.
Perché è il Signore, è Lui, Colui che non possiamo cercare tra i morti perché è vivo! È resuscitato, cioè è qui adesso. Sta accadendo adesso, nella festa della vita che è la Sua Santa Eucaristia che stiamo celebrando. È questo Signore che un giorno è entrato, discretamente e definitivamente, nella vita di Giovanni: nel giorno del suo Battesimo, il regalo più grande che i suoi genitori hanno fatto alla sua vita. E poi attraverso l’incontro definitivo, affascinante, pieno di bellezza, di musica, di gioia, di letizia: è stato l’incontro con il carisma donato a don Giussani che, a un certo punto, ha affascinato con la sua forza di bellezza irresistibile il cuore, la libertà, la ragione, la carne di Giovanni. Perché noi abbiamo avuto la grazia di incontrarlo così.
Così che oggi, alla radice del nostro cuore, sta balbettando in qualcuno, in altri forse in maniera più chiara, più potente, la domanda dei discepoli di Gesù consegnata per sempre al Santo Vangelo. La domanda che Pietro, Giacomo, Giovanni, Andrea, Bartolomeo, davanti alla persona di Gesù, davanti ai Suoi gesti e alle Sue parole, sentivano prepotente ergersi dentro di loro, fino ad affiorare sulle loro labbra: «Chi sei Tu, cui il mare e il vento obbediscono?». Chi sei Tu, che sei capace ancora oggi di affascinare così la nostra vita? Chi sei Tu, che hai preso fino alla radice il cuore di Giovanni e hai compiuto la sua vita? Perché quando ci si congeda da questo mondo, la ragione è una sola (la Chiesa l’ha ricevuta, questa ragione, la custodisce e l’annuncia al mondo in maniera instancabile): il congedo da questa vita avviene quando il nostro compito si compie, quando abbiamo assolto il nostro compito. A 23 anni, a 16 anni, a 100 anni… La morte, l’ultimo atto di una vita che si è consegnata, è il suggello di questo.
Siamo qui perché noi abbiamo avuto la grazia di incontrare questo amico. Con gli occhi sempre aperti, con il cuore sempre attento, con una generosità senza limiti non dovuta alla bellezza del suo temperamento. Giovanni non ha avuto pudore nel manifestare nella sua vita il segreto che l’animava, la forza che la rendeva giovane ogni giorno, la bellezza che l’affascinava: forza, bellezza, bontà, verità, che hanno il nome e il volto di Gesù Cristo. A questa Presenza, Giovanni ha consegnato la sua vita. E il Signore è stato generoso: attraverso di lui, infatti, ha toccato almeno le vite di noi qui oggi. E chissà quante altre. Così che il Signore, attraverso di lui, ancora una volta ha confermato il metodo con cui sta nella storia, con cui rimane presente, vivo tra i vivi: il metodo è la testimonianza. Così noi possiamo ancora oggi conoscere Cristo, e dopo la vita terrena di Giovanni possiamo dire, e dobbiamo dire: «Signore grazie, perché ti conosciamo di più: Ti sei concesso a noi, attraverso Giovanni». Perché è questo che è veramente accaduto.
Qualcuno, incontrandolo in questa stagione così intensa della sua vita, quando lo vedeva così limpidamente ingenuo di fronte alle cose, faceva fatica a trattenere un sorriso lievemente imbarazzato. Di quell’imbarazzo strano che ci prende sempre, quando siamo davanti ai testimoni del Signore, davanti ai bambini. Perché essere cristiani vuol dire essere chiamati a diventare grandi come un bambino, e Giovanni è diventato così rapidamente grande come un bambino, che il Signore gli ha detto: «Vieni, servo buono e fedele, vieni. Adesso continuerai a lavorare con me dall’altra parte». Cioè più presente di prima. Quel sorriso imbarazzato che ci mette un po’ in difficoltà, perché facciamo ancora fatica ad arrenderci di fronte alla testimonianza disarmante del Mistero. Eppure siamo costretti a renderci ancora conto che veramente si può vivere così, come ha vissuto Giovanni. Cioè lasciando che il Signore diventi realmente il Signore della mia vita. Il Signore dell’istante. Il Signore della libertà. Il Signore del cuore. Il Signore della ragione. Il Signore della carne e del sangue.
Qualcuno tornerà a casa più pensoso, perché il testimone ci inquieta. Come è inquietante la presenza del Signore, quel Signore che – come don Giussani instancabilmente ci ricordava – ama la nostra libertà più della nostra salvezza. Per questo è inquietante. Eppure è così segretamente atteso, così desiderato. Così che quando incontriamo i Suoi amici, i Suoi testimoni, coloro che hanno avuto l’umiltà e il coraggio di rispondere alle domande di Gesù… Come è stato per Giovanni, perché Giovanni ha risposto alle domande di Gesù, alle domande consegnate per sempre alla Sua parola scritta e santa, il Vangelo: «Giovanni, che cosa stai cercando?». È la domanda che fa ad ognuno di noi: prima di morire bisogna rispondere a questa domanda! E non sappiamo quando accadrà. «Che dice la gente di me, Giovanni? E tu cosa dici?». Fino a quel momento drammatico e supremo in cui il Signore ha avuto il coraggio di chiedere a Giovanni, come a noi oggi: «Giovanni, se ne sono andati tutti. Non hanno retto di fronte allo scandalo di un amore così grande che si concede nella carne, perché se tu non mangi la mia carne… Giovanni, vuoi andartene anche tu come gli altri?». E Giovanni è rimasto: se andiamo via da te, Signore, dove andremo? Che ne sarebbe della nostra vita senza di te? Della nostra vita, del nostro piangere e del nostro sorridere, del nostro lavoro e del nostro amore, delle nostre lacrime e della nostra fatica. Fino all’ultimo: «Giovanni, mi ami tu? Ester, mi ami tu? Flavio, mi ami tu?». A ciascuno di noi che siamo qui: «Mi ami tu? Che cosa ti è veramente caro nella vita?». Il Signore attraverso Giovanni ce l’ha detto: «Non c’è nulla di più caro che la mia vita. Perché senza di me non potete vivere».
Per questo, oggi il nostro sentimento deve, almeno una volta (e forse per qualcuno è la prima volta), sottomettersi al giudizio. E il giudizio non è una parola astratta: il giudizio è questa assemblea di noi qui, che stiamo partecipando dell’atto di Cristo che rinnova il Suo sacrificio per la salvezza del mondo, l’Eucaristia. Questa assemblea è il giudizio sul mondo: Egli è vivo, non cercatelo più tra i morti! Egli è vivo ed è qui! E ha riempito di Sé a tal punto la vita di Giovanni, che il cuore di Giovanni a un certo punto sanguinava di amore per Lui. Questa è la verità sulla sua così breve e intensa vita.
Ma la nostra vita non è mai breve, perché il tempo – ci ricordava don Giussani – non è qualcosa che passa: è Cristo che ci viene incontro. Non dimentichiamolo. Questa è la grande risposta alla domanda inesorabile che Agostino ha consegnato a tutta la storia della Chiesa, a tutti gli uomini: che cos’è il tempo? Il tempo è Cristo che mi viene incontro. Il Signore dell’istante, il Re della gloria, dello spazio e del tempo, capace di riempire la vita nostra fino a quel punto. Di renderla piena di ingenua baldanza. L’abbiamo visto coi nostri occhi, cos’è l’ingenuità. E Giovanni era un ingenuo: non come può essere ingenuo un bambino, che paga ancora il debito dell’essere bambino, ma quell’ingenuità voluta che nasce da un amore totale. Da un sì a Cristo senza riserve. Così si sta nel mondo. A 20 anni e a 90 anni, si sta nel mondo così, perché questa è la ragionevolezza suprema cui siamo chiamati: vivere così perché Cristo è tutto, presente qui e ora.
Grazie, Signore, che ci hai permesso di incontrarlo. Perché adesso, tornando alle nostre case, dicendo «arrivederci» a Giovanni, conserviamo la memoria della sua testimonianza come sorgente della nostra speranza. Perché, nella vita della Chiesa, la speranza coincide con la memoria: fiori bellissimi che rinascono continuamente dalla radice della fede, cioè dall’uomo che Lo riconosce presente.
Torneremo alle nostre case più lieti, ne sono certo. La letizia è quella strana posizione del cuore che nasce miracolosamente dalla fede, e che convive anche con il dolore. E solo in quel momento svela il suo volto vero: il dolore, il nome vero dell’amore. Torneremo alle nostre case più certi, più lieti, e perciò più inquieti: «Chi sei Tu, Signore, capace di compiere (oggi, adesso, qui, in questo momento!) questo miracolo? E di convocarci così?». Non abbiamo potuto rimanere a casa, non abbiamo potuto vivere questo lunedì come il lunedì dell’anno passato o come il giorno prima. Non abbiamo potuto farlo. Perché? Chi sei Tu, capace di riempire di questa letizia la nostra vita? Chi sei Tu, capace di rendere così certa la nostra vita, in un mondo che grida tutto il contrario di questo? Eppure il mondo attende questo. Tutto il mondo e tutti gli uomini attendono Cristo, cioè i suoi testimoni. Giovanni non ha mai detto “no”. E, se è stato possibile per lui, è possibile per me ed è possibile per te. Nell’abbraccio di Cristo che è il Battesimo, nel germogliare continuo, nel rinnovarsi instancabile del nostro essere nuova creatura.
Per questo, Giovanni, ti diciamo grazie. E, così come ci hai accompagnato in questi brevi istanti così definitivi della tua vita su questa terra, Giovanni, ti preghiamo: non abbandonarci! Anzi, siamo certi che non ci abbandonerai, perché la memoria della tua storia diventa già adesso sorgente di speranza e di certezza rinnovata. Perché sappiamo (altrimenti non saremmo qui) che si può davvero vivere così. La tua testimonianza porterà alla vera domanda: abbiamo bisogno di Te, Signore Gesù. E basta. In ciò che viviamo abbiamo solo bisogno di Te.
Lasciamo che la nostra vita, come quella di Giovanni, si lasci mendicare da Cristo. La cosa più ardua della nostra vita è accettare di essere amati da Cristo così: «Egli, mendicante del nostro cuore, e il nostro cuore mendicante di Lui». Parole indimenticabili proclamate con voce vibrante di emozione e di certezza da don Giussani davanti al Papa (e perciò davanti al mondo intero), il 30 maggio 1998 in Piazza San Pietro. Questa è la bellezza della vita dell’uomo: Cristo, mendicante del nostro cuore, e il nostro cuore mendicante di Cristo. Questa mendicanza è la nostra ricchezza. Questa mendicanza è la nostra certezza. E, per questo, sia lodato Gesù Cristo.
(Appunti non rivisti dall'autore) 

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Una proposta ( e… no a sporchi giochetti politici)

Spieghiamo ancora che la patrimoniale in Italia non significa prendere i soldi dai grandi patrimoni dei ricconi con le barche a vela, ma la tassa sui beni posseduti, il primo dei quali è la casa. La patrimoniale funziona se è estesa a tanta gente, altrimenti di soldi ne arrivano pochi (ricordo che solo l’un per cento dei contribuenti denuncia più di centomila euro all’anno)
 

Da Stranocristiano:

UNO: cominciamo con una proposta. Una grande giornata di preghiera per l’Italia, la  propone oggi Antonio Socci su Libero. La cosa più sensata che ho letto nelle ultime, folli settimane. Prendiamola sul serio.

DUE: la crisi politica. I giochi sono abbastanza chiari. Bersani lo ha detto ieri alla manifestazione del Pd a Roma. Il suo schema è” Una proposta politica comune di Pd, Sinistra Ecologia e Libertà, Italia dei Valori, Partito Socialista, più le culture radicali e ambientaliste”. Forze che dovrebbero stringere “un patto di legislatura con le forze moderate e di centro”.

Quindi una riedizione riveduta e corretta di Ulivo/Unione di Prodi, insomma, e al posto della Margherita l’UDC.

Ma l’opposizione non vuole le elezioni adesso: significherebbe dover dire cosa si pensa di fare degli impegni che Berlusconi ha preso con l’Europa, e questa coalizione di sinistra non può onorarli. Vorrebbero tutti, allora, (non il PdL ma le opposizioni) un governo “tecnico”, a cui far fare il “lavoro sporco”, quello che gli elettori non premierebbero mai: la patrimoniale.

Spieghiamo ancora che la patrimoniale in Italia non significa prendere i soldi dai grandi patrimoni dei ricconi con le barche a vela, ma la tassa sui beni posseduti, il primo dei quali è la casa. La patrimoniale funziona se è estesa a tanta gente, altrimenti di soldi ne arrivano pochi (ricordo che solo l’un per cento dei contribuenti denuncia più di centomila euro all’anno) . Di esempi li abbiamo già avuti: Giuliano Amato – che non a caso è un nome che circola adesso – nel ’92 varò due patrimoniali, una del 6 per mille sui depositi bancari e un’altra della metà sugli immobili e le aree fabbricabili sulla base del loro valore catastale rivalutato. Con la prima imposta si è dato il via alla fuga dei risparmi dall’Italia, mentre la seconda, che era straordinaria, si trasformò nell’ICI, e diventò ordinaria,  aggiungendosi alle altre imposte. Quell’ICI che Berlusconi ha abolito.

Sia chiaro, lo ripeto: questa patrimoniale andrà a pesare sulle famiglie italiane e non toccherà le imprese, per questo gli imprenditori la vogliono e la chiedono con forza. Non a caso i principali sponsor del governo tecnico e della patrimoniale sono il Corriere, i cosiddetti grandi imprenditori – dalla Marcegaglia ad Abete –  nel silenzio totale di chi finora ha chiesto il Quoziente Familiare, o il Fattore Famiglia, per sostenere le famiglie, appunto.

Una patrimoniale che andrà a pesare sulle spalle delle famiglie. Niente da dire, adesso?

Un “governo tecnico” per estendere la maggioranza a chi ha perso le elezioni, con quale programma non si sa, oltre la patrimoniale, appunto. Un governo tecnico non guidato da una persona del centrodestra, come Gianni Letta o Schifani: l’ha precisato oggi Bersani, con l’UdC che annuisce. Vogliono Mario Monti, lo ha detto la Bindi, lo scrive un giorno si e quell’altro pure il Corrierone, cioè i poteri forti economici,  tanto per capirci.

Ma dopo la patrimoniale, l’unica conseguenza, se si fa un governo di questo tipo, sarà l’irrilevanza – vera, stavolta – dei cattolici. Con qualche poltrona per ringraziare inutili, vecchi arnesi che si sono prestati al gioco in improbabili convegnucci di campagna.

Insomma, ha ragione Giuliano Ferrara: se così stanno le cose, meglio le elezioni subito. Che siano gli italiani a dire da chi vogliono essere governati, e che governi il più votato. 

 

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