‘Ndrangheta: faide e summit per controllo appalti nel vibonese

Catanzaro, 25 gen. - Anni di faide ed estorsioni, cambi al vertice delle organizzazioni criminali, ma anche sequestri di persona e omicidi, passando per il controllo delle amministrazioni pubbliche. L’operazione “Light in the woods”, condotta dalla squadra Mobile di Catanzaro e coordinata dalla Procura distrettuale di Catanzaro, ha permesso di fare piena luce sulla storia di mafia che ha caratterizzato le Pre Serre Vibonesi dal 1989 ad oggi, chiarendo una serie di delitti che negli anni avevano anche trovato soluzioni parziali. L’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal gip Tiziana Macri’, riguarda trenta persone, tutte accusate di associazione per delinquere di stampo mafioso, oltre che, a vario titolo, di omicidio, danneggiamento ed estorsione, reati in materia di armi ed esplosivi, turbativa dei pubblici incanti per gli appalti riferiti al Comune di Gerocarne. Tra gli arrestati, infatti,figura anche l’ex sindaco della cittadina in provincia di Vibo Valentia, Michele Altamura, 41 anni, nipote del presunto boss Antonio Altamura, 65 anni, gia’ detenuto.

Le indagini, che hanno coperto un lasso di tempo molto ampio, hanno permesso di ricostruire l’evoluzione della faida nata all’interno del locale di Gerocarne, che controllava anche i centri del comprensorio, con la guerra di mafia che ha interessato le famiglie Maiolo e Loielo, quindi l’ ascesa di Bruno Emanuele.  Mettendo insieme le dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, le intercettazioni telefoniche e ambientali, il lavoro immane portato avanti dalla squadra Mobile, e’ stato possibile scrivere “la storia del locale di Gerocarne – ha detto il procuratore Vincenzo Antonio Lombardo – con continue scissioni all’interno, numerosi omicidi e collegamenti di rilievo con le cosche del Reggino e del Catanzarese”. Come dimostrerebbe, tra l’altro, la partecipazione di Mico Oppedisano, storico boss del Reggino, a un funerale di un componente del locale di Gerocarne. Ma tra le carte sono finiti anche gli interessi malavitosi sui sequestri di persona degli anni Novanta. Tra questi, quello di Carlo Celadon, figlio di un noto imprenditore di Vicenza, avvenuto nel 1988, e di un altro imprenditore pugliese di Massafra. I rapporti tra le famiglie Maiolo e Loielo, ha spiegato il capo della Mobile, Rodolfo Ruperti, si sono incrinati quando i fratelli Vincenzo e Giovanni Loielo sono usciti dal carcere usufruendo di vari permessi, nel 1989, chiedendo di avere la loro parte nella gestione degli affari che prima era comune con i Maiolo. A quel punto, e’ scattato il primo tentato omicidio di uno dei fratelli, seguito dalla latitanza di entrambi. L’avvio della faida e’ stata aggravata anche dagli interessamenti sempre crescenti di Bruno Emanuele, prima vicino ai Loielo, nel tentativo di guadagnare nuovi spazi. Fino al duplice omicidio dei fratelli Loielo, avvenuto ad aprile del 2002, per il quale lo scorso anno e’ stato arrestato proprio Emanuele. In mezzo alla faida, storie di estorsioni, appalti truccati, minacce e tanto altro. Come la bomba fatta esplodere sotto l’autovettura dell’allora sindaco di Arena, Giosuele Schinella, a gennaio 2009, reo di non avere concesso un’autorizzazione per l’apertura di una sala giochi ed a cui era interessata la cosca. Per il questore di Catanzaro Vincenzo Roca, “l’operazione e’ sintomatica di quello che avviene sul territorio, con la nascita di una ‘ndrina che cerca di farsi spazio e che poi entra in fibrillazione”. Soddisfazione e’ stata espressa, nel corso della conferenza stampa che si e’ svolta stamani in Questura, dal procuratore generale, Santi Consolo, e dal procurato distrettuale, Vincenzo Antonio Lombardo, che si e’ anche soffermato sul fatto che nelle carte dell’inchiesta “c’e’ anche traccia di un meeting mafioso tenuto a Serra San Bruno”. Per il procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, “l’indagine trae origine nella storia della ‘ndrangheta Vibonese, dando seguito ad altre operazioni che negli anni hanno permesso di fare piena luce su diversi omicidi di mafia”.

http://www.infooggi.it/articolo/ndrangheta-faide-e-summit-per-controllo-appalti-nel-vibonese/23714/

LUCE NEL BOSCO

Un summit mafioso per scegliere il sindaco

Gli uomini della cosca si riuniscono e designano l’assessore Michele Altamura, nipote del boss Antonio. Appalti pilotati: spunta il nome del capo dell’Ufficio tecnico

GEROCARNE Il Comune di Gerocarne lo gestivano le cosche. L’ipotesi dei magistrati della Dda di Catanzaro trova sostanza nelle carte analizzate dal giudice per le indagini preliminari, nelle intercettazioni e nelle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia. Le indagini fanno risalire il tentativo (riuscito) di infiltrazione alle elezioni amministrative del 2005. Lo scopo – non è una novità – è quello di «piegare l’attività politico-amministrativa al soddisfacimento degli esclusivi interessi della cosca». Non si fanno patti con la ‘ndrangheta, se non con una conseguenza, «la “garanzia”, da parte degli organi politici, di poter gestire in modo “privato” gli appalti pubblici». Secondo gli investigatori, l’uomo del clan era Michele Altamura, «assessore anziano presso il comune di Gerocarne (…) pienamente a disposizione della cosca a favore della quale si adoperava per garantire l’assegnazione dei lavori pubblici indetti dall’amministrazione di appartenenza». Non era sufficiente, così l’uomo «diviene candidato della stessa cosca in occasione delle elezioni comunali dell’aprile 2005».
Il collaboratore di giustizia Enzo Taverniti fornisce riscontri alle ipotesi dei magistrati, spiegando «bene l’interesse degli appartenenti al “Locale” dell’Ariola a sostenere figure di comodo nelle elezioni comunali, indicando la lista elettorale capeggiata da Altamura Michele come quella da sostenere». Alla scelta del candidato, secondo Taverniti, si era arrivati in «una riunione alla quale avevano partecipato i soggetti appartenenti alla citata “società”, indicandoli in “Antonio Altamura, Nino Cutrullà, Vincenzo Bellissimo, Nino Chiera, Ilario Chiera, Giovanni Chiera, che è un altro figlio di Chiera Ilario, Bertucci Leonardo, Gallace Giovanni (genero di Antonio Altamura), Altamura Nazzareno, Emanuele Gaetano, Emanuele Bruno, Bartone Enzo”». Un summit mafioso tra gli uomini di rispetto della zona per incoronare il nuovo sindaco, nipote del capo del locale.
Il collaboratore di giustizia dice di aver partecipato attivamente alla campagna elettorale: «Allora, io ero quello che girava i voti, cosa che mi è stata detta da Antonio Altamura». Ciò che per gli inquirenti è chiarissimo è che l’ex sindaco «è parte integrante del progetto pianificato dallo zio Antonio,  tendente a far crescere politicamente il nipote – allora laureando in Architettura – con il sostegno degli appartenenti alla cosca». Lo stesso Taverniti viene intercettato al telefono mentre, parlando con il futuro sindaco (che all’epoca – nel 2004 – era assessore, ndr) «riferisce il proposito di aggiudicarsi, attraverso la compiacenza di alcune ditte edili, la gara d’appalto relativa alle opere fognarie da realizzare nel comune di Gerocarne«. Cosa che puntualmente accade. Nella chiacchierata tra “compari” spunta anche il nome del resposabile dell’Ufficio tecnico del Comune. In quel caso è l’assessore a rassicurare Taverniti: «Fino a prova contraria lo abbiamo chiamato noi al Comune». Tanto per chiarire, una volta in più, che le infiltrazioni sono a tutti i livelli delle amministrazioni pubbliche.

Pablo Petrasso

25/01/2012 18:34

http://www.corrieredellacalabria.it/stories/Cosenza%20e%20provincia/2982_luce_nel_bosco__un_summit_mafioso_per_scegliere_il_sindaco/

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‘Ndrangheta: inchieste Reggio calabria

‘Ndrangheta e appalti, 21 arresti nel Reggino. “E’ un bellu lavuru”

Fonte: Gazzettadiparma.it – REGGIO CALABRIA – Un’operazione dei carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria è in corso per l’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 21 persone ritenute affiliate o contigue alla cosche della ‘ndrangheta Morabito-Bruzzanti-Palamara, Maisano, Rodà, Vadalà e Talia, operanti nel «mandamento jonico» ed in particolare nei comuni di Bova Marina, Palizzi, Bruzzano Zeffirio ed Africo. L’inchiesta, secondo quanto si è appreso, riguarda infiltrazioni delle cosche in appalti pubblici.
Nei provvedimenti, emessi dal gip di Reggio Calabria su richiesta della Dda, sono contestate le accuse di associazione di tipo mafioso, concorso in associazione di tipo mafioso, intestazione fittizia di beni, truffa aggravata, danneggiamento aggravato, procurata inosservanza di pena, frode in pubbliche forniture, furto aggravato di materiali inerti, crollo di costruzioni o altri disastri dolosi, violazione delle prescrizioni alla sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, tutti aggravati dall’aver favorito un sodalizio mafioso.
L’operazione, denominata «Bellu Lavuru 2» è il seguito di un’operazione condotta nel giugno 2008 incentrata sui lavori di ammodernamento della statale 106 ionica.

I PARENTI DEL BOSS MORABITO, DETENUTO A PARMA: “UN BELLU LAVURU”.«E’ proprio un bellu lavuru». Così i parenti di Giuseppe Morabito, il boss della ‘ndrangheta conosciuto come «il Tiradritto», annunciavano nel 2007 all’anziano capomafia, detenuto a Parma in regime di 41 bis, l’appalto per i lavori di ammodernamento della statale 106 ionica ed in particolare la costruzione della variante al centro abitato del comune di Palizzi.

Da allora i carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria hanno monitorato l’intervento parassitario della ‘ndrangheta in ogni segmento dell’appalto. Dalle indagini è emerso che le cosche di quella zona del mandamento ionico, confermando l’unitarietà della ‘ndrangheta, hanno superato tutte le rivalità che in passato avevano dato vita anche a faide sanguinose e si sono suddivise gli ambiti di intervento, arrivando a federarsi tra loro con un apposito organismo direttivo denominato «base», presentandosi ai responsabili della società appaltatrice (Condotte d’acqua, con sede a Roma) come un unico interlocutore e coinvolgendoli nella gestione illecita dell’appalto.

Dall’inchiesta, coordinata dalla Dda di Reggio Calabria, è emerso come le cosche si siano infiltrate in ogni settore produttivo, imponendo le assunzioni, le forniture di tutto il materiale (persino la cancelleria per ufficio) ed i contratti di subappalto e nolo. L’infiltrazione era diretta, tramite l’impresa di famiglia I.M.C. di Costantino Stilo, ed indiretta, tramite la D’Agu Beton, nella fornitura del calcestruzzo per l’ammodernamento della statale 106. Inoltre le cosche avevano la gestione di fatto dei lavori di movimento terra, appannaggio della Ati capeggiata dalla ditta Clar, e di gran parte delle maestranze impiegate nei cantieri.

Inoltre, le cosche, attraverso dei prestanome imparentati con gli affiliati, avevano monopolizzato l’intero ciclo del calcestruzzo, organizzando delle squadre per rubare gli inerti dalla fiumara Amendolea, produrre calcestruzzo di bassissima qualità, imporne l’uso anche se non rispondente al progetto, fatturarne falsi quantitativi e falsificare i risultati dei controlli.

http://www.pinomasciari.it/?tag=reggio-calabria

‘Ndrangheta a Milano, in manette tre finanzieri e il direttore di un hotel di lusso

Fonte: Il Fatto Quotidiano – Ci sono tre uomini della Guardia di Finanza e il direttore del lussuoso Hotel Brun di Milano tra le persone arrestate in una nuova operazione contro il clan di ndrangheta Valle-Lampada, insediato da decenni in Lombardia, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia guidata daIlda Boccassini.

A Reggio Calabria è finito in carcere anche Domenico Gattuso, ritenuto dagli inquirenti uno dei soci chiave del clan, per conto del quale avrebbe aperto numerose società e avrebbe gestito contatti istituzionali.

Gattuso, inoltre, avrebbe avuto un ruolo fondamentale nell’ottenere informazioni riservate sulle indagini in corso, per poi riferirle ai Valle-Lampada.

I cinque arresti sono stati ordinati dal Gip del Tribunale di Milano Giuseppe Gennari, nell’ambito di un’inchiesta coordinata dai pm della Direzione distrettuale antimafia, condotta dalla Squadra mobile del capoluogo lombardo, guidata da  Alessandro Giuliano, e dal Nucleo Tributario della Guardia di finanza. Proprio gli uomini delle Fiamme gialle hanno proceduto all’arresto dei tre colleghi, in servizio a Milano e accusati di corruzione, si sarebbero spartiti 40-50mila euro al mese ottenuti dagli uomini della cosca per chiudere un occhio nei controlli sui videopoker truccati installati nei locali pubblici, un business d’oro per i Vallle-Lampada, già coinvolti in passato in inchieste per associazione mafiosa e usura. I militari erano colleghi di Luigi Mongelli, maresciallo delle Fiamme Gialle arrestato il 30 novembre scorso nella prima tranche dell’operazione. I tre avrebbero goduto da molti anni di una sorta di monopolio nelle attività che riguardavano le macchine da gioco dei locali pubblici milanesi.

Quanto al direttore dell’hotel Brun, un 4 stelle in zona San Siro, l’accusa è di favoreggiamento personale. Dalle indagini che nei mesi scorsi avevano già portato in carcere un avvocato, un politico e un magistrato calabrese, era emerso che il gip del Tribunale di Palmi Giancarlo Giusti, solo indagato, si faceva pagare viaggi a Milano ed escort dagli uomini del clan Lampada, con numerosi pernottamenti al Brun.

Le attività imprenditoriali del gruppo facevano capo a GiulioFrancesco Lampada, proprietari di numerosi bar e locali a Milano, arrestati lo scorso novembre.

http://www.pinomasciari.it/?p=19972

‘Ndrangheta, politica, servizi segreti
“Il contatto era con Nicolò Pollari”

Il legame tra le cosche e l’ex capo del Sismi è il politico calabrese Francesco Morelli, arrestato nel novembre scorso per associazione mafiosa. Ne parla ai pm l’avvocato Minasi, anche lui in galera

‘Ndrangheta, politica e servizi segreti. E’ questa l’ultima partitura messa sul tavolo dalla procura di Milano e  che arriva addirittura all’ex capo del Sismi Nicolò Pollari, non indagato, ma citato in diversi interrogatori dall’avvocato Vincenzo Minasi. Il legale, finito in carcere nel novembre scorso con l’accusa di associazione mafiosa, ha iniziato a collaborare con la magistratura. Di questo si parla nelle oltre 180 pagine di ordinanza con la quale oggi il gip Giuseppe Gennari ha disposto gli arresti per cinque persone. Tra loro tre finanzieri corrotti dai boss per pilotare i controlli sulle macchine videopoker, il direttore dell’hotel Brun e soprattutto Domenico Gattuso, imprenditore vicino a Giulio Giuseppe Lampada, il personaggio chiave di uno scenario che mette contatti politici e rapporti con gli uomini delle istituzioni per ottenere notizie riservate su inchieste in corso.

Ed è proprio sulla figura di Gattuso che ora si concentrano gli investigatori. Lui, potrebbe essere, oltre ai giudici corrotti come Vincenzo Giglio, il terminale ultimo delle informazioni. Il padre di Gattuso, infatti, risulta socio di una immobiliare assieme a un colonnello dei Ros di Reggio Calabria. Ma c’è di più: gli uomini del clan attingevano informazioni da diverse fonti. Una di queste, ipotizza l’accusa, potrebbero essere proprio i servizi segreti. A dare sostanza alla tesi l’interrogatorio dell’avvocato Vincenzo Minasi il quale prima col gip e poi davanti a Ilda Boccassini fa il nome di Nicolò Pollari. “Lampada – sostiene il legale  – mi disse che Morelli gli aveva detto che era in contatto con Nicolò Pollari”. Dopodiché Minasi davanti ai magistrati ribadisce il concetto. “Morelli, mi disse che aveva delle buone entrature nei servizi segreti e mi fece il nome di Nicolò Pollari”. Francesco Morelli è il politico calabrese finito in carcere nella prima tornata dell’indagine Lampada con l’accusa di associazione mafiosa e per aver favorito il clan fornendo notizie riservate sulle indagini.

In molte intercettazioni i vari indagati fanno riferimento a tale “Nic” o “Nicola”. Il gip lo chiede a Minasi. “Nicola anche in questo caso il riferimento è a Pollari?”. Affermativa la risposta dell’avvocato, sul quale pesa anche l’accusa di essere venuto in possesso d’informative coperte da segreto. In realtà si tratta di vere bufale costruite ad hoc. Ma questo lo si saprà solo dopo. Nel momento in cui Minasi le ha in mano e le consegna a Morelli sono documenti veri. Spiega ancora Minasi: “Giulio Lampada mi ha detto di aver portato i documenti che io gli ho dato a Morelli e che Morelli li ha portati ai servizi, al suo amico Nic. E siccome, parlando con Morelli, quest’ultimo mi aveva fatto riferimento a Nicola Pollari, il fatto che io dica che Nic è Nicola Pollari ovviamente è una mia supposizione”.

Insomma l’ex capo del Sismi viene solo citato. Minasi fa delle deduzioni personali. La procura annota tutto. Anche la risposta che Morelli fornisce al gip su quale fosse il suo contatto per ottenere informazioni. “Un ex sindacalista morto”, risponde laconico il politico che poi si chiude in un assoluto silenzio.

Meno sfumato, invece, il racconto che sempre Minasi fa del suo rapporto con Domenico Gattuso e dell’informazioni riservate ricevute. “Mi disse – inizia – che presso la Procura della Repubblica di Reggio c’era un’indagine che riguardava Lampada e che riguardava ipotesi di collegamenti con Lampada e i Condello. Seppi anche che una indagine altrettanto identica, però che riguardava non solo Lampada ma riguardava anche i suoi familiari acquisiti, e cioè i Valle, era pendente presso la Procura della Repubblica di Milano”. E ancora: “Mi parlarono dell’indagine Meta ”. Si tratta dell’operazione che coinvolge in parte anche i Lampada. E che Gattuso parli di Meta, agli investigatori non sembra un caso. A dimostrarlo un ‘intercettazione in cui lo stesso Lampada dice che il padre di Gattuso “è socio con un Colonnello che aveva fatto partire l’indagine a Reggio Calabria all’inizio quand’era successo due anni fa”.

Il rapporto tra Domenico Gattuso e i Lampada avviene grazie all’amicizia in comune con l’avvocato Mario Giglio cugino del giudice corrotto Vincenzo Giglio. Inizialmente, però, il nome di Gattuso si cela dietro a un misterioso mister x. Racconta Minasi: “Il particolare che io ricordo di quella fase fu questo, che questa persona, chiamiamola ‘mister X’, all’epoca era ‘mister X’, disse che la fonte da cui traeva queste notizie poteva guardare il computer dei Carabinieri, ma non poteva guardare il computer dello SCO e della Polizia e quindi non poteva sapere chi ci fosse dietro l’indagine”.

Le informazioni che arrivano da Gattuso si dimostreranno vere. Il giovane imprenditore calabrese fa sapere a Minasi che nell’inchiesta c’è “sicuramente un politico di Milano e uno di Cosenza”. Nel capoluogo lombardo viene coinvolto, ma mai indagato, il consigliere comunale del Pdl Armando Vagliati. Finirà, invece, in carcere Francesco Morelli originario di Cosenza.

Insomma, la ‘ndrangheta che ragiona in Calabria e fa affari a Milano, è in grado di mettersi in tasca una buona fetta delle istituzioni. “E – scrive il gip Gennari – il riferimento ad ambienti dei servizi è preoccupante”. A corollario di quest’affermazione si cita la vicenda del giudice Vincenzo Giglio, finito in carcere il 30 novembre con l’accusa di aver favorito la cosca riferendo notizie riservate. Per farlo il magistrato addirittura telefona e parla con il capocentro Aisi di Reggio Calabria. “Difficile pensare – scrive il giudice – di fare certe domande se non si pensa di potere ottenere delle risposte”.

http://ilfattoquotidiano.it/2012/01/27/ndrangheta-politica-servizi-segreti-contatto-morelli-nicolo-pollari/186932/

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Reggio Calabria: accesso al Municipio per verificare infiltrazioni della ‘ndrangheta

In prefettura a Reggio bocche cucite. Il prefetto Varatta è al telefono, avverte la sua segreteria, con il Viminale. E’ stato già deciso l’accesso? Certo che è stato già deciso. Ma nessuno vuole confermarlo ufficialmente. Quando sarà, parlerà direttamente Sua eccellenza spiegando tutti i particolari.

Ma gli uffici di Roma e di Reggio sono già al lavoro per individuare i Commissari che si istalleranno al Comune e che avranno l’incarico di rovistare (impietosamente) tra tutte le carte dell’Amministrazione.

E se è già cominciato il lavoro per individuare la Commissione d’accesso è matematicamente certo che a Reggio è già arrivata (o è già stata ufficialmente comunicato l’arrivo della delega della Ministra a sua eccellenza il prefetto Varratta. La Ministra ha firmato e il documento è già sul tavolo prefettizio più importante di piazza Italia. Il prefetto senza delega non avrebbe potuto avviare il lavoro per la formazione della Commissione.

La procedura è infatti questa: il prefetto invia a Roma una relazione spiegando perché a suo avviso bisogna andare a verificare se ci sono condizionamenti mafiosi sul Consiglio comunale, sulla giunta sul modo più complessivo in cui viene gestito il Comune di Reggio. Roma valuta e soppesa la relazione. Se la relazione e le notizia in possesso del Viminale sono convincenti, il ministro firma una delega al prefetto dandogli l’incarico di nominare la Commissione d’accesso che, ovviamente, viene decisa in un lavoro di confronto continuo tra la prefettura di Reggio e il Viminale.

Così stanno le cose. E’ chiaro che una volta deciso l’accesso i tempi per l’insediamento della Commissione diventano rapidissimi. Chi ha parlato direttamente col prefetto Varratta, garantito dalla assoluta riservatezza del vostro cronista, conferma di aver saputo che le cose stanno come le abbiamo sopra raccontate. Il prefetto sta attraversando ore di grande tensione tra lettere e minacce contro la polizia e il lavoro da fare per l’accesso.

Fin qui le cose tecniche.

Sul piano politico si apre per la città una situazione di straordinaria delicatezza.

E’ la prima volta in Italia che viene deciso un accesso in una grande città capoluogo. Un colpo per l’immagine della città e del Modello Reggio che creerà grandi difficoltà oltre che alla città a tutto il gruppo dirigente calabrese del Pdl a partire dal sindaco Arena e dal Governatore Scopelliti che da oltre dodici ore osservano un silenzio stretto sull’argomento nonostante un grande titoloo a tutta pagina della Gazzetta del Sud che per prima ha rotto gli indugi informando sulla decisione (sia pure con un punto interrogativo di mestiere, quello che usano i giornalisti per proteggere le proprie fonti).

Il battage pubblicitario a cui siamo stati abituati è cessato di colpo. Si profila per gli uomini del potere reggino una possibile lunga astinenza dalle stanze dei bottoni. Cosa accadrà e quali uomini politici saranno ancora al loro posto quando la situazione tornerà alla normalità?

I condizionamenti mafiosi sul Comune, il Consiglio Comuanale e la Giunta non sono più l’ipotesi di qualche giornalista scriteriato ma il concreto piano di lavoro tracciato con sofferenza dal più alto rappresentante del governo in città che, per di più, ha già trovato l’appoggio e il consenso del Viminale, cioè del Governo.

Si apre una stagione delicata. E bisognerà fare molta attenzione perché Reggio paghi meno possibile. E non sarà facile per nessuno. (alva)

18 gennaio 2012

http://www.zoomsud.it/index.php?option=com_content&view=article&id=26862%3Adeciso-laccesso-al-comune-per-verificare-lesistenza-di-condizionamenti-della-ndrangheta&catid=75%3Aflash-news&Itemid=122

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“Ero armato e pronto a uccidere Michele Bruni”

Il pentito Galdi rivela che il boss morto a Livorno aveva ricevuto il grado di “trequartino” dai casalesi

Arcangelo Badolati

Il corpo di Luca Bruni non si trova. Ma i carabinieri del colonnello Francesco Ferace sono faticosamente riusciti a ricostruire le ultime ore di vita del trentasettenne ingoiato dalla lupara bianca martedì 3 gennaio. Bruni sarebbe stato visto, il pomeriggio della scomparsa, in un bar di Cosenza insieme ad alcuni suoi vecchi amici. Cosa sia accaduto successivamente nessuno è stato però in grado di riferirlo. Per riannodare i fili delle indagini, il pm antimafia della Dda di Catanzaro, Pierpaolo Bruni, sta nelle ultime ore riesaminando le dichiarazioni fatte negli ultimi mesi da tre pentiti di ‘ndrangheta: Francesco Galdi, legato alla cosca di Paterno; Angelo Colosso e Luigi Paternuosto, picciotti attivi per conto dei clan storici di Cosenza.

Galdi ha riferito al magistrato inquirente dei contrasti scoppiati, alla fine degli anni ’90, tra il gruppo fondato da Francesco Bruni “Bella-bella” e le consorterie riconducibili a Ettore Lanzino e Domenico Cicero. In proposito ha fatto cenno all’agguato costato la vita nel maggio del ’99 a Giacomo Cara, uomo che – ad avviso del pentito – pagò con la vita il fatto di essere «simpatizzante» dei Bruni. Non solo: per spiegare il ruolo e definire la personalità di Michele Bruni, erede designato e successore di Francesco senior (ammazzato nel luglio del ’99) il collaboratore ha rivelato che il giovane boss «aveva collegamenti con i casalesi di Sandokan nel quadro dei traffici di armi e droga. Bruni ebbe il grado di “trequartino” che gli venne conferito direttamente da Francesco Schiavone detto Sandokan». Galdi ha quindi parlato della “pace” poi siglata dai Bruni con le altre cosche del capoluogo bruzio nel 2006, nel corso di una apposita riunione. Un summit dopo il quale venne pure decisa l’eliminazione di Angelo Cerminara reo d’essersi impossessato di una somma di denaro. «Cerminara girava armato ed era molto preoccupato per la sua incolumità. Era molto guardingo e fu preso al traino altrimenti non si sarebbe mai fidato di nessuno». L’uomo è scomparso sei anni addietro e il suo cadavere non è mai stato ritrovato.

Luigi Paternuosto ha invece riferito che negli ambienti criminali «Michele Bruni era da considerarsi finito». Qualcuno avrebbe, prima o poi, provveduto a eliminarlo. «Io stesso – ha raccontato il pentito – mi sono sentito minacciato da Bruni tanto che avevo deciso di ucciderlo. Per due o tre giorni l’ho atteso armato di una pistola calibro 7,65 ma non ho avuto il coraggio di sparare». Michele morirà a Livorno, il 21 giugno del 2011, a causa di una grave malattia contratta mentre si trovava detenuto. All’uscita dal carcere, il dieci dicembre scorso, sarà demandato a succedergli il fratello Luca. La sua “reggenza” durerà però meno di un mese.

Pure Angelo Colosso, ha svelato al pubblico ministero della Dda di Catanzaro degli attriti esistenti tra la consorteria dominante nella città dei bruzi ed i Bruni. Attriti mascherati con una finta pace sancita – a parere della “gola profonda” – dopo l’uccisione di Francesco Marincolo, avvenuta in pieno centro nel luglio del 2004.

La Gazzetta del Sud 14 gennaio 2012

Si comincia a temere possa trattarsi di un caso di “lupara bianca” la scomparsa del 37enne cosentino Luca Bruni sparito da martedì scorso, 3 gennaio, dopo essere uscito in macchina con un amico. I familiari ne hanno denunciato la scomparsa ai carabinieri. Bruni era stato rilasciato il 10 dicembre scorso dopo aver scontato otto anni per detenzione di armi da guerra.Arrestato dopo essere stato trovato in una masseria di Corato, in provincia di Bari, piena di fucili e altre armi l’uomo è figlio di Francesco Bruni, detto “Bella Bella” (assassinato nel luglio del 1999 a Cosenza poco dopo essere uscito dal carcere e ritenuto un boss in ascesa) e fratello di Michele Bruni (deceduto il giugno scorso in carcere per una grave malattia). Luca Bruni è considerato dagli inquirenti l’erede del padre e del fratello.

7 gennaio 2012

http://www.cittamagazinenews.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2491:cosenza-ndrangheta-presunto-boss-scomparso-caso-di-lupara-bianca&catid=53:cosenza&Itemid=55

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Archivio ‘ndrangheta n.3: il caso Ligato

Lodovico Ligato (Reggio di Calabria, 15 agosto 1939 – Reggio di Calabria, 27 agosto 1989) è stato un politico italiano, della Democrazia Cristiana e presidente delle Ferrovie dello Stato. Giornalista della Gazzetta del Sud sin dai primi anni '60, poi assessore regionale in Calabria, viene eletto per la prima volta deputato nel giugno 1979 e rieletto nel giugno 1983, dove diviene segretario della Commissione Trasporti della Camera. Il 15 novembre 1985 è nominato presidente dell'Ente Ferrovie dello Stato.
Coinvolto nello "scandalo delle lenzuola d'oro", nel novembre del 1988 fu costretto a dimettersi dalla presidenza delle Ferrovie. Venne assassinato a colpi di pistola a Bocale di Reggio Calabria il 27 agosto 1989, in un agguato di stampo mafioso i cui mandanti sono ritenuti Pasquale Condello, Santo Araniti, Paolo Serraino e Diego Rosmini. (da wikipedia)

il caso Ligato

I giudici confermano: fu un delitto politico

le motivazioni della sentenza del Tribunale della liberta' che ha confermato l' arresto dei politici calabresi sospettati di essere i mandanti dell' omicidio di Ligato

REGGIO CALABRIA . Subito dopo l' omicidio di Lodovico Ligato, precisamente tre giorni dopo, un avvocato molto vicino all' ex presidente delle Ferrovie ed ex parlamentare dc aveva delineato il movente del delitto. Oggi, quelle dichiarazioni, rese il 30 agosto ' 89 al giudice Misiani, all' epoca collaboratore dell' Alto Commissariato antimafia, hanno il valore del riscontro: ne viene rilanciata la teoria di una cupola politico mafiosa che avrebbe ordinato l' assassinio di Ligato. I giudici del Tribunale della liberta' , motivando il provvedimento di rigetto presentato dai difensori degli imputati (4 politici e 7 presunti mafiosi), riprendono quelle affermazioni e scrivono: "L' omicidio Ligato e' di natura politico economica, ed ha come piattaforma principale il decreto Reggio e soprattutto l' accordo ormai fallito della passata amministrazione comunale con l' Italstat Bonifica". Ligato fu ucciso nell' 89, un anno importante nella vita politica reggina. L' ex parlamentare rivoleva un ruolo e ricercava il prestigio d' un tempo per imporre le sue regole. La citta' dello Stretto pero' , era dilaniata da una lotta per il controllo del territorio. Erano in arrivo i 1.200 miliardi del decreto Reggio e la guerra tra cosche scoppio' anche per l' accaparramento dei subappalti. Scrivono i giudici: "In quel periodo, il sindaco Aliquo' aveva firmato "ad occhi chiusi", dietro pressante intervento dell'onorevole Misasi, una convenzione con Bonifica". La societa' del gruppo Iri doveva infatti realizzare gran parte delle opere, tra cui il centro direzionale. Ligato avrebbe voluto una parte in quel business, attraverso le sue societa' : 27, sparse in tutta l' Italia. Pietro Battaglia, allora capogruppo della Dc in consiglio comunale, e il gruppo del Psi, furono discordi su quella convenzione. Tant' e' che lo stesso Aliquo' dovette annullarla. Questo improvviso ripensamento, secondo i giudici, determino' la chiave del delitto Ligato. Una struttura economica di societa' di servizi era infatti pronta a far defluire gli appalti dei lavori previsti dal progetto Italstat, ad una serie di ditte reggine. Dietro queste societa' c' era l' interesse della ' ndrangheta, e precisamente del gruppo capeggiato dai Serraino Imerti. Ligato, a questo tipo d' accordo, non era disponibile. Da sempre vicino ai destefaniani, avversari degli Imerti, l' ex parlamentare non poteva digerire quell' accordo. Per di piu' vedeva, dietro la realizzazione di quelle infrastrutture, lo zampino dei vari Quattrone, Palamara, Battaglia e Nicolo' . Gli stessi politici, indicati oggi come componenti di quella cupola politico mafiosa che avrebbe ordinato l' omicidio Ligato. Carlo Macri'
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(30 dicembre 1992) - Corriere della Sera
http://archiviostorico.corriere.it/1992/dicembre/30/giudici_confermano_delitto_politico_co_0_921230961.shtml

Si riuniva a Roma comitato d' affari del decreto Reggio

gli inquirenti che indagano sull' omicidio di Ligato Ludovico dispongono anche delle confessioni di Vincelli Nello, ex parlamentare DC. riassunto delle sue confessioni

REGGIO CALABRIA . Non ci sono soltanto esponenti della ' ndrangheta che collaborano con la Giustizia per decifrare il delitto Ligato. I giudici di Reggio Calabria, per la prima volta, dispongono anche delle confessioni di un autorevole politico. E l' ex parlamentare dc Nello Vincelli, gia' sottosegretario ai Trasporti e componente del consiglio nazionale della Dc. Un uomo che ha vissuto il clima politico reggino da protagonista. E dunque un personaggio attendibile, secondo i magistrati, capace di svelare i misteri e i retroscena dell' assassinio dell' ex presidente delle Fs. Vincelli ha iniziato a collaborare lo scorso 11 giugno, quando fu sentito dal procuratore distrettuale Roberto Pennisi. Al magistrato indico' nomi e fatti e alzo' il sipario sulle trame politico affaristiche che aveva lui stesso denunciato qualche giorno prima in una riunione del comitato provinciale dc. Racconti inquietanti. Ma e' nel secondo interrogatorio che Vincelli affronta il delitto Ligato. Al giudice Bruno Giordano, titolare dell' inchiesta, parla di una riunione avvenuta a Roma nel settembre ' 89, subito dopo l' assassinio di Ligato. Una sorta di "tavola rotonda" per discutere sulla gestione dei 650 miliardi che dovevano confluire a Reggio Calabria per la realizzazione di opere pubbliche. Un decreto divenuto legge proprio un mese prima dell' uccisione dell' ex presidente delle Ferrovie. Vincelli fece il nome della Intermetro di Roma, societa' amministrata dall' avvocato Scipioni (uomo di Vittorio Sbardella, ex delfino di Giulio Andreotti), amicissimo del dc Francesco Quattrone. Quest' ultimo, assieme a Nicolo' e Battaglia, anch' essi dc, e al psi Palamara, e' ritenuto dai giudici uno dei mandanti dell' omicidio Ligato. Proprio nella sede della societa' , in via Due Macelli . spiego' l' ex parlamentare dc ai magistrati . avvenne la riunione. In quell' occasione la Intermetro siglo' un protocollo d' intenti con la Cooperativa Muratori Cementisti (Cmc) di Ravenna. "Si parlo' . racconto' Vincelli . della presenza congiunta negli interventi da realizzare a Reggio Calabria con finanziamenti del decreto". L' intervento e quindi l' inserimento della Cmc . spiego' Vincelli ai giudici . aveva lo scopo di "associare le cooperative di sinistra cosi' da garantirsi dalla opposizione politica. Un modo per evitare l' ostruzionismo dell' ex Pci, che avrebbe potuto gridare allo scandalo, accendendo fuochi di polemica". Le confessioni di Vincelli non si fermarono. I giudici vollero sapere quello che l' esponente dc scrisse nel dossier inviato ai probiviri nazionali: il 20 settembre ' 89, ancora nella sede della Intermetro, in una nuova riunione . racconto' Vincelli . si discusse dell' accordo da esaminare relativo alla spartizione delle somme destinate al decreto Reggio e delle tangenti di competenza degli amministratori reggini. Alla riunione parteciparono i dirigenti della Intermetro, rappresentanti della Cmc e della Pro.Ge.Co., il sindaco reggino di allora, il dc Pietro Battaglia; il consigliere regionale Luigi Meduri. Vincelli (terzo collaboratore della giustizia sul delitto Ligato, dopo Giacomo Lauro e Filippo Barreca, esponenti delle cosche reggine), sostenne che "l' eliminazione di Ludovico Ligato fu decretata dal comitato d' affari". La morte dell' ex presidente delle Ferrovie, sarebbe maturata - sostenne Vincelli - in uno dei momenti di scontro forse tra i piu' importanti per la gestione a Reggio degli appalti pubblici. Carlo Macri'
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(23 dicembre 1992) - Corriere della Sera
http://archiviostorico.corriere.it/1992/dicembre/23/riuniva_Roma_comitato_affari_del_co_0_92122316220.shtml

partiti e scandalo tangenti. richiesta di autorizzazione a procedere

Indagini sul senatore Zito (PSI) . dalla giunta un no a Cordova

respinta l' ipotesi di " associazione di tipo mafioso " per il senatore socialista. riassunto dell' indagine sul voto di scambio in Calabria

ROMA . Nuovo no alle richieste del giudice Cordova. La giunta delle elezioni e delle immunita' di Palazzo Madama ha espresso parere negativo riguardo all' autorizzazione a procedere per il senatore socialista Sisinio Zito. Sara' adesso l' aula a decidere sulla richiesta di autorizzazione a procedere, avanzata dalla procura di Palmi, che ha contestato al senatore Zito l' "associazione di tipo mafioso" e il "turbamento del regolare svolgimento di adunanze elettorali". L' ultima parola spetta all' assemblea dei senatori che si pronuncera' all' inizio della prossima settimana. Le richieste erano state emesse in seguito all' inchiesta sul voto di scambio nella Locride e sui presunti rapporti tra esponenti politici e le cosche della ' ndrangheta che dominano la zona. Nel corso dell' operazione condotta dai carabinieri su ordine del procuratore Agostino Cordova erano state sequestrate armi e stupefacenti. L' inchiesta e' approdata una settimana fa davanti al giudice per le indagini preliminari che ha deciso 126 rinvii a giudizio. Ma il referente principale dell' attivita' sarebbero le famiglie mafiose di Siderno, forti di legami con la mafia calabrese in Canada ed in Australia e molto attive sul mercato delle armi sia negli scambi con il Medio Oriente che in quelli con l' ex Jugoslavia. E nel calderone dell' istruttoria calabrese sono finiti anche affari poco chiari con l' Argentina, la Francia, la Grecia e la Turchia. Tra le persone che verranno processate c' e' anche Licio Gelli, l' ex maestro venerabile della Loggia P2 coinvolto da alcune intercettazioni sul suo presunto interessamento presso la Cassazione in favore di due boss della malavita tarantina. E tra i politici inquisiti oltre a Sisinio Zito c' era il fratello Antonio, ex sindaco di Roccella Jonica ed ex vicepresidente del Consiglio regionale, e Giovanni Palamara, l' ex sindaco socialista di Reggio Calabria al centro di altre inchieste, inclusa quella sul delitto Ligato.

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(18 dicembre 1992) - Corriere della Sera
http://archiviostorico.corriere.it/1992/dicembre/18/indagini_sul_senatore_Zito_PSI_co_0_92121814924.shtml

la sua agonia incomincio' a Roma

la storia di Ligato Lodovico al vertice delle Ferrovie dello Stato, attraverso anche lo scandalo delle lenzuola d' oro, fino alla sua eliminazione. a Roma molti temevano la sua conoscenza degli intrecci tra politica e affari

A Roma molti avevano paura di Lodovico Ligato. E non solo perche' dopo la cacciata dalle Ferrovie era pieno di rancore. Ma anche perche' era imprevedibile nelle sue reazioni di fronte agli intrecci tra politica e affari, in cui pure era immerso fino al collo. Un giorno di primavera del 1987, rientrato in ufficio dopo un incontro importante, prese da parte un amico e sgranando gli occhi gli sussurro' : "Ma pensa, c' era anche quel tale, come si chiama, Sputazzella". Dietro quel soprannome si celava l' avellinese Antonio Pagliuca, compagno di tressette di Ciriaco De Mita. Ligato quel giorno si era dovuto precipitare all' hotel Nazionale dove lo aspettavano il deputato avellinese Giuseppe Gargani e l' imprenditore irpino Elio Graziano. Premevano per il rinnovo del contratto con la Idaff di Graziano per la fornitura alle Ferrovie delle lenzuola per le cuccette. L' Irpinia fremeva, De Mita muoveva la sue pedine migliori, Ligato capiva. Il contratto fu fatto, e quelle diventeranno le famose lenzuola d' oro dello scandalo che lo travolgera' . In questi scenari lavorava Ligato a Roma quando . solo 4 anni fa . era uno dei dc piu' potenti d' Italia. Ma i magistrati reggini non hanno mai interrogato i consiglieri d' amministrazione delle Fs che per tre anni condivisero con Ligato l' avventura del nuovo ente riformato. Forse ne sarebbe venuto fuori qualche spunto. Frettolosamente consegnata alla storia come il trionfo della corruzione, la gestione di Ligato e' stata anche altro. Gli stessi giudici delle lenzuola d' oro gli hanno reso giustizia . dopo la morte . con un rinvio a giudizio per 57 persone, quasi tutti funzionari, in cui e' scritto a chiare lettere che Graziano forniva lenzuola e pagava tangenti dal 1979, sette anni prima dell' arrivo di Ligato. Del resto i giudici hanno ricostruito il pagamento di otto miliardi in otto anni, divisi tra circa 50 persone. Se e' stato solo questo il marcio delle Fs ci sarebbe da rallegrarsi. In realta' stiamo parlando di uno dei maggiori centri della spesa pubblica. Tangentopoli insegna. Ligato fu al centro di uno scontro di interessi enorme. C' e' a questo proposito un episodio illuminante, avvenuto il 27 luglio dell' 88. Ligato, gia' sotto assedio, presento' al consiglio una delibera a sorpresa con cui si affidava all' Italstat la valorizzazione del patrimonio immobiliare dell' ente. Un affare da migliaia di miliardi, basato su una lettera dell' amministratore delegato dell' Italstat, Felice Santonastaso, arrivata alle Ferrovie quella stessa mattina. Il consiglio non ne volle sapere. Ligato torno' alla carica altre due volte, lasciando capire che per lui quell' accordo era vitale. Non ci fu niente da fare. Dopo la terza bocciatura Ligato disse a diversi consiglieri la stessa frase: "Sono finito". Prima che scoppiassero gli scandali, il consigliere comunista delle Fs Fabio Ciuffini aveva scritto in un libro che una Ferrovia moderna dovrebbe investire solo per il 60% in opere civili, e il resto in tecnologie, mentre le Fs italiane investivano per l' 86 per cento in impianti fissi. "Il divario e' troppo significativo e troppo sbilanciato a favore dei costruttori", commentava. E lo stesso Ligato, qualche mese dopo, quando aveva capito che lo avrebbero cacciato, attacco' cosi' : "Vogliamo confessare che le novita' nate in Ferrovia fanno anche paura? Per molti anni il bilancio delle Ferrovie e' servito a pagare i deficit di aziende decotte, anche pubbliche, che non avevano i requisiti di efficienza per stare sul mercato". Oggi molti particolari confermano che lo scandalo delle lenzuola d' oro fu usato da alcuni politici . primo fra tutti l' allora ministro dei Trasporti Giorgio Santuz, oggi inquisito per Tangentopoli . per far fuori Ligato. Il quale meditava vendetta. E chissa' quante cose avrebbe potuto raccontare, se avesse parlato, come confidava pochi giorni prima di essere assassinato a Giacomo Mancini. Proprio Mancini partecipando martedi' sera al Telefono giallo di Corrado Augias ha dubitato della matrice mafiosa dell' assassinio: "In fondo la ' ndrangheta non ha mai ucciso un politico", ha detto come parlando fra se' . Giorgio Meletti
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(5 novembre 1992) - Corriere della Sera
http://archiviostorico.corriere.it/1992/novembre/05/sua_agonia_incomincio_Roma_co_0_9211056060.shtml

"Dovremo ingoiare anche questo rospo", si lamenta il democristiano Fava

affranti, delusi, mortificati dal voto, i partiti tradizionali cercano di trovare una giustificazione al disastro del risultato elettorale

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI REGGIO CALABRIA . Ingovernabile: ecco com' e' questa citta' . Affranti, delusi, mortificati dal voto, i partiti tradizionali cercano di trovare una giustificazione al disastro del 13 dicembre. In prima fila, Dc e Psi si difendono, il Pds gioca di rimessa, il Pri attacca per dimenticare la retrocessione, Rifondazione comunista rafforza il centrocampo. Fuor della metafora calcistica, gli unici a esultare sono i missini, i seguaci di Orlando e i socialdemocratici. I giovani "boia chi molla" sono entusiasti. Invocano il segretario Gianfranco Fini, forte di un successo senza precedenti a Reggio: 8560 preferenze, un record che gli permettera' di presiedere la prima seduta del consiglio comunale. Gli spetta di diritto, e Nuccio Fava, uno dei commissari della Dc, commenta: "Purtroppo, dovremo ingoiare anche questo rospo". Giacomo Mancini, il vecchio leader del Psi calabrese, e' furibondo. Spiega al telefono: "Di prima mattina, avevo chiamato Enrico Manca a Roma per convocare una riunione urgente. Volevo chiedere le immediate dimissioni di Craxi, quando poi e' arrivata da Milano quell' altra notizia...". C' e' una grande confusione al vertice. La lezione e' stata dura, le ferite politico.giudiziarie hanno lasciato il segno, Reggio sembra aver fatto un tuffo nel passato di oltre vent' anni. Il 15% al Msi dopo la rivolta; il 15% allo stesso partito nel dicembre del 1992. Una citta' con periodici rigurgiti fascisti, dunque? Gaetano Cingari, professore di storia moderna all' universita' di Messina e capolista del Pds, e' perentorio: "Non direi. La borghesia reggina ha tradizioni conservatrici. Nei momenti di stabilita' , questi voti confluiscono nella Dc. Quando, al contrario, c' e' tempesta gli stessi voti ritornano alla destra". Non esiste, pero' , un filo conduttore fra le due date: le ragioni della protesta sono diverse. Mentre nel 1975 il consenso del popolo al Msi aveva una motivazione interclassista dettata da un orgoglio di campanile, oggi le migliaia di voti dati al partito di Fini hanno una nuova matrice: ci si batte contro il sistema partitocratico. Negli uffici elettorali, i galoppini premono. I risultati tardano, la curiosita' di sapere se si e' stati promossi o bocciati e' grande. Squillano i telefoni cellulari, i portaborse rispondono con voce concitata: "In mattinata, il conteggio sara' definitivo. Abbia ancora qualche minuto di pazienza...". Non ci sono novita' di rilievo: risultano tra gli eletti un nipote di Ciccio Franco, il tribuno della rivolta, la figlia dell' ex senatore missino Barbaro, il figlio di Francesco Libri, l' ex presidente della provincia estromesso da un decreto prefettizio, la figlia di un ex assessore dc, Demetrio Porcino. "La politica non deve avere caratteristiche ereditarie", commentano gli osservatori piu' perfidi. Ma ben altri sono i guai che assillano la citta' , condizionata dalla ' ndrangheta e dagli intrecci politico.mafiosi. Dopo l' inchiesta sul Palazzo, ecco arrivarne una seconda sui tecnici corrotti. "Non possiamo piu' meravigliarci di nulla", osserva il dc Giuseppe Reale, per anni deputato al Parlamento. "Pero' rifiuto l' affermazione mai smentita di un giudice, secondo il quale l' unico ruolo in questa citta' puo' essere svolto dai magistrati". Si discute, si polemizza, si tenta di ritrovare il bandolo di una matassa resa assai piu' intricata dal voto. "Il Parlamento deve affrettarsi a modificare la legge elettorale", ammonisce Reale. "Altrimenti la polverizzazione delle liste ostacolera' la risoluzione dei problemi. Ecco i reggini: quando sono a disagio, votano per il Msi, cosi' come nel Nord preferiscono la Lega. Adesso tutti sparano contro la Dc. Ci vogliono relegare all' opposizione, ma chi propone simili fantasticherie dimentica che siamo pur sempre il primo partito della citta' ". Renato Meduri, il senatore missino secondo soltanto a Fini per suffragi, non e' d' accordo: "Reggio deve cambiare look, questa classe politica e' screditata agli occhi di tutti. Pensate, la disoccupazione raggiunge punte del 38,5% e noi discutiamo del sesso degli angeli. No, bisogna cambiar strada, far pulizia e gli unici accreditati siamo noi". Il quadripartito? E' impresentabile, anche se ha i numeri. Una giunta di sinistra? Non ha la maggioranza, a meno che non si organizzino strane ammucchiate. Giacomo Mancini ha le idee chiare: "Diamo l' incarico di formare una giunta a Cingari, il quale sara' libero di scegliersi gli assessori che vuole". Marco Minniti, segretario regionale del Pds, aggiunge una sola parola: "Amen". Bruno Tucci
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(16 dicembre 1992) - Corriere della Sera
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' ndrangheta . il superlatitante si nascondeva da un anno nel cuore di Trastevere

preso il boss Araniti

e accusato di essere il mandante dell' omicidio Ligato. inghiottiti dalla metropoli

Primula rossa, numero uno della ' ndrangheta calabrese, presunto mandante dell' omicidio di Lodovico Ligato, capo della "cupola provinciale" di Reggio Calabria: dopo dieci anni di latitanza, uno dei quali trascorsi tranquillamente in una bella casa di Trastevere, la Criminalpol ha beccato Santo Araniti. Il boss passeggiava in viale Marconi alle 10 del mattino. Araniti non era armato e non era seguito da una "scorta" pronta a proteggergli le spalle. Quarantasette anni, ne' alto ne' basso, massiccio, quasi pelato, camicia bianca, pantaloni beige, occhiali scuri Ray Ban: il super boss indugiava sul marciapiede di viale Marconi, forse stava andando in un altro appartamento che aveva acquistato in zona con un nome falso. Quando gli si sono parati davanti gli agenti, dietro gli angoli della strada erano almeno in quaranta, lui non ha battutto ciglio: ha tirato fuori una carta d' identita' (falsa) e ha detto: "Vedete c' e' un errore, sono un altro". Ci ha provato, ha insistito ma non e' servito a niente: il capo della Mobile di Reggio Calabria, Mario Blasco, lo ha riconosciuto subito. E gli ha messo le manette. Il "Numero Uno" della ' ndragheta era nascosto a Roma da piu' di un anno. In qualche modo manteneva i contatti con la moglie e i due figli "rinchiusi" nella sua villa bunker di Reggio Calabria. Nella capitale, Araniti utilizzava una copertura totale: nomi falsi (nella sua abitazione, non lontana da Porta Portese, la polizia ha trovato decine di documenti contraffatti e intestati a cittadini residenti in Calabria) e una attivita' di agente immobiliare. Per il resto, il boss faceva la bella vita nel cuore di Trastevere, libero di andarsene a spasso nonostante fosse inseguito da un pacchetto di mandati di cattura. Dicono che fosse sbarcato a Roma solo per nascondersi, ma c' e' il sopetto che qui stesse continuando a lavorare, ai massimi livelli: traffico di droga e di armi. Il curriculum giudiziario di Santo Araniti e' alto almeno un palmo. Dal 1983 e' ricercato per associazione di stampo mafioso per traffico internazionale di stupefacenti. Poi nel 1990, sempre a Reggio Calabria, i giudici lo condannano (definitivamente) a nove anni di carcere. Ma la sua notorieta' e' salita alle stelle quando, nel ' 92, il Gip di Reggio ha emesso nei suoi confronti un' ordinanza di custodia cautelare in carcere per l' omicidio di Lodovico Ligato, l' ex potentissimo presidente delle Ferrovie dello Stato assassinato il 27 agosto ' 89 davanti alla sua villetta di Bocale. A fare il nome di Araniti era stato il pentito Filippo Barreca. Per comprendere il presunto ruolo centrale di Araniti, come mandante dell' omicidio Ligato, bisogna fare un passo indietro. E ripercorrere tutta la sua carriera. Prima affiliato alla cosca di "don" Mico Tripodo, negli anni Settanta "santista" (cioe' capo di una sorta di "cupola" primitiva), fino all' 85 uomo chiave del clan dei De Stefano, poi "socio in affari" con i Serraino Condello Imerti, nella seconda meta' degli anni Ottanta il boss catturato ieri diventa il capo effettivo della "cupola provinciale" di Reggio mutuata sul modello siciliano. A partire dall' 87, racconta il pentito Barreca, la ' ndrangheta vuole eliminare Ligato ma l' esecuzione slitta all' 89, quando l' ex presidente delle Ferrovie dello Stato torna ad occuparsi a tempo pieno degli affari della sua citta' natale. Il via ai killer lo avrebbe dato proprio Santo Araniti, il signore coi Ray Ban che ieri alle 10 passeggiava per viale Marconi. Roma santuario dei latitanti della ' ndrangheta? "Purtroppo non e' la prima e non sara' neanche l' ultima volta". I vertici della Direzione nazionale antimafia hanno segnalato piu' volte i probabili movimenti dei boss che nel cuore della capitale hanno sempre cercato un rifugio sicuro. In particolare per i calabresi, Roma rappresenta un nascondiglio efficace perche' qui possono contare su una vasta rete di contatti impensabile altrove, vista la massiccia presenza di personaggi inquisiti per reati mafiosi. Protezione, aiuti logistici, contatti sicuri con la malavita calabrese, supporto delle organizzazioni romane: sono tutti elementi che fanno della Capitale uno dei luoghi preferiti per i super latitanti che si fanno "inghiottire" dalla metropoli. Ma se l' abitazione di Santo Araniti e' stata individuata a Trastevere, e' anche vero che alcuni boss scelgono appositamente zone piu' anonime, soprattutto nell' hinterland. Aprilia, Pomezia, il Litorale, i Castelli: sono tutte aree ad alta densita' abitativa dove e' facile scomparire nel nulla, vivere con un nome di copertura e mantenere liberta' di movimento. Ma la scelta di "sparire" a Roma e' dettata anche da altre motivazioni, fondamentali per un boss in esilio. La metropoli e' pur sempre un nodo vitale per il mercato della droga (qui la domanda di stupefacenti e' altissima) ed e' anche la sede di tutte quelle attivita' finanziarie al limite del lecito che coprono il riciclaggio del denaro sporco. E qui che trova i suoi sbocchi piu' appetibili il mercato alimentato dalla criminalita' organizzata. Nella Capitale non c' e' la prevalenza di un solo gruppo, fanno notare infine alla Dna. Si convive tranquillamente perche' c' e' posto per tutti. Martirano Dino

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(24 maggio 1994) - Corriere della Sera

http://archiviostorico.corriere.it/1994/maggio/24/preso_boss_Araniti_co_10_9405241825.shtml

Archivio ‘Ndrangheta Pubblicato il 4 gennaio 2012

Archivio ‘ndrangheta n.2: l’inferno di Reggio del 1992 ci riporta a Saline e a Ciccio Franco Pubblicato il 6 gennaio 2012

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Ultima spiaggia: i tumori sul Tirreno cosentino

Troppi tumori nel Meridione: il dossier del blog

Pubblicato il 6 luglio 2011 da Redazione
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Solidarietà a Giovanni Tizian

Giovanni Tizian è uno di noi. S’è impegnato spesso con Stopndrangheta.it nelle attività di recupero della memoria dell’anti-‘ndrangheta e della ricerca alle radici della ‘ndrangheta, nella scrittura e nell’impegno sociale. – Comunica una nota di Stopndrangheta.it- E per questo non possiamo che rendere pubblica una solidarietà che è insieme amicizia e stima professionale. Giovanni è un ragazzo come noi, una persona normale, con i suoi pregi e i suoi difetti. Tra le virtù, possiede una grande determinazione e una passione vitale per la giustizia . Sappiamo che andrà avanti nel suo lavoro e continuerà a svolgerlo nel migliore dei modi. Lui sa che non lo lasceremo solo. Quello che altri non sanno è che toccare lui vorrebbe dire toccare tutti noi e moltiplicare in noi il desiderio di lottare fino in fondo.
«Bastano allora poche parole – aggiunge il coordinatore di Stopndrangheta.it, Alessio Magro: cari criminali, toccate Giovanni Tizian e avrete subito dieci, cento, mille penne puntate contro di voi. Toccare lui vuol dire toccare un intero movimento, che saprà come reagire».”

http://www.cn24.tv/news/39295/stopndrangheta-it-giovanni-tizian-uno-di-noi.html

«sono commosso, le minacce non fermeranno il mio lavoro»

La solidarietà del web per Giovanni Tizian

Il giornalista sotto scorta ha ricevuto minacce dalla mafia
a causa del suo lavoro, migliaia i messaggi

MILANO- Ha raccontato storie di mafia. Ha spiegato come la ‘ndrangheta e la camorra si sono infiltrate in tutto il Nord. Con un occhio di riguardo per l’Emilia R0magna e la sua città adottiva: Modena. Molte inchieste e poi un libro: Gotica. A Giovanni Tizian piace il suo lavoro. Ma il suo lavoro non piace alle cosche che lo hanno minacciato. Minacce ritenute più che credibili. Così dal 22 dicembre è sotto scorta. «Non mi aspettavo che la mia vicenda venisse divulgata», spiega al telefono il giornalista di 29 anni. Proprio il giornale per cui collabora, La Gazzetta di Modena (lavora anche per Linkiesta), ha deciso di raccontare la sua storia. E in poche ore in migliaia di persone hanno espresso solidarietà. Da Nichi Vendola a Lega Ambiente, passando per i partiti.

DALLA CALABRIA ALL’EMILIA- «Alcuni messaggi mi hanno davvero commosso». In particolare la campagna «Io sono Giovanni Tizian», portata avanti dall’Associazione da Sud. L’emozione si mischia allo sconforto, «speriamo che questa situazione finisca presto». Poi c’è la paura che «grazie all’arrivo di queste due persone che mi seguono dovunque» sembra per il momento accantonata. Di certo rimane la voglia, di fare il proprio lavoro. «Sono giovane e certo continuerò a scrivere di queste vicende». Il clan dei Casalesi, la ‘ndrangheta, la mafia. Non è la prima volta che Tizian ha a che fare con le cosche. Suo padre nell’89 è stato ucciso a colpi di pistola. L’anno prima la fabbrica del nonno è stata data alle fiamme. Così si è trasferito con la famiglia al Nord, in Emilia. In un luogo che forse pensavano lontano da quella realtà abbandonata. Ma forse la voglia di combattere le mafie era troppo grande. Così preso il tesserino Tizian ha cominciato ad occuparsi delle infilitrazione nella sua regione. E non solo: «Anche in Piemonte e Lombardia». Un lavoro meticoloso, attento. Per quattro euro a pezzo. E ora vive sotto scorta.

LA SOLIDARIETÀ - Il primo a mobilitarsi è stato il popolo del web. Migliaia i messaggi di solidarietà su Twitter e su tutti i social network. Poi le associazioni, Lega Ambiente, la Fnsi. E i politici.

Benedetta Argentieri

http://www.corriere.it/cronache/12_gennaio_11/tizian-giornalista-scorta_37f7b6ea-3c79-11e1-9394-8a7170c83e07.shtml

Giovanni Tizian, il giornalista sotto scorta per i suoi articoli sulla mafia al nord

E’ stato messo sotto scorta un giornalista a Modena. La protezione gli è stata assegnata a causa di alcuni suoi articoli nei quali il giovane cronista parla di mafia. In particolare il giovane è ritenuto scomodo per aver parlato delle infiltrazioni delle organizzazioni mafiose nelle città del nord Italia. Il giornalista, che non ha ancora trent’anni, è precario e collabora con la Gazzetta di Parma. Giovanni Tizian, questo il nome del cronista sotto protezione, ha avuto un’infanzia difficile, perché ha dovuto avere a che fare con la mafia già nel 1989.

Fu proprio in quell’anno che suo padre fu ucciso a Bovalino a colpi di lupara. Da quel momento la vita di Giovanni e della famiglia è cambiata radicalmente. Dopo la tragedia la sua famiglia ha deciso di trasferirsi in Emilia Romagna, dove attualmente il giovane vive. E’ stato proprio quell’omicidio a convincere Giovanni, che scrive anche su Libera, Narcomafie e ha pubblicato il libro Gotica, della necessità di raccontare la verità.

Qualche giorno fa però il giovane, mentre pranzava, ha ricevuto una telefonata molto chiara: “Stavo per pranzare quando mi hanno chiamato per dirmi che ero a rischio, e per permettermi di proseguire nel mio lavoro avrei avuto una protezione delle forze dell’ordine“.

Tanta è la solidarietà da parte di esponenti del mondo politico e da parte di chi è venuto a conoscenza della sua storia attraverso i social network. Giovanni dice che non saranno le minacce a fermare la sua azione: “Cerco di trovare il modo di continuare a fare questo mestiere e sono sicuro che lo troverò. Non penso che un giornalista possa cambiare il mondo, ma credo nell’utilità sociale di questo mestiere“.

Però ammette di vivere a volte delle situazioni strane: “Sul momento non ti rendi conto. Ma si creano situazioni strane. Se vado a fare la spesa mi accorgo di avere una fretta inspiegabile e non riesco a pensare alle cose che devo comprare“.

http://www.fattidicronaca.it/articolo/giovanni-tizian-il-giornalista-sotto-scorta-per-i-suoi-articoli-sulla-mafia-al-nord/8687/

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‘Ndrangheta, 15 milioni di euro sequestrati ad Amantea

Tra i beni confiscati, anche ville e motonave.

AMANTEA (COSENZA), Gennaio 2012 – Beni per 15 milioni di euro sono stati confiscati dai finanzieri del Gico del Nucleo di Polizia Tributaria di Catanzaro ai principali esponenti della cosca Gentile-Besaldo di Amantea, gia’ colpita, nel dicembre del 2007, con l’operazione ”Nepetia” che porto’ a 39 arresti.

Tra i beni confiscati figurano 4 ville lussuose ad Amantea, la motonave Benedetta II, un fabbricato a Belmonte Calabro, sei attivita’ commerciali, quote societarie, 2 auto e conti correnti bancari.

Scritto da Bruna Italia Massara on gen 13th, 2012

http://www.mnews.it/2012/01/13/ndrangheta-confiscati-dalla-guardia-di-finanza-beni-per-15-milioni-di-euro-ad-esponenti-cosca-gentile-besaldo-di-amantea/

Il processo Nepetia sulla ‘ndrangheta di Amantea (Cosenza)

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Cosenza, bomba a via Popilia: sviluppi

Trovate le tracce dell’artificiere dei clan I reperti verranno analizzati dagli specialisti del Ris. Sempre più consistente la pista della ‘ndrangheta

Giovanni Pastore

Tra le macerie del “Capital Cafè”, i carabinieri hanno ripescato un passamontagna e un guanto di lattice abbandonati per strada, molto probabilmente, dall’artificiere dei clan durante la sua precipitosa fuga dall’inferno di via Popilia. Reperti dai quali ripartire nella caccia all’uomo scatenata dal procuratore Dario Granieri e dal suo sostituto Giuseppe Visconti. I carabinieri del Ris stanno già esplorando al microscopio le tracce biologiche isolate nei due indumenti e dalle quali sperano di estrarre il codice genetico dell’attentatore, esperto in esplosivi ma, evidentemente, poco attento alla cura dei particolari (soprattutto, nel cancellare le tracce dell’azione). La pista dell’identikit monta col passare delle ore.
I detective dell’Arma sembrano ottimisti pur mantenendo il più assoluto riserbo sulle indagini. Risalendo la corrente, gli “007″ del Nucleo Operativo dei carabinieri della Compagnia cittadina sperano di incrociare i dati scientifici ricavati dal passamontagna e dal guanto con le immagini degli impianti di videosorveglianza presenti nella zona per cristallizzare il profilo del ricercato (ma potrebbero essere anche due). Lo scenario investigativo al quale resta inchiodato l’attentato è quello mafioso.
Del resto, il fatto che l’attività commerciale sotto attacco sia andata distrutta ha fatto perdere di credibilità all’ipotetica matrice estorsiva. Col passare delle ore, la dirompente intimidazione viene interpretata come un attacco frontale al titolare dell’attività commerciale. Restano da comprenderne le ragioni. Perchè colpire l’imprenditore? Negli ambienti investigativi lievita l’ipotesi che la violenta reazione d’insofferenza dei boss sarebbe la conseguenza della inosservanza delle leggi imposte dalla ‘ndrangheta. Una violazione grave pagata a caro prezzo. L’uomo, già sentito dai carabinieri, non ha saputo fornire elementi da approfondire. Nessun indizio a cui legare un movente, nessun segnale o messaggio ricevuto in precedenza.
Ma il ventaglio delle analisi s’allarga pure verso un’altra direzione, quella della scomparsa per “lupara bianca” di Luca Bruni. Il locale di via Popilia, prima d’essere acquisito dall’attuale titolare, era stato di proprietà d’una congiunta del giovane “Bella bella”. Per gli “007″ dell’Arma questo legame potrebbe costituire più d’una semplice coincidenza. L’ipotesi che gli esperti dell’Intelligence cittadina propongono è quella d’un rimescolamento generale in atto all’interno dei clan cittadini. Assestamenti che si sarebbero resi “necessari” dopo la morte di Michele Bruni e il blitz “Terminator – 4″. Una rivoluzione nell’organigramma del potere mafioso che coinvolgerebbe le ‘ndrine italiane e le cosche dei nomadi. Un riordino avviato irradiando volutamente un segnale violento e dirompente a tutta Cosenza e ai cosentini perchè chi deve capire capisca il nuovo linguaggio dei boss. Ed è così che la ‘ndrangheta s’è ripresa la città, mostrando tutta la sua forza, la forza delle sue bombe.


Cosenza: Ris esamina la bomba
al Capital Cafè. Vertice in Prefettura

Il prefetto di Cosenza tranquillizza: “Nessun allarme a Cosenza”. Intanto il Ris di Messina ha esaminato i resti dell’ordigno rudimentale che ha fatto esplodere il bar su via Popilia
09/01/2012 La bomba artigianale che ha devastato il bar “Capital Cafè” di Cosenza sarebbe stata confezionata con diversi chilogrammi di polvere pirica e una tanica di benzina. La forte esplosione è avvenuta nella notte tra venerdì e sabato scorsi, ed ha messo a repentaglio un intero stabile abitato da decine di famiglie. I resti dell’ordigno artigianale e anche alcuni guanti, che sarebbero stati utilizzati da chi ha sistemato e armato la bomba, sono stati inviati a Messina, dove i Ris dei carabinieri cercheranno di individuare la tipologia esatta dell’esplosivo, tentando di chiarirne la provenienza.
Intanto a Cosenza, si è tenuta questa mattina in Prefettura, una riunione operativa alla quale hanno preso parte tutti i referenti delle forze dell’ordine, oltre al procuratore Capo, Dario Granieri, al sindaco di Cosenza, Mario Occhiuto, e al presidente della Provincia, Mario Oliverio.
«Non c’è un fenomeno di allarme in questa città e in questa provincia», ha detto il prefetto di Cosenza, Raffaele Cannizzaro nel corso della riunione indetta proprio dopo i recenti episodi che si sono verificati in città: l’esplosione che ha distrutto il bar Capital Cafè, l’attentato ad un mezzo di Ecologia Oggi e la presunta sparizione, per lupara bianca, di Luca Bruni, figlio del noto boss, defunto, Francesco Bruni, alias «Bella Bella».
«Gli sforzi che sono stati preordinati nei tavoli di pianificazione con le forze dell’ordine hanno dato risultati confortanti», ha dichiarato ancora Cannizzaro: «Abbiamo avuto un’oggettiva flessione dei fenomeni delittuosi: si tenga presente che a Cosenza nell’ultimo mese non si sono praticamente verificate rapine».
«Altra questione è quello che è avvenuto nei giorni scorsi, soprattutto inquietante è stata la densità degli eventi. Ma sono state adottate tutta una serie di misure che saranno attuate nei prossimi giorni», conclude il prefetto di Cosenza. Per il Colonnello Francesco Ferace, comandante provinciale dei carabinieri, «questi fatti eclatanti avranno una risposta sul piano dell’investigazione».
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Bomba devasta bar a Cosenza, paura tra abitanti palazzo

Esplosione nella notte, danneggiati anche due negozi vicini

(ANSA) – COSENZA, 7 GEN – Una bomba ha distrutto un bar a Cosenza. Il fatto e’ accaduto verso le 3. Ignoti, secondo la ricostruzione dei carabinieri, sono entrati nel bar Capital, in via Popilia, forzando l’ingresso sul retro ed hanno piazzato l’ordigno.

L’esplosione, oltre a distruggere il locale, aperto da poco, ha danneggiato i negozi che si trovano a fianco. Nessun danno, invece, alla palazzina in cui abitano alcune famiglie svegliate dal boato. Tanta la paura ma nessun ferito. (ANSA).

07 gennaio, 11:34

http://video.virgilio.it/cosenza-bomba-devasta-un-bar__1371937301001.html

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