Non so quanti riconosceranno nel titolo di questo post una traduzione di “A Song of Fire and Ice”, saga fantasy sui generis arrivata finora a contare cinque tomi.
Nel nostro Paese è conosciuto lo sceneggiato televisivo che ha preso il titolo del primo dei volumi “A Game of Throne” o, nell’adattamento dell’editoria nostrana, “Il Trono di Spade”.
“A Song of Fire and Ice” è, a mio dire, un fantasy sui generis perché non si sofferma in modo prevalente sugli elementi più comuni del genere.
La narrazione è infatti incentrata su intrighi, guerre ed alleanze tra le più insigni casate per ottenere e amministrare il potere che conferisce lo scomodo trono dell’immaginario Westeros.
Il Paese, che una volta era diviso in sette regni, ha le dimensioni di un impero in cui vige una legge che ricorda i codici del Medioevo europeo piuttosto che il giuramento della Tavola Rotonda.
Inoltre, a differenza del fantasy classico, non è immediato individuare le fazioni dei “buoni” e dei “cattivi”, anzi ogni personaggio mostra la volontà di agire seguendo i suoi particolari obiettivi, che sono il pochi casi sono riconducibili all’interesse della collettività.
Descrivendolo amichevolmente ne parlo come di una truculenta telenovela fantasy.
Se non mancano poteri paranormali, incantesimi, mostri, profezie e cerche (quest), abbiamo anche costumi sessuali da cortigiani, esecuzioni per giustizia sommaria, agguati, mercenari, ordalia, amplessi connotati da violenza, mutilazioni.
Sinceramente convengo quando mi si fa osservare che la prima serata di un canale nazionale non è il più consigliabile modo per presentarlo al pubblico. Ben venga che il canale sia il satellitare RAI4 (ma ha ancora senso questa distinzione ora che la tv è tutta digitale?)
Basterebbe dire questo prima di incorrere in toni che sono troppo accesi per un giudizio sereno, come l’espressione di tal Borgomeo, presidente dell’associazione AIART, sull’”oscar della depravazione“.
Circostanziata comunque la replica: “Su questa serie ci sono decine di pubblicazioni e corsi di filosofia nelle università americane, come si fa a definirla pornografica? Borgomeo mi odia perché faccio una televisione libera e non talebana. Ma io lo perdono, e prego per lui. Quando sento queste cose capisco il dramma delle persone condannate dai fondamentalisti. Senza le situazioni criticate da AIART, il senso di pericolo e la descrizione delle pulsioni dei protagonisti verrebbero a mancare, falsando completamente il ritratto, fantastico ma verosimile, di uno spietato gioco di corte pseudo-medievale. Sarebbe come chiedere di rimuovere dalla mitologia le azioni più crudeli degli Dei o di espungere dalle tragedie greche i passaggi più violenti, come la morte di Clitennestra nelle Coefore di Eschilo.”
Ben venga che l’opera è abbastanza conosciuta. In questo modo i genitori avranno la possibilità di sapere cosa i figli minorenni potrebbero trovarsi a vedere.
Per chi ha raggiunto l’età della responsabilità, suggerisco però la lettura dei libri più che la visione della versione tv.
La ragione per cui ho seguito la pubblicazione (fino a passare alla lingua originale per leggere le vicende del quinto volume “Dance of Dragons” e seguire le anticipazioni del volume sei) è la bravura dell’autore George R. R. Martin nell’ideare e presentare i personaggi.
Ciascuno agisce coerentemente con le sue ambizioni ed ideali e la trama si snoda attraverso i successi e i fallimenti di ciascuno di essi.
I capitoli sono infatti tutti in prima persona, compresi quelli del prologo e dell’epilogo in cui, fino al volume quinto, sono state ricapitolate le vicende precedenti e introdotte quelle nuove mediante pensieri ed azioni di un persona che al termine del capitolo muore.
Le situazioni descritte, perfino le più estreme, non appaiono estranee al contesto che riprende i fatti e i misfatti di un’epoca dove il diritto ed il benessere sociale si scontravano con le esigenze della sopravvivenza di un’economia pre-industriale.
L’autore si concede di inserire tra i dettami del suo universo immaginario uno ius primae noctis esercitato in senso letterario, forse consapevole che non di ciò si trattasse nella realtà storica, ma ciò non sembra fuori luogo in un contesto di imprecisabili radici etiche.
Il principale neo è che l’autore diventa anche lezioso nella sua capacità di condurre la narrazione mediante il vissuto dei personaggi.
Per quanto riuscitissime pagine, alcuni capitoli che hanno dato lustro ai personaggi della saga sono poco significativi per la descrizione del filo delle vicende.
Ad esempio considero le vicissitudini dei gemelli Lannister, Cercei e Jaime, tra le più riuscite e le meno attinenti delle digressioni.
Attendo comunque per un giudizio complessivo la soluzione di tutti gli intrecci che l’autore ha condotto fin qui.
Le speculazioni dei lettori ed appassionati sulle “tre teste del drago” sono innumerevoli e destinate ad aumentare fino all’uscita dell’ultima pagina. Considerata la velocità dell’autore, tra un decennio.