(riporto, con la quasi certezza che trovi riscontro negli intenti e nelle opinioni di chi scrive qua, questo post di Giacomo Cerrai, ottimo padrone della casa di locanda di poesia dal nome Imperfetta Ellisse – link in fondo)
“Dovevo fare un post per ieri. Avevo deciso di scegliere un/una autore/autrice che tempo fa mi aveva mandato qualcosa di suo. Non so ora che impressione ne avessi avuto, inizialmente, forse mi era sembrato/a interessante, sotto qualche aspetto. Ma qualcosa è andato storto. Non è andato a fuoco il computer, non mi è saltato lo scanner, nè il mio blog è stato oggetto di un attacco virale. Niente di tutto questo. Semplicemente mi si è inceppata una certa disposizione d’animo, che ho sempre avuta e che è una via di mezzo tra un certo ottimismo (quello del bicchiere mezzo pieno, che è volontaristico) e la buona educazione. Mi sono messo a riflettere se un simile atteggiamento avesse ancora diritto di cittadinanza in un mondo (impoetico) come questo. Ah, la buona educazione, che fregatura! In altre parole, mi sono (metaforicamente) guardato allo specchio e mi sono chiesto: ma questa roba ti piace davvero? Domanda cruciale, se si pensa che come diceva un noto filosofo, si parla sempre di poetica ma molto raramente di estetica, qualcosa che in fondo prende le distanze dall’etica, cioè dal comportamento. Si potrebbe quindi dire, semplificando brutalmente e azzardando parecchio, che l’estetica è maleducata, anzi deve essere maleducata. Almeno nel senso che – proprio come la buona poesia – non educa ma indica, se la vuoi vedere, una possibilità di bellezza. Tutto torna.
Quindi, riprendendo il discorso, i testi di questo/a autore/autrice, mi sono detto, ti piacciono? E se non ti piacciono, vale la pena di pubblicarli lo stesso? Le risposte sono state, nell’ordine, “no” e “no”, anche se la seconda avrebbe potuto essere un “forse”: forse sì, a patto di stroncare l’autore/autrice in questione.
Va da sè che io non ho il diritto di stroncare proprio nessuno, semmai quello di farmi qualche “nemico”. E nemmeno di usare i testi di cui parlo a scopo, per così dire, didattico, cioè solo per esemplificare e documentare il mio dissenso, a discapito di chi ci mette la firma. Certo, puoi sempre lasciare cadere nel dimenticatoio il file che ti è arrivato per email o il libro che hai ricevuto per posta, ma non lo faccio quasi mai. O almeno non lo facevo, finché non mi è venuto il sospetto che ci fosse un problema – non tanto in generale quanto per me – di salvaguardia di certe difese immunitarie estetiche (e pazienza per tutte le critiche di snobismo).
Ma questo episodio comunque a qualcosa doveva servire. Così ho cercato almeno di capire che cosa proprio non mi fosse andato giù. La prima risposta, la più immediata, è stata bizzarra ma convincente. Non mi piaceva l’atteggiamento, l’habitus da artista. Sì, perchè da ogni testo di queste dozzine traspariva una strizzatina d’occhio all’ipotetico lettore, come a dire: “eh, guarda qua che artista, vedi questa pò pò di invenzione poetica! ci avresti mai pensato di accostare ‘sti due aggettivi, eh?”. Naturalmente l’atteggiamento da artista non è tutto qui. A questo si aggiunge proprio il tentativo di vestire i panni altrui, magari di un Bukowski, magari quelli di ex Rimbaud ritornato a un maledettismo però confortevole, da società dei consumi, che pigia sull’accelleratore di una corporalità e di ammicchi sessuali che non riescono più a épater nemmeno una suora di clausura semplicemente perchè sono cosa nota. Ne discendono almeno due considerazioni: la prima, come è facile comprendere, è che se proprio non possiamo fare a meno di questo “io” sulle cui criticità non abbiamo mai smesso di dibattere nell’ultimo mezzo secolo, che almeno questo “io” (lui/lei) ci racconti qualcosa che non sapevamo di sapere, o qualcosa che possiamo condividere, o si sforzi (come disse una volta un grande poeta) di inventare il mondo che c’è riscrivendolo. E sopratutto lo faccia evitando di scegliere la via facile, lo stereotipo (anche stilistico), la maniera. Se poi questo “io” (lui/lei) lo fa per convenienza o furbizia, o come mezzo per crearsi un’identità, una “vita da”, allora proprio non ci sto. Arrivando così alla seconda cosa, cioè alla insopprimibile impressione che in quei testi ci fosse qualcosa di posato, di artefatto, il che sarebbe solo un difetto se non fossi convinto che è anche voluto, e perciò, mi si passi il termine, volutamente falsificato.
Naturalmente il discorso può e deve essere generalizzato, i parametri possono essere variati a piacere, si può sostituire l’artista che fa vita da artista con l’innamorato che fa vita da innamorato, oppure il poeta sperimentale che fa il poeta sperimentale (quest’ultimo spesso votato a una incomprensione totale del tutto vantaggiosa), e così via: quello che non cambia è il poeta poseur, quello che prova a dartela a bere. Ma se lo riconosci, eviti. Di pubblicarlo, almeno sul tuo blogghetto.”
qui la camera originaria:
http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/493-Maalox-1.html
(addirittura senza chiedere permesso)