…transumanza…

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Ho riempito un numero di cartoni

con acrilico e smorfie impossibili

pennellate di sudore

come la ciotola del gatto:

un’automa senza grazia nè godimento,

la fata turchina scaricata per mancato biglietto

gonna lunga, braccia mangiucchiate, naso da rifare

al nuovo.


Ho visto nello specchio mia madre

chissà quante stanze uguali porta

tra le gambe,

avrei voluto che facessimo l’amore

dormire sul suo seno,

vomitare.

Conoscerai i miei uomini

quando smetteranno di ballarmi negli occhi

e ci sputeranno sui piedi

inchiodandoci le lingue ai muri

con le caviglie legate

alle paure dei boschi e

la testa di un padre

un uomo senza testa

…ho visto nello specchio la testa di mia madre.

 

(addirittura senza chiedere permesso)
 

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mille.

e se provassi a camminare di fianco a me stessa
probabilmente
girerei il tacco ai mutamenti
della mia mimica
sotto le suole

di fianco a me stessa
nulla più…

se provassi a camminare 
prestando il fianco a me stessa
tirerei pugni di gesso
in frantumi
sotto le suole
nulla più

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Le porte IV

Le Porte IV
Dove pensi di essere finito? Quale la tua causa?
Sul crinale del tuo diniego Sul diverso appeso al non so Sul cielo che non vedi da tempo
Io ti ricordo
Le mani giunte a trattenere il volo Degli occhi Dei sogni Per paura Per pudore
Le tue follie in cravatta ridevano
Nascoste sotto i tavoli tra le tovaglie e caviglie di ospiti
Ignari
E poi le fosse La campagna e i salti Gli schizzi petrolio sui risvolti dei calzoni
Bianchi candidi per il vento
Io ti ricordo
Tu
Il signorino delle tempeste
Riverso a scrutare le mani dei veri Signori delle tempeste
Quegli alberi d’argento che salutano la quiete prima di.
 
E io ti ricordo ma
Cosa successe? Cosa non successe all’imbrunire dell’ultimo giorno
Quello fatale per tutti Quello che apre le porte ad una notte meno nera  Un’alba meno lucente.
Quel giorno dalle lenzuola rigide
Pareti di ricordo, appese al soffitto della causa.
 
Io ti ricordo

Effettivamente
Ti vedo.

    Immagine: " Landschaft" 
per gentile concessione  

Elio Cassarà
 

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La realtà è demagogica 

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95 sù e giù

                           Sì

                            
               
                     
            Sì

                     Sì

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Onyricon

…povero Freud:

Random Ethical Movements.

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In-espressioni!

Schiudimi da quella stanza vuota,
dai quei passi veloci,
da quegli occhi bassi
Scioglimi dal tempo che richiama le sue anime,
dai cuori perforati, dai polsi imbavagliati,
Riportami nel sottofondo di parole perse,
di immagini dimenticate ma solo nascoste

nei pezzi di vetro sparsi sotto i piedi….
Rendili pungenti come prima, e prima, il dolore: della nudità.
Rendimi l’ombra di me stessa, all’ombra,
discreta, aliena, trascritta su pezzettini di carta…

Come goccioloni di sangue-soli sulle pendici di quei pezzi di vetro sparsi sotto i piedi!
 
  

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franco

Solo In periferia si poteva trovare un posto del genere eppure si trovava nel centro della città. L’insegna spenta forse per risparmiare luce era una di quelle qualsiasi, due sedie sfondate all’esterno davano un mesto benvenuto, la vernice della maniglia della porta era scomparsa, portata via da innumerevoli avventori. Un budello tetro con una manciata di tavolini marmorizzati, finti mattoni, finto legno, finta plastica, solo lui era autentico, il proprietario. La sua voce la riconoscerei a occhi chiusi, caricata dagli anni in giro per il mondo. “Martedi è un giorno ingannevole”, lo dice tutte le sante settimane, ripete frasi che forse vorrebbe cantare. Gli accessori non sono vecchi ne nuovi sono solo disperatamente usati. “Cosi è la vita” come per sottolineare qualcosa di evidente, di talmente ovvio che diventa inaccettabile. Passa la spugna alla rincorsa, porta via i sogni di chi passa beve un caffè e lascia qualcosa. Si capisce bene che quel posto è la sua casa e si capisce anche che morirebbe subito senza. Io penso che sia un Re di un piccola infinità. Un re di un seme che non germoglierà mai. Spesso dorme in piedi quando non c’è nessuno, trascorre i suoi vuoti tra un cliente e l’altro ascoltando il rumore del frigo, il tentennio di una forchetta, una motocicletta che passa. C’è anche un altro locale adibito ai giocatori di macchine mangiasoldi, qualcuno passa riempie, bestemmia e torna a casa. Qualcuno passa raccoglie la bestemmia e i suoi soldi e torna a casa. Lui sa ma non dice non inganna ma non è sincero. È un posto per sentito dire tutti sanno che c’è ma nessuno si ricorda, nessuno ci fa caso, è un posto senza significato.

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Facciamo un po’ di psicotaxi, del resto trascuro il blog da troppo tempo. Incoraggiata anche da Oizz , che mi ha invitato a condividere e pubblicare sul suo blog. Pubblico questa "true story", come dicono i migliori film, la mia però è un po' provocatoria, perdonatemela.
 

CORSO PREMATRIMONIALE

 
“Il matrimonio è un contratto, lo è per definizione, quindi deve essere conveniente. Perciò il matrimonio non può assolutamente avere nulla a che fare con l’amore. L’amore è un sentimento complesso, ha ben poco di razionale. Non si può firmare un contratto in stato di euforia ormonale.  Un matrimonio basato sull’amore è quindi è un matrimonio a termine, tipo bomba a orologeria.”
 
La cliente ride, i pacchetti hanno invaso il taxi con i loro nastri in raso color avorio. Si sposa a giugno e vuole convincermi che il matrimonio sia un “passo essenziale”
 
Sta preparando il grande evento con rigore scientifico. Quando è salita sul taxi stringeva il cellulare tra i denti, come un pirata lanciato all’assalto! Inveiva nel telefono contro il fioraio che insisteva ancora con “sti cazzo di boccioli di rose bianche – come li chiama lei – Ho ordinato le gerbere e i tulipani per le decorazioni, mentre per il bouche voglio le calle”.

Per una sposa così serve un abito di materiale ignifugo! Ma sono sicura che abbia pensato anche a questo. Eppure mi è simpatica, perché, diciamo la verità, noi donne siamo straordinariamente tenaci, quando vogliamo qualcosa diventiamo cani da fiuto, macchine da guerra, atleti in allenamento. Noi costruiamo. Del resto sapete perché hanno inventato i corsi prematrimoniali? Per insegnare a lui come chiudere la tavoletta del cesso. 

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Il cuore è una pompa
 

Gianfranco Pampaloni

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Segnature

Uscirò dagli abiti scuri, dallo stempiato dei capelli
ammainati come bandiere
 
Le mani sono a morsi
 
Le porte si apriranno, me lo aspetto
vedrò i riverberi al di là
dove il mondo è mondo. La strada che sovviene
è quella ombrosa e le mattine
rilasciano il dolore
attraverso il sangue, che picchietta
sulla mia commedia
 
Se questa mai sarà la guarigione
torno alle grate della segnatura
all’aure candide
veleggiante
sul collo della montagna
con le margherite e il significare del vento
l’origano, i seni fuori dagli orli
 
sarò l’inclinazione di un corpo
tendente
alla genuflessione
Sarò la mia stessa genuflessione
nell’odore che viene prima di ogni pioggia
 
Di goccia, un tramite ai rosai
lo sterrato a maggio
l’anello, da benedire come una reincarnazione

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son solo parole

po'
vertà
un po'po' di po'vertà
morale, non biecamente economica.
po'po'vertà morale in un sacco di lurida  pu'pu' rupù, con licenza parlando,
ma pensandoci la licenza te la lascio; anche il rupù!
- Ah, la vita ti ha costretto? irriso? ha deciso? -
Vittima! non sai quanto ti comprendo.
- Ah, ragioni di superior'ordine? -
- Come dici? le circostanze sai, ho reputato che? -
Uhmmmmm…
l'utlima che hai detto è quasi passata inosservata:
-…Ma io non volevo ma sono stato obbligato!!!! –  ma non dirmi pensa un po'
po'po'po'
canto? si canto! papparapà popporopo' sei solo un po'po'. ò. o. .
Diretto e strano uniti si danno una mano, una sol parola
per tutte le parole che hai usato per coprire un delitto a mano armata
a tutta la mia vita.
il titolo di questa poesiola è alquanto realista, si chiama merda, non d'autore ma d'autrice.
realisticamente è il tuo nome.
futuristicamente sarà quello che dirai.
e io ho detto dico e dirò
po'po'po'poroppopopo'.

(grazie per lo spazio, è un piacere leggere qui quando apro splinder :D )

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domino scorso

muri

 

è ciò che lega le labbra alla terra

a risucchiarla secca

stessa dove una volta sparivano i muri

 

 

cose

 

sarebbero bastati gli occhi chiusi

che le carezze d'acciaio e altri soldi

riempiono le vene fino al vomito,

ad occhi ormai spalancati

a solleticare altra fame

 

 

 

gola

 

o meglio un poco più in giù

avrei potuto chiamarla pietra

e diventare di nuovo cosa.

Ma in quale corpo ci siamo rintanati?

 

 

 

soglie

 

ma il mare non mi è mai piaciuto

 

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Che ne sappiamo noi di nocche che s’intrecciano

di dita che s’avvolgono

in un pugno o una corazza per proteggerci il viso

da sguardi blindati per non vedere oltre.

Lo spesso smalto sulle nostre labbra che incorniciano bocche di bronzo

in noi che non imbocchiamo mai la strada giusta,

in noi che preferiamo dar da mangiare ad altri pover’ uomini

che marciscono su marciapiedi, ma distesi.

Sterziamo e andando oltre scherziamo

sbandiamo qua e là ubriachi di cieli sporchi che ci riempiono

la bocca, scendono in gola, ci tempestano dentro,

non siamo diamanti, noi siamo teppistelli

attempati pipistrelli indiavolati nella notte

che con le nocche ci scambiamo forze

pugnalando altre porte con i propri pugni

bussando forte forte, sfondando e perdendoci

oltre quelle porte senza portare la bussola

vagando altrove teneramente scombussolati.

Senza bussare, aprire sempre senza bussare,

agli altri cuori che incrociamo per le dita

dunque adesso le nostre nocche

sono lacerate di ferite fresche.

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Ero morto
e
non me n'ero
accorto

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A me (parla-me-mento)

ma

cosa volete che Vi dica?

state lì adagiati sugli scranni
forse qualcuno morto.
Altri solo assonnati.

Il risveglio dal sonno o dal sonno forte.

Grazie alle  mie parole? …

bla-bla-bla…

bla bla

bla!

No.

Dov'è l'uscita ?

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Le cornici

Cosa potrà valere questa cornice col mio incarnato dentro
il mio essere uomo, donna o un legame di orchestre
che ricompone gli odori dell’infanzia
la pelle di mia madre
 
 
il fiato è pronto alla sorpresa mentre passa nel cielo
un volo amaranto che farà scalo nel lago
presagio di amori coricati sugli approdi del sale
                             
Se guardo in alto, mi sento mancare.
 
Torno fra le sponde di un letto piccolissimo, da dove vedo il mondo
isola, preghiera, colore a macchie, muschio e terraferma
o una marea, che arrotonda lame di bottiglia
di vita in vita
 
 
La schiena di traverso, la pelle (una parete) e le unghie
non bastano a scavare una vicinanza che elude
questo voler amare.

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piacere, al tempo

Sarà che forse perdo il filo

 

scendendo tra le mille storie che credo

di aver vissuto e arrotondo

credendo di esserci stata, io

sì io

non mi credo

 

chi sono stata?

Un fantoccio delle mie intenzioni

 

non riconosco i no

le attenzioni che dalla mia bocca escono

 

non conosco il contraente della mia parte

e spettatori che sprezzano le mie glorie

 

…e la voglia di dimostrare che posso esserci

nonostante gli alibi dell'ingenuità

pago lo sconforto dell'essere tra di voi, come voi

cui mi riferisco.

 

Ho imparato a stringere la mano

e stringendo ho perso l'equilibrio

ho perso ogni cosa che vorrei mi appartenesse

 

avrei voluto scrivere, imparare

sì,

a raccogliere consensi

sia solo il mio

 

davanti allo specchio una bocca storta.

 

 

Ci simmo persi l'entusiasmo….

 

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grazie degli auguri nella mia stanza, di là:

vi auguro un natale meraviglioso incantevole mozzafiato!

un abbraccio fortissimo

a presto

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Stracci (2)

Sì, … se lei…

se lei mi lasciasse

domani all'incontro non saprei vincere

con le parole

non saprei vincere.

Il briefing, ah! Sarei

stupido

apparirei sfocato, ubriaco

Il Business Management

eh!.. ma cosa di quando o forse chi?

se lei mi lasciasse

la definizione temporale

degli obiettivi

un'emicrania

nel cuore

nelle gambe

nello sterno

appesoseccorigidofreddomorto

quel frutto non più commestibile

 

 

Ed il tempo, ah!

Il tempo sarebbe solo più concetto letterario

inutile

ma unico

ancora vivo.

 

Sì,… se lei…

se lei mi lasciasse

sarebbe un suo viaggio

nuovo

un tempo suo: uno, due, tre !

nuovo

e

il mio

un raccontare di approdi e poppe che si allontanano

così

per il gradir del passo

ridicolo dei gabbiani.

 

 

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Crepano i Walter

Stamane la via Emilia scorre lenta e deflessa.

I Radiohead sono la colonna sonora del film dei miei passi

passi inutili

Molli le mie carni,

tiepidi i miei sguardi,

gelide le mani

Guardano nelle tasche,
trovano solo pugni.

Gabriele nei pugni.
Lo sguardo nel vuoto.

Non cambierai mai.

Mi arrendo.

Lo gnocco rinfranca il palato.
E' morbido e scende lento come lacrima dolce.

Sorrido.

…sorrido quasi.

Ho quasi trent'anni,
 guarda laggiù cosa accade.

Non più Adelina, non più Efisio, non più Adele.

Appiccicati a quel muro:
crepano i Walter, il tempo che passa.

I Walter di anni 69
ne danno il triste annuncio
tutti quanti suppergiù.

I Walter li conoscevano tutti.
In questo labirinto di città paese.

Domani sarà il tempo delle Alessie e degli Andrea.

Diletta allunga il passo.
Non si volta e tira dritto
I pugni si aprono, le mani sudano.
Incrocia le dita Diletta coraggio
che in tasca non vede nessuno.

Tranquilla Diletta dal nome fuori sincrono
che ormai
Crepano i Walter…

…il peggio è passato.

Diletta ispirata dai necrologi (che simpatica ragazza allegra…)

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Nulli con dote

Cerchiamo il male noi
il male piu profondo, perchè
a goder del bene non v'è sponte
nè traguardo.

Colpiti dal sordo mattone dell'indigenza,
anime scabre
siamo.
Uccisi dall'eco dell'immagine
che è stata,
eremo infante,
       l'alba,
    cent'anni fa.

Non pregate per noi peccatori.
Noi
solo feretri per anime,
carcasse arrese alla volontà greve.

Sopportiamo il nostro peso, la gravità
dell'ignobile immenso fardello
e siamo ancora gettati il naso al muro.

Un rivolo di sangue il nostro macabro epitaffio

Nulli con dote

Diletta Bertani

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Maalox 1

(riporto, con la quasi certezza che trovi riscontro negli intenti e nelle opinioni di chi scrive qua, questo post di Giacomo Cerrai, ottimo padrone della casa di locanda di poesia dal nome Imperfetta Ellisse – link in fondo)

“Dovevo fare un post per ieri. Avevo deciso di scegliere un/una autore/autrice che tempo fa mi aveva mandato qualcosa di suo. Non so ora che impressione ne avessi avuto, inizialmente, forse mi era sembrato/a interessante, sotto qualche aspetto. Ma qualcosa è andato storto. Non è andato a fuoco il computer, non mi è saltato lo scanner, nè il mio blog è stato oggetto di un attacco virale. Niente di tutto questo. Semplicemente mi si è inceppata una certa disposizione d’animo, che ho sempre avuta e che è una via di mezzo tra un certo ottimismo (quello del bicchiere mezzo pieno, che è volontaristico) e la buona educazione. Mi sono messo a riflettere se un simile atteggiamento avesse ancora diritto di cittadinanza in un mondo (impoetico) come questo. Ah, la buona educazione, che fregatura! In altre parole, mi sono (metaforicamente) guardato allo specchio e mi sono chiesto: ma questa roba ti piace davvero? Domanda cruciale, se si pensa che come diceva un noto filosofo, si parla sempre di poetica ma molto raramente di estetica, qualcosa che in fondo prende le distanze dall’etica, cioè dal comportamento. Si potrebbe quindi dire, semplificando brutalmente e azzardando parecchio, che l’estetica è maleducata, anzi deve essere maleducata. Almeno nel senso che – proprio come la buona poesia – non educa ma indica, se la vuoi vedere, una possibilità di bellezza. Tutto torna.
Quindi, riprendendo il discorso, i testi di questo/a autore/autrice, mi sono detto, ti piacciono? E se non ti piacciono, vale la pena di pubblicarli lo stesso? Le risposte sono state, nell’ordine, “no” e “no”, anche se la seconda avrebbe potuto essere un “forse”: forse sì, a patto di stroncare l’autore/autrice in questione.
Va da sè che io non ho il diritto di stroncare proprio nessuno, semmai quello di farmi qualche “nemico”. E nemmeno di usare i testi di cui parlo a scopo, per così dire, didattico, cioè solo per esemplificare e documentare il mio dissenso, a discapito di chi ci mette la firma. Certo, puoi sempre lasciare cadere nel dimenticatoio il file che ti è arrivato per email o il libro che hai ricevuto per posta, ma non lo faccio quasi mai. O almeno non lo facevo, finché non mi è venuto il sospetto che ci fosse un problema – non tanto in generale quanto per me – di salvaguardia di certe difese immunitarie estetiche (e pazienza per tutte le critiche di snobismo).
Ma questo episodio comunque a qualcosa doveva servire. Così ho cercato almeno di capire che cosa proprio non mi fosse andato giù. La prima risposta, la più immediata, è stata bizzarra ma convincente. Non mi piaceva l’atteggiamento, l’habitus da artista. Sì, perchè da ogni testo di queste dozzine traspariva una strizzatina d’occhio all’ipotetico lettore, come a dire: “eh, guarda qua che artista, vedi questa pò pò di invenzione poetica! ci avresti mai pensato di accostare ‘sti due aggettivi, eh?”. Naturalmente l’atteggiamento da artista non è tutto qui. A questo si aggiunge proprio il tentativo di vestire i panni altrui, magari di un Bukowski, magari quelli di ex Rimbaud ritornato a un maledettismo però confortevole, da società dei consumi, che pigia sull’accelleratore di una corporalità e di ammicchi sessuali che non riescono più a épater nemmeno una suora di clausura semplicemente perchè sono cosa nota. Ne discendono almeno due considerazioni: la prima, come è facile comprendere, è che se proprio non possiamo fare a meno di questo “io” sulle cui criticità non abbiamo mai smesso di dibattere nell’ultimo mezzo secolo, che almeno questo “io” (lui/lei) ci racconti qualcosa che non sapevamo di sapere, o qualcosa che possiamo condividere, o si sforzi (come disse una volta un grande poeta) di inventare il mondo che c’è riscrivendolo. E sopratutto lo faccia evitando di scegliere la via facile, lo stereotipo (anche stilistico), la maniera. Se poi questo “io” (lui/lei) lo fa per convenienza o furbizia, o come mezzo per crearsi un’identità, una “vita da”, allora proprio non ci sto. Arrivando così alla seconda cosa, cioè alla insopprimibile impressione che in quei testi ci fosse qualcosa di posato, di artefatto, il che sarebbe solo un difetto se non fossi convinto che è anche voluto, e perciò, mi si passi il termine, volutamente falsificato.
Naturalmente il discorso può e deve essere generalizzato, i parametri possono essere variati a piacere, si può sostituire l’artista che fa vita da artista con l’innamorato che fa vita da innamorato, oppure il poeta sperimentale che fa il poeta sperimentale (quest’ultimo spesso votato a una incomprensione totale del tutto vantaggiosa), e così via: quello che non cambia è il poeta poseur, quello che prova a dartela a bere. Ma se lo riconosci, eviti. Di pubblicarlo, almeno sul tuo blogghetto.”

qui la camera originaria:
http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/493-Maalox-1.html

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