‘Ndrangheta, 17 arresti a Reggio Calabria «Proteggevano il padrino Condello»

Operazione Lancio: un collante tra le famiglie e gli affiliati, “L’uomo cerniera” era Bruno Tegano – Nella fitta rete di persone che hanno favorito la latitanza di Condello sono coinvolti i congiunti e i rispettivi parenti

REGGIO CALABRIA – Non solo la famiglia più stretta, quella di cui ognuno può fidarsi ciecamente; ma anche altri affiliati da legami di parentela anche collaterale. Il tutto al fine di depistare le indagini, creare una fitta rete di associati e incentivare il business degli affari. Gli investigatori la denominano una granitica “cellula criminale”, costituita essenzialmente dai componenti del nucleo familiare del latitante, a cui hanno aderito con diverso contributo di causa anche ulteriori soggetti legati agli stessi da vincoli riconducibili ad un più ampio paradigma criminale.

Dall’esame delle carte dell’operazione messa a segno ieri dagli uomini del Comando provinciale dei carabinieri emergono tutta una serie di novità nel sistema di gestione della latitanza di Domenico Condello.

«L’attività di copertura riferibile alla cellula criminale formata dai favoreggiatori non si è limitata, quindi, ad una semplice attività di assistenza nei confronti del ricercato ma è divenuta il migliore strumento nella disponibilità di Condello per mantenere la compattezza originaria del sodalizio».

A giudizio degli investigatori la reticola di rapporti e appoggi fa emergere uno spaccato rivoluzionario nell’ordinaria gestione del supporto logistico che l’organizzazione di tipo mafioso fornisce al latitante: non si corre più il rischio di destinare un numero indeterminato di appartenenti all’organizzazione di tipo mafioso, che ha ben più articolati settori da amministrare, ad un servizio stabilmente affidato alla cerchia dei familiari del latitante; si crea, sfruttando i prossimi congiunti di questi, un apparato finalizzato alla consumazione di una serie indeterminata di delitti tutti teleologicamente orientati a gestire la lunga latitanza del soggetto di vertice.

Da una parte, quindi, si supera la naturale ritrosia del latitante a fidarsi di soggetti a lui non legati da vincoli di parentela, dall’altra si sgrava la cosca di riferimento da un compito estremamente delicato, che viene affidato anche a soggetti che della stessa non fanno parte, ma che sono ampiamente rientranti, per ragioni affettive, nella cerchia dei soggetti di fiducia del latitante.

Ma in questo contesto fatto di rapporti paralleli c’è bisogno di un uomo “cerniera” che può essere identificato, sempre secondo le linee di indagini degli inquirenti, in Bruno Antonino Tegano per il tramite della sorella Margherita Tegano, convivente di Domenico Condello, al quale è riservato il compito di interfacciare l’organizzazione mafiosa di cui la cerniera fa parte, con un ruolo che è la diretta emanazione del cognato, con la struttura logistica che gestisce di fatto la latitanza del soggetto di vertice.

Bruno Tegano era diventato uomo di piena fiducia, uomo in grado di organizzare tutta una serie di attività che riuscivano al tempo stesso a proteggere il Condello e a ramificare il controllo del territorio.

«Appare evidente – si legge in un passo del decreto di fermo – che tale impostazione contribuisce a creare un sistema di protezione potenzialmente perfetto: da una parte, si riducono al minimo i rischi per l’associazione di tipo mafioso con la creazione di un cuscinetto in grado di assorbire i contraccolpi che derivano dalla incessante attività di ricerca del latitante da parte dell’autorità giudiziaria».

E c’è di più. Perchè l’organizzazione di tipo mafioso «continua si legge sempre nel testo del provvedimento di fermo – a beneficiare del ruolo attivo del suo capo attraverso la immediata disponibilità del soggetto cerniera, che è l’unico destinato a ricevere le disposizioni di questi ed a veicolare gli ordini impartiti verso gli altri componenti della cosca di riferimento: si creano, in altre parole, le premesse di un sistema di protezione in cui il rischio ricade sul solo soggetto che svolge il ruolo sin qui delineato».

Insomma un meccanismo collaudato nei minimi particolari che gli inquirenti sono riusciti ad individuare con un’indagine complessa.

di Alfonso Naso

http://www.calabrianotizie.it/2012/03/14/operazione-lancio-collante-tra-famiglie-gli-affiliati-luomo-cerniera-era-bruno-tegano-nella-fitta-rete-persone-che-hanno-favorito-latitanza-condello-sono-coinvolti-congiun/

Operazione «Lancio». Tra i fermati anche sei donne
Il boss 56enne ricercato dal 1990 rimane latitante

REGGIO CALABRIA – Sono 18 i provvedimenti di fermo eseguiti stamani dai carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Reggio Calabria nell’ambito dell’operazione denominata “Lancio”. Resta latitante Domenico Condello, 56 anni, ricercato dal 1990, e riuscito nuovamente a non farsi catturare. Condello, tra l’altro, deve scontare una condanna dell’ergastolo.

Le accuse. I fermati sono accusati, a vario titolo, di aver agevolato il latitante – inserito nell’elenco dei latitanti di massima pericolosità che fanno parte del Programma speciale di ricerca – di essere affiliati alla cosca Condello, operante a Reggio Calabria e di intestazione fittizia di beni aggravata dalle modalità mafiose. L’operazione di oggi costituisce la prosecuzione dell’operazione Reggio-Nord, condotta dai carabinieri il 5 ottobre 2011, nel corso della quale furono individuati una parte degli interessi economici della cosca ed in particolare quelli relativi all’acquisizione del villaggio-discoteca Il Limoneto, una delle strutture turistiche più importanti dell’hinterland reggino, che secondo l’accusa sarebbe stato riconducibile allo stesso Condello anche se intestato a soggetti «puliti».

Le donne. Tra gli arrestati ci sono otto familiari stretti del latitante Condello e sei donne. Tra gli altri sono state fermate la moglie e le due sorelle del boss, oltre agli zii. Un contributo fondamentale allo sviluppo delle indagini è stato fornito dai carabinieri del Ris di Messina, che hanno eseguito una serie di accertamenti tecnici e di comparazioni su reperti biologici e su alcune lettere.

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=185521

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“Attuare Registro tumori in Calabria” Doris lo Moro interroga i Ministri

3 marzo 2012

Il deputato calabrese chiede anche la bonifica dell’Oliva e la costituzione di parte civile del Governo

di Roberto De Santo sul Corriere della Calabria

AMANTEA «La piena attuazione del registro tumori in Calabria, così come denuncia il comitato Natale De Grazia, sarebbe uno strumento utile di indagine in un territorio martoriato dall’inquinamento e dagli sversamenti illegali di rifiuti pericolosi». È quanto afferma, in una nota, il deputato Doris Lo Moro, del Pd, che ha presentato un’interrogazione ai ministri della Salute e dell’Ambiente raccogliendo l’appello che il Comitato De Grazia «al fine – prosegue la nota – di sollecitare azioni concrete per l’attuazione della delibera regionale che istituisce il registro dei tumori e la bonifica della Valle del fiume Oliva». Nell’interrogazione, la deputata del Pd, ricorda che il registro tumori «è un utile strumento non solo a carattere scientifico, ma soprattutto dal punto di vista operativo, perché permette in base ai risultati di mettere in atto azioni concrete e mirate alle specificità dei singoli territori. Per questo è necessario che il governo solleciti gli organi competenti della Regione a completare l’istituzione del registro tumori nelle province di Cosenza – Crotone e Reggio Calabria per poter mettere in relazione i dati epidemiologici con le zone di maggior inquinamento, al fine di studiarne i possibili nessi di causalità. Lo Moro sollecita la costituzione di parte civile dei ministeri interrogati nei processi in corso presso la Procura di Paola per l’inquinamento della Valle dell’Oliva, da anni discarica a cielo aperto».

segue il testo dell’interrogazione

Interrogazione a risposta scritta – Ministri della salute e dell’ambiente

Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della salute, al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare.

Per sapere – premesso che:

con delibera della giunta della regione Calabria del 25 marzo 2010 n. 289 veniva approvato il «Progetto per la realizzazione del Registro tumori della popolazione della Regione Calabria» prevedendo l’istituzione di tre registri così suddivisi: Cosenza-Crotone; Catanzaro-Vibo Valentia, Reggio Calabria;

il registro tumori della provincia di Cosenza è stato presentato pubblicamente nel 2009 nella Sala degli Specchi della provincia alla presenza dei rappresentanti istituzionali della regione e della provincia, il direttore generale dell’Asp di Cosenza e la responsabile dell’unità operativa screening oncologici e registro tumori dell’azienda sanitaria provinciale di Cosenza, che ricopriva il ruolo di coordinatrice dello staff del registro tumori ma da allora non si è saputo più nulla fino alla delibera regionale del 25 marzo 2010, sopra citata;

ad oggi, fatta eccezione per la provincia di Catanzaro, che ha un registro attivo già dal 2003, la delibera regionale è rimasta del tutto inattuata. Come si legge sul sito del Ministero della Salute «La prima funzione dei registri tumori consiste nel descrivere il fenomeno neoplastico e le sue variazioni territoriali e temporali attraverso misure di incidenza e mortalità. I registri tumori producono dati di sopravvivenza per le diverse neoplasie, fornendo così un indicatore fondamentale della qualità dei servizi diagnostici e terapeutici nei diversi territori e del suo evolversi nel tempo. Inoltre, producono dati di prevalenza a livello locale e stime di prevalenza a livello nazionale. La prevalenza è l’indicatore più diretto del carico sanitario dovuto ai tumori in una popolazione ed è particolarmente utile per valutare i bisogni sanitari»;

a questo proposito il comitato civico Natale De Grazia, ricorda che la Calabria a causa degli interramenti illeciti di rifiuti tossici ha visto negli anni la totale compromissione dell’ambiente, delle falde acquifere e dell’intera catena alimentare con gravi conseguenze sulla salute pubblica. Per questo, sottolinea il comitato, sarebbe utile dare attuazione alla delibera regionale per dare finalmente risposte alla cittadinanza e studiare in base alle risultanze epidemiologiche le azioni concrete a tutela del territorio;

il comitato civico Natale De Grazia che da anni chiede la bonifica della Valle Oliva in località Serra D’Ajello (Cosenza) si è rivolto al dottor Stefano Ferretti, segretario nazionale dell’Airtum (Associazione italiana registro tumori) per conoscere lo «stato dell’arte» per il registro di Cosenza;

per questi motivi il Comitato ha inviato lo scorso gennaio una lettera ai sindaci di Amantea, Aiello Calabro, San Pietro in Amantea e Serra d’Aiello (e per conoscenza al presidente della regione Calabria, all’assessore regionale all’ambiente, al presidente della provincia di Cosenza e al direttore sanitario dell’Azienda sanitaria provinciale di Cosenza) affinché ognuno per le proprie competenze faccia quanto necessario per avviare a definitiva soluzione la vicenda del fiume Oliva e ricordando che le autorità avevano già destinato ai comuni di Ajello Calabro e Serra d’Ajello un finanziamento di 1,5 milioni di euro per la bonifica dei siti inquinati. «Fondi che fino ad oggi non sono stati impiegati» si legge nella lettera;

inoltre, nella lettera, si legge che una delegazione del comitato De Grazia si è recata presso gli ospedali riuniti di Reggio Calabria per acquisire dati sulle malattie tumorali della zona che hanno colpito anche molti bambini. I medici però non hanno potuto fornire alcun dato in quanto non esistono studi epidemiologici ufficiali, né un registro tumori, tuttavia hanno confermato che tra i ricoveri vi è un picco di bambini provenienti dai comuni di Amantea, San Pietro in Amantea, Ajello Calabro e Serra d’Ajello;

la procura di Paola ha affidato al dottor Giacomo Brancati, dirigente del dipartimento tutela salute e politiche sanitarie regione Calabria, un rapporto sulle malattie tumorali nei comuni ricadenti nella zona dell’Oliva e possibili nessi di casualità tra malattie riscontrate e sostanze inquinanti ritrovate;

nello studio epidemiologico del dottor Brancati, consegnato alla procura di Paola nel maggio del 2009, l’esperto aveva individuato 1.808 casi di malati oncologici nei comuni ricadenti nel distretto sanitario di Amantea di cui ben 191 proprio nell’area di località Foresta. Un’incidenza così elevata da far lanciare un vero e proprio allarme per i cittadini della zona. «Si conferma – scriveva Brancati – l’esistenza di un pericolo attuale per la popolazione residente nei territori dei comuni di Amantea, San Pietro in Amantea e Serra d’Aiello, circostante al letto del fiume Oliva a sud della località Foresta, dovuto alla presenza di contaminanti ambientali capaci di indurre patologie tumorali e non». E ancora. «Occorre rilevare – denunciava il consulente – la suggestiva evidenza di un eccesso di tumori maligni della tiroide nei territori più prossimi ai siti di contaminazione, che, ancorché al di sotto del limite di significatività statistica, concorda con la presenza anomala di cesio 137». Un allarme che, alla luce del nuovo rapporto scaturito dagli ultimi dati esaminati dal tecnico, sembra più che mai attuale -:

se i Ministri interrogati siano a conoscenza dei fatti esposti in premessa;

se il Ministro della salute intenda promuovere iniziative per assicurare la concreta attivazione dei registri tumori su tutto il territorio nazionale e, in particolare, nella regione Calabria;

se il Governo intenda intervenire, per quanto di competenza, per assicurare l’immediata bonifica della Valle Oliva in località Serra d’Aiello (Cosenza);

se si intenda verificare come sono state utilizzate le risorse nazionali stanziate per le bonifiche che il comitato De Grazia denuncia non esser mai partite;

se i Ministri interrogati intendano costituirsi parte civile nei processi in corso presso la procura di Paola per l’inquinamento della Valle dell’Oliva, da anni discarica a cielo aperto;

se e come, i Ministri interrogati, intendano attivarsi per il controllo delle acque, dell’aria, dei prodotti agricoli e degli allevamenti ubicati nella zona sopra identificata.

LO MORO (4-15161)  MAR 1, 2012

http://www.comitatodegrazia.org/Blog/attuare-registro-tumori-in-calabria-doris-lo-moro-interroga-i-ministri.html

Insieme al comune di Amantea anche quelli di Serra d’Aiello e San Pietro saranno parte lesa nel processo che sarà celebrato.

Rino Muoio su Il Quotidiano della Calabria

Amantea, 29/02/2012 - Altri due sindaci sono pronti a costituirsi come parte civile in un eventuale processo a carico dei responsabili dell’inquinamento dell’area del fiume Oliva. Dopo il sindaco di Amantea Francesco Tonnara, che ha risposto positivamente attraverso le pagine del Quotidiano all’appello arrivato dal Comitato “Natale De Grazia”, questa volta a dare riscontro sono i primi cittadini di altri due dei quattro comuni destinatari della lettera dello stesso comitato, quello di San Pietro in Amantea e di Serra d’Aiello, inviata loro nelle scorse settimane.

“Un eventuale processo ai responsabili dell’interramento di decine di metri cubi di materiali inquinanti e nocivi – ci ha riferito Gioacchino Lorelli, primo cittadino di San Pietro – non può non vederci coinvolti come parti lese. Abbiamo il dovere di costituirci parte civile per tutelare gli interessi delle nostre comunità e ottenere gli eventuali risarcimento per i danni subiti. L’appello del Comitato De Grazia, pertanto, ci trova assolutamente convinti e pronti”.

Dello stesso tenore anche la posizione del sindaco di Serra d’Aiello Antonio Cuglietta, che parla di atto dovuto. “Stiamo seguendo con attenzione il lavoro della Procura della Repubblica di Paola, impegnata ad accertare la verità sui fatti e sulle responsabilità che sono coinvolti

nella brutta storia dell’Oliva – ci ha riferito. Ad un eventuale avvio del processo non potremo che costituirci parte civile per pretendere da chi ha attentato alla salute dell’ambiente e dei cittadini i giusti risarcimenti. Parallelamente dobbiamo da subito lottare per ottenere la bonifica del sito nel più breve tempo possibile”.

All’appello del “De Grazia”, a questo punto, manca solo la posizione del sindaco di Aiello Calabro Franco Iacucci, che, tuttavia, potrebbe arrivare nei prossimi giorni. Intanto gli stessi ambientalisti non nascondono la soddisfazione per aver avuto assicurazione nei giorni scorsi dai vertici dell’azienda sanitaria cosentina, dell’avvio dell’attesa “registro tumori” già dagli inizi dell’anno prossimi, che potrà da subito fornire dati epidemiologici sull’incidenza delle malattie tumorali nell’ultimo triennio. Nel frattempo l’impegno é concentrato nel sollecitare le istituzioni competenti, regionali, nazionali ed europee, a provvedere alla necessaria e improcrastinabile bonifica dell’alveo del fiume Oliva.

http://www.comitatodegrazia.org/Blog/valle-oliva-altri-due-sindaci-parte-civile.html

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Archivio ‘Ndrangheta n. 4: Ligato e la politica

a tre anni dall’ omicidio dell’ ex presidente delle Ferrovie gli sviluppi nell’ indagine portano verso l’ intreccio mafia politica

delitto Ligato, luce sui mandanti?

forse una svolta ma il giudice nega gli avvisi di garanzia. il sostituto procuratore di Reggio Calabria sarebbe giunto alla fase conclusiva dell’ inchiesta sull’ omicidio di Ligato Lodovico. coinvolte le cosche reggine

DAL NOSTRO INVIATO REGGIO CALABRIA . Politica e ‘ ndrangheta, sedute attorno a un tavolo per emettere una sentenza di morte. E la notte del 26 agosto 1989. Lodovico Ligato, presidente delle Ferrovie, e’ massacrato. Finisce al cimitero. Sono passati piu’ di tre anni. E le indagini a che punto sono? Improvvisamente, anche sulla scia della trasmissione televisiva “Telefono giallo”, parlano giudici, investigatori, esperti. L’ ennesimo polverone. Oggi si e’ scoperto che il sostituto procuratore di Reggio Calabria sarebbe arrivato alla fase conclusiva dell’ inchiesta. Un crogiuolo di interessi mafiosi, di grandi business che hanno alla radice migliaia di miliardi dello Stato per risollevare dalla miseria la Calabria e, in particolare, la provincia di Reggio. E un uomo, Ligato, che improvvisamente decide di far rientro nella politica e riprendere in mano il Palazzo comunale. Un vero centro di affari illegali, come dimostra lo scandalo, di qualche mese fa, di “Tangentopoli”. Ora sarebbero stati notificati alcuni avvisi di garanzia a presunti mandanti dell’ omicidio. In parte mafiosi, in parte uomini politici, un tempo vicini a Ligato. Uomini che l’ ucciso conosceva bene. L’ inchiesta vive una delicatissima fase. Il sostituto procuratore Bruno Giordano non apre bocca. Smentisce tutto. Ma le investigazioni parlano di “importanti sviluppi” e di un impulso recente, ad opera di alcuni pentiti. I mandanti dell’ omicidio avrebbero cosi’ un nome e un cognome. E sarebbe ben chiara la motivazione del delitto. Come ci spiega proprio un detective di Stato: “Siamo arrivati a capire probabilmente il contesto degli interessi in gioco. Una partita giocata con la morte”. E di quali interessi si tratta? Qui entrano di prepotenza le cosche reggine. Perche’ nessun grosso affare si fa a Reggio . e questo accade pure oggi . senza il consenso della ‘ ndrangheta. Un esercito di killer e di capibastone, ben descritto nelle centinaia di processi che da anni si svolgono nei fatiscenti palazzi di giustizia della regione. Nessuna novita’ , invece, per l’ identificazione dei killer. Si parla di un biondino, di due assassini, i cui identikit di frequente sono esposti sui parabrezza delle macchine della polizia o nelle bacheche delle caserme dei carabinieri. Cosa dicono, in sostanza, gli elementi dell’ indagine, piu’ significativi, sinora acquisiti? La decisione di uccidere Ligato sarebbe maturata come effetto di una scelta personale: il rientro nella politica attiva. Cioe’ il ritorno a Reggio dopo le dimissioni da presidente delle Ferrovie. Ma che ragione aveva Ligato per dimettersi? Una sola. Ed e’ il filone dell’ inchiesta. La pressione degli ambienti politici locali e delle cosche. Per una sorta di “regolamento di conti”. Sulla scia di una considerazione: impegni presi e non mantenuti. Forse Ligato antesignano di Lima? Esiste pure l’ ipotesi contraria, come il rovescio di una medaglia. Se Ligato fosse rientrato a Reggio avrebbe influenzato negativamente, forse “rotto”, quegli equilibri nuovi che dopo la sua partenza per Roma si erano consolidati. Due piste per un’ indagine. Due solchi da approfondire. E i risultati, a tre anni dal delitto? A Reggio . e questo e’ un fatto importante per capire l’ omicidio . decine di amministratori comunali sono stati spazzati dal vento di “Tangentopoli”. Intreccio ‘ ndrangheta.politica. E qualche rivolo di inchiesta potrebbe esser finito tra le pagine scritte dal sostituto Giordano. Ovviamente, com’ e’ nella prassi giudiziaria, nessuna conferma. Un’ altra considerazione accredita le ipotesi degli investigatori: la pistola utilizzata e’ una Glock austriaca che sarebbe stata usata per due omicidi nel Reggino contro uomini del clan De Stefano. Un’ organizzazione criminale che ha combattuto una lunghissima guerra per il controllo della citta’ , contro la famiglia Imerti. Ligato, ucciso, quindi, nello scontro tra fazioni politiche e clan mafiosi. Si e’ parlato del delitto anche come questione “privata”, “familiare”. Si e’ scritto di tutto. Pure di tangenti finite in Puglia. Come di un’ arma usata dai servizi segreti, quasi un giocattolo di plastica. La moglie ha visto in faccia i killer. Ligato non era scortato perche’ da anni, secondo la Digos, non si occupava piu’ di politica. Un’ analisi quantomai superficiale. Perche’ proprio per la “politica impossibile” Ligato probabilmente e’ stato ucciso. Adriano Baglivo

Pagina 17

(5 novembre 1992) – Corriere della Sera

http://archiviostorico.corriere.it/1992/novembre/05/delitto_Ligato_luce_sui_mandanti_co_0_9211056052.shtml

ricostruiti i moventi del delitto

” una torta di 1200 miliardi “

l’ intreccio politico e mafioso e l’ importanza del fiume di denaro degli appalti da spartire sarebbero stati i moventi dell’ uccisione di Ligato Lodovico, secondo il magistrato Bruno Giordano

REGGIO CALABRIA . Dottor Giordano, che ruolo ha avuto l’ intreccio politico.mafioso nel delitto Ligato? “Un ruolo principale. Ligato e’ stato assassinato perche’ avrebbe potuto rompere gli equilibri saldati tra politici e mafiosi. La citta’ di Reggio e’ stata governata in questi ultimi anni da un gruppo di potere che decideva di volta in volta sia le scelte politiche, sia la gestione dei finanziamenti”. . Era una presenza verticistica o schieramenti politico.mafiosi? “Una cupola vera e propria, formata da Battaglia, Quattrone, Nicolo’ e Palamara: affiancati nelle loro scelte da esponenti delle cosche vincenti. Era stata costituita una societa’ di servizi, l’ Aurion, proprio per gestire i 1200 miliardi che dovranno finanziare opere pubbliche a Reggio Calabria”. . E il ruolo della ‘ ndrangheta? “Soprattutto le cosche vincenti, Condello.Ferraino, erano interessate a questo fiume di denaro. Circa 200 miliardi, dei 1200, sarebbero andati nelle loro tasche. L’ accordo politico mafioso era stato sottoscritto nel 1989. Anno in cui la cosca dei Condello.Imerti, aveva decimato gli avversari De Stefano”. . Ma Ligato aveva avuto agganci o con la ‘ ndrangheta nel passato? “Non in maniera diretta. Gli ottantamila voti di preferenza ottenuti erano si’ frutto di amicizie con i De Stefano ma la cosca era subalterna al personaggio”. . Invece oggi cosa e’ successo? “I politici arrestati erano manovrati dalle cosche. Era la ‘ ndrangheta che si serviva dei politici e non viceversa”. . Con che mezzi Ligato poteva entrare nelle sfere spartitorie? “Attraverso le sue societa’ . Circa trenta, sparse in Italia e all’ estero. Pensi che Ligato era interessato, assieme all’ imprenditore napoletano Maiello, alla costruzione di un impianto aeroportuale a Cortina d’ Ampezzo”. Bruno Giordano si congeda: lascera’ Reggio per trasferirsi a Palmi come presidente di Corte d’ Assise. Carlo Macri’

Macri’ Carlo

Pagina 3
(3 dicembre 1992) – Corriere della Sera

http://archiviostorico.corriere.it/1992/dicembre/03/una_torta_1200_miliardi__co_0_92120317847.shtml

” alfa ” e ” delta ” , così li ha soprannominati il magistrato, i pentiti che hanno consentito di fare luce sull’ agguato

i politici ordinarono: uccidetelo

l’ ex presidente delle Ferrovie Ligato Lodovico era divenuto ingombrante e pericoloso. per la sua uccisione 11 arresti, tra cui Battaglia Pietro, 62 anni, Quattrone Franco, 51 anni, Nicolo’ Giuseppe, 68 anni, Palamara Giovanni, 54 anni, presunti mandanti, e il sicario Lombardi Giuseppe detto ” Cavallino ” , 26 anni, mentre e’ latitante l’ altro killer Rosmini Natale detto Pluis, 27 anni

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI REGGIO CALABRIA . Speravano di averlo sepolto sotto un mucchio di intrighi che nessuno sarebbe mai riuscito a districare. Erano convinti che in quel labirinto di affari, vendette ed ambizioni si sarebbe perso anche il piu’ caparbio dei magistrati. Credevano, insomma, che quello di Lodovico Ligato sarebbe rimasto uno dei tanti cadaveri eccellenti dimenticati. E che loro, gli intoccabili, avrebbero succhiato quel fiume di miliardi fino all’ ultima goccia, regalandosi a vicenda appalti e voti. Chi avrebbe mai osato alzare gli occhi al cielo della politica? Chi, a Reggio Calabria, si sarebbe azzardato a scardinare la porta del caveau dove erano custoditi i segreti di amministrazioni corrotte e legate alle cosche? Contavano su questo, i quattro politici accusati di aver ordinato l’ assassinio di Ligato. E lo stesso calcolo avevano fatto i loro compari mafiosi, pronti ad impugnare le pistole per eseguire gli ordini venuti dall’ alto. C’ e’ voluta la testardaggine di un magistrato, il sostituto procuratore Bruno Giordano, per mandare all’ aria i progetti di questa “cupola” criminale dove, per la prima volta, spunta il famigerato “terzo livello” di un’ organizzazione malavitosa. Sono 11, in tutto, gli ordini di custodia firmati grazie al lavoro delle forze dell’ ordine ed al contributo investigativo della Dia. Soltanto 4 i latitanti. In prima fila, i politici: Pietro Battaglia, 62 anni, dc, ex parlamentare ed ex sindaco di Reggio, gia’ arrestato nell’ inchiesta sulle tangenti; Franco Quattrone, 51 anni, anche lui dc, ex deputato ed ex segretario regionale, coinvolto nella mazzette.story; Giuseppe Nicolo’ , 68 anni, dc, da sempre vicino a Misasi; Giovanni Palamara, 54 anni, socialista, ex vice presidente del consiglio regionale, piu’ volte al centro delle indagini su politica e ‘ ndrangheta. Sarebbero stati loro a commissionare il delitto in pieno accordo con lo stato maggiore della cosca Imerti.Condello.Serraino, uscita vincente dalla guerra contro il clan dei De Stefano. A svelare la trama dell’ intreccio, a scioglierne i nodi piu’ complessi, sono stati due pentiti che gli inquirenti chiamano “Alfa” e “Delta”. Sono “voci di dentro” sbocciate dal cuore della mafia calabrese: le loro confessioni, pochi mesi fa, avrebbero segnato la svolta decisiva del “giallo”. Ma per saperne di piu’ occorre tener d’ occhio quanto accadde nel 1989. A Reggio stanno per piovere 1200 miliardi destinati alla realizzazione di opere pubbliche come l’ aeroporto, il centro direzionale e la metanizzazione. Antonino Imerti, detto “nanu feroce”, ha fatto piazza pulita della famiglia De Stefano, con una guerra costata 700 morti da entrambe le parti. Anche gli schieramenti politici sono definiti dopo anni di battaglie. I commensali, dunque, sono pronti al banchetto. Ma all’ improvviso appare Lodovico Ligato. Lui, il cronista di provincia arrampicatosi in cima alla politica nazionale, il presidente delle Ferrovie travolto dallo scandalo delle lenzuola d’ oro, a cinquant’ anni suonati torna a Reggio. Dovrebbe essere un uomo sconfitto, condannato a vivere lontano dalla scena pubblica. Ma non e’ cosi’ . Quei 1200 miliardi fanno gola anche a lui. E di cartucce da sparare, l’ ex deputato democristiano, ne ha piu’ di una. Conta sulla vecchia amicizia con il clan De Stefano, che con il suo aiuto potrebbe risorgere dalla polvere. Punta sulle 80 mila preferenze raccolte alle elezioni dell’ 83. Ma, soprattutto, sa come costruire una rete di societa’ piu’ o meno fittizie con le quali catturare gli appalti. Fin quando lui sara’ vivo, dunque, il banchetto non potra’ cominciare. Ma come fare a liberarsi di un uomo deciso a tutto pur di risalire in quota? Non c’ e’ che una scelta: ucciderlo. Attenzione, pero’ : Ligato conosce i sinistri anfratti del malaffare reggino e non bisogna spaventarlo. Cosi’ , per un mese le armi tacciono. Poi, nella notte tra il 26 e 27 agosto, una grandinata di proiettili cancella l’ ostacolo. L’ ex deputato democristiano muore dinanzi alla sua villa di Bocale, una frazione di Reggio affacciata sul mare. Due killer sparano con tre pistole. Una di queste e’ una “Glock” gia’ usata per un precedente delitto commesso ai danni di alcuni sgherri dei De Stefano. E’ la firma in calce all’ assassinio di Ligato. Sara’ quest’ elemento a guidare le indagini e a condurre poi all’ identificazione dei due sicari. Si tratta di Natale Rosmini, 27 anni, detto Pluis, che pero’ e’ riuscito a sfuggire all’ arresto; e di Giuseppe Lombardi, 26 anni, soprannominato “Cavallino”. Ormai i padroni delle tessere ed i padrini della mala possono camminare tranquillamente a braccetto. Due giorni dopo l’ omicidio, viene eletta la nuova giunta comunale guidata da Pietro Battaglia. “E’ la risposta della citta’ all’ offensiva della mafia”, tuonano sindaco e assessori. Ma sulla tomba di Ligato non comincia altro che quel banchetto imbandito per mafiosi ed amministratori con i miliardi dello Stato. Enzo d’ Errico

Pagina 2
(3 dicembre 1992) – Corriere della Sera

http://archiviostorico.corriere.it/1992/dicembre/03/politici_ordinarono_uccidetelo_co_0_92120317851.shtml

Mancini: sono sconvolto. le colpe stanno a Roma

reazioni all’ arresto del socialista Giovanni Palamara e dei 3 democristiani per l’ omicidio Ligato

ROMA . “In realta’ le segreterie nazionali non hanno mai voluto sapere davvero cosa succede a Reggio Calabria. L’ hanno sempre considerata soprattutto un grosso serbatoio di voti”. Giacomo Mancini, l’ anziano patriarca del Psi calabrese, picchia duro. E mette sotto accusa Roma. Stupito per gli arresti? “Sconvolto. Lo denunciavo da anni, il rapporto tra mafia e politica a Reggio. Ma che il legame fosse cosi’ stretto e’ una certezza sconvolgente”. Brutta botta per Dc e Psi, a dieci giorni dalle elezioni. “E’ una brutta botta per tutti. Quel poco di democrazia che c’ era a Reggio sta morendo. Questa campagna elettorale non avrebbero dovuto farla”. Cioe’ ? “Insomma, questa svolta non era prevedibile. Ma gia’ quello che era avvenuto, gli arresti per lo scandalo delle tangenti, avrebbe consigliato al prefetto di sciogliere il consiglio comunale in base alla norma antimafia”. Cosa sarebbe cambiato? “Avrebbe consentito un lungo periodo di commissariamento, con la possibilita’ di tentare una ricucitura del tessuto democratico. Questa campagna l’ avrei impedita. L’ ho detto diverse volte al ministro degli Interni. Ma mi ha risposto che il prefetto era contrario, perche’ c’ erano tutte le condizioni, diceva lui, per un voto sereno. E mi ha detto che a Reggio non c’ era una grave situazione di infiltrazione mafiosa nelle istituzioni”. Ma chi comanda a Reggio? “Questo e’ il punto. Si tratta di capire se comandano i politici o i mafiosi. Io ho l’ impressione che a prevalere sia la ‘ ndrangheta”. E la classe politica? “Temo che sia subordinata”. I nomi l’ hanno stupita? “Non tutti. Ho sempre detto che l’ omicidio era maturato negli ambienti politici e mafiosi reggini. Ma onestamente dico che non avrei saputo disegnare l’ identikit del politico capace di decidere un omicidio…”. Ma e’ possibile che un ambiente politico locale degeneri cosi’ , senza che Roma se ne accorga? “Le ripeto: Reggio Calabria chiama in causa le segreterie nazionali dei grandi partiti. Che avrebbero avuto l’ obbligo, per quello che e’ accaduto nel corso degli anni, di intervenire, di non accontentarsi, di tanto in tanto, di mandare un commissario”. L’ hanno appena fatto di nuovo, no? “Certo, per la preparazione delle liste elettorali. I democristiani e anche i socialisti. Ma non servono a molto. La questione meridionale, e la questione reggina, sono gravi proprio perche’ il Meridione e Reggio sono considerati solo dei grandi serbatoi di voti, nei quali Dc e Psi pescano a piene mani”. …E a Roma chiudono un occhio. “Tutti e due gli occhi. Davanti ai voti le segreterie nazionali sono soddisfatte. Poi magari ci sono le grane dovute alle rivalita’ , ma sono considerate cose secondarie”. I morti no, pero’ . “Bravo, tenga conto che negli ultimi anni a Reggio sono state ammazzate non so quante centinaia di persone. Centinaia di cadaveri, senza che Roma ne avesse quasi la percezione. Nemmeno il ministero degli Interni”. Vuol dire che i Forlani, gli Andreotti, i Craxi, quando venivano a Reggio, non si informavano sulle persone cui stringevano le mani? “Forlani, Andreotti, Craxi… Tutti. Insomma, questi qui erano i loro capicorrente locali. E’ la stessa struttura interna dei partiti che comporta questa complicita’ generale. Perche’ questi sono quelli che poi ti portano i voti, le tessere, le vittorie ai congressi”. Un quadro agghiacciante. “E’ cosi’ , e’ cosi’ . Se uno va a vedere cosa e’ stato detto negli ultimi anni in commissione antimafia… Altro che sorprese… Non dico che si trovano anche i nomi degli arrestati di ieri, pero’ il quadro e’ nettissimo”. Senza speranze? “La grande novita’ e’ la magistratura. Che si muove. Prima queste inchieste non venivano fatte”. Dove puo’ portare questa inchiesta? “Tra gli arrestati ci sono uomini che possono portare a Roma”. Gian Antonio Stella

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(3 dicembre 1992) – Corriere della Sera

http://archiviostorico.corriere.it/1992/dicembre/03/Mancini_sono_sconvolto_colpe_stanno_co_0_92120317460.shtml

grazie a due pentiti scoperto l’ intreccio tra mafia e amministratori: manette anche ai killer del commando

poche parole ma chiare

arrestati a Reggio Calabria due ex sindaci dc e psi e altri due esponenti democristiani. il giudice: ordinarono l’ omicidio del rivale scomodo. Scalfaro: i responsabili paghino

A sentire Tommaso Buscetta, il piu’ credibile e creduto dei “pentiti” nazionali, e’ la mafia a servirsi dei politici e non viceversa. Sono i boss che, ora con le buone ora con le cattive, inducono i sindaci e gli assessori a offrire un appalto o a insabbiare un misfatto. Secondo gli esperti la ‘ ndrangheta calabrese si e’ sempre uniformata alle regole stabilite dagli “uomini di onore” che abitano al di la’ dello Stretto. Ma da ieri siamo venuti a sapere che a Reggio Calabria e dintorni da tempo queste regole sono radicalmente cambiate. Non piu’ i voti di scambio con altrettanti favori. Tra i boss e i rappresentanti dei partiti, tra i sindaci e i “capibastone” sono scomparsi gli ambigui contatti, le “intese” colte a volo e mai definite nei dettagli, e gli ammiccamenti che per secoli avevano consentito ai personaggi di rispetto di mantenere le distanze, evitare la compromissione e, volendo, addormentare la coscienza. Da ieri tutto e’ cambiato. Dalla “contiguita’ ” (parola equivoca quant’ altre mai) alla complicita’ , che almeno ha il merito della chiarezza. Da ieri un sostituto procuratore ha ipotizzato, anzi formalizzato, seppure nei limiti di un’ inchiesta preliminare, un sinistro “salto di qualita’ ” nei rapporti di affari gia’ cosi’ torbidi tra politici e criminalita’ organizzata. Per anni e anni anche a Reggio Calabria, nella distribuzione degli appalti e nella assegnazione delle tangenti, si sono rispettate le regole di Milano e di tutte le altre citta’ finora inquisite. Ma quando Ludovico Ligato, democristiano rampante, lascio’ Roma per tornare nella citta’ natale, secondo il magistrato, i capi della ‘ ndrangheta, in pieno accordo con alcuni politici locali, invece di offrirgli un posto a tavola gli trovarono un loculo nel cimitero. La drastica decisione fu presa da personaggi importanti. Tra gli undici arrestati fanno spicco due ex sindaci, uno democristiano e uno socialista, e un deputato dc, segretario regionale del partito fino a quattro mesi fa, per poi assumere la presidenza della Camera di commercio. Finora i partiti coinvolti restano senza parole. E si puo’ anche capire. Craxi, sabato scorso, nel festeggiare i primi cento anni del Partito socialista, si e’ impegnato ad affrontare (e ovviamente a risolvere) la questione morale, economica e politica del Paese. Appena ieri, Martinazzoli ha parlato di se stesso come di “un segretario eletto per disperazione”, ma deciso a rianimare un partito in agonia. Dopo le notizie di Reggio, Craxi deve moltiplicare gli sforzi, se vuole onorare l’ impegno. Martinazzoli deve aumentare, e non di poco, le sue riserve di coraggio. Come possono reagire a quest’ ultima mazzata? Il Partito repubblicano ha proposto a Mancino di rimandare le elezioni amministrative previste a Reggio Calabria per il 13 dicembre, e ci sembra una proposta saggia. Ma in questa fatale domenica andra’ alle urne, nel Nord e nel Sud, quasi un milione di italiani. Tanto Craxi quanto Martinazzoli, per quindici giorni avranno una vita ancora piu’ dura del solito. La notizia, dice il calabrese Giacomo Mancini, e’ di “inaudita gravita’ “. Anzi l’ ex segretario socialista fa capire che ci potrebbe essere un seguito addirittura terrificante. Ma una situazione che si sta facendo sempre piu’ difficile va affrontata con sempre maggiore freddezza. Ne’ a Craxi e tanto meno a Martinazzoli conviene mettersi sulla difensiva nella speranza che anche questa ennesima tempesta si scarichi. Dinanzi a sospetti e accuse ben piu’ pesanti di quelli che ha gia’ dovuto sopportare, la Dc non puo’ limitarsi a contenere i danni. E i socialisti, finora i piu’ colpiti ma anche i piu’ compromessi, se tornano a lamentarsi della faziosita’ dei giudici, corrono grossi rischi. Sarei il primo, questa volta, a rallegrarmi se un sostituto procuratore si fosse spinto troppo oltre per eccesso di zelo. L’ inesperienza di un giovane non offusca il prestigio della magistratura; ma se nei partiti, gia’ colmi di ladri, comincia a spuntare anche qualcosa di peggio… Per evitare uno scandalo dagli effetti devastanti, non resta che chiuderlo al piu’ presto. Certamente Craxi e Martinazzoli sono stati colti di sorpresa, ma una volta scattato l’ allarme, entrambi debbono impegnarsi a fondo per sapere come stanno le cose. In casi come questo il silenzio e’ una prova di serieta’ e di forza. Purche’ seguano, al piu’ presto possibile, parole coraggiose, convincenti e chiare. Gianfranco Piazzesi Dalla prima pagina

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(3 dicembre 1992) – Corriere della Sera

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le indagini sull’ omicidio Ligato

Il giudice risponde a Martinazzoli: “per me le prove sono sufficienti”

il gip Ielasi replica al segretario DC che voleva conoscere le carte processuali. il documento basato sulla deposizione di Licandro delinea i rapporti tra i politici Battaglia, Quattrone, Nicolo’ e Palamara e i clan mafiosi delle cosche Rosmini, Condello, Serraino, Imerti e Saraceno

DAL NOSTRO INVIATO REGGIO CALABRIA . “Pretendere di conoscere le carte processuali, quando ancora sono sotto segreto istruttorio, e’ un po’ troppo”. Domenico Ielasi, il giudice delle indagini preliminari che ha firmato gli ordini d’ arresto dei 4 politici eccellenti e dei 7 esponenti della ‘ ndrangheta accusati di essere mandanti ed esecutori del delitto Ligato, risponde cosi’ a Martinazzoli, che da Bruxelles aveva dichiarato: “La Dc non si fa processare in piazza. Prima dei giudizi, fuori le carte”. Presumibilmente il segretario della Dc ha potuto leggere le 49 cartelle del documento e, come molti altri, s’ e’ convinto che esso non dimostra il collegamento diretto tra i presunti mandanti e gli esecutori del delitto. Percio’ Ielasi, al centro della polemica, chiarisce con decisione: “Dopo 13 anni di attivita’ processuale e penale, sono in grado di valutare carte e situazioni”. L’ obiezione e’ semplice. Altri elementi suffragano la sua certezza? “Se il pm e’ in possesso di altri elementi, non lo so. Le prove logiche e la “causale imponente” sono state sufficienti per farmi accogliere le richieste d’ arresto”. I politici arrestati sono stati intanto interrogati dal gip, cui gli avvocati hanno gia’ presentato istanza di scarcerazione per mancanza di indizi. In particolare l’ avvocato Emilio Tommasini sottolinea che il suo assistito, Franco Quattrone, e’ stato interrogato per tre ore solo sulle vicende politiche di Reggio e non sui fatti inerenti all’ accusa di concorso in omicidio. E rivela che l’ ex segretario regionale dc ha inviato richiesta scritta per essere “ascoltato” dal pg e dal superprocuratore antimafia, Siclari. “L’ onorevole Quattrone, che e’ anche avvocato, ha avvertito attorno a se’ un fumus persecutorio, per cui ritiene piu’ opportuno che di questo delitto si occupino non i magistrati di Reggio ma le istituzioni gerarchicamente piu’ elevate”. Al di la’ delle schermaglie giuridiche, resta il macigno che l’ inchiesta ha fatto cadere sulla citta’ , in procinto di votare per il rinnovo del consiglio comunale. Un macigno che da una parte provoca proteste e accuse di approssimazione ai giudici, da un’ altra invece l’ ansia di conoscere gli sviluppi delle indagini. E difficile infatti “digerire” l’ ipotesi che le cosche mafiose, per anni in guerra tra loro, abbiano agito da braccio armato di “cupole politiche” che decidevano come veri vertici mafiosi contrapposti. Ma il giudice Ielasi spiega ancora: “L’ ordinanza deve essere letta nel suo complesso: non si possono estrapolare pezzetti per farne oggetto di polemiche”. Il documento delinea comunque una costruzione mostruosa, connettendo aspetti testimoniali, storici e affaristico.politici: “Al momento dell’ uccisione di Ligato erano sul tappeto importanti questioni economiche quali la metanizzazione, la sistemazione del lungomare, la costruzione della scuola allievi dei carabinieri, ma soprattutto il Centro direzionale e il cosiddetto decreto.regio. E, secondo la testimonianza dell’ ex sindaco Licandro, avvalorata dai fatti, alla stagnazione antecedente all’ omicidio Ligato, segue, dopo il grave fatto di sangue, “un’ apprezzabile ripresa politico.amministrativa, con l’ elezione in data 29.8.1989 dell’ onorevole Pietro Battaglia a sindaco” (pag. 34). Eliminato Ligato, quindi, il gruppo politico.mafioso vincente (i politici: i dc Battaglia, Quattrone, Nicolo’ e il socialista Palamara; e le cosche Rosmini, Condello, Serraino, Imerti, Saraceno) pote’ rimettere in gioco la macchina affaristica che il “ritorno” a Reggio di Ligato (agganciato al clan rivale dei De Stefano) aveva di fatto bloccato. Il “teorema” . come lo definiscono gli avvocati . si regge sulla testimonianza dei pentiti “alfa” e “delta” . come recita l’ ordinanza . suffragata da “riscontri logici e fattuali”. Da indiscrezioni, pero’ , sembra che i pentiti sarebbero non 2 ma addirittura 5. Le confessioni troverebbero conferme l’ una dall’ altra. In particolare, uno dei pentiti sarebbe il boss di uno dei clan coinvolti, il quale avrebbe portato ai killer il “messaggio” di uccidere. La “carta probante” in mano al pm Bruno Giordano, da sempre ritenuto magistrato fin troppo cauto, sarebbe proprio questa: l’ uomo di collegamento tra la “cupola politica” e gli esecutori del delitto. Un altro pentito sarebbe addirittura uno dei killer, che ha rivelato da chi ha ricevuto l’ ordine. Cosi’ la trama si chiuderebbe. Il testo dell’ ordinanza contiene molti “omissis”, per motivi di sicurezza. E legittimo tutto questo? “In teoria si’ . E infatti a discrezione del pm scegliere gli elementi di accusa . dice Ielasi .. I dati che mi sono stati forniti, comunque, per me erano sufficienti per gli ordini di arresto”. Ottavio Rossani

Pagina 3
(6 dicembre 1992) – Corriere della Sera

http://archiviostorico.corriere.it/1992/dicembre/06/giudice_risponde_Martinazzoli_per_prove_co_0_92120617352.shtml

la proposta

“ispettore generale” per il Sud

proposta la nomina di un commissario per il sud

Dopo gli arresti clamorosi di 4 esponenti politici a Reggio Calabria, per il delitto Ligato, Sergio Romano ha proposto la nomina di un Commissario per il Sud. Una proposta che fa venire in mente il racconto di Gogol L’ Ispettore generale. Gli argomenti dell’ articolista non sono invece affatto gogoliani, soprattutto uno: “Il Sud . scrive Romano . ha bisogno di un commissario che rimetta a zero la macchina della corruzione e del malgoverno e ricrei pazientemente le condizioni della democrazia”. E da molti anni che una minoranza di meridionali chiede questo: il “ritorno” dello Stato nel Sud, e non solo l’ intervento di giudici contro amministratori corrotti. Per evitare che sia considerato un miracoloso demiurgo, bisogna chiarire le funzioni di questo commissario. Sono almeno 20 anni che la degenerazione morale, politica e civile dei partiti ha provocato al Nord la collusione tra affarismo e amministratori a cui, al Sud, si e’ aggiunta la malavita organizzata. A Reggio Calabria, dopo la rivolta per il capoluogo, la metastasi e’ diventata totalizzante. Le responsabilita’ risalgono al sistema di potere economico e sociale che con il pretesto dell’ intervento straordinario rapina migliaia di miliardi all’ erario. La Calabria, con il fantasma del porto di Gioia Tauro, con la Liquichimica, ne e’ la vittima e insieme l’ esempio piu’ evidente. Si e’ detto che la proposta di Romano creerebbe un separatismo del Sud. Pensiamo, invece, che potrebbe essere utile per guardare in tutte le amministrazioni locali: comunita’ montane, comunali, provinciali e regionali, perche’ appalti e finanziamenti . soprattutto dopo il terremoto ‘ 80 . vengono decisi dai consigli comunali, provinciali e regionali che, in tutta la Sicilia, in molti comuni di Calabria, Campania e Puglia (fa eccezione la Lucania) sono, chi piu’ chi meno, nelle mani di mafia, ‘ ndrangheta, camorra o Sacra Corona. Il groviglio che si e’ formato fra le varie organizzazioni criminali e i rappresentanti eletti delle istituzioni locali, interessati direttamente o indirettamente ai consorzi di opere pubbliche o pseudoindustrializzazione, e’ inestricabile. L’ unica strada e’ eliminare il ceto politico.mafioso, che ha costituito gruppi di potere potentissimi e in guerra tra loro nei partiti. Se e’ cosi’ , anche i meridionali, proprio in difesa della democrazia, dovrebbero sospendere, per un periodo preciso, le elezioni nelle aree ben circoscritte in cui domina la criminalita’ in modo da rifondare lo Stato. Russo Giovanni

Pagina 36
(6 dicembre 1992) – Corriere della Sera

http://archiviostorico.corriere.it/1992/dicembre/06/ispettore_generale_per_Sud_co_0_92120617223.shtml

Archivio ‘Ndrangheta Pubblicato il 4 gennaio 2012

Archivio ‘ndrangheta n.2: l’inferno di Reggio del 1992 ci riporta a Saline e a Ciccio Franco Pubblicato il 6 gennaio 2012

Archivio ‘ndrangheta n.3: il caso Ligato Pubblicato il 19 gennaio 2012

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Marina di Gioiosa: arrestato il latitante Rocco Aquino, era a casa sua

‘Ndrangheta: arrestato da carabinieri boss Rocco Aquino

Era inserito nella lista dei cento latitanti di massima pericolosita’

ROMA – Il boss della ‘Ndrangheta Rocco Aquino e’ stato arrestato dai carabinieri a Gioiosa Ionica. Aquino era inserito nella lista dei cento latitanti di massima pericolosita’.

E’ stato sorpreso all’interno di un bunker realizzato nel sottotetto della sua abitazione, a Marina di Gioiosa Ionica, Rocco Aquino, 52 anni detto “il colonnello”, il boss della ‘ndrangheta arrestato dai carabinieri del Ros e del comando provinciale di Reggio Calabria. Aquino era latitante dal 13 luglio 2010 quando sfuggi’ alla cattura nell’ambito dell’operazione Crimine condotta dalle Dda di Reggio Calabria e Milano contro cosche operanti in Calabria e Lombardia con l’arresto di oltre 300 persone. Rocco Aquino è ritenuto il capo storico della omonima famiglia di ‘ndrangheta. Per lui, il procuratore aggiunto della Dda reggina, nel processo in abbreviato a 120 persone, ha chiesto la condanna a 20 anni di reclusione. I particolari dell’arresto saranno resi dai carabinieri in una conferenza stampa in programma domani alle 10 al Comando provinciale ed alla quale parteciperà il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri, che ha coordinato le indagini insieme al pm Maria Luisa Miranda.

Al momento dell’irruzione dei carabinieri, Aquino si è arresto senza opporre alcuna resistenza. Le indagini hanno confermato l’usanza dei boss della ‘ndrangheta di vivere la latitanza nei propri territori e quando possibile, come nel caso di Aquino, addirittura in casa propria. Consapevole dei controlli delle forze dell’ordine, che hanno già portato alla scoperta di numerosi bunker, il boss aveva pensato di proteggersi facendosi realizzare il rifugio non sottoterra o tra le pareti, come avviene normalmente, ma in alto, nel sottotetto della casa. Una precauzione che però non gli è servita.

”E’ stata un’indagine che ha richiesto una tecnologia avanzata e l’elite dei carabinieri e solo grazie a questa elite l’abbiamo portata a termine”. Così il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, ha commentato l’arresto del boss Rocco Aquino. Le indagini sono state condotte dai carabinieri dal Ros, dal Gruppo di Locri e dai “cacciatori” e sono state, ha aggiunto Gratteri, “di altissimo livello tecnico”.

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2012/02/10/visualizza_new.html_77413629.html

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Catanzaro: confiscati beni per 6 mln ad esponente cosca Forastefano

Mercoledì 08 Febbraio 2012 14:21

La polizia ha confiscato beni per un valore dei sei milioni di euro ad un presunto affiliato alla ‘ndrangheta, Nicola Sebastiano Rende, di 65 anni. La confisca e’ stata disposta dalla Corte d’appello di Catanzaro. I beni consistono in terreni agricoli, automobili, un fabbricato con annessi negozie a Cassano allo Jonio, alcuni libretti di risparmio, quote societarie e contratti assicurativi. Rende risulta essere ”stabilmente inserito” nella cosca Forastefano di Cassano allo Jonio. I beni confiscati sono terreni agricoli, autovetture, quote societarie, fabbricati tra cui uno stabile a Sibari in cemento armato, adibito per le speciali esigenze di un’attivita’ commerciale, con spazio verde e aiuola, parcheggio pavimentato e recinzioni, assicurato da allarme per un’estensione totale di oltre tremila metri quadrati, con negozi adibiti ad esercizi commerciali, contratti assicurativi, autovetture e libretti di risparmio. Il provvedimento di confisca e’ stato confermato dalla corte d’appello di Catanzaro.

http://www.strill.it/index.php?option=com_content&view=article&id=120492:catanzaro-confiscati-beni-per-6-mln-ad-esponente-cosca-forastefano&catid=41:catanzaro&Itemid=87

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Valle dell’Oliva: una storia infinita

Valle Oliva: resoconto della commissione Envi (UE)

http://www.comitatodegrazia.org/Blog/2701.html
Pubblicata la relazione della commissione Envi del Parlamento europeo sullo stato del fiume Oliva.
I commissari che sono stati ad Amantea dal 23 al 25 novembre scorso: “Nessuno cerca seriamente di risolvere il problema”
di Ernesto Pastore su” Gazzetta del Sud”

Amantea, 07 feb. 2012 – Un quadro d’insieme che conferma le criticità già emrse nel corso di questi anni e che attestano il valore delle indagini compiute dalla Procura della Repubblica di Paola. La relazione redatta dalla delegazione della Commissione Envi, che nei mesi scorsi su iniziativa dell’europarlamentare Mario Pirillo ha effettuato una ricognizione lungo il greto del fiume Oliva, mostra con cognizione di causa le problematiche di un territorio che deve essere bonificato con la massima urgenza.

Durante il periodo di permanenza ad Amantea la delegazione composta dallo stesso Pirillo e da Judith Merkies, Miroslav Mikolášik, Radvilē Morkūnaitē-Mikulēnienē, Anna Rosbach e Sabine Wils ha esaminato i problemi relativi al mancato smaltimento di rifiuti tossici e di altre questioni legate all’inefficace attuazione della legislazione ambientale tutt’ora vigente.

I membri della delegazione, nel corso dei colloqui intercorsi con i tecnici che hanno gestito i campionamenti di terreno nella valle dell’Oliva che sono costati oltre un milione di euro, hanno chiesto di conoscere quale fosse l’origine di tutti i metalli pesanti e delle sostanze tossiche ritrovate ed il tipo d’industria presente in questa zona. Una domanda che resta tutt’ora senza risposta: non è possibile infatti stabilire la provenienza di tali elementi in quanto sono oramai stratificati. Sta di fatto che in Calabria, così come attestano le analisi compiute fino ad ora, non esistono industrie che producono tale tipologia di rifiuti.

«Gli esperti dell’Arpacal – si legge nella relazione – hanno informato i membri che l’alveo del fiume Oliva fosse usato già a partire dalla fine degli anni Ottanta per lo scarico di rifiuti illegali provenienti da fuori Calabria».

Secondo le organizzazioni non governative “si tratterebbe di discariche abusive provenienti dal traffico nazionale di rifiuti tossici che venivano interrati nella valle del fiume con conseguente inquinamento delle falde acquifere”.

«I carotaggi – prosegue la relazione della commissione Envi – hanno mostrato un’elevata concentrazione di Cesio 137, sostanza che non si trova in natura ed il 10 percento della popolazione che vive nella zona è stata colpita da tumori. L’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) spiega la presenza di questa radioattività con l’incidente di Chernobyl avvenuto nel 1986. Ma il procuratore capo di Paola Bruno Giordano non accoglie questa spiegazione poiché la presenza di Cesio 137 è stata dimostrata non solo negli strati superiori del terreno, ma anche per profondità fino a sei metri». L’ipotesi che ci sia stato uno smaltimento illegale di sostanze radioattive e di altri rifiuti pericolosi che hanno causato la contaminazione radioattiva del sito e impatti sulla salute della popolazione è dunque ancora valida.

Nell’ultima parte della relazione che riguarda specificatamente il fiume Oliva i delegati europei s’interrogano sulle possibili minacce per la salute, chiedendo come mai non sia stato ancora disposto nessun progetto di bonifica e di recupero della zona e chi avrebbe sostenuto i relativi costi. È la stessa risposta che vorrebbero coloro che vivono da queste parti e che hanno visto i propri familiari morire.

Le conclusione del rapporto Envi

Il motivo della visita della delegazione in Calabria è stato quello di verificare le denunce relativi allo smaltimento di rifiuti tossici e di altri problemi relativi all’applicazione della legislazione ambientale in questa regione, in particolare nella valle del fiume Oliva, in provincia di Cosenza, dove esperti dell’A.R.P.A.CAL (Agenzia di Protezione Ambientale della Calabria) hanno trovato grandi quantità di rifiuti tossici scaricati illegalmente nei luoghi naturali (tra le altre il cesio 137 radiattivo), così come nella zona di Crotone, dove l’azienda “Pertusola sud”, ora dismessa, ha prodotto gravi danni all’ambiente e alla salute dei cittadini in una vasta area della Calabria.

Oltre all´utile contributo dato dalle ONG, la delegazione ha appreso delle indagini effettuate da ISPRA e da ARPACAL ma si rammarica che le informazioni siano rimaste piuttosto a livello tecnico.

Durante la maggior parte degli incontri i Membri hanno rivolto le stesse domande ottenendo spesso delle risposte vaghe, come ad esempio spiegando che la persona aveva assunto la carica solo pochi anni fa. L’impressione generale era che, oltre a una situazione difficile a causa di molti livelli di governo, nessuno ha voluto assumersi alcuna responsabilità. I Membri hanno riscontrato una mancanza di trasparenza e una mancanza di fiducia sia negli enti pubblici che tra la popolazione. Erano rammaricati di non vedere nessuna idea o volontà politica o piani d’azione concreti per risolvere i problemi alla radice, ma solamente accuse reciproche motivate politicamente. Per quanto riguarda gli incontri con i procuratori, i Membri hanno avuto la sensazione che alcune informazioni sono state confidenziali visto il non coinvolgimento delle rappresentanze della società civile.

Durante la visita i Membri hanno avuto l’impressione che ci fosse un problema generale e strutturale e che la situazione in Calabria non sembra essere più grave che in altre regioni italiane. L’Italia è spesso in ritardo quando si tratta di applicare la legislazione ambientale (in particolare nel campo dei rifiuti), ed anche se e´uno Stato membro fondatore dell’Unione europea, manca ancora di una buona struttura per lo smaltimento dei suoi rifiuti. Ciò che ha colpito i Membri, però, è che nessuno cercasse seriamente una strategia per risolvere questo ma che la gente piuttosto aveva l’abitudine di rivolgersi verso l’UE chiedendo aiuto affinché ci sia un maggior controllo del diritto ambientale europeo.

scarica qui il documento originale: envi-calabria-nov2011en


Comitato De Grazia, Quattro richieste a sindaci, Regione e Asp per mettere la parola fine alla vicenda fiume Oliva

http://www.comitatodegrazia.org/Blog/comitato-de-grazia-quattro-richieste-a-sindaci-regione-e-asp-per-mettere-la-parola-fine-alla-vicenda-fiume-oliva.html

Bonifica vallata, analisi aria, acqua e terra, costituzione parte civile e registro tumori. Le richieste contenute in una missiva con la relazione sui dati delle analisi nel fiume Oliva.

Amantea, 11 feb. 2012 – Richiesta immediata agli Enti competenti delle operazioni di bonifica dell’area; Richiesta valutazione costituzione parte civile nel processo che sarà eventualmente  incardinato a seguito della chiusura dell’inchiesta che sta conducendo la Procura di Paola; Attivazione per il controllo delle acque, dell’aria, dei prodotti agricoli e degli allevamenti ubicati nella vallata; Richiesta intervento per sollecito alle Autorità Sanitarie regionali, provinciali e locali per la Costituzione del Registro Tumori Provincia di Cosenza.

Con queste quattro precise richieste il comitato De Grazia, in collaborazione con il comitato “Valle Oliva, Terre a perdere”, ha inviato nei giorni scorsi una lunga missiva – contenente in premessa una relazione sullo stato del fiume Oliva – ai sindaci di Amantea, Aiello Calabro, San Pietro in Amantea e Serra d’Aiello (e per conoscenza al presidente della Regione Calabria, all’Assessore regionale all’ambiente, al Presidente della Provincia di Cosenza e al Direttore sanitario dell’Asp di Cosenza) affinché ognuno per le proprie competenze faccia quanto necessario per avviare a definitiva soluzione la vicenda del fiume Oliva.

Ai comuni viene richiesto in particolar modo di sollecitare gli organi competenti (Regione e Governo) di mettere in sicurezza l’area attraverso la bonifica dei siti contaminati da sostanze pericolose e nel contempo, attivarsi per il controllo della salubrità delle acque (anche con l’utilizzo dei piezometri già installati), dell’aria, dei prodotti agricoli e dell’allevamento ubicati nella vallata.

Il comitato ritiene inoltre che l’avvio di uno studio epidemiologico e l’istituzione del registro tumori sia necessario, aldilà della situazione dell’Oliva, per capire la reale situazione delle malattie tumorali del comprensorio di Amantea, per individuare le possibili cause ambientali e quindi porvi rimedio. E’ indispensabile poi, che i Comuni lesi dall’inquinamento del fiume Oliva, si costituiscano parte civile nel processo che si andrà molto probabilmente a celebrare, per tutelare gli interessi dei cittadini.

E’ stato poi sollecitato un incontro con i sindaci (con lettera protocollata il nove febbraio al comune di Amantea) per definire, insieme alle amministrazioni locali, azioni condivise da cittadini e amministratori, per accelerare la soluzione della vicenda dell’Oliva. Il Comitato ritiene che solo dopo aver messo la parola fine a questa vicenda lunga più di un ventennio, e quindi dopo aver ripristinato la salubrità dei luoghi ed aver avviato a soluzione il problema sanitario, si potranno investire utilmente delle risorse per rilanciare, attraverso adeguate azioni di marketing territoriale, l’economia dei comuni colpiti da queste vicende. Fino a quando non verranno bonificati i siti contaminati ogni tentativo ipocrita di “rinfrancare” la popolazione e di “rimuovere” il problema, va condannato perché incurante della vita della gente e delle future generazioni.

Comitato civico “Natale De Grazia”

Un paragrafo della lettera

REGISTRO TUMORI

Con la delibera della Giunta della Regione Calabria del 25 marzo 2010 n. 289, è stato approvato il “Progetto per la realizzazione del Registro Tumori della popolazione della regione Calabria” che prevede tre registri tumori, quello di Cosenza-Crotone, quello di Catanzaro-Vibo Valentia e quello di Reggio Calabria. Il registro tumori della provincia di Cosenza, è stato presentato pubblicamente il 18 aprile del 2009 nella Sala degli Specchi del Palazzo della Provincia di Cosenza (sul sito dell’ASP di Cosenza è ancora possibile consultare la locandina dell’evento). In quell’occasione sono intervenuti, tra gli altri, i rappresentanti istituzionali della Regione e della Provincia, il direttore generale dell’Asp di Cosenza e la responsabile dell’Unità Operativa Screening Oncologici e Registro Tumori dell’ASP di Cosenza, dottoressa Anna Giorno, che ricopriva il ruolo di coordinatrice dello staff del Registro Tumori ma da allora non si è saputo più nulla fino alla delibera regionale del 25 marzo 2010, sopra citata.

Allo stato attuale, fatta eccezione per la Provincia di Catanzaro che vanta un registro tumori già attivo dal 2003, ancor prima della delibera regionale, ancora nulla si conosce sullo stato dell’arte dei registri tumori in Calabria ed in particolar modo quello della provincia di Cosenza. Abbiamo più volte chiesto informazioni, ma a parte la sollecita risposta del Dr. Stefano Ferretti, Segretario nazionale AIRTUM (Associazione Italiana registro Tumori), che ci ha riferito che “la Regione Calabria dovrebbe dotarsi di un Registro Tumori a copertura regionale, a partire dall’esperienza del Registro tumori di Catanzaro, che è già stato accreditato da AIRTUM”,  da nessun altro abbiamo avuto informazioni aggiornate sulla questione, e le istituzioni sanitarie sollecitate, non hanno inteso rispondere alle istanze poste loro dalla Cittadinanza.

Scarica qui a lettera integrale: Lettera Comuni gennaio 2012

Valle Oliva, il sindaco Tonnara “impossibile quantificare i costi della bonifica”

Sale l’attenzione sul fiume Oliva. Comitati e cittadini chiedono la bonifica ma dalle dichiarazione del sindaco Tonnara sembra  manchino i fondi necessari

di Ernesto Pastore su “Gazzetta del Sud”

Amantea, 12 feb. 2012 - Il problema della salvaguardia ambientale e del fiume Oliva è ben presente nell’agenda politica cittadina. Il sindaco di Amantea Franco Tonnara, alla luce della relazione prodotta dalla Commissione Envi, pone l’accento sulle questioni che gli enti comunali, provinciali e regionali sono chiamati ad affrontare, in primis lo stanziamento dei fondi necessari alla bonifica.

«Purtroppo – spiega Tonnara – la questione del fiume Oliva si lega non soltanto alle operazioni di rimozione dei rifiuti tossici, la cui presenza è confermata dalle analisi condotte da importanti istituti di ricerca e dalle indagini della Procura della Repubblica di Paola, ma anche agli onerosi costi di smaltimento. In Italia, infatti, non esistono strutture idonee al trattamento di tali rifiuti che devono essere necessariamente inviati in paesi esteri. In questo momento, pertanto, non è possibile quantificare quanto denaro dovrà essere speso per far tornare la valle dell’Oliva quella di un tempo». «Tale circostanza – aggiunge il primo cittadino – rende ancora più complesso il lavoro degli enti locali: amministrazioni comunali, provinciale e regionale, allo stato attuale, non hanno la possibilità di fare fronte a tali spese. La visita della Commissione Envi ha avuto il merito di far interloquire tutti gli attori impegnati in questa delicata vicenda, dando seguito ad una politica dell’ascolto che ha consentito di analizzare i diversi punti di vista. Bisogna ripartire da questo punto, mettendo intorno ad un tavolo gli enti istituzionali, i tecnici e chi di dovere per aprire un confronto con le autorità governative nazionali ed europee, creando un capitolo di spesa finalizzato alla ripresa economica della zona». «Senza ombra di dubbio – conclude Tonnara – l’emergenza ambientale deve essere affrontata in tutta la sua complessità, prendendo in esame quanto avvenuto nella valle dell’Oliva, a Crotone e negli altri centri della Calabria dove il profitto ha coinciso con la depauperazione del territorio e con la perdita di vita umane».

Intanto il comitato civico Natale De Grazia ha inviato una missiva agli enti istituzionali coinvolti nella vicenda affinché, ognuno per le proprie competenze, faccia quanto necessario per avviare a definitiva soluzione la vicenda del fiume Oliva. La lettera, inviata al presidente della Regione Calabria, all’assessore regionale all’ambiente, al presidente della Provincia di Cosenza, al direttore sanitario dell’Asp di Cosenza ed ai sindaci di Amantea, Aiello Calabro, San Pietro in Amantea e Serra d’Aiello, intende sollecitare gli organi competenti a mettere in sicurezza l’area attraverso la bonifica dei siti contaminati da sostanze pericolose e nel contempo a controllare la salubrità delle acque, dell’aria, dei prodotti agricoli e degli allevamenti ubicati nella vallata. Le richieste degli ambientalisti si riassumono in quattro punti specifici: immediata operazione di bonifica dell’area; costituzione di parte civile nel processo che sarà eventualmente incardinato a seguito della chiusura dell’inchiesta condotta dalla Procura di Paola; controllo del territorio della vallata e delle relative produzioni; costituzione del registro tumori della provincia di Cosenza.

http://www.comitatodegrazia.org/Blog/valle-oliva-il-sindaco-tonnara-impossibile-quantificare-i-costi-della-bonifica.html

Scarica il dossier del blog “Tumori nel Meridione”:

Dossier
Aggiornamento Del 5 Luglio

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Ventimiglia, Liguria, Settentrione: comune sciolto per ‘ndrangheta

Le mani della ‘ndrangheta su politica e impresa. Sciolto il comune di Ventimiglia

La decisione è stata presa oggi dal ministro dell’Interno. I fatti che hanno portato allo scioglimento sono già stati raccontati nell’inchiesta Maglio del 2011 e nella relazione del Prefetto. Tra i punti gli interessi per la costruzione del nuovo porto

Ponente ligure provincia di ‘ndrangheta. Tradotto: presenza criminale e infiltrazioni nelle attività politiche. Risultato: un anno fa il governo scioglie la giunta di Bordighera e oggi procede spedito con quella di Ventimiglia guidata dal sindaco Pdl Gaetano Scullino. La decisione, arrivata nel primo pomeriggio, appare, però, più una conferma che una sorpresa. Per capire, infatti, basta spulciare le carte dell’inchiesta Maglio che un anno fa ha raccontato la presenza delle cosche in tutta la Liguria. Una presenza che ha eroso non solo il tessuto imprenditoriale, ma anche quello politico. E così nella geografia mafiosa a Ventimiglia i padrini della Calabria affidano un ruolo decisivo, quello di camera di compensazione rispetto alle dinamiche regionali. In città esiste un locale di ‘ndrangheta. Il gip lo certifica e fa i nomi: Giuseppe Marcianò, Michele Ciricosta, Benito Pepè, Forunato e Francesco Barillaro. Tutti uniti a doppio con filo con il capo della Liguria Domenico Gangemi. Annotano i magistrati: “L’esistenza nella zona di Ventimiglia di un gruppo malavitoso appartenente alla ‘ndrangheta si desume dai rapporti dallo stesso intrattenuti con il locale di Genova”. Per questo “Gangemi manteneva contatti con il locale di Ventimiglia”

E che la presenza mafiosa sia in grado di impastare i propri interessi con quelli della pubblica amministrazione lo rileva già la relazione prefettizia del 2011 dove “si segnala il tentativo di condizionamento degli enti locali soprattutto nel settore degli appalti pubblici di lavori, forniture e servizi, nonché nel settore commerciale ed urbanistico”. E a dimostrazione di quanto sia forte il radicamento, la stessa relazione segnala come “i carabinieri hanno notato pregiudicati calabresi, intenti ad osservare il lavoro della Commissione d’Accesso di Ventimiglia, con atteggiamenti e finalità tipici degli ambienti malavitosi della regione di origine.” E ancora “le famiglie che fanno capo al “locale” di Ventimiglia mantengono un legame inscindibile con la potente cosca Piromalli dalla quale ricevono ordini e direttive”.

La relazione del Prefetto segnala infiltrazioni di uomini della ‘ndrangheta nella costruzione del nuovo porto. “Fra le presenze attuali di famiglie calabresi di rilievo sotto il profilo criminale spicca la figura di Giuseppe Marcianò”. Lo stesso che “con la società Marvon, intestata alla moglie Angela Elia, si è inserito nell’ambito dei lavori del costruendo porto di Ventimiglia”. E tanto per spiegare quanto sia forte la presenza viene ricordato un episodio intimidatorio ai danni di un importante imprenditore della zona impegnato proprio nella costruzione della nuova marina. Il 23 novembre 2010, infatti, finiscono in carcere Ettore Castellana e Annunziato Roldi “per aver esploso colpi di fucile a scopo intimidatorio contro l’autovettura di Piergiorgio Parodi, facoltoso e noto imprenditore locale, perché a loro avviso non aveva rispettato accordi precedentemente assunti. Il Roldi è persona vicina al noto Antonio Palamara”, uno dei primi personaggi legati alle cosche saliti in Liguria.

Impresa, dunque. Ma non solo. Anche politica e voti, sostegni elettorali e raccomandazioni. Il tutto giocato all’ombra del cittadina al confine francese. Lampante la vicenda del consigliere regionale Pdl Alessio Saso, eletto nel 2010, pescando preferenze nel ponente ligure. Ed è proprio su questo punto che si concentra una parte dell’indagine Maglio del 2011. Si legge: “In occasione delle elezioni amministrative liguri del marzo 2010, il Gangemi si impegnava a fornire il proprio appoggio ad Alessio Saso”. E per farlo “provvedeva ad attivare il locale di Ventimiglia nelle persone di Michele Ciricosta e Giuseppe Marcianò”. Non a caso il 3 febbraio 2010, e cioè a poche settimane dalla tornata elettorale, “il Gangemi riferiva a Saso di avere incontrato il Ciricosta e che questi gli aveva assicurato il proprio interessamento in considerazione del fatto che riteneva il Saso un bravo ragazzo”.

Non è finita, perché la stessa inchiesta mette agli atti la vicenda dell’ex vice sindaco di Ventimiglia Vincenzo Moio che, annotano i Ros, chiedeva ai boss un aiuto per la candidatura della figlia Fortunata. Per farlo mandava “un’ambasciata tramite Raffaele D’Agostino a Domenico Belcastro, organico al gruppo di Genova il quale mostrava interessamento alla richiesta”.

Insomma la decisione presa oggi dal ministro dell’Interno appare quasi scontata. E nonostante queste le reazioni politiche sono state molto caute. Per il capogruppo del Pdl, Giovanni Ascheri: ” Un po’ di amarezza c’è sicuramente. Il sindaco non l’ho ancora sentito, ma dovremo vederci più tardi per fare il punto. Per ora, non mi sento di dire altro”. Secondo il direttore generale del Comune, Marco Prestileo: “Non possiamo che prendere atto di questa decisione. So che il sindaco, al momento, è a Genova e nel tardo pomeriggio dovrebbe convocare una conferenza stampa. Da parte nostra non possiamo che rispettare questa decisione”. Il consigliere comunale di opposizione, Franco Paganelli, del Pd spiega “mi dispiace, soprattutto per la citta’ e mi spiace anche come amico del sindaco. Poi le valutazioni politiche lasciamole al partito”.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/03/infiltrazioni-clan-sciolto-comune-ventimiglia/188838/

Le ‘ndrine in Riviera: affari e alleanze

GENOVA Ventuno famiglie, quasi tutte di ‘ndrangheta e qualcuna della Nuova camorra e della mafia siciliana che con la criminalità organizzata calabrese hanno stretto buoni rapporti di affari. Questa è la mappa della criminalità organizzata in Liguria stilata dagli inquirenti. In provincia di Imperia sono le famiglie del Reggino, della Piana, di San Luca, Seminara e Palmi a fare la parte del leone: i Palamara impegnati nel traffico di stupefacenti, i Pellegrino-Barilaro, imprenditori nel settore del movimento terra e edile, i Maffodda di Palmi che hanno base ad Arma di Taggia e gli Sgrò di Palmi, imprenditori edili fanno affari con i Tagliamento (Napoli), imprenditori immobiliari. Tra l’altro, proprio a Seminara (Reggio Calabria), terra della sanguinosa faida tra i Pellegrino e i Gioffré, nel 2007 i carabinieri avviarono un’indagine sui condizionamenti che la cosca Gioffré operava sull’amministrazione comunale.   In provincia di Savona, sono due le ‘ndrine al lavoro: la famiglia Gullace, specializzata nelle estorsioni che ha radici a Cittanova (Reggio Calabria) e la famiglia Stefanelli, proveniente da Oppido Mamertina  e Africo, imprenditori. A Genova lavora nel commercio il gruppo Gangemi, il cui capobastone presiede il locale di ‘ndrangheta mentre il gruppo Nucera-Rodà controlla il locale di Lavagna ed è impegnato nel settore alberghiero. A questi due locali fanno riferimento i Monachella-Morso (gioco d’azzardo), i siciliani Fiandaca (ex fedelissimi dei Madonia, ristoratori in Liguria), i Macrì di Mammola (Reggio Calabria), i Caci (prostituzione e riciclaggio), i siciliani Lo Iacono (lavori stradali e edilizia), i campani Agiollieri legati al clan camorrista Gionta, impegnati nel commercio ma anche i Facchineri e i potenti Canfarotta di Palermo che tanto denaro investono nel campo immobiliare. Alla Spezia il locale di ‘ndrangheta di Sarzana è guidato dai Romeo, provenienti da Roghudi (Reggio Calabria), imprenditori immobiliari come i De Masi di Sinopoli. Al locale fanno riferimento i campani Di Donna, che si occupano di videopoker e estorsioni.
Ieri il Consiglio dei ministri ha deliberato lo scioglimento del consiglio comunale di Ventimiglia per infiltrazioni della ‘ndrangheta. Si tratta della seconda amministrazione dopo quella di Bordighera già sciolta per mafia.

http://www.corrieredellacalabria.it/stories/cronaca/3195_le_ndrine_in_riviera_affari_e_alleanze/

Infiltrazioni a Ventimiglia, sciolto il Comune

Roberto Galullo

MILANO
«Sono stati notati pregiudicati calabresi intenti ad osservare il lavoro della Commissione d’accesso di Ventimiglia, con atteggiamenti e finalità tipici degli ambienti malavitosi della regione di origine»: con queste premesse – scolpite nella relazione riservata che il prefetto di Imperia, Fiamma Spena, il 20 ottobre 2011 ha consegnato alla Commissione parlamentare antimafia, era difficile pensare che il Comune non venisse sciolto.
Così ieri il Consiglio dei ministri ha deliberato, su proposta del ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, lo scioglimento del consiglio comunale di Ventimiglia, nel quale sono state riscontrate forme di condizionamento da parte della mafia.
Sono così due i municipi – nel raggio di 5 km – che in appena 11 mesi sono stati sciolti in provincia di Imperia per infiltrazioni mafiose: il 10 marzo 2011 toccò a Bordighera. Solo 72 ore fa il Tar del Lazio ha respinto il ricorso dell’ex sindaco di Bordighera, Giovanni Bosio, contro lo scioglimento.
Da quello che si apprende il sindaco di Ventimiglia, Gaetano Scullino, non sarebbe intenzionato a percorrere la strada del collega presso il Tribunale amministrativo ma sarebbe pronto a riportare «la sua versione dei fatti». Voci che circolavano poche ore fa negli uffici comunali parlavano di presunte difformità relative alle modalità di redazione e presentazione della relazione prefettizia.
Lo scioglimento giunge a distanza di 18 mesi dall’esposto dell’Associazione “Casa della legalità” di Genova presentato non solo in relazione alla possibile presenza di infiltrazioni mafiose a Ventimiglia ma anche nei Comuni di Castellaro e Vallecrosia. «Sono soddisfatto – dichiara Christian Abbondanza, presidente dell’Associazione, che oggi vive sotto scorta per le continue minacce di morte – perché lo Stato ha dimostrato di esserci. Attendiamo ora di sapere se le nostre denunce su possibili pressioni sulla municipalizzata Civitas e negli appalti saranno confermate in tutta la loro evidenza. C’è poi la parte relativa all’eventuale infiltrazione nell’ufficio licenze del Comune».
Grande interesse ora è sul ruolo che sarà configurato per le famiglie di ‘ndrangheta che qui sono presenti dal 1947, quando Ernesto Morabito, considerato contiguo alla cosca Piromalli, fu spedito in Liguria. Negli anni successivi venne affiancato da Antonio Palamara e dai fratelli Francesco (deceduto il 19 novembre 1998) e Giuseppe Marcianò. Proprio quest’ultimo e la sua famiglia sono sotto i riflettori. Il prefetto Spena, scrive a pagina 4 della sua relazione consegnata alla Commissione antimafia, «che è un punto di riferimento per la malavita locale». Non solo. Prosegue il prefetto: «Con la società cooperativa Marvon, intestata alla moglie Angela Elia, è inserito nell’ambito dei lavori del costruendo porto di Ventimiglia». Non è finita qui perché, a esempio, nel 2008 Marvon – iscritta alla Camera di commercio di Imperia il 1° marzo 2006 e attualmente in liquidazione – si è aggiudicata 11 su 17 lavori affidati dalla municipalizzata Civitas ed è stata tra i fornitori di servizi non solo per il Comune di Ventimiglia ma anche per quello di Bordighera.
Sonia Alfano, eurodeputata Idv e relatrice della risoluzione recentemente approvata a Strasburgo sulle mafie nell’Unione europea, commentando lo scioglimento del consiglio comunale ha affermato che «dà prova non solo della enorme pervasività delle mafie nel nord, ma anche della evidente capacità delle organizzazioni criminali mafiose, riconosciuta dalla Commissione europea oltre un anno fa, di spingersi al di là dei confini nazionali. Nel caso specifico sarebbe una leggerezza trascurare una circostanza fondamentale: Ventimiglia è una città di frontiera».

http://robertogalullo.blog.

ilsole24ore.com

IL DOCUMENTO PRESENTATO ALL’ANTIMAFIA

L’allarme pregiudicati calabresi
Il prefetto di Imperia, Fiamma Spena, il 20 ottobre 2011 ha consegnato alla Commissione parlamentare antimafia una relazione riservata che parlava di sospette infiltrazioni mafiose nel comune di Ventimiglia.
In particolare, il prefetto scriveva: «Sono stati notati pregiudicati calabresi intenti ad osservare il lavoro della Commissione d’accesso di Ventimiglia, con atteggiamenti e finalità tipici degli ambienti malavitosi della regione di origine»

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-02-04/infiltrazioni-ventimiglia-sciolto-comune-081406.shtml?uuid=Aa7MZlmE

Tutto sulla ‘ndrangheta in Liguria

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Angela Napoli sulla ‘ndrangheta a Cosenza

«Su Cosenza c’è una cappa imperforabile»

Di redazione 21/01/2012 18:56:00

L’accesso al Comune di Reggio, gli intrecci mafia politica, le ultime inchieste che hanno colpito la Regione, la Città dello Stretto e che potrebbero estendersi anche a Cosenza e Rende. E poi i veleni all’interno delle procure e un sistema di corruzione diffuso che gestisce gran parte dell’economia calabrese.

Per Angela Napoli componente della commissione parlamentare antimafia esiste un’illegalità diffusa trasformata in sistema che riesce a confondersi con lo Stato e che, spesso, risulta difficilmente intaccabile dalle inchieste della magistratura.
Onorevole Napoli la notizia dell’accesso agli atti al Comune di Reggio rappresenta una vera e propria bomba che avrà forti ripercussioni politiche…
«Non poteva che finire così. Proprio io avevo fatto una circostanziata interpellanza su quello che, nel Comune di Reggio, è emerso dopo le ultime inchieste. Consiglieri arrestati, un assessore che avrebbe combinato il consenso elettorale con una cosca locale, un municipio in cui le società partecipate sono infiltrate dalla ’ndrangheta, l’anomalo suicidio della dirigente comunale Orsola Fallara e, per ultimo, un incredibile buco finanziario ormai accertato. Ci sono elementi sufficienti da parte del governo centrale per intervenire in maniera decisa quantomeno per valutare la situazione. Certo è che Reggio oggi non vede istituzione che non sia oscurata da un clima torbido: veleni nella magistratura, le bombe alla procura, i pezzi deviati delle forze dell’ordine, il commissariamento di Confindustria. Esiste una situazione che chiede interventi seri per ridare legalità (quella vera) e trasparenza. Un fatto è certo il cosiddetto sistema Reggio è crollato e non vorremmo, alla luce degli arresti dei consiglieri regionali Zappalà e Morelli, che il sistema Reggio diventasse anche sistema Calabria».
In una recente intervista il senatore Antonio Gentile, rientrato nella commissioni Antimafia, ha dichiarato che non ci sono grosse inchieste verso amministratori calabresi…
«Non credo si possano dire certe cose e se le ha dette non capisco perché lo ha fatto. La commissione parlamentare antimafia fa solo delle indagini per individuare i rapporti mafia-politica ma, per ora, siamo fermi alla valutazione  dei dati riferiti al codice antimafia sulle candidature elettorali; le inchieste vere le fa la magistratura. Trovo anomalo che Gentile possa aver detto queste cose  e il fatto stesso che ci siano due consiglieri regionali arrestati e che nello stesso consiglio regionale ci siano persone inquisite per mafia la dice lunga sulla situazione che stiamo vivendo. Essere così rassicuranti può voler dire non valutare in maniera seria la realtà soprattutto alla luce di quello che abbiamo letto sulla procura di Cosenza con possibili indagini già avviate nei confronti di elementi del consiglio regionale».
Lei ha spostato l’attenzione sulla procura di Cosenza. In questi giorni l’arcivescovo Nunnari ha bacchettato certi uomini che hanno reso sporca la politica mentre il magistrato Eugenio Facciolla ha detto che Cosenza non è un’isola felice e che anche qui esistono connivenze tra criminalità e amministrazione pubblica…
«Il fatto che Cosenza non sia un’isola felice lo dico dai tempi di Mancini sindaco. Io che ho fatto parte delle precedenti commissioni antimafia ricordo chiaramente che ogni qual volta le commissioni hanno trattato la zona di Cosenza hanno sempre registrato scenari preoccupanti. Alla luce di quanto ho appena detto non mi meraviglio per le parole di Facciolla anche perché so quanto questo magistrato ha lavorato anche passato in questo campo. Così come non posso che approvare il richiamo di monsignor Nunnari importante per rompere certi silenzi omertosi. Non si può continuare ad aspettare sempre l’intervento della magistratura per far venire a galla il marciume. È la stessa politica che deve cambiare rotta e deve smettere di delegare l’attuazione della legalità».
E come mai la magistratura non è ancora riuscita a scoperchiare il malaffare?
« A Cosenza le collusioni mafia politica sono poco visibili perché covano sotto cenere. Che poi ci siano state indagini che in parte sono esplose mentre altre ancora devono essere definite è  un fatto certo. Il perché certe attività dei magistrati abbiano segnato il passo non lo so però non dobbiamo dimenticare inchieste importanti come Nepetia e Santa Tecla».
Insisto nella domanda. Se anche a Cosenza e a Rende come a Reggio c’è il legame mafia politica, per quale ragione nella Città dello Stretto le inchieste vanno avanti e qui invece no?
«Perché certi intrecci sono così stretti da costituire una cappa  difficilmente perforabile. Parlo di intrecci che accomunano ’ndrangheta, politica, rappresentanti delle Istituzioni, il mondo imprenditoriale e la massoneria deviata che a Cosenza è molto potente. Queste sono forze che si sono unite e hanno fatto sistema, un sistema potentissimo che porta la maschera dello Stato ma è antistato».
Onorevole Napoli in commissione parlamentare Antimafia della situazione esistente a Cosenza se ne discute o no?
«C’è  una relazione sulla ’ndrangheta della precedente legislatura che purtroppo non venne votata né da Gentile né da Mancini perché assenti al momento del voto. Proprio in quella relazione venivano chiaramente evidenziate le collusioni della mafia anche nella provincia di Cosenza. Oggi invece  c’è un lavoro molto interessante predisposto dal presidente Pisanu relativo alla situazione dell’economia calabrese legata alla criminalità organizzata dalla quale emerge che gran parte dell’economia legale è stata sostituita da quella illegale con aspetti estremamente gravi che per il momento non possono essere resi pubblici».

Francesco Ferro

http://web.calabriaora.it/cosenza/10855-%C2%ABsu-cosenza-c%E2%80%99%C3%A8-una-cappa-imperforabile%C2%BB.html

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Cosenza: Telesis, requisitoria del PM Bruni

Telesis, il tuono dell’accusa

Di redazione 23/01/2012 19:41:00

E’ ormai prossima a un primo punto di svolta l’inchiesta “Telesis”, con la requisitoria d’accusa in programma stamane a Catanzaro ad opera del pm della Dda Pierpaolo Bruni.

Un curioso caso di omonimia, dal momento che l’inchiesta in questione si propone di dimostrare proprio l’esistenza di un clan malavitoso guidato da esponenti della famiglia Bruni. Nessun legame di parentela, ovviamente, con il pubblico ministero titolare del caso. Dicevamo, l’ora della requisitoria. Gran parte degli indagati, infatti, ha scelto di essere processato con il rito abbreviato, ragion per cui usciranno di scena con largo anticipo rispetto ai pochi che, invece, hanno optato per il dibattimento.
Sempre ammesso che per loro scatti il rinvio a giudizio, ma questo è un altro discorso. La notizia del giorno, invece, riguarda il processo breve. Alla sbarra, ci sarà tutto il presunto organico della cosca, ma non l’uomo ritenuto il capo in pectore dell’organizzazione: quel Michele Bruni deceduto pochi mesi fa al termine di una fulminante malattia. L’inchiesta parte proprio dall’ipotesi che a guidare il gruppo in questione fosse il 38enne Bruni, con al suo fianco i familiari più stretti: la moglie, alcuni fratelli, cugini e nipoti. Non a caso, molti di questi nomi figurano nell’elenco dei 49 mandati di cattura spiccati in occasione del blitz dicembrino. Non mancano, però, nomi eccellenti come quello dell’ex parlamentare Bonaventura Lamacchia, coinvolto insieme a suo fratello Ernesto, medico di professione, in una presunta estorsione ai danni del titolare di una clinica cosentina.
Un reato, poi riconfigurato dal Tdl in «tentata violenza privata con l’aggravente mafiosa» messo in atto, si ritiene, per favorire l’impresa di pompe funebri di Luigi Naccarato, pure lui finito in manette per concorso esterno in associazione mafiosa. I Lamacchia, però, non figurano nell’elenco del processo breve, dal momento che hanno scelto di essere giudicati separatamente.  Il concorso esterno, poi, è l’accusa ipotizzata anche nei confronti di due carabinieri Massimiliano Ercole, 37 anni, di Cosenza, e Francesco Romano napoletano di 34 anni, gestori di una discoteca, il Sin Club di Zumpano, considerata dagli inquirenti come una delle attività economiche controllate dalla cosca, al pari dell’agenzia funebre. Entrambi, proseguiranno l’avventura giudiziaria con il rito ordinario. Sia Naccarato che i due tutori dell’ordine, inoltre, erano stati poi rimessi in libertà dal Tribunale del Riesame per mancanza di gravi indizi. Un destino comune a quello di altri indagati (più di un terzo dei 49 inizialmente cautelati) che, dunque, stanno seguendo a piede libero l’evoluzione della vicenda.
Da alcuni giorni, però, manca all’appello un altro dei principali imputati. Si tratta di Luca Bruni, fratello di Michele, sparito senza lasciare tracce all’indomani della sua scarcerazione decretata dal Tribunale del Riesame. La sua auto è stata ritrovata nei pressi del cinema “Garden”, a Rende, ma del proprietario del veicolo, a tutt’oggi, non si hanno ancora notizie. Gli inquirenti temono che si tratti di un caso di lupara bianca. Sul caso stanno già lavorando i detective dell’Antimafia.

m. c.

http://web.calabriaora.it/cosenza/10928-telesis%2C-il-tuono-dell%E2%80%99accusa.html

Tutto sull’inchiesta Telesis

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Cosenza, Terminator: articoli interessanti

I due Serpa “attendibili” Il pm chiede le condanne

Di redazione 01/02/2012 19:18:00

Nell’ambito delle richieste di condanna del processo ordinario denominato “Terminator” (altri imputati hanno scelto i riti premiali), il pubblico ministero d’udienza della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, ha chiesto alla Corte d’Assise di Cosenza di condannare Giuliano e Ulisse Serpa, collaboratori di giustizia paolani, a quattro anni di carcere ciascuno.

Una richiesta mite alla cui base vi è l’attendibilità dei due pentiti di Paola dimostrata in relazione alla collaborazione offerta alla giustizia.
Il riferimento è per le cosiddette attenuanti di cui all’articolo 8 del codice applicati in merito a Terminator. L’accusa ha dunque chiesto circa 120 anni di carcere complessivi, a carico di soli cinque imputati, limitandosi a richiedere solo quattro anni ciascuno per gli altri due imputati, i collaboratori di giustizia ed ex uomini d’onore della cosca di Paola.
Ma andiamo ai dettagli.
Gli imputati che hanno scelto di essere giudicati con il processo ordinario, e che saranno giudicati nelle settimane a venire, sono i seguenti: Ettore Lanzino, Vincenzo Dedato, Domenico Cicero, Francesco Amodio, Antonio Pignataro, Giuliano e Ulisse Serpa. Tra loro ben quattro collaboratori di giustizia: oltre a Giuliano e Ulisse Serpa, anche Vincenzo Dedato e Francesco Amodio, nonchè due boss di peso della mala cosentina: Micuzzo Cicero ed Ettoruzzo Lanzino. Diversi altri “uomini d’onore” coinvolti nella maxi inchiesta anti-’ndrangheta denominata Terminator, imboccarono, anni addietro, il rito abbreviato, ossia il cosiddetto rito premiale, ritenuto strategicamente opportuno dai difensori di fiducia al fine di intascare, in caso di condanna dei loro assistiti, lo sconto sulla pena di un terzo. Gli altri imputati, invece, saranno giudicati a breve col rito tradizionale, la cui ultima udienza in ordine di tempo si è tenuta lunedì scorso. Il Pm, in tale contesto, nel formulare le proprie richieste di condanna, si è così espresso: ergastolo per Domenico Cicero e Ettore Lanzino; Francesco Amodio, 20 anni di carcere; 4 anni di carcere rispettivamente per Giuliano e Ulisse Serpa; 14 anni per Vincenzo Dedato.
E se Giuliano e Ulisse Serpa, e Vincenzo Dedato, hanno visto – nell’ambito delle richieste del pm – riconosciute le attenuanti di cui all’articolo 8 (collaboratori di giustizia), la stessa pubblica accusa ha “bocciato” il pentito Francesco Amodio. Considerando, infatti, le dichiarazioni contrastanti rilasciate durante il processo da quest’ultimo collaboratore di giustizia, il pubblico ministero ha chiesto alla Corte d’Assise di non concedere le attenuanti per la collaborazione, auspicando una sentenza di condanna a 20 anni di carcere. Nel corso della stessa udienza sono stati ascoltati i difensori dei due fratelli Serpa nonchè l’avvocato di parte civile del Comune di San Lucido (che ha sostituito anche gli altri colleghi) Anna Di Santo. Il Municipio tirrenico, lo ricordiamo, ha chiesto un risarcimento danni pari a cinquecento mila euro. Al termine dell’udienza il giudice ha calendarizzato le altre udienze (entro i primi 15 giorni di febbraio) per sentire i restanti avvocati e per, procedere con la sentenza definitiva di primo grado. Il rinvio a giudizio di tutti gli imputati, lo ricordiamo, era stato sentenziato il 29 luglio del 2009 e, nella stessa udienza, erano state avanzate le richieste di rito alternativo per diversi imputati. Nel caso specifico, a finire nella lista degli imputati da giudicare con rito alternativo, sono: Luigi Muto, 47 anni, di Cetraro, considerato il “reggente” dell’omonimo clan nei periodi di detenzione del padre Franco, boss della cosca tirrenica; Mario Scofano, di Paola, di 49 anni, ritenuto il “reggente” del clan denominato Scofano-Martello-Ditto; Guido Giacomino il Pantera, di 42 anni, braccio destro del boss Gentile; Andreoli Domenico alias zio Mimmo di Cetraro; Guido Africano, 43 anni, di Amantea, figlio del defunto capo clan amanteano don Ciccio Africano; Dino Posteraro, laghese di 50 anni.
Guido Scarpino

http://web.calabriaora.it/cosenza/11136-i-due-serpa-%E2%80%9Cattendibili%E2%80%9D-il-pm-chiede-le-condanne.html

articolo apparso su Calabria Ora del 9 dicembre 2011

Tutto sull’inchiesta Terminator

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