parole indietro come ospiti

 

parole non sono più
come lancette sempre

allo stesso punto 
ammanettano capricci

e forse parole di noi
arriveranno all'infinito
oscurando tutto quello

che è simile all'essenza
 

più parole che me
per te parole e non mi ritrovi più

alle stesse pietre

che credevamo invincibili
 

rinfacciamo l'oblio
tra cose ancora meno delle parole
che anche noi rendevano invincibili
si ritorceranno contro
come oggetti scelti i figli nostri

tiriamole dietro ai cani
e con loro tutte le mie paure
nel buio serriamo ogni vento

 

porte che
da un momento all'altro

apriranno parole
da respirare totalmente parole

 

parole di nicchia

che ci diano un tono
 

e quel che chiamiamo anima
rarefatta
celebrazione dei nostri spettri
avidi di applausi e di parole

indietro come ospiti

 

 

e chissà se

a metà del tutto

ti scoprirai sorridendo

 

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…vavanzuculooo…
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Per colpa

Maglia per maglia e dente per dente

ad ognuno la sua colpa e un abito nuovo.

 

Alle rane voce come allarme, non importa

se la corrente cade e mancano i lampeggi,

quando al canile passa la voglia di silenzio

chiudiamo persiane e finestre in atti di sfiducia.

 

Chi ci può colpire?

Al massimo l'afa, il pigiama appiccicato alla pelle

uno sguardo di lamento e poi ancora il sonno,

perché di rumori ne abbiamo sentiti e si sa

come da metafore ogni giorno si riparte:

e nemmeno stanotte ci hanno spezzato le ali.

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IRONI

Anche se pare che questi strani esseri vengano da remote lande desolate, in realtà possiamo incontrarli dietro l’angolo seduti su un gradino a guardarsi le scarpe. Succhiano sangue avidamente a coloro che non mangiano carne e generalmente si ritrovano sotto i lampioni inebriati dalla luce. Anche se qualcuno li ha scoperti aggirarsi presso vecchie giostre dismesse, in realtà gli Ironi non hanno fissa dimora. Pur essendo assai progrediti e dotati di grandi capacità paranormali vivono una vita catastroficamente disorganizzata. Olivia Matalon integerrima ricercatrice, ha dedicato la sua vita a studiare le loro abitudini e il loro bizzarro comportamento. Dopo anni di assidui e difficoltosi studi è riuscita a catalogarli in diverse famiglie offrendo un grande servigio all’intera umanità.
Muttescucci
Scoperti per la prima volta presso le zone impervie di Pedivigliano i Muttescucci hanno dimostrato subito grande capacità di socializzazione pur non conoscendo la nostra lingua, anche se è stato impossibile avere un contatto diretto a causa dei loro lunghi aculei avvelenati. I loro escrementi, raccolti e accuratamente catalogati si sono rivelati dopo scrupolose analisi di laboratorio degli ottimi rimedi contro l’insonnia. Lunghi e affusolati, i Muttescucci si muovono a scatti velocissimi grazie alle loro otto zampe che gli permettono un’estrema stabilità al terreno e una stupefacente agilità di movimento. Le due code posteriori si presume possano essere un ottimo “radar” per individuare eventuali pericoli, anche se alcuni studiosi sostengono che la loro funzione sia legata unicamente alla riproducibilità.
Topponi
Così chiamati per la loro insulsa stupidità in realtà i Topponi stupidi non lo sono affatto. Si possono comunemente incontrare nel fondo dei cassetti o in alcuni armadi dimenticati in soffitta dove amano sbrindellare indumenti (da qui proviene la radice del nome toppa) e farne dei comodi nidi che appena ultimati con enorme fatica abbandonano inspiegabilmente. Nonostante appartengano a tutti gli effetti alla famiglia degli Ironi i topponi pur essendo vampiri non disdegnano alcuni dolci come profiteroles e altri dolciumi che iniziano con la lettera P. Grandi osservatori notturni i Topponi sono stati nella storia ripetutamente perseguitati per le loro piccole corna ritenute afrodisiache. Olivia Matalon ha recentemente fondato un’associazione per la tutela e il ripristino dei Topponi perché ritenuti fonte di buon’umore e armonia nelle famiglie.
Scroffini
Comunemente detti anche “topi da supermercato”, sono l’eterna disperazione degli inservienti e i magazzinieri non tanto per il loro depredare le provviste ma per la incessante attività notturna basata sullo spostamento di prodotti da uno scaffale all’altro. È facile sentire infatti le loro stridenti risate quando vedono i clienti disorientati nel cercare un prodotto che non è al suo posto. Nonostante le numerose testimonianze in realtà si sa ben poco degli Scroffini e della loro provenienza. Alcuni studiosi sostengono che arrivino dalla lontana Lapponia dove i loro abitanti gli hanno dato il nome “Scroff”, che significa scroffone. In Europa vengono chiamati Scroffini per le loro minute dimensioni e la loro perfetta mimetizzazione. Il corpo bluastro le cinque zampe terminanti con artigli prensili ricordano anfibi estinti risalenti a milioni di anni fa. La dottoressa Matalon, unica ad aver trovato e salvato due magnifici esemplari rinvenuti nel supermercato sotto casa sua, ha potuto appurare che queste piccole creature non si riproducono in cattività e muoiono dopo pochi giorni per un improvviso attacco di tristezza.
Surpelli
Conosciuti fin nell’antica Roma (dal latino Surpellus) come condottieri degli stormi in migrazione i Surpelli sono delle instancabili creature al servizio di coloro che volano. Il loro innato senso dell’orientamento, le loro misteriose capacità di prevedere ogni tipo di alterazione meteorologica, di conoscere correnti ascensionali ne hanno fatto nei secoli dei veri e propri eroi del cielo. Purtroppo sono quasi tutti stati sterminati a causa del loro meraviglioso manto piumato usato per abbellire capi femminili indice di sfarzo e supremazia sociale.

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1.

Cosa si aspettano quei muri freschi dalla ragazza con le viscere in mano?
che i suoi capelli marroni un tempo, ora quasi rossi diventino all'improvviso un laccio tra la vita e la morte?
che la sua vita, donna, come una vera donna, torni della misura della stretta di due mani, e le cosce?
oh, le cosce! che le cosce siano spigolose!
E' questo che vogliono.
ma dal suo sguardo fuori,su quelle macchine da rottamare?
no, vero? non vi aspettate nulla?
vorremmo la disgrazia delle sue viscere!
l'eterno schiantarsi contro le sue miserie e il suo essere così umano!
vogliamo ruggine
ruggine e pianto
ruggine e pianto
ruggine e pianto
ruggine e pianto
..dissero le coscienti menti della sua mente.

mente se ti dice che basta riconoscere l'appoggio.
mente la mente ogni volta che ti mostra sana.
rispettabile tra le galline, piena di superbia
irriconoscenza.

mente la mente
mente la mente
mente la mente
la mente mente
che il pianto è ruggine
e pelle come rottami.
ruggine e pianto.
..sopporta mente,
menti ruggine al pianto.

e il giorno alla fine cosa si aspetta?
per lui da lei?
per lui da lei niente
o quasi.
si aspetta che aspetti un altro giorno.
mentire alle morbidezze.

ruggine ai pensieri
e menti
menti alla mente
che mente si farà
dove scaveranno una fossa.
una fossa a dimora.

saccente luna di merda!
vita. mente non della sua mente.
vita della sua vita.
e ruggine.

faceva tanto caldo oggi.
la mentediceva menti al caldo,
suda e ruggine.

su quante dita si contano?
vorrei andarmente ed essere già di ritorno.
non me ne sono mai andata e quanto male ho provocato.
non sono mai stata capace. perdonami.

una volta raggiunsi un fiume
era poco più in là delle abituali conoscenze
chissà dove stesse sorgendo il sole
e chi mi avesse nascoste le ossa.
non osavo chiedere in giro,
mi erano tutti sconosciuti.
gli sguardi obliqui delle creature del creato, non ancora tolto
facevano trasparire aspri giudizi.
tremavano le membra solo al pensiero di provare a farmi indicare la strada.
o forse tremavano solo al pensiero che potesse essermi indicata.
non volevo giocare con quello che a me è sconosciuto.
non con questa posta.

bagno i piedi.
fa troppo caldo oggi e mi sento come ruggine,
sotto al pianto di una mente che sa solo mentirmi
tra queste quattro mura dalle mie mani nate.
e la via d'uscita?

cosa vi aspettate senza indicazione alcuna!?
riparate voi i suoi errori!
tocca a voi tirarla fuori ora che per mano vostra si è rinchiusa.
nessun trucco in vista, nessun'introspezione
ma solo un respiro in superficie.
una mano nel profondo del fiume e fuori.

portiamola a casa.
la sua vera casa.
dove occhi per riconoscerla avrà, e il tatto
sì, il tatto dentro e fuori la riconoscenza.
o la vera e propria conoscenza.
nessun spazio per morire saprà di essere suo.

vorrei morire.
rinascere e mentire ancora.

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Alla foce
l'amore, come il dolore 
diviene questione di singolarità
privando l'oggetto
e la sua assenza
di ogni minima dignità.
Non esiste meta per il movimento puro
né congiungimento tra affluenti
che portino soluzione alla solitudine dell'acqua.

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Dalle cose umane

Il rischio di sollevarmi
sopra un miscuglio di arcigni
per il momento sospendere
quel po' di me dentro la fuga
via dal corpo,
scivolare
negli insiemi di consapevolezze
che spostano lo scopo
di una stretta di pugno più in là.

Mani sotto ai piedi
in caduta
perdita dei legami
con le cose umane.
 

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Dieci bocconi alla gloria

Prendi le forbici dalla sala
serviranno per…

I dieci bocconi

lo so,
pensavo avessero lo stesso peso della gentilezza,
li ho venduti
per un braccio d'accoglienza
che abbrevia la strada
alla cima del mondo,
mio
lontano nemico
nella povertà dei sensi…

e tu scucirai i vortici di glorie
dimenticando dove hai messo
insieme alla sera
il perseguire delle volontà che
intorno al collo stracci.

E raccomando un ultimo respiro
alle ciglia
che mi rendano notte.
 

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butterfly caught

 

Arrivano
arrivano e portano via
sul loro carro a sette teste
e tu lo sai, amore mio di
glicerina
lo sai che rischiamo a stare qui
stanotte
fermi appagati…

perchè arrivano
di noi, avidi
nettano la superficie
delle tue tensioni
colgono l’irregolare
lo falciano uniforme

vieni via amore mio
senti le urla
sempre uguali
del venerdì metallo lamento?

Vieni via con me
c’è un passaggio segreto
sotto il tappeto
e dopo la notte
lo sai
insieme
ancora un’alba


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e quante le pretese




Mancava il bianco dei fogli,

l’impugnare nel verso giusto le penne

nell’imperfezione dei tempi

e delle parole come merce

scambio di botte

senza orme.

 

Ho visto quanto la pelle

non si può più indossare

se non con una certa prontezza

a rispondere il niente

o fuggire senza volontà

 

le miserie che diventano ritmi

a volte prendono colore

e resta

l’odore

il ricordo

la voglia

il baratto

tra la vita e le parole.

 

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badate che

A natale ci si può ingozzare di più!

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Perdigrado. Perdegrado.

Il violento del cielo
e’ il ramato del pesce
che salta una cornice di cuoio.

Il peccatore non ha peccato
se la follia s’insinua nella narice
dove la lama e’ il brillio negli occhi.

Oh, non chiedermi amore, e’ tardi.
Non e’ mai stato cosi’ tardi come ora.
Le ore sono valse una vita.

//Era il 25 di aprile. Un peccato senza peccatori, ma con quattro vittime per mano di un solo bicchiere. Quello di troppo. Abbiamo messo toppe per anni, cucito i bordi e deglutito ceneri. Di ogni istante, il solo non essere sarebbe stato migliore, sotto qualsiasi cielo. Cosi’ non e’ stato. Cosi’ non sei.//

Se ti dico che ti odio, ti dico nulla.
Nulla di tutto quello,
che ormai non meriti piu’.

E’ un addio in vita.

pet

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Epistola I

Dear amico,

di colpo in questi giorna mi sovvengono strane forme sintattiche che non facilitana la communicazione. Di colpo la mattina del tre, successe il fattaccio. Ma non so di che raccontare di ciò che fu. Ma ti dirò, con il modo permesso, come scorrono i fiumi e i laghi fermi in questi giorna.
Di certo la fangalia definisce vieppiù la possibilità di deliziare significati. Sono storti difficili, ti dirò, con lapelli ridanciani e sottomissioni ai titoli. Od, lancuore, deferenzia cogit, ma non mi rallento di certo. Ho deciso di laterale poche sentezie easy, altre in carovana ferme lettigano in attesa di buon maglio. Le consorterie vigono di numero costante, tranne nelle tramontane di vite rigonfie. Ho scoperto ieri di avere oggi un disgusto futurista. Le linguaggie e le immissioni in muto mi sottecchiano overpiù. Ma non fralisco stratagemmi a uovo per la situazione. La complessità di un sol golompeo, o di più grani in fila, non è alla mia mercè. Sollazzo in colpa od, sollazzo con cerebro disteso ma vico. Vi è insufficienza, ti dico, al chiarire tensio e rimpitevoli rimembri. But di certivolo non coltivo letezie. La creazione di un vilipendio è dicitur distintivo ma insuf. La poetricola definirsi in cocens vicula. La mens cova lento un diniego colonnello. Ho a pezzi di certo la sfindica, ma non cardo.
Le tramontane di colpo si fa notte me le finnitto entro la carrupe, me le rinround spesso. Ma non rintraccio poissibilities di sincopatica euristica. In attesa di un suo gentile non soldo ma rimbecco, mi dileguo in vivissimu pentaaulica gala.

Goal.

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Una sedia è quel che so di altri tempi

Mi piace l’odore delle castagne.

 

Vado tenendo in pugno

sguardi affrancati

e parole sull’autunno

blaterato il disgusto dell’estate

 

…e piango il possibile

rigurgito racconti di donne nude

sorrido

 

tutte le cose che ho voluto

 

 

 

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Esistenza, presenza nella durata di un minuto




Carica scarica,

l’imbuto delle speranze

è là, dove mi sono tolta il vestito

e sopra messo le scarpe infangate

che ho disconosciuto il rullio delle regole

in cambio a qualche piega

di sorriso

come scacciato da un pezzo di carta

rimosso dalle forme di bene

e concessioni di fiato sospeso

nella durata di un minuto

per vederti esistere

sbracciato, in balia dei miei brividi.

 

Ho messo i sigilli alle porte,

sfregiato le maniglie

e i colpi non tornano più

quando mi sbriciolo tra le mani

il vento

e le fessure

le ossa

ripartendo in movimenti,

la coscienza di ogni muscolo

presenza.

 

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L’asfalto è lucido, liscio: è un nastro

se fosse che dopo
che dopo è adesso.

Tengo in mano i fili
tirano nelle maglie di un futuro
possibile

come luccica un qualsiasi oggetto

tra noi in una galleria

guido
fuori presto il mare
a destra
lucido bagna la luna
è lì accanto

la luna non lo sa
non sa da sempre
la bellezza immensa
di questi nostri occhi
solo si specchia
cieca riflette

i tuoi
il futuro
il colore
che non posso dirti
ora.

Ho quindi in mano il grano della mia morte
nero bianco blu non servirà al narrare
lo lascio cadere nel posacenere
luce verde
e poi un pò di musica
nuova.

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Nell’uno dopo e ricordo sotto i denti

Non è il pensiero che guida le scelte
se il collo pende in giù
e si sentono arrotolare
alle membra le scale,

quelle della speranza
che si aggira
e mai tocca in definitiva
la disperazione.

Pensavo di regalarti
un cesto di ricordi
quelli non più miei
ma che si schiantano ogni volta
sullo screpolio a fuoriuscita
di sangue sotto ai denti,

potrei credere al potere
di un’influenza
delle buone azioni
o del tempo impegnato
da me, a chi si ha meno
di me.

E’ che le rette vie
le tocco spesso
le indosso come motto
ma vile l’esperienza
non fa di loro sentire

vivo in un pugno di energie
che elargisco alle attenzioni
sui fatti minimi, coscienti
ma sempre più forti dei miei basta.

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Carla e Giuseppe

Se dovessi lasciare questo quartiere di questa città che si crede tanto importante, sarei dispiaciuto di non vedere più Carla e Giuseppe. Sono due persone che vivono sul margine della strada con una scatoletta di tonno vuota come cappello. Carla mi chiede sempre se ho perdonato suo fratello, un fratello immaginario che vive nel suo cuore. Per lei io sono Mastro Geppetto e lei Pinocchio, con il tempo ho capito quanto questo legame tra di noi sia importante, io padre di una donna più vecchia di me. Giuseppe è un vagabondo, dorme due quartieri più in là ma ogni mattina viene a chiedere soldi per comprare il vino e ubriacarsi. Vive in silenzi intramezzati da urli acutissimi, quasi inumani che fanno regolarmente sussultare i passanti che si guardano bene di passargli davanti. Il suo odore è acre come l’uva macerata, sembra un uomo delle caverne che si aggira curvo sotto il peso di sacchetti di plastica stracolmi. La sua ossessione è un maresciallo dei carabinieri che è un po’ amico e un po’ nemico. A volte lo vedo insieme a una Rumena di cui non ho mai sentito la voce, sempre racchiusa da una sciarpa che le avvolge la testa. Una volta Giuseppe mi ha chiesto se volevo andare con lui a Chiaravalle, un posto in campagna a ridosso della città. Carla invece vive nel Risperdal un farmaco potentissimo che gli confonde la percezione. Forse è anche questo farmaco che ci fa essere così uniti, questa bestia che ti tieni addosso, questo inferno nei pensieri che ti fa essere un imbranato cronico. Giuseppe invece sfoga la sua nevrosi in quegli strilli acuti, lui è il più libero di tutti e se non ce la fa a tenere il vino lo butta fuori e si inizia da capo.

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ingorghi al condizionale

Dicono che
dietro alla disperazione
ci sia la voglia di svolta
(non contraddico)

ma parlano di soluzione
di nodi in capo ad ogni corsa
e strisciar di piede
come rivalsa.

L’ultima volta
rinchiusi in un barattolo
qualche sfregio di vita
ma a stento ingordo il palato
conficcò nei polmoni
sconfitta.

Voi, che urlate ai non credenti
sputate in faccia le probabilità
(confesso peccati)
persino la speranza

ma voi, al tempo del
discernere sui fatti
sfrecciate piedistalli di bonaccia
sulle discariche avreste
un manto sopra gli occhi
e niente graffi in caduta.

Smetto l’accoglienza
lo sguardo del domani
dimetto la carne dall’essere spinta
soluto degli ingorghi al condizionale.

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Nicola





 

Avrei scroccato quella sedia

nel portone a velo in chiesa

 

Saprai del passo preda a uno zerbino

e la cerca di fede

in esterni di un cappello

saprai perché se anche…

 

convalidato e scelgo

questa volta un passaggio

(mi domanderanno documenti)

 

…è questione di

ginocchia

terra

in procinto di fuga e ali volgarizzate

che smilzano i centri alle porte

feriti dalla carne

sull’ipocrisia dei sempre come chiave ai rigori.

 

Maestra per gli animali:

tutto il rispetto

ma se in strada una scorciatoia

trascina il fiato tra le ruote

il Maestro che non sa

allestire piedi negli assalti

dei perché

avanza il biglietto

come sangue per cuscino.

 

Ed io,

stringo le scosse

e aggrappo un vestito

dall’orlo smesso all’apparire

 

lì, tra lo scoppio delle scimmie

trovo

la spiaggia

e l’acqua che adduce

scadenze.

 

Voglio:

 annegarmi le spalle

ammorbidire i gomiti

tra le foglie ai seni.

 

 

 

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Torquato

Torquato era uno che non mangiava cicche, giocava con fili pericolosi al limite e lo stesso suo nome lo invitava a stare zitto. Cantava Torquato, ma non sapeva le parole di nessuna canzone, era un discorso continuo che non aveva fine perso nella sua mente, quello che usciva dalla bocca nessuno poteva capirlo. Parlava con se stesso sommessamente senza il fragore di migliaia di uccelli che prendono il volo. Torquato alimentava il fuoco col suo respiro, non serviva nient’altro che usare quello che non si vedeva. Lo si riconosceva incerto su una scala a pioli, ogni piolo un colpo al cuore, leggero, tanto per avvertire: “ci sono anch’io”. Non aveva casa, non aveva soldi e in fondo alle tasche larghe di un paio di braghe sbrindellate aveva quella dignità che non si dimentica certo sul bancone di un bar. Lo menzionava mio padre nelle barzellette, ma non ha mai saputo chi realmente fosse, era per lui lo stereotipo della libertà e alla fine aveva capito che poteva essere chiunque, in coda per fare un biglietto di sola andata o seduto sul bordo del cornicione del palazzo accanto. Morì diverse volte, dicevano coloro che la sapevano lunga su di lui, raccontavano anche che continuava ad avere sempre la stessa età. Quando poi decise di buttarsi, era l’ultimo attimo concesso, non uno di più per il povero Torquato che precipitando agitava le braccia nel silenzio. Quando arrivò a terra era buio, poi suonò il cellulare per qualche minuto fino allo scattare della segreteria.

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s’ode a destra una squillo e si tromba

dopo la pioggia, siamo rimasti solo assenza. non corpo, non spazio, non vita: siamo rimasti solo geometria priva di polvere laddove campeggiava un soprammobile precipitato al suolo. ogni realtà ha levato le tende e s’è inoltrata nella quantità febbricitante, alla ricerca della massa, fidando in una via di scampolo che somigliasse ad un brandello di memoria da bandire contro l’invasore.

- sopra la rete, guarda.
- dove?
- laggiù: parole.
- parole?
- già. parole rimaste impigliate al filo spinato, nell’ansia della ritirata.
- leggile.
- “ho spurgato la sequenza logica per farne tic, azioni ossessive”
- ecco. questa è l’essenza, finché non muta assenza: *farneticazioni ossessive*.
- andrea?
- checcazzo c’è adesso?
- sento smaniare le mani. ho i polpastrelli torbidi.
- prova a batterle
- non c’è speranza. vincono sempre loro.

i due ragazzi s’inoltrano tra le automobili stagnanti in un piazzale, schivando le pozzanghere. poco più avanti, come un baratro, l’impronta asciutta sull’asfalto del parcheggio, nel punto in cui sostava una ford escort.

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Di fattezze e rovesci

Cosa direi della pazzia del mio essere basta
sulle dita a due che tagliano frangenti
e scricchiolii di coda alle matasse?

È tra me e la cima dell’esistere
il capriccio del vuoto
nonostante gli strabordi e
gli avventi sulla schiena nelle nostre notti,

nostre che oggi scorrono altrove
da me, ego di premesse
altrove da te che aspiri la mancanza
e l’essere uguale di una giuntura al bacio
per seguire seduzioni
all’ingoio degli scandali
anche ora che lasci attesa
dove le piene s’inoltrano nel dorso
e adduci sposti a volte premi
sul petto ormai disteso
a carezze in rovesci e sudori

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Di spose e riconoscenze

Se in triangoli segreti scorgi
dove esce la vita e ancor più
dimmi degli aranci che scoppiano
in convulsioni al piacere
per riportare in giunzioni
quell’alito che inchiodi.

È piazza Ducale in pasto all’autunno
noi e un tono fuori luogo a sorriso
schifato in faccia all’equilibrio
quello delle formiche in subbuglio
esploso in gomiti sulle piastrelle

circondami di tutti i piedi che tentenni
te lo chiedo in movimento
spostami le terre e la fortuna
cospira in me la luccicanza:

non-strategia, delle albe insieme
mettimi al dito
dal manto delle ere spose.

Il sole appassito nei ritrovi.

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ecchè
se continuate così
io poi incredibilmente
rido
mi casca la mascella
s’inciampa la causalità
esplodono i perché.

un dente per il vecchio cuscino di Guy.

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Lettera da dio

Avrei voluto scriverti una lettera d’addio, anzi meglio, una lettera da Dio, perché tu, mia piccola creatura, sei stata docile e franca ma hai superato ogni limite, ed io dunque devo multarti, mi hai detto troppi “no”, “non posso”, “non è possibile”. Inutile io a dirti da Dio, che tutto è possibile, tu mia piccola creatura hai continuato con le tue diavolerie a ripetermi che sei impossibile, io come un padre non eterno devo abbandonarti, abbondonarti alla deriva dei flussi del vento, perché non hai creduto alle mie parole e mi hai tradito con le tue bugie. Non sei mai stata onnipresente, io ho sempre cercato di farlo, figlia mia, bambina, io sono stato come un padre per te, tu mi hai ripudiato continuando a dire che le cose sono impossibili. Te lo dissi al principio, tutto, ma proprio tutto è possibile, avremmo potuto dominare i nostri pascoli e i nostri fiori, i nostri girasole, le nostre rose, la dimora divelta dai tempi. Tu non hai avuto fede in me. Ed è per questo che io devo abbandonarti, lasciarti alla tua sofferenza, ti manderò al diavolo, sì, devo spedirti proprio all’inferno amore mio. Il tuo piccolo Dio minore. O minorato.

http://tandream.wordpress.com/

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perdifiato per la collina

Mi devo un respiro
un passo
ed una violazione a domicilio

mi devo una sensazione
un pezzo di terra brulla
e un barattolo di sporcizia

mi devo l’elemosina di ieri
le istigazioni di oggi
e le congetture di domani

decisamente, e’ ora di fare la spesa.

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come

quando

in qualche modo le cose non sono state più cose

e i colori una filosofia da vetro sbeccato.

Dipanare i sentieri di guerra

è altro dal riflettere

ancora.

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