
Lodovico Ligato (Reggio di Calabria, 15 agosto 1939 – Reggio di Calabria, 27 agosto 1989) è stato un politico italiano, della Democrazia Cristiana e presidente delle Ferrovie dello Stato. Giornalista della Gazzetta del Sud sin dai primi anni '60, poi assessore regionale in Calabria, viene eletto per la prima volta deputato nel giugno 1979 e rieletto nel giugno 1983, dove diviene segretario della Commissione Trasporti della Camera. Il 15 novembre 1985 è nominato presidente dell'Ente Ferrovie dello Stato.
Coinvolto nello "scandalo delle lenzuola d'oro", nel novembre del 1988 fu costretto a dimettersi dalla presidenza delle Ferrovie. Venne assassinato a colpi di pistola a Bocale di Reggio Calabria il 27 agosto 1989, in un agguato di stampo mafioso i cui mandanti sono ritenuti Pasquale Condello, Santo Araniti, Paolo Serraino e Diego Rosmini. (da wikipedia)
il caso Ligato
I giudici confermano: fu un delitto politico
le motivazioni della sentenza del Tribunale della liberta' che ha confermato l' arresto dei politici calabresi sospettati di essere i mandanti dell' omicidio di Ligato
REGGIO CALABRIA . Subito dopo l' omicidio di Lodovico Ligato, precisamente tre giorni dopo, un avvocato molto vicino all' ex presidente delle Ferrovie ed ex parlamentare dc aveva delineato il movente del delitto. Oggi, quelle dichiarazioni, rese il 30 agosto ' 89 al giudice Misiani, all' epoca collaboratore dell' Alto Commissariato antimafia, hanno il valore del riscontro: ne viene rilanciata la teoria di una cupola politico mafiosa che avrebbe ordinato l' assassinio di Ligato. I giudici del Tribunale della liberta' , motivando il provvedimento di rigetto presentato dai difensori degli imputati (4 politici e 7 presunti mafiosi), riprendono quelle affermazioni e scrivono: "L' omicidio Ligato e' di natura politico economica, ed ha come piattaforma principale il decreto Reggio e soprattutto l' accordo ormai fallito della passata amministrazione comunale con l' Italstat Bonifica". Ligato fu ucciso nell' 89, un anno importante nella vita politica reggina. L' ex parlamentare rivoleva un ruolo e ricercava il prestigio d' un tempo per imporre le sue regole. La citta' dello Stretto pero' , era dilaniata da una lotta per il controllo del territorio. Erano in arrivo i 1.200 miliardi del decreto Reggio e la guerra tra cosche scoppio' anche per l' accaparramento dei subappalti. Scrivono i giudici: "In quel periodo, il sindaco Aliquo' aveva firmato "ad occhi chiusi", dietro pressante intervento dell'onorevole Misasi, una convenzione con Bonifica". La societa' del gruppo Iri doveva infatti realizzare gran parte delle opere, tra cui il centro direzionale. Ligato avrebbe voluto una parte in quel business, attraverso le sue societa' : 27, sparse in tutta l' Italia. Pietro Battaglia, allora capogruppo della Dc in consiglio comunale, e il gruppo del Psi, furono discordi su quella convenzione. Tant' e' che lo stesso Aliquo' dovette annullarla. Questo improvviso ripensamento, secondo i giudici, determino' la chiave del delitto Ligato. Una struttura economica di societa' di servizi era infatti pronta a far defluire gli appalti dei lavori previsti dal progetto Italstat, ad una serie di ditte reggine. Dietro queste societa' c' era l' interesse della ' ndrangheta, e precisamente del gruppo capeggiato dai Serraino Imerti. Ligato, a questo tipo d' accordo, non era disponibile. Da sempre vicino ai destefaniani, avversari degli Imerti, l' ex parlamentare non poteva digerire quell' accordo. Per di piu' vedeva, dietro la realizzazione di quelle infrastrutture, lo zampino dei vari Quattrone, Palamara, Battaglia e Nicolo' . Gli stessi politici, indicati oggi come componenti di quella cupola politico mafiosa che avrebbe ordinato l' omicidio Ligato. Carlo Macri'
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(30 dicembre 1992) - Corriere della Sera
http://archiviostorico.corriere.it/1992/dicembre/30/giudici_confermano_delitto_politico_co_0_921230961.shtml
Si riuniva a Roma comitato d' affari del decreto Reggio
gli inquirenti che indagano sull' omicidio di Ligato Ludovico dispongono anche delle confessioni di Vincelli Nello, ex parlamentare DC. riassunto delle sue confessioni
REGGIO CALABRIA . Non ci sono soltanto esponenti della ' ndrangheta che collaborano con la Giustizia per decifrare il delitto Ligato. I giudici di Reggio Calabria, per la prima volta, dispongono anche delle confessioni di un autorevole politico. E l' ex parlamentare dc Nello Vincelli, gia' sottosegretario ai Trasporti e componente del consiglio nazionale della Dc. Un uomo che ha vissuto il clima politico reggino da protagonista. E dunque un personaggio attendibile, secondo i magistrati, capace di svelare i misteri e i retroscena dell' assassinio dell' ex presidente delle Fs. Vincelli ha iniziato a collaborare lo scorso 11 giugno, quando fu sentito dal procuratore distrettuale Roberto Pennisi. Al magistrato indico' nomi e fatti e alzo' il sipario sulle trame politico affaristiche che aveva lui stesso denunciato qualche giorno prima in una riunione del comitato provinciale dc. Racconti inquietanti. Ma e' nel secondo interrogatorio che Vincelli affronta il delitto Ligato. Al giudice Bruno Giordano, titolare dell' inchiesta, parla di una riunione avvenuta a Roma nel settembre ' 89, subito dopo l' assassinio di Ligato. Una sorta di "tavola rotonda" per discutere sulla gestione dei 650 miliardi che dovevano confluire a Reggio Calabria per la realizzazione di opere pubbliche. Un decreto divenuto legge proprio un mese prima dell' uccisione dell' ex presidente delle Ferrovie. Vincelli fece il nome della Intermetro di Roma, societa' amministrata dall' avvocato Scipioni (uomo di Vittorio Sbardella, ex delfino di Giulio Andreotti), amicissimo del dc Francesco Quattrone. Quest' ultimo, assieme a Nicolo' e Battaglia, anch' essi dc, e al psi Palamara, e' ritenuto dai giudici uno dei mandanti dell' omicidio Ligato. Proprio nella sede della societa' , in via Due Macelli . spiego' l' ex parlamentare dc ai magistrati . avvenne la riunione. In quell' occasione la Intermetro siglo' un protocollo d' intenti con la Cooperativa Muratori Cementisti (Cmc) di Ravenna. "Si parlo' . racconto' Vincelli . della presenza congiunta negli interventi da realizzare a Reggio Calabria con finanziamenti del decreto". L' intervento e quindi l' inserimento della Cmc . spiego' Vincelli ai giudici . aveva lo scopo di "associare le cooperative di sinistra cosi' da garantirsi dalla opposizione politica. Un modo per evitare l' ostruzionismo dell' ex Pci, che avrebbe potuto gridare allo scandalo, accendendo fuochi di polemica". Le confessioni di Vincelli non si fermarono. I giudici vollero sapere quello che l' esponente dc scrisse nel dossier inviato ai probiviri nazionali: il 20 settembre ' 89, ancora nella sede della Intermetro, in una nuova riunione . racconto' Vincelli . si discusse dell' accordo da esaminare relativo alla spartizione delle somme destinate al decreto Reggio e delle tangenti di competenza degli amministratori reggini. Alla riunione parteciparono i dirigenti della Intermetro, rappresentanti della Cmc e della Pro.Ge.Co., il sindaco reggino di allora, il dc Pietro Battaglia; il consigliere regionale Luigi Meduri. Vincelli (terzo collaboratore della giustizia sul delitto Ligato, dopo Giacomo Lauro e Filippo Barreca, esponenti delle cosche reggine), sostenne che "l' eliminazione di Ludovico Ligato fu decretata dal comitato d' affari". La morte dell' ex presidente delle Ferrovie, sarebbe maturata - sostenne Vincelli - in uno dei momenti di scontro forse tra i piu' importanti per la gestione a Reggio degli appalti pubblici. Carlo Macri'
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(23 dicembre 1992) - Corriere della Sera
http://archiviostorico.corriere.it/1992/dicembre/23/riuniva_Roma_comitato_affari_del_co_0_92122316220.shtml
partiti e scandalo tangenti. richiesta di autorizzazione a procedere
Indagini sul senatore Zito (PSI) . dalla giunta un no a Cordova
respinta l' ipotesi di " associazione di tipo mafioso " per il senatore socialista. riassunto dell' indagine sul voto di scambio in Calabria
ROMA . Nuovo no alle richieste del giudice Cordova. La giunta delle elezioni e delle immunita' di Palazzo Madama ha espresso parere negativo riguardo all' autorizzazione a procedere per il senatore socialista Sisinio Zito. Sara' adesso l' aula a decidere sulla richiesta di autorizzazione a procedere, avanzata dalla procura di Palmi, che ha contestato al senatore Zito l' "associazione di tipo mafioso" e il "turbamento del regolare svolgimento di adunanze elettorali". L' ultima parola spetta all' assemblea dei senatori che si pronuncera' all' inizio della prossima settimana. Le richieste erano state emesse in seguito all' inchiesta sul voto di scambio nella Locride e sui presunti rapporti tra esponenti politici e le cosche della ' ndrangheta che dominano la zona. Nel corso dell' operazione condotta dai carabinieri su ordine del procuratore Agostino Cordova erano state sequestrate armi e stupefacenti. L' inchiesta e' approdata una settimana fa davanti al giudice per le indagini preliminari che ha deciso 126 rinvii a giudizio. Ma il referente principale dell' attivita' sarebbero le famiglie mafiose di Siderno, forti di legami con la mafia calabrese in Canada ed in Australia e molto attive sul mercato delle armi sia negli scambi con il Medio Oriente che in quelli con l' ex Jugoslavia. E nel calderone dell' istruttoria calabrese sono finiti anche affari poco chiari con l' Argentina, la Francia, la Grecia e la Turchia. Tra le persone che verranno processate c' e' anche Licio Gelli, l' ex maestro venerabile della Loggia P2 coinvolto da alcune intercettazioni sul suo presunto interessamento presso la Cassazione in favore di due boss della malavita tarantina. E tra i politici inquisiti oltre a Sisinio Zito c' era il fratello Antonio, ex sindaco di Roccella Jonica ed ex vicepresidente del Consiglio regionale, e Giovanni Palamara, l' ex sindaco socialista di Reggio Calabria al centro di altre inchieste, inclusa quella sul delitto Ligato.
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(18 dicembre 1992) - Corriere della Sera
http://archiviostorico.corriere.it/1992/dicembre/18/indagini_sul_senatore_Zito_PSI_co_0_92121814924.shtml
la sua agonia incomincio' a Roma
la storia di Ligato Lodovico al vertice delle Ferrovie dello Stato, attraverso anche lo scandalo delle lenzuola d' oro, fino alla sua eliminazione. a Roma molti temevano la sua conoscenza degli intrecci tra politica e affari
A Roma molti avevano paura di Lodovico Ligato. E non solo perche' dopo la cacciata dalle Ferrovie era pieno di rancore. Ma anche perche' era imprevedibile nelle sue reazioni di fronte agli intrecci tra politica e affari, in cui pure era immerso fino al collo. Un giorno di primavera del 1987, rientrato in ufficio dopo un incontro importante, prese da parte un amico e sgranando gli occhi gli sussurro' : "Ma pensa, c' era anche quel tale, come si chiama, Sputazzella". Dietro quel soprannome si celava l' avellinese Antonio Pagliuca, compagno di tressette di Ciriaco De Mita. Ligato quel giorno si era dovuto precipitare all' hotel Nazionale dove lo aspettavano il deputato avellinese Giuseppe Gargani e l' imprenditore irpino Elio Graziano. Premevano per il rinnovo del contratto con la Idaff di Graziano per la fornitura alle Ferrovie delle lenzuola per le cuccette. L' Irpinia fremeva, De Mita muoveva la sue pedine migliori, Ligato capiva. Il contratto fu fatto, e quelle diventeranno le famose lenzuola d' oro dello scandalo che lo travolgera' . In questi scenari lavorava Ligato a Roma quando . solo 4 anni fa . era uno dei dc piu' potenti d' Italia. Ma i magistrati reggini non hanno mai interrogato i consiglieri d' amministrazione delle Fs che per tre anni condivisero con Ligato l' avventura del nuovo ente riformato. Forse ne sarebbe venuto fuori qualche spunto. Frettolosamente consegnata alla storia come il trionfo della corruzione, la gestione di Ligato e' stata anche altro. Gli stessi giudici delle lenzuola d' oro gli hanno reso giustizia . dopo la morte . con un rinvio a giudizio per 57 persone, quasi tutti funzionari, in cui e' scritto a chiare lettere che Graziano forniva lenzuola e pagava tangenti dal 1979, sette anni prima dell' arrivo di Ligato. Del resto i giudici hanno ricostruito il pagamento di otto miliardi in otto anni, divisi tra circa 50 persone. Se e' stato solo questo il marcio delle Fs ci sarebbe da rallegrarsi. In realta' stiamo parlando di uno dei maggiori centri della spesa pubblica. Tangentopoli insegna. Ligato fu al centro di uno scontro di interessi enorme. C' e' a questo proposito un episodio illuminante, avvenuto il 27 luglio dell' 88. Ligato, gia' sotto assedio, presento' al consiglio una delibera a sorpresa con cui si affidava all' Italstat la valorizzazione del patrimonio immobiliare dell' ente. Un affare da migliaia di miliardi, basato su una lettera dell' amministratore delegato dell' Italstat, Felice Santonastaso, arrivata alle Ferrovie quella stessa mattina. Il consiglio non ne volle sapere. Ligato torno' alla carica altre due volte, lasciando capire che per lui quell' accordo era vitale. Non ci fu niente da fare. Dopo la terza bocciatura Ligato disse a diversi consiglieri la stessa frase: "Sono finito". Prima che scoppiassero gli scandali, il consigliere comunista delle Fs Fabio Ciuffini aveva scritto in un libro che una Ferrovia moderna dovrebbe investire solo per il 60% in opere civili, e il resto in tecnologie, mentre le Fs italiane investivano per l' 86 per cento in impianti fissi. "Il divario e' troppo significativo e troppo sbilanciato a favore dei costruttori", commentava. E lo stesso Ligato, qualche mese dopo, quando aveva capito che lo avrebbero cacciato, attacco' cosi' : "Vogliamo confessare che le novita' nate in Ferrovia fanno anche paura? Per molti anni il bilancio delle Ferrovie e' servito a pagare i deficit di aziende decotte, anche pubbliche, che non avevano i requisiti di efficienza per stare sul mercato". Oggi molti particolari confermano che lo scandalo delle lenzuola d' oro fu usato da alcuni politici . primo fra tutti l' allora ministro dei Trasporti Giorgio Santuz, oggi inquisito per Tangentopoli . per far fuori Ligato. Il quale meditava vendetta. E chissa' quante cose avrebbe potuto raccontare, se avesse parlato, come confidava pochi giorni prima di essere assassinato a Giacomo Mancini. Proprio Mancini partecipando martedi' sera al Telefono giallo di Corrado Augias ha dubitato della matrice mafiosa dell' assassinio: "In fondo la ' ndrangheta non ha mai ucciso un politico", ha detto come parlando fra se' . Giorgio Meletti
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(5 novembre 1992) - Corriere della Sera
http://archiviostorico.corriere.it/1992/novembre/05/sua_agonia_incomincio_Roma_co_0_9211056060.shtml
"Dovremo ingoiare anche questo rospo", si lamenta il democristiano Fava
affranti, delusi, mortificati dal voto, i partiti tradizionali cercano di trovare una giustificazione al disastro del risultato elettorale
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI REGGIO CALABRIA . Ingovernabile: ecco com' e' questa citta' . Affranti, delusi, mortificati dal voto, i partiti tradizionali cercano di trovare una giustificazione al disastro del 13 dicembre. In prima fila, Dc e Psi si difendono, il Pds gioca di rimessa, il Pri attacca per dimenticare la retrocessione, Rifondazione comunista rafforza il centrocampo. Fuor della metafora calcistica, gli unici a esultare sono i missini, i seguaci di Orlando e i socialdemocratici. I giovani "boia chi molla" sono entusiasti. Invocano il segretario Gianfranco Fini, forte di un successo senza precedenti a Reggio: 8560 preferenze, un record che gli permettera' di presiedere la prima seduta del consiglio comunale. Gli spetta di diritto, e Nuccio Fava, uno dei commissari della Dc, commenta: "Purtroppo, dovremo ingoiare anche questo rospo". Giacomo Mancini, il vecchio leader del Psi calabrese, e' furibondo. Spiega al telefono: "Di prima mattina, avevo chiamato Enrico Manca a Roma per convocare una riunione urgente. Volevo chiedere le immediate dimissioni di Craxi, quando poi e' arrivata da Milano quell' altra notizia...". C' e' una grande confusione al vertice. La lezione e' stata dura, le ferite politico.giudiziarie hanno lasciato il segno, Reggio sembra aver fatto un tuffo nel passato di oltre vent' anni. Il 15% al Msi dopo la rivolta; il 15% allo stesso partito nel dicembre del 1992. Una citta' con periodici rigurgiti fascisti, dunque? Gaetano Cingari, professore di storia moderna all' universita' di Messina e capolista del Pds, e' perentorio: "Non direi. La borghesia reggina ha tradizioni conservatrici. Nei momenti di stabilita' , questi voti confluiscono nella Dc. Quando, al contrario, c' e' tempesta gli stessi voti ritornano alla destra". Non esiste, pero' , un filo conduttore fra le due date: le ragioni della protesta sono diverse. Mentre nel 1975 il consenso del popolo al Msi aveva una motivazione interclassista dettata da un orgoglio di campanile, oggi le migliaia di voti dati al partito di Fini hanno una nuova matrice: ci si batte contro il sistema partitocratico. Negli uffici elettorali, i galoppini premono. I risultati tardano, la curiosita' di sapere se si e' stati promossi o bocciati e' grande. Squillano i telefoni cellulari, i portaborse rispondono con voce concitata: "In mattinata, il conteggio sara' definitivo. Abbia ancora qualche minuto di pazienza...". Non ci sono novita' di rilievo: risultano tra gli eletti un nipote di Ciccio Franco, il tribuno della rivolta, la figlia dell' ex senatore missino Barbaro, il figlio di Francesco Libri, l' ex presidente della provincia estromesso da un decreto prefettizio, la figlia di un ex assessore dc, Demetrio Porcino. "La politica non deve avere caratteristiche ereditarie", commentano gli osservatori piu' perfidi. Ma ben altri sono i guai che assillano la citta' , condizionata dalla ' ndrangheta e dagli intrecci politico.mafiosi. Dopo l' inchiesta sul Palazzo, ecco arrivarne una seconda sui tecnici corrotti. "Non possiamo piu' meravigliarci di nulla", osserva il dc Giuseppe Reale, per anni deputato al Parlamento. "Pero' rifiuto l' affermazione mai smentita di un giudice, secondo il quale l' unico ruolo in questa citta' puo' essere svolto dai magistrati". Si discute, si polemizza, si tenta di ritrovare il bandolo di una matassa resa assai piu' intricata dal voto. "Il Parlamento deve affrettarsi a modificare la legge elettorale", ammonisce Reale. "Altrimenti la polverizzazione delle liste ostacolera' la risoluzione dei problemi. Ecco i reggini: quando sono a disagio, votano per il Msi, cosi' come nel Nord preferiscono la Lega. Adesso tutti sparano contro la Dc. Ci vogliono relegare all' opposizione, ma chi propone simili fantasticherie dimentica che siamo pur sempre il primo partito della citta' ". Renato Meduri, il senatore missino secondo soltanto a Fini per suffragi, non e' d' accordo: "Reggio deve cambiare look, questa classe politica e' screditata agli occhi di tutti. Pensate, la disoccupazione raggiunge punte del 38,5% e noi discutiamo del sesso degli angeli. No, bisogna cambiar strada, far pulizia e gli unici accreditati siamo noi". Il quadripartito? E' impresentabile, anche se ha i numeri. Una giunta di sinistra? Non ha la maggioranza, a meno che non si organizzino strane ammucchiate. Giacomo Mancini ha le idee chiare: "Diamo l' incarico di formare una giunta a Cingari, il quale sara' libero di scegliersi gli assessori che vuole". Marco Minniti, segretario regionale del Pds, aggiunge una sola parola: "Amen". Bruno Tucci
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(16 dicembre 1992) - Corriere della Sera
http://archiviostorico.corriere.it/1992/dicembre/16/dovremo_ingoiare_anche_questo_rospo_co_0_92121614559.shtml
' ndrangheta . il superlatitante si nascondeva da un anno nel cuore di Trastevere
preso il boss Araniti
e accusato di essere il mandante dell' omicidio Ligato. inghiottiti dalla metropoli
Primula rossa, numero uno della ' ndrangheta calabrese, presunto mandante dell' omicidio di Lodovico Ligato, capo della "cupola provinciale" di Reggio Calabria: dopo dieci anni di latitanza, uno dei quali trascorsi tranquillamente in una bella casa di Trastevere, la Criminalpol ha beccato Santo Araniti. Il boss passeggiava in viale Marconi alle 10 del mattino. Araniti non era armato e non era seguito da una "scorta" pronta a proteggergli le spalle. Quarantasette anni, ne' alto ne' basso, massiccio, quasi pelato, camicia bianca, pantaloni beige, occhiali scuri Ray Ban: il super boss indugiava sul marciapiede di viale Marconi, forse stava andando in un altro appartamento che aveva acquistato in zona con un nome falso. Quando gli si sono parati davanti gli agenti, dietro gli angoli della strada erano almeno in quaranta, lui non ha battutto ciglio: ha tirato fuori una carta d' identita' (falsa) e ha detto: "Vedete c' e' un errore, sono un altro". Ci ha provato, ha insistito ma non e' servito a niente: il capo della Mobile di Reggio Calabria, Mario Blasco, lo ha riconosciuto subito. E gli ha messo le manette. Il "Numero Uno" della ' ndragheta era nascosto a Roma da piu' di un anno. In qualche modo manteneva i contatti con la moglie e i due figli "rinchiusi" nella sua villa bunker di Reggio Calabria. Nella capitale, Araniti utilizzava una copertura totale: nomi falsi (nella sua abitazione, non lontana da Porta Portese, la polizia ha trovato decine di documenti contraffatti e intestati a cittadini residenti in Calabria) e una attivita' di agente immobiliare. Per il resto, il boss faceva la bella vita nel cuore di Trastevere, libero di andarsene a spasso nonostante fosse inseguito da un pacchetto di mandati di cattura. Dicono che fosse sbarcato a Roma solo per nascondersi, ma c' e' il sopetto che qui stesse continuando a lavorare, ai massimi livelli: traffico di droga e di armi. Il curriculum giudiziario di Santo Araniti e' alto almeno un palmo. Dal 1983 e' ricercato per associazione di stampo mafioso per traffico internazionale di stupefacenti. Poi nel 1990, sempre a Reggio Calabria, i giudici lo condannano (definitivamente) a nove anni di carcere. Ma la sua notorieta' e' salita alle stelle quando, nel ' 92, il Gip di Reggio ha emesso nei suoi confronti un' ordinanza di custodia cautelare in carcere per l' omicidio di Lodovico Ligato, l' ex potentissimo presidente delle Ferrovie dello Stato assassinato il 27 agosto ' 89 davanti alla sua villetta di Bocale. A fare il nome di Araniti era stato il pentito Filippo Barreca. Per comprendere il presunto ruolo centrale di Araniti, come mandante dell' omicidio Ligato, bisogna fare un passo indietro. E ripercorrere tutta la sua carriera. Prima affiliato alla cosca di "don" Mico Tripodo, negli anni Settanta "santista" (cioe' capo di una sorta di "cupola" primitiva), fino all' 85 uomo chiave del clan dei De Stefano, poi "socio in affari" con i Serraino Condello Imerti, nella seconda meta' degli anni Ottanta il boss catturato ieri diventa il capo effettivo della "cupola provinciale" di Reggio mutuata sul modello siciliano. A partire dall' 87, racconta il pentito Barreca, la ' ndrangheta vuole eliminare Ligato ma l' esecuzione slitta all' 89, quando l' ex presidente delle Ferrovie dello Stato torna ad occuparsi a tempo pieno degli affari della sua citta' natale. Il via ai killer lo avrebbe dato proprio Santo Araniti, il signore coi Ray Ban che ieri alle 10 passeggiava per viale Marconi. Roma santuario dei latitanti della ' ndrangheta? "Purtroppo non e' la prima e non sara' neanche l' ultima volta". I vertici della Direzione nazionale antimafia hanno segnalato piu' volte i probabili movimenti dei boss che nel cuore della capitale hanno sempre cercato un rifugio sicuro. In particolare per i calabresi, Roma rappresenta un nascondiglio efficace perche' qui possono contare su una vasta rete di contatti impensabile altrove, vista la massiccia presenza di personaggi inquisiti per reati mafiosi. Protezione, aiuti logistici, contatti sicuri con la malavita calabrese, supporto delle organizzazioni romane: sono tutti elementi che fanno della Capitale uno dei luoghi preferiti per i super latitanti che si fanno "inghiottire" dalla metropoli. Ma se l' abitazione di Santo Araniti e' stata individuata a Trastevere, e' anche vero che alcuni boss scelgono appositamente zone piu' anonime, soprattutto nell' hinterland. Aprilia, Pomezia, il Litorale, i Castelli: sono tutte aree ad alta densita' abitativa dove e' facile scomparire nel nulla, vivere con un nome di copertura e mantenere liberta' di movimento. Ma la scelta di "sparire" a Roma e' dettata anche da altre motivazioni, fondamentali per un boss in esilio. La metropoli e' pur sempre un nodo vitale per il mercato della droga (qui la domanda di stupefacenti e' altissima) ed e' anche la sede di tutte quelle attivita' finanziarie al limite del lecito che coprono il riciclaggio del denaro sporco. E qui che trova i suoi sbocchi piu' appetibili il mercato alimentato dalla criminalita' organizzata. Nella Capitale non c' e' la prevalenza di un solo gruppo, fanno notare infine alla Dna. Si convive tranquillamente perche' c' e' posto per tutti. Martirano Dino
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(24 maggio 1994) - Corriere della Sera
http://archiviostorico.corriere.it/1994/maggio/24/preso_boss_Araniti_co_10_9405241825.shtml