Rende: altri articoli sulla cattura di Presta

Presta, il contadino diventato capoclan Era ricercato dalla Dda che lo ritiene implicato negli agguati ai padrini Francesco Bruni e Antonio Sena

Giovanni Pastore

La fuga di Franco Presta è finita in una notte gelida e umida di aprile, in quel covo invisibile di Arcavacata. In questi tre anni di vita alla macchia il boss di Tarsia aveva imparato a riconoscere i rumori del sonno, a governare le paure e, soprattutto, a scappare. Ogni qualvolta che i poliziotti si avvicinavano a uno dei sui nascondigli lui era già lontano. Per arrivare all’ultimo rifugio del ricercato, i superdetective del “Gruppo Obiettivo”, hanno annusato le scie, seguito le impronte di fiancheggiatori e vivandieri, studiato le abitudini di parenti e amici, spiato i loro colloqui, decifrato le loro parole, interpretato i loro sospiri. E, alla fine, lo hanno preso. I magistrati della Dda catanzarese hanno elogiato il questore Alfredo Anzalone, il capo della Mobile, Antonio Miglietta, e il dirigente del Commissariato di Castrovillari, Giuseppe Zanfini, per lo straordinario risultato perchè Presta era uno dei cento latitanti più pericolosi in circolazione. Una figurina ancora mancante sull’album dei pm antimafia Vincenzo Luberto e Pierpaolo Bruni che lo considerano come il più spietato killer delle ‘ndrine cosentine.
La genesi della storia criminale di Franco Presta rimane un mistero. Fino alla metà degli anni Novanta, quello che oggi viene considerato uno dei capi della ‘ndrangheta cosentina, era un anonimo agricoltore. Coltivava agrumi nella piana di Ferramonti di Tarsia e i suoi unici problemi con la giustizia erano legati a denunce per invasione di terreni altrui. Poco o nulla rispetto alle prime accuse che gli piombarono addosso alla fine degli anni Novanta quando finì alla sbarra come presunto rapinatore nell’ambito dell’operazione “Visigoti”. Ma il suo processo si esaurì in primo grado con un’assoluzione che la Procura non impugnò. Per Presta quella vicenda rappresentò lo spartiacque tra la vecchia vita nei campi e la nuova da “malandrino”, per i suoi legali, gli avvocati Franco Locco e Lucio Esbardo, rappresentò, invece, la prima battaglia processuale. Nel 2001 il boss finì in carcere. Lo arrestò il pm antimafia Eugenio Facciolla nel blitz “Luce”. Presta era accusato del duplice delitto di due giovani, a Bisignano, Luigi Parise e Gabriele Mastroianni. La Corte d’assise d’appello, però, lo mandò assolto definitivamente, confermando il verdetto di primo grado. E sempre agli inizi del Duemila, arrivò un’altra contestazione per Franco Presta. La Mobile lo indicò come ipotetico reggente della cosca Lanzino-Chirillo nell’ambito dell’inchiesta “Squarcio”, appiccicandogli addosso l’etichetta di mafioso. Ma il suo carisma indicato dall’Intelligence distrettuale, evidentemente, non convinse completamente i giudici del Tribunale di Cosenza che nel 2008 rigettarono la proposta di confisca d’un patrimonio da un milione di euro non ritenendo sussistenti i presupposti per acquisire al patrimonio dello Stato le sostanze del sessantunenne.
Sul capo di Presta pendeva l’ordine di carcerazione emesso dalla Procura generale della Corte d’appello di Catanzaro per un residuo di pena di poco superiore ai cinque anni, relativamente alla condanna incassata nel maxidibattimento “Twister”. Ma Presta era ricercato, pure, dalla Dda per notificargli il mandato di cattura per gli omicidi dei padrini, Antonio Sena e Francesco Bruni inteso come “Bella bella”, e per il tentato delitto ai danni di Umile Esposito. Crimini ricostruiti dall’inchiesta “Terminator 3″ che è già in dibattimento davanti alla Corte d’assise. A dicembre, invece, il gip distrettuale ha emesso un nuovo ordine d’arresto nei suoi confronti nell’ambito dell’inchiesta “Terminator 4″. Presta è indagato come autore materiale dei delitti di Antonio Sassone ed Enzo Pelazza.
Chi è Presta
Fino alla metà degli anni Novanta Franco Presta era un anonimo contadino. Coltivava terreni ad agrumeti nella Piana di Ferramonti di Tarsia. I primi guai con la giustizia gli piombarono addosso con l’operazione “Visigoti”. La polizia lo considerava inserito in un gruppo di rapinatori. Ma il processo si chiuse con l’assoluzione del sessantunenne. Qualche anno dopo, nel 2001, venne arrestato nel corso del blitz “Squarcio”. la Mobile lo indicava come l’ipotetico reggente della cosca “Lanzino-Chirillo”. Qualche anno dopo, viene condannato, con sentenza divenuta definitiva, nell’ambito dell’inchiesta “Twister” che riconosce l’esistenza dei clan di ‘ndrangheta a Cosenza e in provincia. Presta deve scontare una reclusione di poco superiore ai cinque anni ma si dà alla macchia. Intanto, la Dda fa scattare il blitz “Terminator 3″ che fa luce su due omicidi eccellenti: Francesco Bruni senior e Antonio Sena.

Arrestato Presta, individuato un fiancheggiatore
COSENZA Chi ha protetto la latitanza di Franco Presta? Chi lo ha nascosto in tutti questi anni? Di chi è l’appartamento all’interno del quale è stato scovato mercoledì notte dalla polizia?
Durante la conferenza stampa di ieri mattina gli inquirenti non hanno voluto rivelare alcun dettaglio su questo aspetto fondamentale delle indagini, che proseguiranno nei prossimi giorni. Non c’è stato verso di scucirgli alcun dettaglio. Mentre magistrati e poliziotti incontravano i giornalisti il covo di Rende accertamenti e perquisizione del covo erano ancora in corso. Si tratta di una parte interessante dell’inchiesta poiché potrebbe rivelare come era organizzata la rete di protezione intorno alla latitanza del boss.  Per quanto sia dimostrato che non si allontanano mai troppo dal loro territorio, i latitanti non possono fare a meno di denaro, fiancheggiatori e tanta omertà.  L’alloggio universitario dove si nascondeva da qualche tempo (non più di un paio di settimane, a quanto sembra) è di proprietà di un’agenzia immobiliare della città che lo avrebbe affittato a uno studente del Tirreno Cosentino, che a sua volta lo avrebbe ceduto a Presta. «Il fatto che  si nascondesse a Rende – ha detto il procuratore capo della Dda di Catanzaro Vincenzo Lombardo – dimostra che i latitanti non si allontanano mai troppo dai loro territori e dai loro affari, altrimenti perderebbero il controllo».  Un elemento del quale terranno senz’altro conto i carabinieri, incaricati di catturare il boss di Cosenza Ettore Lanzino: «è rimasto soltanto lui».

Catturato Presta è caccia ai fiancheggiatori
COSENZA Una rete di protezione organizzata ed efficiente composta da numerosi fiancheggiatori. Superata l’euforia della cattura del pericoloso latitante Franco Presta  – avvenuta mercoledì notte nella cittadella universitaria – la squadra mobile di Cosenza e il commissariato di polizia di Castrovillari stanno cercando di ricostruire il sistema attraverso il quale il boss dell’Esaro è riuscito per oltre tre anni a sottrarsi alla cattura. Gli investigatori, sotto il coordinamento della Dda di Catanzaro, stanno compiendo in queste ore accertamenti sull’identità dello studente del Tirreno Cosentino al quale risulterebbe affittato l’alloggio universitario all’interno del quale è stato trovato Presta. La villetta, l’ultima di una schiera di otto costruite di recente in contrada Chiodo a Rende, risulterebbe intestata a una società immobiliare locale. Sembra che i poliziotti sospettassero già da dicembre che uno dei covi del latitante fosse nei dintorni dell’Università della Calabria. Altri accertamenti, poi, riguardano il ruolo delle persone che si occupavano della logistica: organizzare i trasferimenti di Presta da un covo all’altro, rifornirlo di provviste, indumenti, denaro, libri, etc. Tra queste un ruolo di primo è stato senz’altro quello della moglie del boss (che in quanto familiare stretto non può essere indagata per favoreggiamento), che andava a trovarlo periodicamente.
Nonostante fosse strettamente sorvegliata la donna più volte era riuscita a seminare i poliziotti. Mercoledì gli è andata male. Qualcosa non è andata per il verso giusto, evidentemente. E nonostante abbia fatto una sorta di periplo della provincia di Cosenza, un percorso tortuoso e apparentemente senza senso  prima di arrivare a Rende, è stata scoperta. Gli uomini del gruppo obiettivo – formato dal questore Anzalone con personale della squadra mobile di Cosenza (diretta da Antonio Miglietta)  e  del commissariato di Castrovillari (guidato da Giuseppe Zanfini)  -  sono arrivati a contrada Chiodo. Prima di entrare in azione hanno atteso che la signora andasse via. Poi hanno bussato alla porta dell’appartamento. In un primo momento dall’interno non arrivava alcun segnale di vita. Ma quando un agente ha urlato: «Lo sappiamo che ci sei, apri e nessuno si farà male», Presta ha risposto: «No, nessuno si farà male», quindi ha fatto entrare gli agenti lasciandosi arrestare senza oppore resistenza. Il latitante, non aveva armi in casa. L’appartamento era tenuto in perfetto ordine. Sembra che vi si fosse trasferito di recente, poco prima di Pasqua, ma che lo avesse già usato in passato. Il frigorifero era pieno di provviste fatte in casa dalla  signora Presta. Trovati anche alcuni libri, denaro contante per le necessità quotidiane, indumenti puliti e i verbali delle dichiarazioni del pentito Dedato.  Evidentemente si teneva ben informato sui processi e sulle altre vicende giudiziarie che lo riguardano: Presta deve rispondere di numerosi reati e qualche omicidio. L’ultima inchiesta che lo riguarda - Terminator 4 – risale al dicembre dell’anno scorso. ed è anche il principale sospettato della strage dei familiari di Aldo De Marco, l’uomo che gli uccise il figlio dopo una sciagurata lite per un parcheggio avvenuta a Spezzano Albanese nel gennaio del 2011.E mentre i poliziotti lavorano alla ricostruzione della rete dei fiancheggiatori, ai  carabinieri di Cosenza viene chiesto un ulteriore sforzo.
L’ottimo lavoro svolto sulla Provincia di Cosenza dai pm della Dda di Catanzaro Vincenzo Luberto e Pierpaolo in questi anni (che hanno visto l’arresto dei principali esponenti della criminalità organizzata cosentina  e numerose condanne) non sarà completo se non viene assicurato alla giustizia il boss della cosca egemone in provincia di Cosenza: Ettore Lanzino, latitante da 4 anni. «è rimasto solo lui, il lavoro non sarà completo fino a quando non lo prenderemo», hanno sottolineato giovedì mattina durante una conferenza stampa in Questura il procuratore della Dda di Catanzaro Vincenzo Luberto e l’aggiunto Giuseppe Borrelli.

Alessandro Bozzo
Pubblicato in ndrangheta | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

‘Ndrangheta: arrestato Franco Presta

Clicca quì per vedere il servizio di Cn24

‘NDRANGHETA: ARRESTATO PRESTA, ERA FRA I 100 RICERCATI PIU’ PERICOLOSI D’ITALIA

Il latitante Franco Presta, 52 anni, ritenuto dagli investigatori un killer spietato delle cosche della ‘ndrangheta del Cosentino, e’ stato arrestato dagli agenti della Mobile di Cosenza. L’uomo e’ stato bloccato in un appartamento a Rende. Il suo nome era inserito nell’elenco dei 100 ricercati piu’ pericolosi d’Italia. E’ accusato di associazione mafiosa e di tre delitti, commessi durante la guerra di mafia che insanguino’ il cosentino tra il 1998 e il 2001. E’ sospettato anche di essere responsabile della strage di una famiglia. Franco Presta era ricercato da cinque anni per una condanna per usura e per tre delitti compiuti nel corso della guerra di mafia nel cosentino. Il 17 gennaio 2011 il figlio di Presta, Domenico, di 22 anni, e’ stato ucciso a colpi di pistola a Spezzano Albanese, al termine di una lite per un parcheggio, da un commerciante, Aldo De Marco. Un delitto che, secondo gli investigatori, potrebbe essere stato all’origine del duplice omicidio di Rosellina Indrieri, 45 anni, e della figlia Barbara Indrieri, di 26, uccise a San Lorenzo del Vallo il 16 febbraio 2011, ma anche dell’omicidio di Gaetano De Marco, fratello di Aldo, marito e padre delle due donne, ucciso il 7 aprile successivo dopo essere scampato alla strage della propria famiglia. Le due donne sono state trucidate nell’appartamento della famiglia da un commando di due o tre persone che sfondarono la porta e iniziarono a sparare senza pieta’ con i fucili. Barbara venne raggiunta da un colpo alla schiena, mentre tentava una fuga disperata dal balcone e il suo corpo rimase penzolante dalla ringhiera. Per il triplice omicidio dei componenti la famiglia De Marco, nonostante i sospetti degli investigatori, al momento non risulta sia stato emesso nei confronti di Presta un provvedimento cautelare. Presta, secondo la Dda di Catanzaro, e’ uno dei killer piu’ spietati della Calabria. I tre omicidi per i quali e’ ricercato sono quelli di Primiano Chiarello, ucciso nel giugno 1999, a Cassano allo Jonio, e dei boss della ‘ndrangheta cosentina, Antonio Sena e Francesco Bruni, detto ‘bella bella’, uccisi rispettivamente il 12 maggio 2000 e il 29 luglio 1999. Uno dei delitti fu commesso con modalita’ particolarmente efferate. Chiarello fu attirato in una trappola da alcuni conoscenti che lo portarono in una stalla dove fu ucciso con numerosi colpi di una mitraglietta Skorpion. Il corpo fu poi fatto a pezzi e sciolto nell’acido. Per i tre delitti della guerra di mafia altre tre persone sono state arrestate. Franco Presta, oltre che un killer, secondo gli inquirenti, e’ anche il boss di una cosca che opera nell’alto Jonio Cosentino, legata a quella dei Lanzino-Cicero di Cosenza.

(ANSA)

Arrestato Presta, il boss cosentino si nascondeva a Rende

COSENZA Tre anni di ricerche, ma alla fine l’obiettivo è stato centrato: da ieri, infatti, Franco Presta, 51 anni, non è più latitante. Una squadra scelta di agenti della Questura l’ha scovato in un appartamento di Arcavacata, in pieno campus universitario. Si nascondeva lì, appartato come uno studente, a due passi dalla città capoluogo, mentre tutti pensavano che ormai fosse lontano, magari all’estero. E invece no. Il boss di Tarsia era a pochi passi dal suo regno, quello che da tre anni a questa parte governava protetto dall’invisibilità. Per dargli la caccia, la polizia aveva selezionato un pool di agenti scelti, i migliori segugi a disposizione della Questura e del commissariato di Castrovillari. E dopo una serie di tentativi andati a vuoto, hanno centrato infine l’obiettivo. Presta l’invisibile, la primula inafferrabile, aveva addosso un giubbotto antiproiettili, ma non ha opposto resistenza all’arresto. E da oggi, per lui si apre una stagione di processi, ai quali non potrà più sfuggire. A dichiararlo latitante, nel 2009, fu la Procura generale di Catanzaro.  L’uomo, infatti, avrebbe dovuto tornare in cella per scontare un residuo di pena (5 anni e 2 mesi) frutto della sentenza “Twister”, passata ormai in giudicato. Presta, però, si sottrasse all’arresto e da allora, era ricercato dalla giustizia italiana. Gli inquirenti lo descrivono come un killer freddo, tra i più temibili in circolazione a cavallo tra la fine del secolo scorso e l’inizio del nuovo. In quel periodo, infatti, l’uomo, era ritenuto il capo della batteria di fuoco del presunto clan guidato da Ettore Lanzino, ma al tempo stesso, elemento in grado di unire il pensiero all’azione di malavita pura. Proprio la capacità di coniugare queste due caratteristiche lo avrebbero portato, nel tempo, ad assumere il comando mafioso nei comuni della Valle dell’Esaro. Tra le inchieste che lo riguardano da vicino, c’è anzitutto quella che tenta di far luce sugli omicidi di Antonio Sena e Francesco Bruni “Bella bella”, consumati sul finire del secolo scorso. Due fatti di sangue che, secondo gli investigatori, lo avrebbero visto in prima linea proprio come altri omicidi avvenuti sempre nello stesso periodo: l’eliminazione di Vittorio Marchio, quella di Enzo Pelazza e l’uccisione di Enzo Sassone. Il suo nome, infine, è collegato a uno degli eventi più tragici del recente passato: la strage di San Lorenzo del Vallo, ovvero lo sterminio della famiglia De Marco. Franco Presta è attualmente il sospettato numero uno per quella mattanza che, secondo gli inquirenti, rappresenta una terribile vendetta. Non a caso, solo un mese prima, un congiunto dei De Marco aveva ucciso il figlio del boss di Tarsia all’acme di un banale litigio.
Marco Cribari
Deborah Furlano

http://portale.calabriaora.it/dettaglio.asp?id=2719

Trovato un bunker. Era la tana di Presta?

ROGGIANO GRAVINA (CS) Mancavano poche ore all’alba e quella, si sa, è l’ora preferita dalle forze dell’ordine per cogliere di sorpresa i sospettati ed effettuare un blitz che sia il più produttivo possibile. E quello di ieri mattina, a quanto pare, lo è stato. Eccome. L’incursione notturna ha, infatti, permesso l’individuazione di un bunker a Roggiano Gravina che potrebbe “raccontare” storie interessanti e fornire elementi utili per le indagini tuttora in corso.
Un’operazione in grande stile, ma soprattutto mirata e strategica, quasi chirurgica. Gli obiettivi erano ben chiari e l’intervento è stato rapido ed efficace. Sul campo i carabinieri della Compagnia di San Marco Argentano e quelli del Comando provinciale di Cosenza supportati dagli uomini dello squadrone eliportato “Cacciatori” Calabria, della Compagnia speciale e del Nucelo cinofili di Vibo Valentia. Ed è proprio l’attivazione di questi ultimi reparti a dare perfettamente il senso dell’importanza di un’operazione tanto prestigiosa quanto ambiziosa.
Nel mirino degli uomini dell’Arma c’erano, infatti, i latitanti della famiglia Presta e le perquisizioni hanno riguardato le abitazioni dei rispettivi familiari, dei parenti, degli amici e delle persone ritenute in qualche modo vicine alle “primule rosse”. Tra i ricercati figurano Antonio (48 anni) e Roberto (34 anni) Presta, entrambi coinvolti nel 2010 nell’operazione “Santa Tecla”. Ma l’uomo sul quale i carabinieri sperano di mettere al più presto le mani è il super latitante Franco Presta (48 anni), l’esponente di maggiore rilievo della famiglia, sul cui capo pende un ordine di carcerazione per un residuo di pena di circa 5 anni relativi ad una condanna legata all’operazione “Twister” (2002) che manca all’appello dal 2009. Considerato un killer spietato ed infallibile, nonché – stando a quanto suggerisce la Dda – attuale boss di Tarsia oltre che personaggio di spicco della criminalità organizzata calabrese in genere, è ritenuto dagli inquirenti anche responsabile di quella che è stata definita la strage di San Lorenzo del Vallo. Il violento massacro di Rosellina (45 anni) e Barbara (26 anni) Indrieri (uccise in casa da un commando il 16 febbraio 2011) e l’esecuzione di Gaetano De Marco (54 anni), freddato in pieno centro da due sicari in sella ad uno scooter il 7 aprile dello stesso anno mentre si trovava alla guida della propria auto, sarebbero infatti, quantomeno nella ricostruzione fornita da fonti investigative, soltanto la tragica vendetta per l’omicidio di Domenico Presta (22 anni), il figlio del boss latitante, avvenuta il 17 gennaio 2011 a Spezzano Albanese ad opera del 45enne Aldo De Marco (fratello di Gaetano) in seguito ad una banalissima lite per un parcheggio.
Sebbene nessuno dei latitanti ricercati sia stato catturato nel corso dell’operazione della notte scorsa, durante la perquisizione della casa di una persona ritenuta molto vicina alla famiglia Presta è stato, tuttavia, scoperto un vano occultato, ma vuoto, in un sottoscala che ricorda molto da vicino il classico bunker. Gli inquirenti ritengono che qui, probabilmente, qualcuno dei tre ricercati in questione potrebbe aver trascorso alcuni periodi di latitanza, ragion per cui si spera che dai rilevamenti scientifici emergano indizi utili ai fini delle indagini. Già nei mesi scorsi, del resto, gli uomini dell’Arma avevano eseguito numerose perquisizioni in varie zone della Valle dell’Esaro. L’imperativo è sempre lo stesso: assicurare Franco Presta alla giustizia.
Giuseppe Montone

http://portale.calabriaora.it/dettaglio.asp?id=2413

Il boss studiava i verbali del pentito Dedato Nel frigo pieno di roba niente bottiglie di champagne perché il latitante preferiva il vino nostrano

Domenico Marino

Stava studiando gli atti giudiziari che lo riguardavano Franco Presta, quando i poliziotti della squadra mobile hanno bussato al portone blindato della villetta di Arcavacata in cui s’era rifugiato. Nell’abitazione gli agenti hanno trovato un malloppo di migliaia di pagine contenenti le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Vincenzo Dedato, in passato contabile delle cosche cosentine. Elemento di spicco del gruppo criminale, il pentito sa tutto di affari e azioni della cosca, quindi è una fonte preziosa per la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Anche e soprattutto per ricostruire mandanti e azionisti d’una serie di agguati e delitti che potrebbero coinvolgere direttamente lo stesso Presta. A esempio l’agguato al vecchio padrino Antonio Sena, ucciso il 12 maggio 2000 a Castrolibero; l’omicidio di Francesco Bruni, detto “bella bella”, freddato il 19 luglio 1999 a poche centinaia di metri dal carcere di Cosenza da dove era appena uscito per beneficiare della semilibertà. Ancora, le missioni di morte che costarono la vita a Primiano Chiarello (giugno 1999 a Cassano), Enzo Pelazza (gennaio 2000 a Carolei), Vittorio Marchio (novembre 1999 a Cosenza) e Antonio Sassone vittima d’un agguato il 13 giugno 2000 in una contrada di campagna alla periferia di Terranova da Sibari.
Dedato li ha raccontati ai magistrati della procura antimafia catanzarese che lo hanno ascoltato nei mesi e negli anni passati, quando ha deciso di passare dall’altra parte. E Presta li leggeva con interesse nella villetta di Arcavacata, così come un libro di Paolo Coelho Il guerriero della luce, che i poliziotti hanno sequestrato assieme a un giubbotto antiproiettile e a vari film anzitutto d’azione e thriller come Il trucidatore di Gregory Gieras con Paulina Porizkova, Judd Nerlson, Larry Drake. Pellicole cruente, magari ispiratrici. Sul comodino una foto del figlio Domenico, ucciso il 17 gennaio a Spezzano Albanese da Aldo De Marco al culmine d’una lite scoppiata per un parcheggio. Nel frigo pieno c’era frutta fresca, affettati, carne e bibite d’ogni genere. Niente champagne, però, perché il boss preferiva il vino. Sparse nelle numerose stanze, ancora, oltre ai 3.650 euro contanti, una scheda della tv a pagamento per non perdersi i film migliori né le sfide di Serie A e Champions, borsoni pieni di vestiti sempre pronti per la fuga. Non è stata trovata alcun pistola, e questo sorprende anzitutto perché Presta aveva il giubbotto antiproiettili. Difficile pensare non fosse accompagnato da un’arma. Quando ha aperto il portone blindato, giovedì notte, il boss indossava una tuta firmata e scarpe da ginnastica. Abbigliamento da azione perché il Gruppo Obiettivo della polizia, formato da agenti della Mobile di Cosenza e del Commissariato di Castrovillari, era alle sue calcagna e quindi la necessità di svignarsela in fretta era sempre dietro l’angolo. Ma giovedì notte è stato tutto inutile.
Gli oggetti rilevanti presenti nella villetta di Arcavacata sono stati repertati dagli agenti, sistemati in scatoloni e portati in questura per i successivi accertamenti alla caccia di impronte, tracce genetiche o altri elementi utili a inchiodare i fiancheggiatori di Franco Presta. Chi lo ha aiutato nella latitanza.

Tutto sulla ‘ndrangheta di Cosenza

Pubblicato in ndrangheta | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

‘Ndrangheta al nord: lo scandalo della Lega corre sull’asse Reggio – Milano

I duri e puri con le cosche: ecco l’asse Reggio-Milano

Il clan De Stefano fu protagonista di una sanguinosa guerra di ‘ndrangheta. Dopo la pace, grazie alla mediazione delle famiglie della Locride, ha portato i suoi affari al Nord. Fino a incontrare investitori in camicia verde

di GIUSEPPE BALDESSARRO

REGGIO CALABRIA – Da una parte gli uomini della Lega e i loro intrallazzi nella gestione dei rimborsi elettorali. Dall’altra le società ed i business milionari dei clan De Stefano. In mezzo, a fare da anello di congiunzione tra i due mondi, una serie di ambigui “procacciatori d’affari” capaci di muoversi in paludi d’ogni genere. Sono proprio le nebbie di questa sorta di terra di mezzo ad avere attirato l’attenzione delle indagini calabresi sul ruolo che Francesco Belsito potrebbe avere avuto in un pasticcio che coinvolge ‘ndranghetisti, broker e politici del Carroccio. Per il pm della Dda reggina, Giuseppe Lombardo, è plausibile che il punto di contatto tra ‘ndrine e Lega sia rappresentato proprio dai faccendieri che gestivano affari sia per conto della criminalità organizzata calabrese che per i duri e puri di Umberto Bossi. Stessi fini, identiche tecniche. Con l’obiettivo di ripulire e rigenerare soldi provenienti da affari loschi.

Mazzette e rimborsi elettorali da una parte capitali frutto di estorsioni e grandi traffici dall’altra. A fare da collante personaggi come Romolo Girardelli e l’avvocato (che poi avvocato non è) Bruno Mafrici. Per i magistrati Girardelli, un procacciatore di business in odore di ‘ndrangheta. “L’ammiraglio”, come lo chiamavano nell’ambiente, nel 2002 era stato indagato per associazione di stampo mafioso. Gli investigatori lo ritengono vicino ai vertici del clan De Stefano, famiglia potentissima della città dello Stretto con interessi in Liguria e Francia. Una figura simile a quella di Mafrici, consulente a tutto campo 1, con una laurea in giurisprudenza e una tessera da consulente del Consiglio dei Ministri ai tempi in cui Belsito era sottosegretario del Ministero della semplificazione normativa. Entrambi sono legati poi a un personaggio chiave che compare in diverse inchieste dell’antimafia. Si tratta di Paolo Martino cugino di Peppe De Stefano, boss indiscusso del clan più moderno e potente delle cosche della ‘ndrangheta.

Martino ha già pagato un omicidio commesso da minorenne a Reggio Calabria negli anni in cui imperversava la guerra DI mafia. Uscito dal carcere, secondo alcune inchieste si sarebbe trasferito a Milano, dove si sarebbe occupato per conto della “famiglia” di molti affari. Accuse che Martino ha respinto durante un recente interrogatorio davanti al Gip di Milano Giuseppe Gennari che lo ha fatto arrestare a seguito dell’inchiesta “Redux  -  Caposaldo”. Quello che Martino non può negare sono i legami con i De Stefano. Una dinastia di ‘ndrangheta considerata l’élite dell’organizzazione. L’uccisione del vecchio patriarca, don Paolino De Stefano, il 13 ottobre del 1985, portò ad una guerra di mafia che fino al 1991 portò a contare tra i 700 e gli 800 morti a Reggio Calabria e provincia. Una mattanza che si chiuse soltanto dopo un difficilissima mediazione da parte dei boss di vertice dei mandamenti della Tirrenica e della Locride. Da allora la ‘ndrangheta reggina è cresciuta e prosperata, anche grazie al ruolo dei De Stefano. Una famiglia, dicono i pentiti, “che gestiva i rapporti con la politica, la massoneria e l’economia”. A loro era demandato “il contatto con ambienti istituzionali”, insomma “con la gente che conta”. Così la cosca è cresciuta a dismisura, fino a sedere ai tavoli della “Reggio bene” e, molto probabilmente, anche della “Milano da bere”. In questa ottica, sempre secondo le inchieste del Pm Giuseppe Lombardo, la chiave d’accesso ad alcuni ambienti è rappresentata da uomini come Martino e Girardelli, mentre avvocati come Mafrici  -  questo il sospetto – sarebbero arrivati in Lombardia per tenere d’occhio gli affari di società e aziende riconducibili, più o meno direttamente, alle famiglie calabresi.

http://www.repubblica.it/politica/2012/04/08/news/cosca_de_stefano_e_lega-32972031/

Legami tra Lega Nord ed ‘ndrangheta. Parla Romolo Girardelli – ESCLUSIVO PANORAMA

Romolo Girardelli, genovese, 52 anni, è sotto inchiesta per riciclaggio in favore della ’ndrangheta con l’ex tesoriere della Lega nord Francesco Belsito. Già nel 2002 la Procura di Reggio Calabria lo aveva indagato per i presunti legami con «elementi di primissimo piano della cosca De Stefano».

Il settimanale Panorama, in un articolo che sarà pubblicato sul numero in edicola da domani, giovedì 12 aprile, scrive che Girardelli, insieme con il figlio e altri parenti, è entrato nella Lega al seguito di Belsito. Prima è stato iscritto alla sezione genovese di Ponente, poi a quella di Levante. E del movimento è diventato militante. Assicura di avere fatto attività sul territorio: nulla di eclatante. Poi ha smesso di pagare la tessera ed è uscito di scena. «Nessuno mi ha mai allontanato, anche perché non vi era motivo per farlo» dice Girardelli a Panorama. Ha incrociato i vertici leghisti? «Ho conosciuto l’ex tesoriere Maurizio Balocchi e sono stato due o tre volte a Milano, nella sede della Lega nord, per trovare Belsito».

http://blog.panorama.it/italia/2012/04/11/legami-tra-lega-nord-ed-ndrangheta-parla-romolo-girardelli-esclusivo-panorama/

Lega Nord e ’ndrangheta: un rapporto che nasce prima di Belsito

Alessandro Da Rold

Un matrimonio unirebbe i fili dei rapporti tra ‘ndrangheta e Lega Nord. È quello tra Giuseppina Coco Trovato e Carmine De Stefano. La prima è figlia di Francesco che avrebbe avuto rapporti con un esponente leghista finora rimasto ignoto. Il secondo è figlio di Paolo, fondatore della cosca che avrebbe fatto affari con l’ex tesoriere Belsito. Ma i rapporti risalirebbero addirittura ai tempi del precedente tesoriere, Maurizio Balocchi.

È un velo sottile e impercettibile quello che unirebbe la Lega Nord alla ‘ndrangheta. E che in questi giorni torna di attualità per le indagini sui presunti casi di riciclaggio di denaro sporco che le cosche calabresi avrebbero effettuato tramite le casse del Carroccio in via Bellerio. Ci indaga la procura di Reggio Calabria che cerca la cosiddetta «contabilità occulta dei lumbard» e che ha messo sotto indagine l’ex tesoriere del Carroccio Francesco Belsito insieme con altri imprenditori, tra cui «l’ammiraglio» Romolo Girardelli e lo «shampato» imprenditore Stefano Bonet.

Negli ultimi anni le inchieste delle magistratura italiana non avevano mai messo sotto indagine esponenti del Carroccio. Ma tra le righe delle ordinanze e dei decreti di perquisizione usciti un po’ ovunque in Italia, da Pavia fino alla zona del Lago di Garda famosa per lFƒe scorribande notturne del Trota Renzo Bossi, è emerso spesso come le ‘ndrine abbiano cercato di fare proseliti tra i padani. Ci sono persino le fotografie a dimostrarlo. Come nel caso del consigliere regionale pavese Angelo Ciocca, immortalato in una foto con l’avvocato Pino Neri alla fine del 2009, prima che il boss venisse travolto dall’indagine Infinito del pm Ilda Boccassini nel luglio del 2010. Ciocca non è mai stato indagato, ma quell’indagine costò un’aspra polemica tra l’autore di Gomorra Roberto Saviano con l’ex ministro dell’Interno Roberto Maroni. Tema: la Lega Nord e la ‘ndrangheta.

Le cosche calabresi, è noto, non guardano in faccia nessuno. Non hanno ideologie. Né destra né sinistra. Le ‘ndrine quindi – sostengono i magistrati – potrebbero aver instaurato contatti con la Lega Nord ormai da diversi anni. Da quando il Carroccio ha iniziato a essere presente su questi territori, occupando le pubbliche amministrazioni a suon di quei voti che Umberto Bossi chiedeva a gran voce al suo popolo sul sacro pratone di Pontida. Del resto, unendo i punti dell’ultima indagine con la tesi del libro Metastasi del giornalista Gianluigi Nuzzi, emerge che il «filo nero» tra la Calabria e la Lega Lombarda potrebbe essere molto lungo, forse anche più di vent’anni.

Sarà un caso ma nell’indagine su Belsito compare appunto «la cosca De Stefano», famiglia calabrese tra le più attive in Italia e all’estero – come si legge nel decreto di perquisizione – che vanta un collegamento con un altro esponente leghista negli anni ’90. È la storia di Gamma, riportata appunto nel libro di Nuzzi. Tra le righe di questo libro, uscito alla fine del 2010, che creò non pochi problemi dentro il Carroccio, si racconta che nel marzo 1990 a Lecco un lumbard soprannominato «con una lettera dell’alfabeto greco» si sarebbe appunto incontrato con il boss ‘ndranghetista Franco Coco Trovato: sul tavolo c’erano i voti che poi lo avrebbero reso il politico che è adesso. Chi è Coco Trovato? E perché vanta collegamenti con la cosca De Stefano?

Nato nel 1947 a Marcedusa, in provincia di Catanzaro, Coco Trovato è stato uno dei capi della storica alleanza tra le ‘ndrine del milanese e quelle lecchese. È - come scrive Nuzzi ma pure come riporta Mario Guarino nel libro Poteri segreti della criminalità. L’intreccio inconfessabile tra ‘ndrangheta, massoneria e apparati dello stato – parente della famiglia dei De Stefano. La figlia Giuseppina Coco Trovato, infatti, è stata «prima fidanzata e poi moglie» di Carmine De Stefano, primogenito del boss Paolo De Stefano, il capocosca che fu ucciso il 13 ottobre del 1985. Lo si legge nei testi sopra citati: «dall’alleanza tra le due famiglie nacque una delle alleanze più solide all’interno della ‘ndrangheta per gestire gli affari tra la Calabria e la Lombardia».

Sul nome di Gamma si è molto discusso in questi anni. Come si evince dal libro – e come è stato poi raccontato dai giornali – si tratterebbe dell’ex ministro di Grazia e Giustizia Roberto Castelli. Quest’ultimo – che come si legge nelle intercettazioni delle ultime indagini avrebbe chiesto a Belsito chiarezza sui conti – ha sempre replicato alle accuse di aver avuto contatti con Coco Trovato, ricordando che durante il suo mandato da Guardasigilli adottò misure molto stringenti nei confronti della criminalità organizzata. Sulla vicenda indaga la procura di Roma con Giancarlo Capaldo e a quanto risulta «Gamma» non sarebbe indagato. Ma le domande rimangono. Perché comunque, anche se non si trattasse di Castelli, che sia un leghista non ci sono dubbi.

Così, nell’ultima indagine della procura calabrese si scopre che tramite «l’ammiraglio» Girardelli, stando all’accusa dei magistrati, le ‘ndrine avrebbero pulito soldi sporchi nelle casse della Lega Nord. E come ha confermato l’ex contabile leghista Helga Giordano, in un interrogatorio riportato domenica dal Corriere della Sera, «il Girardelli bazzicava via Bellerio sin dai tempi del tesoriere Maurizio Balocchi». Ma oltre alle inchieste di questi giorni, va ricordato che il caso Ciocca creò non pochi problemi dentro via Bellerio. Ne nacque persino una lite tra l’ex capogruppo Marco Reguzzoni e il segretario nazionale lombardo Giancarlo Giorgetti. Come riporta Leonadro Facco nel libro Umberto Magno, il primo accusò il secondo di coprire proprio il recordman di preferenze nel pavese.

Infine il capitolo Lago di Garda. Tra le righe delle indagini comparse in questi giorni sui quotidiani è emerso pure un presunto fascicolo della procura bresciana sul dimissionario Bossi jr. La segretaria leghista Nadia Dagrada ne parla in un’intercettazione con l’ex tesoriere della Lega  Belsito. «È vero» dice la dirigente leghista, «che continuano a dire ai magistrati di mettere sotto il fascicolo? Ma prima o poi il fascicolo esce». A quel punto «sei rovinato», continua la Dagrada. «Il figlio di lui (di Bossi, ndr) che ha certe frequentazioni… Altro che Cosentino». Di indagini che avrebbero toccato il Trota si era parlato alla fine di dicembre, quando il compagno dell’assessore Monica Rizzi Alessandro Uggeri finì in un pezzo su Repubblica perchè sarebbe finito in presunte indagini su «cocaina e escort». Poi il capo della procura Fabio Salamone smentì. Ma esiste un fasciolo oppure no? A Brescia sono in tanti a ricordare che negli ultimi anni la gestione del narcotraffico sia stata gestita da queste parti proprio dalla ‘ndrangheta.

http://www.linkiesta.it/Ndrangheta-Lega-Nord

Lega Nord, “Belsito e soci volevano prendere banca Arner”

MILANO – Secondo ‘Repubblica’ l’ex tesoriere leghista Francesco Belsito, l’avvocato Bruno Mafrici e l’imprenditore Stefano Bonet avrebbero tentato di “farsi una banca” impossessandosi della Banca Arner ”per riciclare i soldi della Lega Nord e quelli che avrebbero avuto dalla ‘ndrangheta”. Tutte ipotesi ovviamente su cui stanno indagando i magistrati di Reggio Calabria. Belsito e Mafrici, secondo gli investigatori, sono sospettati di fare favori alla “ndrangheta” attraverso i loro “fiduciari” (il secondo non è indagato) in Svizzera ed in altri paradisi fiscali esteri. Per non incappare in controlli i due avrebbero pensato di farsi una banca propria, per riciclare i soldi. Il loro “aggancio” con la banca svizzera Arner sarebbe stato proprio Bonet.

In alcune conversazioni intercettate dalla Dia di Reggio Calabria, i protagonisti dello scandalo dei fondi della Lega Nord, appunto Belsito, Mafrici e l’imprenditore Stefano Bonet parlerebbero dei capitali a “disposizione” e di dove riciclarli. Dopo avere individuato le banche di Cipro e della Tanzania, discuterebbero su come farsi una banca propria e pensano alla banca svizzera Arner, nota perché lì aveva il conto numero 1 Silvio Berlusconi e coinvolta nell’affaire della villa di Antigua dell’ex premier.

Attraverso la Arner Belsito e Mafrici avrebbero pensato di riciclare la massa di denaro che gestivano. “Non solo i fondi della Lega Nord – dice un inquirente – ma anche quelli più sostanziosi della ‘ndrangheta che da anni cerca affannosamente di riciclare i suoi soldi che altrimenti non potrebbe utilizzare. Belsito e Mafrici sarebbero stati ‘scelti’ perché calabresi. Belsito perché poteva fare entrare ed uscire soldi senza rendere conto a nessuno, in quanto provenienti dal rimborso ai partiti, Mafrici perché avrebbe a disposizione molti ‘emissari’ svizzeri che lavorano per lui”.

http://www.blitzquotidiano.it/politica-italiana/francesco-belsito-riciclaggio-banca-arner-1191717/

Caso Lega: “Il malaffare alimentava i politici” ‘Ndrangheta, indagini in uno studio milanese

Il rapporto della Dia di Reggio Calabria: “Il sistema consentiva di garantire alla classe imprenditoriale l’accaparramento di importanti commesse”. La Guardia di Finanza intanto si sta acquisendo i conti della Banca Aletti, l’istituto da cui è partita l’operazione Tanzania

Con le intercettazioni a carico dell’imprenditore veneto Stefano Bonet, uno dei fautori dell’operazione Tanzania, “si aprivano scenari che non lasciavano alcun dubbio circa l’esistenza di un sistema contaminato di malaffare a cui si alimentavano poteri istituzionali, politici e dell’economia”. A scriverlo è la Dia di Reggio Calabria nell’informativa inviata al pm della Dda Giuseppe Lombardo, nell’ambito dell’inchiesta sull’ex tesoriere della Lega Nord, Francesco Belsito, indagato per riciclaggio.

“Sistema – prosegue la Dia – che consentiva di garantire alla classe imprenditoriale l’accaparramento di importanti commesse, attraverso l’elargizione di denaro e/o di beni a favore della classe politica di riferimento”.

Il filone reggino dell’inchiesta sulla Lega sui presunti casi di riciclaggio per una delle cosche di ‘ndrangheta più potenti, quella dei De Stefano, sta accelerando. In questo caso gli approfondimenti ruotano intorno alla figura di Bruno Mafrici, laureato in giurisprudenza, ma mai diventato avvocato. In particolare, gli inquirenti sono ansiosi di verificare cosa contengano le memorie informatiche sequestrate nello studio M.G.I.M. con sede in via Durini di cui Mafrici è socio, e che potrebbero dare ulteriore impulso alle indagini.

Uno studio, hanno accertato gli inquirenti, che presta la propria opera a centinaia di società che movimentano migliaia di milioni di euro. La ‘ndrangheta, è il ragionamento degli investigatori, movimenta ogni anno migliaia di milioni che deve “ripulire” per immetterli nel circuito legale. E la strada per fare ciò è quella di immettere capitali in grandi aziende. Ecco perchè viene attribuita grande importanza al materiale sequestrato, per l’analisi del quale, però, saranno necessarie alcune settimane di lavoro. Davanti allo studio, gli uomini della Dia che hanno svolto le indagini per conto del pm Giuseppe Lombardo, tra l’altro, hanno fotografato Paolo Martino, boss dei De Stefano, arrestato lo scorso anno nell’ambito di un’inchiesta della Dda milanese, ed un imprenditore calabrese impegnato in grandi appalti.

Nello studio viene anche messa a punto l’operazione del trasferimento dei fondi della Lega Nord verso Cipro e la Tanzania. “Il 30 dicembre 2011 – scrive la Dia – Bonet, che si trovava in India, contattava Scala sull’utenza cipriota per informarlo che si era sentito poco prima con Belsito per questioni connesse alla transazione finanziaria in argomento. Problematiche che a dire di Bonet, Belsito gli avrebbe detto che ne aveva già discusso con Scala. Questi nel confermare la circostanza affermava che il giorno precedente aveva effettivamente incontrato Belsito in uno studio di via Durini a Milano, per farsi spiegare l’intera operazione che vedeva coinvolto Bonet. Lo studio di via Durini in cui Belsito incontrava Scala è lo studio professionale M.G.I.M”.

La Guardia di Finanza di Milano sta acquisendo intanto in queste ore alla Banca Aletti i conti che sono al centro dell’inchiesta della Procura di Milano che vede indagato l’ex tesoriere della Lega Nord, in particolare i conti dell’istituto di credito da cui, tra le altre cose, sarebbero partiti gli investimenti del Carroccio verso Tanzania e Cipro. In Banca Aletti, che ha sede a Genova il Carroccio avrebbe aperto diversi conti. Dall’istituto, infatti, secondo l’accusa, sono partiti gli investimenti di circa 4,5 milioni di euro verso la Tanzania e di un milione e 200mila euro verso un fondo cipriota. Operazioni che, secondo gli inquirenti, rientrerebbero in quelle distrazioni dei fondi del partito contestate all’ex tesoriere della Lega e ai due uomini d’affari Paolo Scala e Stefano Bonet.

Un altro collegamento peraltro porta di nuovo alla banca Aletti: un carnet di assegni rilasciato da Banca Aletti e che reca la scritta “Umberto Bossi” è stato trovato dagli investigatori nella famosa cartella “The Family” sequestrata in un ufficio a Roma nella disponibilità di Belsito. Il capo del Carroccio, infatti, secondo l’ipotesi dei magistrati, ha avuto di fatto la disponibilità del denaro della Lega depositato su un conto corrente acceso presso la sede genovese della banca, dove sono confluiti i contributi elettorali. In più su un conto della Banca, Belsito nel 2011 avrebbe prelevato circa 240 mila euro in contanti e movimentato assegni per 900 mila euro. E parte del denaro potrebbe essere stato girato anche al Sindacato Padano, fondato da Rosi Mauro.

Ma non solo la Banca Aletti è finita sotto la lente di ingrandimento delle fiamme gialle: la Finanza sta acquisendo documenti su conti correnti riconducibili alla Lega in alcune filiali della Banca Popolare di Novara, della Bnl, di Unicredit, di Banca Sella, di Carige, del Banco di Napoli e della Banca Popolare di Lodi. I finanzieri hanno chiesto di accedere a tutta la documentazione relativa a conti aperti e gestiti da Belsito per conto della Lega: estratti conto, matrici di assegni e contabili di bonifici.

I magistrati hanno chiesto alla Lega i bilanci degli ultimi quattro anni, contabili bancari ma non solo. A Stefano Stefani, il nuovo tesoriere, è stata richiesta la consegna di tutta la documentazione relativa alle proprietà mobiliari e immobiliari o comunque “intestate a rappresentanti o fiduciari del movimento politico e in uso allo stesso e ai suoi iscritti”. La procura milanese ha chiesto anche di avere “tutte le note informali, gli appunti, le email e tutto quello che può essere di interesse investigativo e utile alla ricostruzione dei conti e del patrimonio della Lega, comunque tutta la documentazione necessaria ad una completa ricostruzione della gestione della tesoreria della Lega Nord di volta in volta individuata dai consulenti tecnici” nominati dalla procura. Si tratta di Silvano Cremonesi e Stefano Martinazzo.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/12/lega-malaffare-alimentava-politica-istituzioni-filone-reggino-indaga-studio-milanese/203941/

Pubblicato in Mafia e politica, ndrangheta | Contrassegnato , , , , , , , , , | Lascia un commento

Lega ladrona e mafiosa. Noi (e Saviano) avevamo ragione

Conti esteri, ‘ndrangheta, doni: gli affari del sistema Belsito

Il cassiere della Lega rassicurava: “Sono operazioni pulite”
le intercettazioni telefoniche rivelano le complesse operazioni bancarie per rendere difficile la provenienza del denaro

di Mario Consani e Nicola Palma

Milan, 5 aprile 2012 – Almeno sei milioni di euro trasferiti oltre confine. Tramite “complesse operazioni bancarie di ‘esterovestizione’ e ‘filtrazione’ in modo da ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa”. Come? Lo raccontano al telefono i protagonisti del sistema, cioè l’ex tesoriere leghista Francesco Belsito, l’imprenditore Stefano Bonet, il promotore finanziario Paolo Scala e l’avvocato Bruno Mafrici; per tutti, l’accusa dei pm di Reggio Calabria è riciclaggio. Innanzitutto, gli attori in scena dimostrano di sapere bene che genere di operazioni stanno compiendo. Ecco la telefonata tra Bonet e Scala, durante la quale il secondo fa sapere al primo di essersi fatto rassicurare da Belsito: “Il motivo per quale io ho fatto il mio mestiere ovvero quello dello sbirro… alle volte… è quello di capire: oh… tranquilli non è che domani mattina viene fuori una fogna e.. e andiamo a finire tutti…”. “No no ci mancherebbe altro — avrebbe replicato Belsito — non possiamo permetterci una cosa di quel genere, sono tutte delle cose belle chiare e pulite e trasparenti”.
Sembra, invece, che tanto pulite non fossero. Tanto che si ricorreva a “due processi di filtrazione” dei fondi dirottati: “È un’operazione in chiaro — spiega Scala — (i soldi, ndr) escono dall’Italia in chiaro… ma vengono tranquillamente… prima di arrivare dove devono arrivare passano… fanno due processi di filtrazione…” Quindi, “operazione tranquilla”.

Lo strumento giuridico utilizzato per giustificare i passaggi di denaro è il trust di investimento, come si evince da una telefonata tra Bonet e Scala: “Dobbiamo andare a fare un po’ di giri per andare a far creare quelle strutture necessarie per andare a segregare questi importi e per pilotare gli investimenti”, la tortuosa spiegazione di Bonet. Nell’inchiesta reggina spunta anche Romolo Girardelli, faccendiere ritenuto vicino alla cosca De Stefano della ’ndrangheta. Un rapporto consolidato, quello tra Belsito e Girardelli, se è vero che erano di fatto soci (tramite il figlio di Girardelli) nella società Effebi Immobiliare sas. Un rapporto che si incrina nello scorso dicembre. I due litigano, Girardelli accusa Belsito di essersi tenuto per sé alcuni orologi gentilmente elargiti da Mafrici: “Non me ne hai dato neanche mezzo a me…e i soldi che ti sei pigliato da Shampato per i c. tuoi… se vuoi te li faccio vedere i numeri… e poi ti faccio vedere… pure le quote del Sol Levante (uno stabilimento balneare in Liguria, ndr)”. Urge traduzione. In questa storia, tutti hanno un soprannome: Belsito è “il sottosegretario”, ruolo ricoperto dal lumbard al ministero della Semplificazione, mentre Shampato è Bonet; Mafrici, infine, è “Magilla”. Comunque, Girardelli e Belsito arrivano ai ferri corti alla vigilia di Natale. A testimoniarlo, la telefonata del 24 dicembre tra il faccendiere e Stefano Lombardelli (ingegnere che ha lavorato per Fincantieri), dalla quale si intuisce che Girardelli starebbe ordendo una campagna denigratoria a mezzo stampa contro Belsito: “Adesso farò fare tabula rasa, senza pietà. Userò tutti i miei mezzi e le mie conoscenze”.

I due interlocutori concordano sul fatto che l’esponente del Carroccio sia “bastardo dentro”. E ancora, “bisognerà distruggerlo”. In quelle ore, però, si sta svolgendo “una delle giornate più importanti dell’intera vicenda” legata al denaro che Belsito faceva “giungere a Cipro e in altri Stati a fiscalità privilegiata per un successivo investimento in operazioni immobiliari”: il 23 dicembre, infatti, “veniva effettuato il bonifico”. Giro vorticoso di telefonate e sms (28 contatti) per mettersi d’accordo sulla “transazione finanziaria”: a Belsito serve il codice Iban per mettere i soldi su un conto corrente della Tanzania. Detto, fatto.

http://qn.quotidiano.net/primo_piano/2012/04/05/692567-conti_esteri_ndrangheta_regali.shtml

Dda indaga su rapporti con ‘Ndrangheta

E’ quanto si apprende in ambienti investigativi

Riguarda presunti legami tra esponenti della ‘ndrangheta reggina e alcune societa’, tra cui la Siram, che avrebbe intrattenuto rapporti con uomini della Lega, il filone di indagine di Reggio Calabria. E’ quanto si apprende in ambienti della Dda reggina. Alcune decine le perquisizioni in corso in varie località del nord Italia.

La Dia di Reggio Calabria, coadiuvata da personale dei Centri Dia di Padova, Milano e Genova, da personale della Polizia Postale e delle Comunicazioni di Veneto, Lombardia e Liguria, diretto dalla Dda di Reggio Calabria, ha eseguito 14 perquisizioni e notificato 8 avvisi di garanzia a persone indagate per il reato di concorso in riciclaggio. Lo rende noto la stessa Direzione Investigativa Antimafia di Reggio. L’operazione, alla quale hanno partecipato più di 60 unità, è stata eseguita a Milano, Genova, Padova e nelle provincie di Venezia e Treviso, unitamente ad altre Forze di Polizia coordinate dalle Procure di Milano e Napoli per indagini in alcuni casi parallele a quella reggina.

Ad uno degli indagati è stata contestata l’aggravante di cui all’art. 7 della legge 12 luglio 1991, n. 203, in quanto avrebbe “posto in essere la propria condotta al fine di agevolare l’attività della ndrangheta”. Le indagini, sottolineano i magistrati, sono state “avviate nel 2011 nei confronti di soggetti prossimi a cosche reggine, responsabili, in passato, della commissione di innumerevoli delitti contro la persona ed il patrimonio, tra i quali quelli di riciclaggio e ‘monetizzazione’ di strumenti finanziari atipici di illecita provenienza”, ed hanno avuto “una improvvisa accelerazione allorché sono stati individuati anomali flussi finanziari relativi a commesse tra società private e pubbliche; costituzione di capitali all’estero finalizzati a pagamenti in nero; trasferimento di capitali all’estero (Tanzania e Cipro) per non meglio specificati investimenti”.

Gli accertamenti, ancora in corso, ruotano intorno alla figura di un personaggio ritenuto contiguo ad una cosca di ‘ndrangheta e mirano ad accertare la natura dei rapporti intrattenuti da quest’ultimo con imprenditori, politici e lobbisti.

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/associata/2012/04/03/visualizza_new.html_160653745.html

Saviano, dimostrata ‘interlocuzione’ con ‘ndrangheta

‘Un anno fa – ricorda lo scrittore – fui molto attaccato’

L’inchiesta di Reggio Calabria sul tesoriere della Lega Francesco Belsito dimostrerebbe quella ‘interlocuzione’ tra la ‘ndrangheta e il Carroccio di cui parlo’ – tra le polemiche – Roberto Saviano poco più di un anno fa a Vieni via con me: è lo stesso autore di ‘Gomorra’ a sottolinearlo oggi, in un’intervista a Repubblica Tv rilanciata dal sito del quotidiano.

“Un anno fa – ricorda Saviano – fui molto attaccato dalla Lega e da Maroni per aver usato una parola che descriveva il rapporto tra ‘ndrangheta e potere nel Nord Italia, cioe’ interloquire, una parola che aveva messo inquietudine e paura ai leghisti. Avevo detto che la ‘ndrangheta interloquiva con tutti i poteri del nord e quindi anche con la Lega. Maroni venne in trasmissione, ci fu una tempesta contro una descrizione che era inevitabile fare: il potere economico della ‘ndrangheta era così forte che non poteva sfuggire alle amministrazioni locali e al potere politico della Lega”.

Oggi, aggiunge lo scrittore, “questo Girardelli che secondo la Dda di Reggio Calabria sarebbe vicino al clan De Stefano e che era in affari con Belsito dimostra questa interlocuzione. Mi sembra abbastanza fragile la risposta di Maroni: sono atteggiamenti che avvengono troppo tardi o che sembrano una scusa troppo generica. All’epoca – sottolinea ancora Saviano – raccontare le interlocuzioni tra ‘ndrangheta e Lega creo’ scandalo, perché dimostrò per la prima volta che il codice genetico della Lega non era diverso da quello di altri altri poteri politici”.

Saviano ribadisce che “non esiste ambito politico al quale le mafie non si rivolgano per i loro affari: le mafie non hanno ideologia, non hanno progetto politico.La riflessione sulla Lega fu fatta perché la Lega in maniera ostinata continuava a dichiararsi immune da possibili infiltrazioni, interlocuzioni e rapporti. In questo senso ci fu da parte mia la volontà di rompere questa sorta di tabù”.

Per lo scrittore, sarebbe “un errore gravissimo percepire la presenza della ‘ndrangheta al Nord Italia come un’invasione. E’ il contrario, e la vicenda di Belsito e Girardelli lo dimostrerebbe: si tratta di un capitale che entra in circuito nel Nord Italia con la volontà di imprenditori nord e forse anche di politici di utilizzarlo. Si tratta proprio di una confederazione di interessi, di cui la Lega farebbe parte”.

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/politica/2012/04/03/visualizza_new.html_160715061.html

Lega, Daniela Cantamessa: “Avvisai Bossi delle irregolarità di Belsito”

ROMA – ”Io stessa avevo avvisato Bossi delle irregolarità” commesse da Belsito. E’ quanto ha detto ai pm di Milano e Napoli Daniela Cantamessa, segretaria particolare del leader della Lega dal 2005. Nell’interrogatorio di due giorni fa la donna sottolinea anche di aver detto a Bossi che Rosy Mauro ”era un pericolo”.

Alla donna i magistrati chiedono di spiegare il senso di una frase pronunciata al telefono con l’altra segretaria, Nadia Dagrada, in cui dice ”il capo continua imperterrito con quello che gli ho detto”.

”Mi riferivo – risponde Cantamessa – al fatto che io stessa avevo avvisato Bossi delle irregolarità del Belsito, o meglio della sua superficialità ed incompetenza, e del fatto che la Rosy Mauro era un pericolo sia politicamente e sia per i suoi rapporti con la famiglia Bossi”. La segretaria aggiunge invece che in quella chiacchierata con il leader della Lega non affronto mai le questioni relative a Manuela Marrone. ”Non nominai a Bossi la moglie perché mi sembrava indelicato”.

In quella telefonata dell’8 febbraio scorso, Cantamessa ha anche riferito che la Dagrada gli confermò di ”aver suggerito a Belsito di fotocopiarsi tutta la documentazione compromettente, in modo che rimanesse la prova delle malversazioni effettuate e che chi non era stato fedele al partito ne pagasse le conseguenze, prima fra tutti la Rosy Mauro”.

http://www.blitzquotidiano.it/politica-italiana/lega-daniela-cantamessa-avvisai-bossi-delle-irregolarita-di-belsito-1184384/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+blitzquotidiano+%28Blitzquotidiano%29

Per approfondimenti sull’indagine sul partito della Lega Nord clicca quì

Per leggere i nostri vecchi post sull’argomento Lega Nord clicca quì

Pubblicato in Mafia e politica, ndrangheta, Politica | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento

‘Ndrangheta, maxi-sequestro da 16,5 milioni di euro all’ex consigliere regionale calabrese Zappalà

Guardia di finanza e Carabinieri con un’azione congiunta per combattere la ‘ndrangheta hanno effettuato un maxisequestro patrimoniale per 16,5 milioni di euro. Su ordine della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria sono state sottoposte a sequestro società, beni mobili, immobili, titoli e denaro contante per un ammontare pari a 16,5 milioni di euro, nei confronti del politico bagnarese Santi Zappalà e dei familiari conviventi. Fiamme Gialle e Carabinieri hanno aggredito l’imponente patrimonio societario e finanziario riconducibile – direttamente o indirettamente – all’uomo, «risultato assolutamente sperequato e incoerente con i redditi dichiarati dal medesimo e dal nucleo familiare convivente», spiega la Gdf in una nota.

Dalle intercettazioni nell’ambito a casa del boss Giuseppe Pelle e Santi Zappalà è emerso come il politico bagnarese, nel periodo antecedente le consultazioni elettorali per il rinnovo del Consiglio Regionale della Calabria del 28-29 marzo 2010, «avesse intrattenuto rapporti con la famiglia mafiosa Pelle “Gambazza”, al fine di raggiungere un accordo politico-mafioso che garantisse “…una straordinaria affermazione elettorale….per arrivare sicuramente nei primi tre…» dello Zappalà, ex consigliere del Pdl.

Zappalà nel giugno 2011 è stato condannato, in primo grado, dal Tribunale di Reggio Calabria, per il delitto di corruzione elettorale, aggravata dall’articolo 7 della legge 203/1991, in relazione ai colloqui con il boss Giuseppe Pelle, condannato nello stesso procedimento penale per il delitto di partecipazione ad associazione mafiosa e corruzione elettorale.

Nell’ottobre 2011 la Direzione distrettuale antimafia ha disposto il sequestro di 7,5 milioni di euro, di cui 7,3 milioni depositati sui conti correnti di Santi Zappalà, a fronte di redditi dichiarati nell’ultimo decennio pari a circa un milione di euro.Sequestrate quote di società, quattro unità immobiliari, dependance del Castello Ruffo di Bagnara Calabra, 3 autovetture, una imbarcazione da diporto di oltre 15 metri, 21 rapporti di conto corrente e deposito titoli, con un saldo attivo di 7,5 milioni per un valore totale di stima pari a 16,5 milioni di euro.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-04-06/ndrangheta-maxisequestro-milioni-euro-130147.shtml?uuid=Ab3MltJF

Pubblicato in Mafia e politica, ndrangheta | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento

Crotone, Heracles: Tredici sconti di pena, un’assoluzione e 6 conferme in appello

La corte d’Appello di Catanzaro ha emesso la propria sentenza per gli imputati coinvolti in quella che all’epoca fu denominata operazione Heracles contro alcuni tra i principali clan del Crotonese. Nel dispositivo si evidenzia una assoluzione per Michele Paglia, assistente di polizia penitenziaria

CROTONE – Tredici sconti di pena, un’assoluzione, la conferma delle ultime sei condanne e delle assoluzioni già sentenziate in primo grado. Si è concluso così il giudizio d’appello per gli imputati coinvolti nell’inchiesta «Heracles», condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro contro presunti affiliati alle famiglie della ‘ndrangheta crotonese (cosca Vrenna-Corigliano-Bonaventura), che hanno seguito la via del dibattimento. La Corte d’appello di Catanzaro oggi pomeriggio ha emesso la propria sentenza riformando parzialmente la pronuncia di primo grado del tribunale collegiale di Crotone che risale al 7 giugno scorso, quando i giudici hanno pronunciato venti condanne a pene comprese tra i 2 anni e mezzo ed i 28 anni di reclusione – questi ultimi inflitti a Salvatore Bonaventura ed Antonio Macrì – e dodici assoluzioni. Il collegio ha ridotto la pena a: Antonio Basile, a 11 anni di reclusione e 2.500 euro di multa; Nicola Basta, a 7 anni; Salvatore Bonaventura, a 23 anni; Egidio Cazzato, a 21 anni; Andrea Corrado, alias Nuccio, a 7 anni; Giuseppe Frisenda, alias Pacifissu, a 23 anni; Francesco Mellino, a 21 anni; Francesco Monti, alias Bandito, a 11 anni; Francesco Murgeri, alias Murgiò, a 9 anni e 1.800 euro; Salvatore Macrì, alias Chevrolet, a 11 anni; Antonio Macrì, a 24 anni; Gianluca Pennisi, a 6 anni e 1.800 euro; Francesco Vallone, a 11 anni. Assolto Michele Paglia, assistente di Polizia penitenziaria. Confermate le ultime sei condanne emesse in primo grado, tra le quali quella dell’ex capogruppo del Pd al Comune di Crotone, Giuseppe Mercurio, che ha avuto una pena di 4 anni e mezzo. L’operazione «Heracles» risale all’aprile 2008, ed è stata divisa in due tranches, una scattata il 7 di quel mese, quando 39 persone furono sottoposte a fermo di indiziato di delitto, ed una di giorno 27, per l’esecuzione di 55 provvedimenti cautelari emessi dal gip di Catanzaro nei confronti di soggetti ritenuti affiliati alla cosca crotonese Vrenna- Corigliano-Bonaventura (tra i quali gli stessi 39 già fermati, ed altre 16 persone che avrebbero svolto la loro attività criminale nella città di Crotone). L’attività investigativa, secondo le accuse, ha anche permesso di scoprire gli autori degli omicidi di Francesco Gallo e Leonardo Covelli, uccisi a Crotone nel 2000, per contrasti interni alla cosca – il processo per gli otto imputati si è concluso con due condanne all’ergastolo per Antonio e Salvatore Macrì, ritenuti responsabili dell’omicidio di Gallo, e l’assoluzione di Antonio Basile, Franco e Massimo Maugeri, Luca Policastrese e Gianluca Nisi, accusati del delitto Covelli, oltre ad una condanna a tre anni per favoreggiamento per Antonio Combariati -, e di smantellare gli arsenali del sodalizio criminale. Dall’inchiesta, inoltre, è emerso l’interesse della ‘ndrangheta verso il mega progetto turistico da 7 miliardi di euro denominato «Europaradiso». Al termine dell’indagine, la Dda di Catanzaro ha chiesto il rinvio a giudizio di 128 persone, la maggior parte delle quali ha scelto il giudizio abbreviato, e rispetto a cui si è tenuto il grado d’appello che però la Corte di cassazione ha annullato, rinviando gli atti a Catanzaro per un nuovo giudizio di secondo grado.

03 aprile 2012 19:00

http://www.ilquotidianoweb.it/news/cronache/349756/Tredici-sconti-di-pena–un-assoluzione-e-6-conferme-in-appello–per-il-processo-Heracles.html

Pubblicato in ndrangheta | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

‘Ndrangheta, Cosenza: operazione Tela del Ragno

Omicidi e appalti, maxi operazione nel Cosentino

Blitz dei carabinieri: arrestate 63 persone mentre 250 sono indagate. Colpite le cosche operanti sulla costa tirrenica. Ricostruiti trent’anni di guerre di mafia. Il procuratore Borrelli: «Non abbiamo la carta per stampare gli ordini di arresto»




COSENZA Una vasta operazione è stata portata a termine dai carabinieri del Comando provinciale di Cosenza. Eseguite decine di arresti contro i presunti appartenenti a cosche della ‘ndrangheta operanti nella provincia e con diramazioni in altre regioni. Nell’inchiesta sono indagate, complessivamente, 250 persone. Gli arresti sono in esecuzione, oltre che in Calabria, anche nel Lazio, in Lombardia ed in Veneto. All’operazione partecipano 500 militari, oltre ad elicotteri ed unità cinofile. Le cosche della ‘ndrangheta del cosentino sono riuscite ad infiltrarsi in numerosi appalti pubblici, soprattutto nella zona tirrenica. È quanto emerso dalle indagini condotte dai carabinieri di Cosenza e del Ros che stamani hanno portato all’operazione ”Tela del ragno” per l’esecuzione di 63 ordinanze di custodia cautelare in carcere. Nell’operazione sono anche stati sequestrati beni per 15 milioni di euro. Gli arrestati sono accusati di associazione mafiosa, omicidi, tentati omicidi, usura ed estorsione. In particolare sono stati ricostruiti 12 omicidi e tre tentati omicidi. Al centro dell’inchiesta, coordinata dalla Dda di Catanzaro, ci sono le dinamiche criminali di Cosenza e del versante tirrenico della provincia, con la ricostruzione della maggior parte dei fatti di sangue avvenuti negli ultimi 30 anni di guerre di mafia. In particolare sono state colpite le cosche Lanzino-Cicero di Cosenza (subentrata a quella dei Perna-Ruà), Muto di Cetraro, Scofano-Martello-Ditto-La Rosa e Serpa di Paola, Calvano e Carbone di San Lucido, e Gentile-Besaldo di Amantea.
Le indagini, tra l’altro, hanno consentito di ricostruire gli omicidi avvenuti nella Provincia di Cosenza tra il 1979 e 2008. Negli anni Novanta scoppia una faida all’interno della cosca Serpa di Paola. In tale contesto matura l’omicidio di Ennio Serpa. Si passa quindi alla fine degli anni Novanta allorquando le cosche cosentine influiscono nuovamente su quelle della costa tirrenica attraverso una nuova organizzazione criminale che prevedeva l’azzeramento delle conflittualità, l’eliminazione degli scissionisti come Marcello Calvano, Vittorio Marchio, Francesco Bruni, Antonio Sena. Un progetto criminale finalizzato all’illecito arricchimento attraverso la realizzazione di svariati delitti tra cui, in primo luogo, le attività estorsive da estendere all’amministrazione pubblica che, in quel periodo, era impegnata in rilevanti lavori su tutto il territorio.
utti i proventi delle attività illecite sviluppate sul territorio dovevano essere versati in una unica “cassa” e ripartiti poi tra i vari affiliati compresi quelli della costa tirrenica.
In tale contesto la cosca del capoluogo Lanzino-Cicero a seguito di tale riorganizzazione sulla costa tirrenica, tralasciando la leadership in Cetraro alla famiglia Muto, designava “capi zona” Mario Scofano a Paola/Fuscaldo, Sergio Carbone a San Lucido e Tommaso Gentile e Pasqualino Besaldo ad Amantea. La cosca di Scofano, però, a Paola, incontrava le resistenze di alcuni dissidenti e quindi entrava in contrasto con la neo cosca capeggiata da Salvatore Imbroinise. I contrasti erano insorti perché Imbroinise e i suoi uomini non volevano rientrare nel progetto di Scofano e soprattutto perché le loro attività illecite, a quel punto, avevano toccato gli stessi imprenditori paolani che, da un lato erano sottoposti ad usura e dall’altro a estorsioni. Dallo scontro nascono gli omicidi di Carmine Chianello e Salvatore Imbroinise.
Ma la pax mafiosa tra le cosche Scofano e Serpa non durerà molto a lungo. Mentre le due compagni criminali erano intente a lucrare attraverso le loro attività illecite tra di esse si sviluppava un conflitto che, attraverso nuove alleanze, generava due assetti delinquenziali:  il primo, sempre diretto da Mario Scofano e il secondo, diretto da Pietro Serpa e Giuliano Serpa nel frattempo alleatisi con i Bruni di Cosenza, Francesco Tundis di Fuscaldo e Pasqualino Besaldo di Amantea. In questo conflitto armato maturano nel 2003 gli omicidi di Pietro Serpa, Luciano Martello e i tentati omicidi di Gennaro Ditto e Giancarlo Gravina. L’anno successivo a cadere sotto i colpi dei sicari sono Rolando Siciliano e Antonio Maiorano (fatto fuori per uno scambio di persona). Nel frattempo, grazie alla semilibertà ottenuta, riemergeva definitivamente Mario Serpa che aveva ripreso i propri legami criminali in Paola fortemente sostenuto da Nella Serpa e altri soggetti a loro vicini. E così si arriva al 2008 quando viene ucciso, per vendicare l’eliminazione di un loro sodale, Stefano Mannarino.
Gli inquirenti si sono avvalsi delle dichiarazioni rese dai pentiti Giuliano Serpa, Francesco Bevilacqua, Franco Pino e Francesco Amodio.
Intanto in conferenza stampa il procuratore della Dda di Catanzaro, Giuseppe Borrelli, ha lanciato l’allarme: «Esistono provvedimenti di arresto pronti che, se oggi arrivassero le ordinanze, non potrebbero essere eseguiti perché non c’è la carta per stamparli. Abbiamo pochi pacchi di carta. Non c’è neanche quella per il lavoro quotidiano dei sostituti». procuratori.

I SEQUESTRI Otto imprese sono state sequestrate, insieme a beni mobili ed immobili, per un valore complessivo di 15 milioni di euro, nel corso dell’operazione condotta dai carabinieri nel cosentino. In particolare, i carabinieri hanno sequestrato un’impresa di affittacamere a Paola, la società cooperativa Semas, il bar tavola calda ”La Rinascente”, l’impresa di installazione di impianti idrici e termici Clima Planet System, la società che gestisce lidi balneari Pro Toru e le rispettive concessioni demaniali, una ditta per i commercio ambulante di ceramiche, oggetti in plastica e souvenir, una ditta attualmente inattiva operante nello stesso settore, e l’impresa N.S. che si occpua del commercio all’ingrosso di articoli sportivi, abbigliamento e accessori.

p. p. p.

30/03/2012 07:27

http://www.corrieredellacalabria.it/stories/reggio_e_area_dello_stretto/4470_tela_del_ragno__omicidi_e_appalti_maxi_operazione_nel_cosentino/

Il killer della ’ndrangheta?
Cassiere al supermarket

Salvatore Crivello, 32 anni, si era stabilito con la famiglia a Preganziol. Pizzicato a rubare sul posto di lavoro

PREGANZIOL (Treviso) – Forse pensava che a Preganziol, nel suo appartamento in via Boschetta 18/2, non poteva succedergli nulla di male. Pensava di poter continuare a mantenere i contatti con la sua cosca di appartenenza e con la famiglia, senza correre rischi. Salvatore Valerio Crivello detto ‘u’ siciliano’ (origine dei genitori), 32 anni originario di Casale Monferrato, era un insospettabile. Lavorava come cassiere in un supermercato a Preganziol. Ma il suo passato, raccontato in un’ordinanza di custodia cautelare di 2852 pagine, sembra un film. Crivello è un killer della ‘ndrangheta, esponente di spicco della cosca Scofano-Martello-La Rosa, che dal 1990 ad oggi ha seminato morti e terrore nel Cosentino. E’ accusato di tentato omicidio e di associazione a delinquere di stampo mafioso, più altri reati. Crivello è stato arrestato venerdì dai carabinieri del Ros, e dai colleghi del comando di Treviso, in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare richiesta dalla Dda di Cosenza. E’ stato sorpreso alle 4 di mattina in casa sua, mentre ancora dormiva, da 15 militari, unità cinofile e un elicottero dei carabinieri. “Non potevamo sapere se era armato, se era pronto a fuggire, siamo intervenuti con tutti i mezzi necessari” dice il colonnello Alessandro Zarantonello, comandante del reparto operativo di Treviso. Il 32enne, che in casa non teneva nulla di compromettente, è stato portato in carcere a Cosenza.

L’operazione “Tela del ragno”, partita all’alba di venerdì, ha portato all’arresto di 63 persone in tutta Italia, in gran parte affiliati alla ‘ndragheta calabrese. 250 le persone indagate, forse anche qualche Veneto che ha protetto Crivello. Certo è che dietro la maschera del bravo cassiere, amante della palestra e di belle ragazze si nascondeva un uomo dal passato criminale. Il 32enne originario del Piemonte ma cresciuto nel comune di Paola, Cosenza, Crivello ha sparato a Giancarlo Gravina il 19 dicembre del 2002. Gravina è esponente del clan avverso, e il tentato omicidio ha lo scopo allo di mantenere il controllo del territorio nel comune di Paola. Nell’ordinanza si fa poi un elenco delle numerose attività mafiose a cui il Crivello, quando ancora aveva 20 anni, si era dedicato. Il 32enne è arrivato in Veneto nel 2002, quando fa il militare a Venezia in forza al reggimento Lagunari. Chiede di restare nell’esercito e dal 2004 al 2007 è effettivo presso i Lagunari. E’ durante una licenza nel 2002 che sarebbe avvenuto il tentato omicidio del rivale. Alla fine de 2007 Crivello medita di tornare a casa, ma c’è un attentato al suo complice Gennaro Ditto (arrestato pure lui ieri) e allora cerca una sistemazione nel Veneto. E sceglie Preganziol.

Forse qui c’è qualcuno che lo protegge. E comunque è qui che trova lavoro. Anche se non perde l’indole criminosa, visto che sarebbe stato pizzicato più volte a rubare nel supermercato dove lavorava. Quando arriva a Treviso ha anche una fidanzata, una ragazza di Roncade. E’ geloso di un uomo che le sta attorno e dalle telefonate emerge l’indole violenta: “Ascoltami bene se per colpa tua e quel testa di c. (…) mi girano i cinque minuti. E faccio cosa ho fatto magari in altre volte in passato perchè io l’ho fatto stupido, rischio che me ne vado in carcere. Secondo te io c’ho voglia di andarmene in carcere per te? (…) sono orgoglioso della mia dignità, non me ne frega di te, non me ne fregherà una c. di nessuna donna!”. Ed è sempre grazie agli sms che lui manda ad una sua compaesana, che gli riferisce messaggi dal suo paese, che i carabinieri lo incastrerebbero: “Senti mi hanno messo una bomba sotto la macchina e hanno ammazzato tre miei amici, ci hanno provato anche con me, da me le minacce le fanno i stupidi, (…) digli al cogl. che io l’unica festa che farò con lui è quando sarà nella tomba”. A compendio delle intercettazioni ci sono anche le testimonianze di collaboratori di giustizia a individuare il ‘fuggitivo trevigiano’ Crivello, come un killer della ‘ndrangheta.

Roberta Polese
30 marzo 2012(ultima modifica: 31 marzo 2012)

http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2012/30-marzo-2012/-ndrangheta-decine-arresti-calabria-veneto-2003887868578.shtml

Il miraggio di una “locale” provinciale
minato dalla corsa agli appalti

L’obiettivo dei clan era garantire una pax mafiosa e trovare un equilibrio nella gestione degli affari: per questo furono eliminati i dissidenti. Ma i lavori pubblici hanno creato dissidi tra i clan

COSENZA – Una pax mafiosa cercata negli anni, ma non sempre trovata per lo scontro tra cosche per alcuni appalti pubblici come l’ammodernamento dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria negli anni scorsi e, più recentemente, per quelli della stazione ferroviaria di Paola. È lo spaccato che emerge dall’inchiesta coordinata dalla Dda di Catanzaro e condotta dai carabinieri di Cosenza e del Ros che stamani ha portato a 58 arresti, tra vertici e gregari, accusati anche di una serie di delitti commessi tra il ’79 ed il 2008.   All’indagine hanno collaborato anche alcuni boss della ‘ndrangheta cosentina, quali Giuliano Serpa, capo dell’omonima cosca di Paola, Francesco Bevilacqua, capo della cosca degli Zingari di Cosenza, Francesco Pino, reggente dell’omonima cosca di Cosenza, Francesco Modio, dei Lanzino di Cosenza.

Ad avviare il progetto di pacificazione, sul finire degli anni ’90, secondo le indagini, è stata la cosca Lanzino – Cicero, facente capo ai boss storici Gianfranco Ruà e Francesco Perna. L’obiettivo era costituire una «locale» con competenza provinciale, composta da più ‘ndrine attive sul territorio, per accentrare la gestione degli interessi sulla realizzazione di alcune opere pubbliche, superando le conflittualità interne, anche attraverso l’eliminazione dei soggetti che si opponevano. Eliminati i dissidenti, fra i quali Vittorio Marchio, Marcello Calvano, Francesco Bruni e Antonio Sena, i Lanzino-Cicero indicarono come referenti, sulla costa tirrenica, Mario Scofano a Paola, Sergio Carbone a San Lucido, Tommaso Gentile e Pasqualino Besaldo ad Amantea, stabilendo un’alleanza con i Muto di Cetraro. Si è formata così una nuova compagine allargata con gli Scofano, i Martello i Serpa ed i La Rosa. I proventi illeciti confluivano in una cassa comune, detta «bacinella».   Il nuovo assetto provocò lo scontro con il nascente gruppo degli Imbroinise, il cui capo, Salvatore, fu ucciso il 13 marzo 2000. La cosca capeggiata da Mario Scofano assunse così la gestione di tutte le attività illecite. Ma nuovi attriti si verificarono ben presto tra Scofano e Giuliano Serpa, superati con una sorta di tregua armata. Un nuovo scontro ben più profondo si verificò il 19 dicembre 2002 con il tentato omicidio, a Paola, di Giancarlo Gravina, legato a Giuliano Serpa, ad opera della cosca Scofano-Martello-La Rosa-Ditto.

Ne nacque un violento conflitto tra la stessa consorteria e i Serpa che nel frattempo si erano alleati con i Bruni di Cosenza, con Francesco Tundis di Fuscaldo e Pasqualino Besalto di Amantea che portò a quattro delitti ed a due tentati omicidi.   Le perdite subite sia per lo scontro che per gli arresti, portò a nuovi assetti tra le cosche; all’omicidio di Stefano Mannarino, ucciso a Paola il 25 ottobre 2008; al ruolo centrale di Mario Serpa che, dalla semilibertà, riprese il controllo.   Tra gli omicidi su cui è stata fatta luce ce ne sono anche due «storici», quello di Giovanni Serpa, ucciso a Paola l’11 settembre 1979 durante la prima guerra di mafia, e quello di Alfredo Sirufo, ucciso a Paola il 17 dicembre 1993, nell’ambito di una faida sorta all’interno della cosca Serpa.

30 marzo 2012 13:32

http://www.ilquotidianoweb.it/news//349676/Il-miraggio-di-una–locale–provinciale–minato-dalla-corsa-agli-appalti.html

La violenza delle ‘ndrine finite nella “tela del ragno”: ucciso e fatto a pezzi con la motosega

Il collaboratore di giustizia racconta la macabra scomparsa di Rolando Siciliano. Sono 63 le ordinanze di custodia cautelare contro gli esponenti delle cosche della provincia di Cosenza, colpite anche diramazioni in Lazio, Lombardia e Veneto. Il magistrato: «Dopo 30 anni ristabilita la legalità»

COSENZA – Una spirale di violenza che ha insanguinato la provincia di Cosenza, su cui ha fatto luce l’operazione “Tela del ragno”, portata a termine dai carabinieri di Cosenza. E’ dalla corposa ordinanza che ha portato in carcere 63 persone (5 ancora irreperibili), emergono fatti inquietanti. Come l’omicidio di Rolando Siciliano, assassinato il 20 maggio 2004. A raccontare tutto agli inquirenti è il collaboratore di giustizia Giuliano Serpa, e le parole sono drammatiche: “Fu ucciso da Tundis Francesco, Mazza Mario e Poddighe Fabrizio, a colpi di pistola”. Il cadavere “venne poi fatto a pezzi con una motosega” e occultato. Ma a tutt’oggi non si sa dove sono finiti i resti. E’ così che le cosche si facevano giustizia, dunque.

Alla fine degli anni Novanta le cosche cosentine tornano a influenzare quelle della costa tirrenica, costituendo una nuova organizzazione finalizzata a commettere crimini mettendo una pietra sopra su ogni conflittualità del passato, compresa l’eliminazione dei cosiddetti scissionisti, Marcello Calvano, Vittorio Marchio, Francesco Bruni e Antonio Sena. Principale obiettivo l’attività estorsiva da estendere all’amministrazione pubblica.

Tutti i proventi illeciti dovevano essere versati in una cassa comune e divisi tra gli affiliati della nuova consorteria, guidati dal “capo zona” Mario Scofano. Ma qualcosa non funzionò come previsto, non tutti versavano i soldi nella cassa del clan. Una situazione che diede fastidio a Giuliano Serpa, il quale si staccò insieme al fratello Ulisse e a Giancarlo Gravina e formò un nuovo gruppo, che operò in altra fetta di territorio, ma in maniera pacifica con quello di Scofano. La tranquillità non durò però molto, forse anche per le nuove alleanze, e scaturì un’altra guerra di mafia che vedeva contrapposti gli Scofano – Martello e i Serpa Bruni.

Omicidi e tentati omicidi si susseguirono, tra cui, come accennato, l’uccisione di Rolando Siciliano, legato agli Scofano – Martello e che poco prima della sua scomparsa si era avvicinato ai Tundis, del gruppo dei Serpa, in particolare a Franco Tundis, amico di suo zio Romeo Calvano. Il trentenne fu prelevato e condotto nelle montagne di Fuscaldo. Il collaboratore racconta quindi che qui venne ucciso dopo che rilevò gli esecutori dell’omicidio di Pietro Serpa, avvenuto poco tempo prima.

L’OPERAZIONE. «Dopo 30 anni si è ristabilita la legalità» ha affermato il sostituto procuratore generale di Catanzaro Eugenio Facciolla, applicato alla Dda per coordinare l’inchiesta che, ha affermato il magistrato «è una grande operazione che disarticola alcune pericolose consorterie criminali».

Nell’inchiesta, denominata “tela del ragno” sono indagate complessivamente 250 persone. Gli arresti sono stati eseguiti oltre che in Calabria, anche nel Lazio, in Lombardia ed in Veneto, con la partecipazione di 500 militari dell’Arma, supportati da elicotteri e da unità cinofile.

Le cosche che sono state colpite sono Lanzino-Cicero di Cosenza (subentrata a quella dei Perna-Ruà), Muto di Cetraro, Scofano-Mastallo-Ditto-La Rosa e Serpa di Paola, Calvano e Carbone di San Lucido, Gentile-Besalvo di Amantea.

Tra gli arrestati ci sono anche gli autori e i mandanti di diversi omicidi che hanno insanguinato il Cosentino nell’ambito di una guerra di mafia che ha visto tra il 1999 e il 2004 i clan locali contendersi il controllo del territorio. In particolare sono stati ricostruiti 12 omicidi e tre tentati omicidi.

Ma tra le attività dei clan c’erano anche usura ed estorsioni. E secondo le indagini, coordinate dalla Dda di Catanzaro, la rete dei boss era riuscita a infiltrarsi anche in numerosi appalti pubblici della provincia, specie nella zona tirrenica. Su tutti, quelli relativi alla stazione ferroviaria di Paola, ma c’è anche un capitolo relativo alla Salerno Reggio Calabria. Nel corso dell’operazione sono stati sequestrati anche beni per un valore di 15 milioni di euro.

Durante la conferenza stampa, il sostituto procuratore generale ha rivolto un appello ai cittadini: «Devono collaborare, devono avere fiducia nelle forze dell’ordine e della magistratura. Le risposte ci saranno come ci sono oggi».  Il magistrato ha proseguito facendo esplicito riferimento ai commercianti, agli imprenditori e alle altre vittime della prepotenza mafiosa.

http://www.ilquotidianoweb.it/news/il-quotidiano-della-calabria/349665/Scacco-alle-cosche-del-Tirreno-cosentino–Decine-di-arresti-in-tutta-Italia.html

Quì il servizio di CN24 e i nomi degli arrestati

Pubblicato in ndrangheta | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

‘Ndrangheta: arrestato giudice Giusti per corruzione

Inchiesta Dda Milano, anche l’aggravante delle finalita’ mafiose

MILANO  - Giancarlo Giusti, gip presso il tribunale di Palmi e poi sospeso dal Csm, e’ stato arrestato per corruzione aggravata dalla finalita’ mafiosa nell’ambito dell’inchiesta della Dda di Milano sul clan dell’ndrangheta dei Lampada. Lo ha comunicato il procuratore della Repubblica di Milano Edmondo Bruti Liberati. Secondo l’accusa, il magistrato avrebbe ricevuto dal clan almeno 71 mila euro. Il suo nome era gia’ comparso nell’ambito delle indagini perche’ gli sarebbero stati pagati viaggi ed escort in hotel di lusso a Milano.

Nella nota firmata dal procuratoredella Repubblica di Milano si legge che ”in data odierna,nell’ambito del procedimento Valle/Lampada, è stata notificatal’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Milano”,Giuseppe Gennari, “nei confronti del dottor Giancarlo Giusti,magistrato, già in servizio presso il Tribunale di ReggioCalabria e quindi di Palmi, sospeso dalle funzioni con deliberadella Sezione disciplinare del Csm”, lo scorso 16 dicembre. Giusti, stando al capo di imputazione, è accusato dicorruzione “fino al giugno 2010″ in concorso con il presuntoboss della ‘ndrangheta calabrese radicata a Milano, Giulio Lampada. Il magistrato, infatti, in concorso anche ”con personenon identificate” per “compiere e per aver compiuto atticontrari ai doveri d’ufficio, in palese violazione dei principidi imparzialità, probità e indipendenza tipici della funzionegiudiziaria, si metteva a disposizione di Giulio Lampada”. Tale”mercimonio della funzione”, si legge nell’imputazione,”veniva posto in essere dal magistrato al fine di ricevere edopo aver ricevuto le utilità economiche da Giulio Lampada e dasoggetti a quest’ultimo collegati, tra cui Mario Giglio e MinasiVincenzo per un valore complessivo di almeno 71 mila euro”. Iltutto con “l’aggravante di aver commesso il fatto al fine difavorire l’associazione di tipo mafioso”. Lo scorso 30novembre, nell’ambito dell’inchiesta coordinata dal procuratoreaggiunto Ilda Boccassini e dai pm Paolo Storari e AlessandraDolci, era stato arrestato un altro magistrato, poi sospeso dalCsm, il presidente delle misure di Prevenzione del Tribunale diReggio Calabria, Vincenzo Giuseppe Giglio. In carcere eranofinite anche altre 8 persone: il cugino di Giglio, il medicoVincenzo Giglio, il consigliere regionale della CalabriaFrancesco Morelli (Pdl), l’avvocato Vincenzo Minasi, ilmaresciallo della Guardia di Finanza Luigi Mongelli e un’fedelissimo’, Raffaele Fermino. E poi anche Giulio Lampada,”il regista di tutte le operazioni” e il fratello Francesco,gestori di bar e locali e veri e propri imprenditori nel settoredei giochi di azzardo, la moglie diquest’ultimo Maria Valle (lei però ai domiciliari) e suofratello Leonardo, l’unico componente “spendibile dellafamiglia all’esterno”. Per tutti il processo con rito immediato comincerà nelleprossime settimane. Il 27 gennaio scorso, poi, erano statiarrestati anche 3 finanzieri e il direttore del lussuoso hotelmilanese ‘Brun’, accusato di favoreggiamento personale. Inquell’albergo, secondo l’accusa, Giusti avrebbe soggiornatopagato dalla cosca e incontrato escort.

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2012/03/28/visualizza_new.html_157821517.html

Operazione della Dda di Milano su richiesta del pm Boccassini

‘Ndrangheta, in manette giudice di Palmi: “Escort, viaggi e denaro in regalo dai boss”

Milano – (Adnkronos/Ign) – Secondo l’accusa il togato avrebbe ricevuto 72mila euro dal clan Lampada e altri favori, mettendosi a disposizione delle cosche. Nel suo diario le avventure con le prostitute pagate dai boss: “Serata di venerdì pazzesca fra donne e vino. Notte di amore con Natascia, ubriachi cotti”

Milano, 28 mar. – (Adnkronos/Ign) – Soldi, ma anche soggiorni a Milano e escort la sera. Questo e altro avrebbe ricevuto dal clan dei Lampada Giancarlo Giusti, l’ex giudice del Tribunale di Palmi arrestato questa mattina nell’ambito di un’inchiesta della Dda milanese sulla ‘ndrangheta. Il magistrato, già sospeso dal Csm, è accusato di corruzione con l’aggravante di aver favorito l’associazione mafiosa. Secondo quanto riportato nell’ordine di custodia cautelare firmato dal gip di Milano Giuseppe Gennari, su richiesta dei pm Ilda Boccassini e Paolo Storari, il giudice è stato tratto in arresto perché “come magistrato in servizio prima presso il Tribunale di Reggio Calabria e poi presso il Tribunale di Palmi, al fine di compiere e per avere compiuto atti contrari al dovere d’ufficio, in palese violazione dei principi di imparzialità, probità e indipendenza tipici della funzione giudiziaria, si metteva a disposizione di Giulio Lampada”.

Dopo aver esaminato il diario telematico del giudice, il gip scrive inoltre che “il quadro complessivo che emerge è deprimente”. E spiega: “le pagine di diario riportate sono solo una quota parziale (e quelle mancanti non sono certo meglio). Ma tutte propongono gli stessi temi ricorrenti: ossessione per il sesso, per lo più a pagamento, esigenze economiche legate ad un tenore di vita sicuramente elevato, spasmodica ricerca di occasioni di guadagno parallele in operazioni immobiliari e di varia altra natura. Giusti appare come personaggio fragilissimo e, per costume di vita, esposto alla tentazione di condotte illecite. E quindi è comprensibile, dato gravissimo in termini di pericolosità sociale, aggiunge il gip- come egli ceda immediatamente ai richiami di Lampada che offre da subito donne pagate, divertimenti, affari, conoscenze utili. Stupefacente è la rapidità con cui Giusti si unisce a Lampada. A fine settembre 2008 i due si conoscono, il 6-8 ottobre Giusti è già a Milano nelle braccia di prostitute (e quindi è già compromesso con Lampada)…. Il tutto nel contesto di un rapporto personale assolutamente intimo, come attestato dalle numerose telefonate intercorse tra i due”.

Al giorno di domenica 21 settembre 2008, ad esempio, il giudice annota: “Va bene il convegno. Serata di venerdì pazzesca fra donne e vino. Notte di amore con Natascia, ubriachi cotti”. Per il venerdi del 10 ottobre successivo, invece, il giudice scrive: “Due giorni a Milano fra donne, amore, vino e affari. La squadra c’è e sembra funzionare. Due belle notti con Elisabetta, dolce ragazza russa”. Tutto a spese del clan, ovviamente.

Secondo quanto emerge nell’ordinanza, Giusti sarebbe stato socio occulto di una società che faceva riferimento al clan Lampada e che ‘puntava’ all’acquisto di immobili del valore di circa 300 mila euro attraverso aste immobiliari, aste di cui si occupava proprio lo stesso giudice nel periodo in cui era assegnato presso la sezione esecuzioni immobiliari di Reggio Calabria.

Nella società, però, il magistrato non avrebbe messo un centesimo e ora anche le spese di costituzione, come le cauzioni firmate per avere gli immobili, rientrano nel conteggio da 71.000 euro che gli inquirenti milanesi gli contestano. I Lampada, comunque, secondo quanto ricostruito, non sarebbero riusciti ad entrare in possesso di tutti gli immobili ‘desiderati’ per i quali avevano versato una cauzione da 27.000 euro.

Non è la prima volta che Giusti si trova sul banco degli imputati. Nel 2005, quando era giudice delle esecuzioni immobiliari del tribunale di Reggio Calabria, fu indagato per l’assegnazione di un immobile a una società del suocero. Allora fu sottoposto a procedimento disciplinare da parte del Csm, ma fu assolto: un perito aveva testimoniato a suo favore sostenendo che Giusti non sapesse che la società apparteneva al suocero. In passato al teste chiave, l’architetto Fabio Pullano, il giudice aveva assegnato consulenze per 300mila euro. Sulla vicenda l’Anm, il sindacato delle toghe, parla di fatti di gravità inaudita, che suscitano profondo sconcerto e indignazione”. L’Anm ribadisce che ”la magistratura è un corpo sano, in cui non esistono sacche di impunità, e al riguardo conforta la capacita’ dei magistrati di trovare essi stessi gli strumenti necessari per individuare e sanzionare con severita’, anche all’interno, ogni comportamento contrario alla legge”.

http://www.adnkronos.com/IGN/News/Cronaca/Ndrangheta-in-manette-giudice-di-Palmi-Escort-viaggi-e-denaro-in-regalo-dai-boss_313139742164.html

Pubblicato in ndrangheta | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento

Cosmai: il ricordo indelebile dell’uomo e del servitore dello Stato nelle parole della moglie e dei suoi figli

Mai più oblio sul sacrificio di Sergio Cosmai

Fabio Melia
L’omaggio della gente comune. Di quelle persone che, di fronte alla deposizione della corona d’alloro in memoria di Sergio Cosmai, sono usciti sui loro balconi per applaudire e ricordare. La toccante cerimonia s’è tenuta ieri mattina nel punto esatto in cui fu ucciso 27 anni fa l’allora direttore del carcere. Una celebrazione voluta dagli appassionati ragazzi di “Libera”, l’associazione che si batte affinché non vengano cancellati i morti innocenti provocati dalle mafie.
Cosenza, ieri, s’è inginocchiata di fronte alla moglie di Cosmai, Tiziana Palazzo, e ai suoi figli, Rossella e Sergio, quest’ultimo nato un mese dopo la morte del papà. Scuse tardive, ma doverose e necessarie. Pronunciate in mattinata dal prefetto Raffaele Cannizzaro e dal sindaco Mario Occhiuto, che hanno guidato il corteo accompagnati dai gonfaloni dei Comuni di Cosenza e Bisceglie, la località pugliese da cui provengono i Cosmai e i 60 membri della sezione di “Libera” appositamente giunti in Calabria. «La signora Tiziana e i figlioli – ha affermato il prefetto – hanno dovuto subire anche l’assenza, un dolore ancora più difficile da eliminare, un sentimento che ti accompagna nella vita. La consapevolezza di questo dolore per noi è monito e impegno. Cosenza oggi restituisce quello che un tempo ha tolto». «I sentimenti, che contraddistinguono questa giornata – ha sottolineato il primo cittadino bruzio – sono la gratitudine e la riconoscenza non solo per un servitore dello Stato, ma anche per un uomo colto e sensibile».
Nel pomeriggio s’è tenuto il “secondo tempo” dell’iniziativa, in una stracolma canonica della parrocchia di Santa Maria Madre della Chiesa. Il dibattito è stato coordinato da Sabrina Garofalo e Santa Pagani, animatrici di “Libera” a Cosenza e Bisceglie. Il primo intervento è toccato a Vittorio Fata, consigliere comunale nella città pugliese, che ha sottolineato un concetto importante: la criminalità organizzata, la ‘ndrangheta sono problemi che ci accomunano, da Nord a Sud, senza distinzioni. Poi ha preso la parola Mario Spagnuolo, procuratore a Vibo Valentia, il magistrato che con l’operazione Missing ha riaperto il caso Cosmai: «È inspiegabile il messaggio che mafia e ‘ndrangheta non ci sono a Cosenza. Non è vero! Non si può dimenticare il proprio passato». È stato quindi il turno di Filiberto Benevento, attuale direttore del carcere “Sergio Cosmai” di via Popilia: «Il suo ricordo è rimasto scolpito nella memoria dei dipendenti». Gli occhi di tutti, però, erano puntati sulla famiglia Cosmai. Loro, in questi anni, hanno scelto un basso profilo in linea con un carattere riservato che era proprio anche di Sergio. Tiziana Palazzo, la moglie, è intervenuta consapevole dell’importanza della memoria, decidendo di condividere il suo dolore. Nelle sue parole s’è intrecciata la commozione per ciò che le è stato tolto e l’indignazione di chi non ha ancora avuto giustizia. Uno sforzo interiore durissimo, perché la sua giovinezza è stata devastata nel bel mezzo di quello che doveva essere un momento felice. Era incinta, stava per arrivare un bimbo che si sarebbe dovuto chiamare Antonio come il nonno. Suo marito non sapeva come dirlo agli amici più cari, ma poi prese coraggio. E disse: “Tiziana è leggermente incinta”. Un momento ricordato con le lacrime miste a un sorriso dal signor Mammolenti, nel 1985 giovane ragioniere del carcere. Frase che ha risuonato come un monito: Sergio Cosmai era e rimane un uomo, fatto di carne, ossa, sangue e sentimenti. Un uomo ucciso barbaramente, non solo un nome dato a una strada e di un carcere. È intervenuto anche Arcangelo Badolati, caposervizio della redazione cosentina di Gazzetta.
Rossella Cosmai, quel 12 marzo del 1985, stava aspettando suo papà all’asilo. Aveva solo due anni e mezzo e la sua vita stava per cambiare irrimediabilmente. Oggi è una donna sposata, è laureata in giurisprudenza e vorrebbe fare il magistrato. Alla giustizia – lo ha sottolineato quella splendida e “tosta” mamma che si ritrova – lei ci crede. Così come ci crede quel fratello un po’ più piccolo, Sergio, che oggi fa il grafico. La sua somiglianza con il padre è evidente. Non lo ha mai potuto conoscere, e l’assenza ha rappresentato la cifra della sua vita. Ieri però sfoggiava orgoglioso la maglietta di “Libera”, tenendo per mano una bella ragazza con lo stesso capo d’abbigliamento ben in vista: «Grazie a questa iniziativa, la più importante perché celebrata proprio sul luogo dell’agguato, attraverso i racconti io posso capire realmente come era mio padre. Oggi se mi guardo allo specchio riesco a ricostruire un passato che non c’è stato». La ‘ndrangheta ha spezzato l’esistenza di suo papà, ma non ha potuto fare nulla di fronte all’esempio civile di Sergio Cosmai. Un uomo.
Il mistero dei settanta milioni spediti a Bari In secondo grado i killer vennero assolti. I fratelli Notargiacomo dopo il pentimento confessarono il delitto

Arcangelo Badolati
La controversa storia processuale del delitto Cosmai. La ricostruzione dell’assassinio del direttore del carcere venne valutato, tra primo grado e appello, in modo diametralmente opposto dalla magistratura pugliese. I giudici baresi furono chiamati ad esaminare la vicenda perché, ormai agonizzante, Sergio Cosmai venne trasferito dalla Calabria a Bisceglie, sua città d’origine, dove morì il 13 marzo del 1985. Sulla base delle indagini condotte dalla squadra mobile di Cosenza, diretta da Nicola Calipari, finirono a giudizio Dario e Nicola Notargiacomo, Stefano e Giuseppe Bartolomeo. Contro di loro una montagna di indizi e la coraggiosa testimonianza di un ragazzino di undici anni, che poi ritratterà in dibattimento, cui si aggiungeranno le deposizioni di altre due persone che videro i killer camuffarsi prima dell’agguato.
In primo grado gli esecutori del crimine saranno condannati all’ergastolo sulla base di indizi ritenuti «univoci e concordanti». In seconda istanza, invece, saranno clamorosamente assolti per «insufficienza di prove».
Dieci anni dopo, il 26 novembre del 1996, durante la celebrazione del maxiprocesso “Garden” che vedeva alla sbarra i principali esponenti della criminalità organizzata, Mario Pranno, un tempo a capo di un temuto gruppo delinquenziale, disse testualmente in aula: «Consegnammo settanta milioni ai fratelli Bartolomeo. Servivavano a risolvere le loro cose».
In che senso? – chiese il pm di udienza Stefano Tocci – .
«In quel momento attendevano di essere giudicati in appello per l’omicidio del direttore Cosmai…». Ed i soldi, specificherà subito dopo l’ex boss «Non servivano a pagare gli avvocati, né a sostenere le famiglie dei detenuti».
Il 14 gennaio del 1997 – sempre durante il “Garden” – il pentito Franco Garofalo, ex “azionista” della ‘ndrangheta locale, concluse la sua deposizione parlando della stessa intricata storia. «Per aiutare i fratelli Bartolomeo – dirà il collaboratore – condannati all’ergastoolo in primo grado per l’omicidio Cosmai, fu cacciata una certa somma data a una persona di Bari». A chi? Nessuno è mai riuscito a scoprirlo. Gli assassini del povero direttore Cosmai sono alla fine rimasti impuniti. I fratelli Bartolomeo sono stati uccisi e sciolti nell’acido. In favore dei germani Notargiacomo, che pure hanno confessato da pentiti la paternità del delitto, è intervenuto il passaggio in giudicato della sentenza di assoluzione incassata a Bari. Nel nostro ordinamento, infatti, la revisione dei processi è prevista solo pro bona partem. Il processo d’appello venne insomma “aggiustato”? Tiziana Palazzo, vedova Cosmai, l’ha lasciato intendere durante la manifestazione di commemorazione organizzata ieri da “Libera”. Non vi sono, però, in tal senso riscontri giudiziari. Le indagini avviate sul presunto “aggiustamento” sono state archiviate. A tanti anni di distanza rimangono solo quelle dichiarazioni rese, in tempi diversi, da Pranno e Garofalo.
«Ai giudici chiediamo – ha detto Tiziana Palazzo – di perseguire verità e giustizia perché questo è il loro compito. Gli assassini e i mandanti dell’omicidio di Sergio emisero per noi una sentenza: fine pena mai. E noi la stiamo scontando tutta e nessuno e niente potrà mai concederci tregua».
Pubblicato in ndrangheta | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Condannata la Cupola della ‘ ndrangheta calabrese

Processo «Crimine» 94 riconosciuti colpevoli, 34 assolti. Dieci anni a Domenico Oppedisano, considerato il capo

REGGIO CALABRIA – Un’ organizzazione verticistica con un unico capo. È la nuova struttura della ‘ ndrangheta quella che viene fuori con la sentenza Crimine: 94 condanne e 34 assoluzioni. L’ organizzazione criminale calabrese ha mutuato il modello siciliano di Cosa Nostra. Un capo, che nella nomenclatura dell’ organizzazione è detto capo crimine e tre sub strutture di coordinamento (mandamenti), che hanno competenze in tre aree territoriali: la jonica, la tirrenica e Reggio Calabria centro. A capo della Cupola della provincia di Reggio Calabria c’ era Domenico Oppedisano, esponente delle ‘ drine di Rosarno, condannato ieri a dieci anni di carcere, la metà di quelli richiesti dal procuratore aggiunto Nicola Gratteri nel corso della requisitoria. La pena più alta, 14 anni e 8 mesi è stata inflitta invece a Giuseppe Commisso di Siderno («u mastru»). La sua lavanderia era il luogo d’ incontro di boss provenienti anche dall’ America, dall’ Australia, dalla Svizzera e dalla Germania. I magistrati della dda di Reggio Calabria e Milano che a luglio del 2010 portarono in carcere, con l’ operazione Crimine e Infinito, circa 300 persone, avevano richiesto per i 120 imputati, giudicati con il rito abbreviato, pene per 1.600 anni di carcere. Il gup Minutoli, magistrato che si occupa di civile – ma per l’ occasione «prestato» al penale dopo le rinunce di molti suoi colleghi per incompatibilità – ha stravolto le richieste sino a dimezzarli per un totale di 568 anni di carcere, concedendo a molti imputati le attenuanti generiche. Le condanne hanno raggiunto il gotha delle ‘ drine calabresi che la sentenza di ieri ha riunito sotto il comando di Domenico Oppedisano, 81 anni, il più longevo capo crimine della storia della ‘ ndrangheta. Un uomo d’ altri tempi, un patriarca, ma non una leggenda. Il processo Crimine ha accertato che questo anziano capo, di professione agricoltore, avrebbe dovuto rappresentare la garanzia più totale per le cosche reggine. La sua investitura avvenne il 19 agosto del 2009 durante il matrimonio tra Elisa Pelle – figlia di Giuseppe e nipote di Antonio, detto «Gambazza», il vecchio capo Crimine di San Luca morto per cause naturali nel suo letto – e Giuseppe Barbaro, il rampollo dell’ omonimo casato di Platì. La scelta di Oppedisano è stata poi ratificata a Polsi, nel corso della festa della Madonna della Montagna, luogo simbolo per gli incontri tra i capi delle più blasonate famiglie di ‘ ndrangheta. Il procuratore della Repubblica di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone che già domani lascerà il suo incarico per assumere il comando della procura di Roma, commentando la sentenza, ha parlato di «un’ ulteriore conferma» del lavoro condotto in questi anni dalla procura. Carlo Macrì

Pagina 18
(9 marzo 2012) – Corriere della Sera

http://archiviostorico.corriere.it/2012/marzo/09/Condannata_Cupola_della_ndrangheta_calabrese_co_8_120309019.shtml

‘ndrangheta. Operazione “Il Crimine”, 90 condanne a Reggio Calabria

(mi-lorenteggio.com) Reggio Calabria, 08 marzo 2012 – Trecento arresti tra la Calabria e il Nord Italia il 13 luglio 2010 fu il risultato del lavoro di Carabinieri e Polizia contro la ’ndrangheta nell’operazione soprannominata “Il Crimine”, (“infinito” quella lombarda).

Impegnati allora per il blitz 3000 uomini: gli arrestati erano accusati di associazione di tipo mafioso, traffico di armi e stupefacenti, omicidio, estorsione, usura ed altri gravi reati.

Secondo gli investigatori l’indagine ha messo in evidenza una direzione strategica nella città di Reggio Calabria, cui farebbero capo i «mandamenti» della ’ndrangheta della provincia e quelli del nord Italia e dell’estero, dalle Americhe all’Australia. In pratica è stato colpito lo schema organizzativo della mafia calabrese, mutuato dalla mafia siciliana.

Oggi, si  è concluso il processo di primo grado, con rito abbreviato,  dell’operazione ”Il Crimine”, con una novantina di condanne e 34 assoluzioni. La DDA aveva chiesto la condanna di 108 imputati a pene superiori ai dieci anni. La condanna più alta è stata di 14 anni e otto mesi.
Alla lettura della sentenza nell’aula bunker di Reggio Calabria erano presenti i procuratori aggiunti Michele Prestipino e Nicola Gratteri, e i sostituti Antonio De Bernardo, Maria Luisa Miranda e Giovanni Musarò.

“La sentenza odierna del Gup di Reggio Calabria riconosce l’esattezza della ricostruzione della struttura e degli assetti della ‘ndrangheta, quale emersa dall’indagine Crimine condotta dalle Dda di Reggio Calabria e di Milano” come riporta in una nota della Procura di Reggio Calabria.

“Il Giudice riconosce infatti – aggiunge la nota – l’esistenza della ‘ndrangheta quale organizzazione unitaria, articolata su una struttura complessa, governata da un organo di vertice e radicata in Calabria e con estensioni fino oltre oceano. La sentenza ribadisce quanto sul punto era già stata affermato da altre importanti decisioni pronunciate dal Gup di Milano il 19 novembre 2011 e da quello di Reggio Calabria il 15 giugno 2011. Riconoscendo, insieme a queste decisioni, l’unitarietà dell’organizzazione ‘ndrangheta e l’esistenza di un organismo di vertice, la sentenza di oggi costituisce un dirompente elemento di novità e rappresenta un fondamentale passaggio nell’azione di contrasto alla ‘ndrangheta in Calabria e ovunque essa abbia messo radici. Va aggiunto, inoltre, che il GUP ha riconosciuto la responsabilità di 94 imputati, condannando, in particolare, tutti i principali esponenti delle cosche calabresi”.

Lo scorso 20 novembre 2011, invece, il gup di Milano, a conclusione del maxiprocesso, scaturito dall’operazione “Infinito”, condannò 110 su 119 presunti affiliati alla ‘ndrangheta a pene fino a 16 anni. L’operazione “Infinito” è la parte lombarda dell’operazione “Il Crimine”, della DDA di Reggio Calabria. La ‘ndrangheta è ritenuta essere la più potente organizzazione criminale d’Italia.

Nel corso delle indagini, venne ricostruita l’organizzazione verticistica della mafia calabrese in Lombardia e la divisione del territorio lombardo in “locali”, tutte collegate tra loro, e con un unico vertice, che, però, fa capo alla Calabria. L’operazione fu paragonata all’inchiesta “I fiori della notte di San Vito”. Così, le indagini portarono a definire l’esistenza de “La Lombardia” e di una “Camera di Controllo” deputata al raccordo tra strutture lombarde e calabresi.

I locali sono: Milano, Pavia, Bollate (Mi), Cormano (Mi), Bresso (Mi), Limbiate (Mb), Solaro (Mb), Pioltello (Mi), Corsico (Mi), Desio (MB), Seregno (Mb), Rho (Mi), Legnano (Mi), Mariano Comense (Co), Erba (Co), Canzo (Co).
Anche la sentenza del gup di Milano Roberto Arnaldi confermò in pieno l’impianto accusatorio della DDA di Milano, guidata da Ilda Boccassini, sull’esistenza di una ‘cupola’ lombarda dell’ndrangheta, con infiltrazioni nel mondo imprenditoriale ed istituzionale.

http://www.mi-lorenteggio.com/news/16589

Operazione “crimine”, duro colpo alla ‘ndrangheta milanese: emesse 90 condanne

Il gup di Reggio Calabria ha anche assolto 34 persone. La procura aveva chiesto pene più severe: “Ma l’impianto accusatorio è stato confermato”

13:23 – Arriva a Reggio Calabria il verdetto per il processo contro la ‘ndrangheta, con rito abbreviato, riguardante l’operazione Crimine. Una novantina di condanne e 34 assoluzioni: la condanna più alta, 14 anni ed otto mesi, è stata inflitta a Giuseppe Commisso. Domenico Oppedisano, ritenuto il “capo crimine” ha avuto 10 anni. La Dda aveva chiesto la condanna di 108 imputati a pene superiori ai dieci anni e per Oppedisano aveva chiesto 20 anni.

Le condanne inflitte dal gup Minutoli sono sensibilmente più basse rispetto a quelle richieste dalla Procura. Alla lettura della sentenza nell’aula bunker di Reggio Calabria c’erano i procuratori aggiunti Michele Prestipino e Nicola Gratteri, e i sostituti Antonio De Bernardo, Maria Luisa Miranda e Giovanni Musarò.

La procura: “Riconosciuta la struttura mafiosa”
“La sentenza odierna del Gup di Reggio Calabria riconosce l’esattezza della ricostruzione della struttura e degli assetti della ‘ndrangheta, quale emersa dall’indagine Crimine condotta dalle Dda di Reggio Calabria e di Milano”. Lo si legge in una nota della Procura di Reggio Calabria.

“Il Giudice riconosce infatti – aggiunge la nota – l’esistenza della ‘ndrangheta quale organizzazione unitaria, articolata su una struttura complessa, governata da un organo di vertice e radicata in Calabria e con estensioni fino oltre oceano. La sentenza ribadisce quanto sul punto era già stata affermato da altre importanti decisioni pronunciate dal Gup di Milano il 19 novembre 2011 e da quello di Reggio Calabria il 15 giugno 2011. Riconoscendo, insieme a queste decisioni, l’unitarietà dell’organizzazione ‘ndrangheta e l’esistenza di un organismo di vertice, la sentenza di oggi costituisce un dirompente elemento di novità e rappresenta un fondamentale passaggio nell’azione di contrasto alla ‘ndrangheta in Calabria e ovunque essa abbia messo radici. Va aggiunto, inoltre, che il GUP ha riconosciuto la responsabilità di 94 imputati, condannando, in particolare, tutti i principali esponenti delle cosche calabresi”.

Operazione Il crimine: decapitati i vertici della ‘ndrangheta settentrionale

Quì nomi e foto degli arrestati

Quì il video della consacrazione del Boss a Polsi

Post precedenti sulla ‘ndrangheta lombarda:
‘Ndrangheta a Milano, Torino, Mantova, Monza, Bordighera (4 luglio 2010)
Altri articoli per comprendere meglio il fenomeno-’ndrangheta a Milano (24 maggio 2010)
All’ombra della Madonnina (di Polsi) (19 maggio 2010)
‘Ndrangheta e corruzione, a Trezzano sul Naviglio arrestati politici di Pd e Pdl (7 aprile 2010)
Operazione ghibli: la mafia è ormai ramificata in tutta Italia (24 aprile 2009)
‘Ndrangheta/24: Colonizzazioni – Lombardia/1
‘Ndrangheta/25: Colonizzazioni – Lombardia/2
‘Ndrangheta/26: Colonizzazioni – Lombardia/3
‘Ndrangheta/27: Colonizzazioni – Lombardia/4
Ndrangheta magic moment (16 agosto 2008)

Link ad articoli esterni:
‘Ndrangheta: operazione Centauro (20 gennaio 2009)
‘Ndrangheta in Lombardia, 139 anni di condanne (21 febbraio 2009)

Pubblicato in ndrangheta | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento