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Poesie a Dio – after eden
Ci alziamo dal nostro amore di decubito soltanto per pisciare
il resto del tempo trascorre come un palinsesto inerte.
Quello che ci viene bene: scopare, mangiare, ballare.
Nemmeno dormire è luogo sacro.
Dio è la quotidiana irregolarità per cui il mondo
può continuare a svilupparsi fagocitare soprattutto
peggiorare.
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Contrassegnato bio, dead book, gettare alle ortiche, il mediacre, nudo, pubicità processo, raschiando il fondo del secchio
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Tabatàgismi
il cerchio netto innanzi ai miei occhi
emette nebbia ad intermittenza
mi distrae dalla ricerca
di un mio credo
mio mio e solo mio!
…e quindi cenere sarò
buona per le mattine di primavera
ai piedi delle piante da frutto.
E cenere sia io…ma
intanto
è la mia pipa
e solo lei
il mio inferno quotidiano.
Ancora più lontano mentre non dormo
è così poca la spessezza
e potrei
annodare i miei gusti
mentre perdo la prima pelle
non toccando
mordere i nostri resti
è cosa di oggi
di chi saprà mai scrivere
sentendoci
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Contrassegnato autobiografie di giorni, derma, in a sentimental mood
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autobiografia del Venerdì
cominciato ora, finito ieri
incartato con la lanavetro
me l'hanno regalato
due geometri
messi comunali
due timbratori professionisti
messi comunali
l'ufficio igiene
che vendeva bidet
ha detto che hai chiamato
e che cercavi me
un giorno che s'infarina di luce e vapore
mezzo morto si dimena
ma non da fare pena
infatti una bimba , davvero stronza
disse che danzava
ora schiodo l'asse dal pavimento
e faccio surf
da qui fino al convento
stacco le ruote dalla sedia presidenziale
e vado in skateboard
fino al quirinale
se solo piovesse
lo so, io lo so
tutte quelle belle cose
che si spezzano nelle pozzanghere, si sa
guardare frantumata una qualsiasi realtà
e poi
tutte le domande della pioggia
e sempre la stessa risposta
del vetro, del prato,
di ogni singola foglia di ogni singolo albero
forse le lamiere tentano qualcosa
ma non ricordo
dipende dalla pendenza
se pendono a destra o a sinistra
se hanno buchi
se sono velenose e d'amianto
se piovesse
non mi vergogno a dirlo
azzarderei un pianto
ma a ritmo eh
con il singhiozzo e tutto
e forse alla fine
mi concederei un bel rutto
Ecco, lo sapevo
il tuo cuscino millerighe
sai cosa mi ha fatto al volto?
Ero dorato come una pala d'altare
per , il sole
e le melarance perfette delle gote.
Ora sono rigato e sfatto
contro il biancomuro della stanza
e il tuo divano
ha divorato tutta la mia speranza.
Ho dormito di fianco
mi sono cullato
rischiando, sul bordo
una parola detta e ridetta
un : menomale
ingannavo il sonno senza fretta.
Ero così contento
come quando dopo la spesa al supermercato
controllavo lo scontrino
e il prosciutto non l'aveva passato.
Stracci (1)

Si danno le stagioni
si danno
per forse non riaversi
in un'estrazione truccata
di certo (dannazione!)
non si vince
né si trattiene alcun giorno.
Solo il vento ricorda e riporta
come un cane stolto
bastonate e bava
per poi mordere il freddo
alla prima esitazione del guinzaglio
Si danno le stagioni
come quattro volti di donna.
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primo novembre
d'ombelico ogni
mi verrebbe persino da scrivere
dovrei fare la spesa
comprare il pane, sigarette e caffè
un sugo per la pasta e magari
qualche tessuto per una gonna
Ho detto che mi verrebbe da scrivere
non voglio cucire
nemmeno cucinare
e forse bere
ma perderà il sapore
e sai che anche noi
la dignità di aver parola
l'incontriamo al banco posta
ogni tanto
mi sento sgraziata
c'è chi mi dice non lo fare
e lo faccio
da lontano sarò la meraviglia
di ogni inciampo
e dicevo:
andrò a fare la spesa
oltre al pane e al sugo
al caffè e sigarette
avevo voglia di scrivere
e chi d’ali non s’intende?
come vivi?
chi ti paga?
un volta ho visto una mucca.
l'ho vista sul serio
mentre pecoravo pecorine pecorinando
qua e là, ti piace?
la mucca bulimica
l'ho vista davvero
ingorda, goduriosa
si faceva bella con i galli e galletti
s'infischiava di ogni membro
ecchè membro
giuro
l'ho vista
l'ho incontrata
e sai cosa mi ha detto?
nè mi pagano
nè mi tolgono
ma danno
sì, sì
un brindisi alle farfalle
e alle cose che volano
tra alberghi e budget vari
volano
lo giuro
volano
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Contrassegnato comunicazione di servizio, il clown palloncino, orgasmi multipli
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IL FIUME (da Elementi, Acqua)
“Siamo barriere tra noi stessi e la morte, elementi che si ricongiungeranno agli elementi,
periferie dove il simbolo non sarà una preferenza, ma la casualità
Quando uno solo degli elementi ci porta via, gli altri reclamano la restituzione”
La vedo, scende al fiume ogni giorno
per ritrovare stralci d'uomo o ceneri
di una cremazione
come se la corrente avesse
indizi o un ordine emesso dal cielo, una secca alla gola
mai così benvenuta se corrisponda
al ritiro delle acque
Ma l’autunno impasta di nebbia e piogge la restituzione. E lei
gira su una giostra di burattini dai fili assenti
s’attende incroci, miniature
ponti che da vicino sembrano bocche di giganti in tutto quel masticare
indifferenza
Un salto lungo, per esempio
scempio che scuce i canali verso la risaia
come fa
il corpo
forse
avendo perso la via maestra
cerca un mulino, un posto che somigli ad una casa, sepolcro
o vicinanza di una finestra che vede sempre il fiume
Lo vede come quando
vedesti me, per le fotografie e
si scherzava: – togliti il cappello anche se non sei tenuto, ma
sarebbe meglio davanti a un signora vestita
di rosso-
(che segna le prenotazioni senza sapere, di prossimi ritardi, sepolture)
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andata, ritorno, andata
Devo andare
forse devo andare davvero
cercarmi nido su una panchina al parco
ma qui non c'è un parco
e nemmeno più ho voglia di cucire
che siano vestiti
memorie
o libertà
di essere sovrana dei miei popoli
granai
ma qui non cresce niente.
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Contrassegnato cammini, furtivamente, non poetico, spruzza ovunque
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Il cane rastrella con la lingua ogni minuscola briciola sfuggita al mio palato. Si sente il rumore secco dei tacchi di chi scende le scale con prudenza. Ogni tanto si alza lo sguardo ed è già buio, il buio accende la notte, la luce la spegne, cambia tutto ma nessuno se ne accorge, perché per accendere un interruttore non bisogna poi pensarci così tanto. Il barbiere dal camice azzurro guarda i passanti sulla soglia del suo negozio. Un cartello in vetrina avverte che il locale è climatizzato dal suo fumo di sigaretta, un solitario lasciato a metà e una manciata di capelli sfuggita a un colpo di scopa distratto. Nessuno mangia i polli allo spiedo del genero del falegname, ma lui imperterrito continua ad arrostirli, li ripone in una teca trasparente e quando non ha niente da fare strappa viscere destinate ai gatti del cortile. Più avanti, dove il confine segna il transito di passaggio non si saluta nessuno, anche se ti fermi e compri le sigarette, bevi un caffè è quasi come se non l’avessi mai fatto. Poi si scende le scale si timbra il biglietto e se c’è tempo e soldi spicci ci si fa un’istantanea alla macchinetta. D’estate ci si lamenta delle blatte che si avventurano per la stazione e corrono spaventate verso gli angoli impolverati. Le uscite automatiche vomitano passeggeri frettolosi, vanno verso l’esterno per poi sparpagliarsi nelle tane umane. Non si vede più la signora che saluta i padroni con la stessa caritatevole compassione con cui accarezza i loro cani. Giuseppe ha preferito cambiare zona e ora al posto suo ci sono zingare bugiarde con le loro gonne colorate di velluto che chiedono spiccioli in cambio di fortuna.
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Festival
1.
I giovani poeti
hanno sempre successo
comprano casa, diventano padri
sanno essere relatori
smettono in realtà presto di essere giovani
Continuano però a dirsi giovani
come facendo parte di una corporazione
a statuto speciale
Sanno nominarsi addetti ai lavori
espongono teorie, stilano manifesti
cercano il modo di far conoscere la poesia
di uscire dalle reti
organizzano rassegne per
uscire dai contesti
creando così ulteriori contesti
parlano della poesia militante vogliono
sdoganarla massificarla sperimentare
comunicare creare domanda far sì che la
poesia faccia uscire la gente di casa
2.
Perché nessuno conosce la poesia
e non conoscerla è da codice penale
tuttavia quanti casualmente s’imbattono
nel racconto della poesia sono irretiti
partecipano
3.
—questo è il convegno politico della poesia:
il suo consiglio d’amministrazione, la sua finanziaria:
creeremo una rete che consideri:
Valutazioni quantitative del fenomeno poesia
Tecnici della poesia Assitenza post-vendita della poesia
Critica delle situazioni sconcertanti e rischiose
Atteggiamento del pubblico della poesia
La recessione della poesia, direttamente proporzionale alle vendite
Codice utente Fidelizzazione Verifica dei costi e dei ricavi
Critica della poesia sotto forma di comunicati stampa
4.
Per parlarne, ricavarne, sedercisi sopra
e smettere finalmente di scriverla.
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Contrassegnato gettare alle ortiche, idioti, la terra di mezzo, pubicità processo, raschiando il fondo del secchio, spruzza ovunque
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INTENDO SODIO
mentre mimo un pezzo di carta
me, il tempo
…e mi scanso
dittico nel blu
altari
accanimenti blu, i colori
vanno e vengono da queste parti
come fiori di chiese sconsacrate
per farvi entrare l' o c e a n o
mi andrebbe di saper leggere il futuro
metterlo sugli altari al posto dei santi
che ci vuole in fondo per fare un altare?
una pala, un bel marmo, un sacrificio
in posa
dove di blu, dove di morte accada
vorrei risultare composta
almeno, anche se pallida
il mezzo sorriso, due monete
mi piacerebbe un colletto di seta
fuori dalla giacca
a righe, come quello di mia madre
come una sposa
la cosa vecchia, la prestata
la nuova, un ricamo di rosario sulle mani
Mi ascolti?
Un attimo fa ho aperto la finestra ascoltato il lampione laggiù che non parla.
La luce non mi parla . E' polvere, non mi parla.
Mi ascolti?
Un attimo fa ho aperto la finestra e tu
i tuoi capelli e le tue mani e i tuoi capelli nell'ago della macchina e intrecci e forbici
ma il lampione giù non mi ha svelato alcun segreto oggi. Oggi era spento ma non mi parlava comunque.
La tenda, accostala domani. Mi verrà da piangere .
Mi ascolti?
Ti ho toccato il polso un attimo fa. Teso.
I tuoi capelli e l'ago .
Ti ho parlato sai? Ti ho toccato sai?
Mi ascolti?
Le mie dita si stanno aprendo, sono rami di quercia o simili. Si aprono e cercano di toccarti, di darti autunno, il loro cadere a pezzi. Il loro volo è vento è il tuo domani di ricordo. Le mie dita si aprono a pezzi, cadono qui per domani.
Mi ascolti?
…con un movimento netto, deciso, scostava ripetutamente la polvere dalla superficie del tavolo di legno massiccio. Nascosto nell'angolo cieco del suo occhio destro, scrutavo con commozione quelle sue mani dure, quella grande quantità di rughe scavate nella roccia dal fiume che entrambi sapevamo esistere, solo attraverso differenti percezioni.
"E' troppo facile ammalarsi", disse d'un tratto rompendo un silenzio ponderato: si voltò verso la finestra, quella vestita da uno sfarzoso abito nero appeso a tre chiodi. Tentai di decifrare in quella poca luce che filtrava, l'ora del pulsare mondano che a tratti invadeva il nostro dialogo, spesso a senso unico. Gli avevo posto molte domande, di quelle che si fanno ad un albero, ad un palazzo, ad un ragazzino, a sè stessi, indifferentemente, a seconda delle stagioni. Poche le risposte, solo quell'accenno ad una malattia di cui fino ad allora non sapevo nulla.
E' troppo facile ammalarsi, ma non gli feci nessuna ulteriore domanda, sarei forse parso inopportuno, o solo invadente. Accanto, appoggiato al bordo del tavolo, un bastone finemente intarsiato ritraeva una cupa scena di caccia. Ritrovammo i nostri occhi all'apice della sua ombra proiettata sul pavimento di mattonelle esagonali: sapevamo di essere entrambi in quel vertice, in quell'unico approdo per una nave senza parole ma pesante di preconcetti e intese.
E' facile ammalarsi e perire. E' facile forse come dirlo, raccontarlo e dissimularlo. Lo vidi alzarsi dalla sedia con evidente fatica, dirigendosi verso la finestra socchiusa. Afferrò con entrambe le mani la corda di due spesse tende verdi: la tirò in giù, sfiorando lentamente il tessuto della giacca di velluto: poi il buio.
Rimasi in quella stanza ancora un pò, nel tentativo di abituare i miei occhi all'oscurità, per ritrovare ancora una volta i suoi, in un nuovo vertice, in una nuova ombra da condividere nascondendo entrambi il sorriso…
Microsolchi
Siamo eserciti, senza la minima volontà
di poggiare un disordine su un altro disordine
quello ch'è di nostro, oltre l'epidermide
si squama dalla corteccia delle betulle
Successe lì che mi accorsi di una macchia rossa, rossa
in tutta quella disciplina di righe
come un bolero che gira, che sveste palmo a palmo
a sfogliarmi, giorno dopo giorno, anche se amo
mantenere i segreti, la cura dei ritorni
quasi che la notte e la neve non ti avessero portato
qui per la prima volta, da una campagna diversa
dove avevi imparato ad amare la stretta di mano, mai
abbastanza stretta, il bacio, mai troppo bacio
e al fine il tempo che mi dedicasti, dicemmo della pace
una pistola, – che aveva ragione suo padre-
la sella, ancor prima della famiglia
dalla chitarra una voce nera e lei, così pallida
come il fiore che spilla gocce al suo salvatore
lei così pallida da potersi misurare con la morte
Che i giorni siano sommersi di alibi
e niente,
niente al mondo dia gusto, alcuna sensazione
mentre i piedi ed il palato
calpestano, bruciano il fiele
di questa mal detta declamazione
per esempio gli specchi,
per esempio il pongo
scegli tu il senso
tanto nulla ha più senso.
Anche oggi mi hanno dato lo sfratto
dalla sedia sotto al letto.
con una spalla scoperta
tu
seduta
conti il tempo per voltarti
oltre le pigrizie e le circostanze
che rendono ogni parola
priva di fiato
e non c'è illusione
che scatti in me l'apparenza
di una costruzione di quel che si farà
quando in tutto l'esistente
oltre alla spinta del rimpianto
un dito puntato addosso
segue ogni passo
e tu
inerme ancora
insegnerai a spogliarti
