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	<title>Ndrangheta</title>
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	<description>Dal Messico alla Russia passando per Reggio, la mafia calabrese è diventata la più potente del mondo drogando l&#039;economia. E&#039; la notte della legalità. E la questione meridionale è sempre attuale.</description>
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		<title>Archivio &#8216;Ndrangheta n. 4: Ligato e la politica</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Feb 2012 17:11:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mafia e politica]]></category>
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		<description><![CDATA[a tre anni dall&#8217; omicidio dell&#8217; ex presidente delle Ferrovie gli sviluppi nell&#8217; indagine portano verso l&#8217; intreccio mafia politica delitto Ligato, luce sui mandanti? forse una svolta ma il giudice nega gli avvisi di garanzia. il sostituto procuratore di &#8230; <a href="http://logga.me/ndranghetanews/2012/02/18/archivio-ndrangheta-n-4-ligato-e-la-politica/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>a tre anni dall&#8217; omicidio dell&#8217; ex presidente delle Ferrovie gli  sviluppi nell&#8217; indagine portano verso l&#8217; intreccio mafia politica</h4>
<h2>delitto Ligato, luce sui mandanti?</h2>
<h5>forse  una svolta ma il giudice nega gli avvisi di garanzia. il sostituto  procuratore di Reggio Calabria sarebbe giunto alla fase conclusiva dell&#8217;  inchiesta sull&#8217; omicidio di Ligato Lodovico. coinvolte le cosche  reggine</h5>
<p>DAL NOSTRO INVIATO REGGIO CALABRIA . Politica e &#8216;  ndrangheta, sedute attorno a un tavolo per emettere una sentenza di  morte. E la notte del 26 agosto 1989. Lodovico Ligato, presidente delle  Ferrovie, e&#8217; massacrato. Finisce al cimitero. Sono passati piu&#8217; di tre  anni. E le indagini a che punto sono? Improvvisamente, anche sulla scia  della trasmissione televisiva &#8220;Telefono giallo&#8221;, parlano giudici,  investigatori, esperti. L&#8217; ennesimo polverone. Oggi si e&#8217; scoperto che  il sostituto procuratore di Reggio Calabria sarebbe arrivato alla fase  conclusiva dell&#8217; inchiesta. Un crogiuolo di interessi mafiosi, di grandi  business che hanno alla radice migliaia di miliardi dello Stato per  risollevare dalla miseria la Calabria e, in particolare, la provincia di  Reggio. E un uomo, Ligato, che improvvisamente decide di far rientro  nella politica e riprendere in mano il Palazzo comunale. Un vero centro  di affari illegali, come dimostra lo scandalo, di qualche mese fa, di  &#8220;Tangentopoli&#8221;. Ora sarebbero stati notificati alcuni avvisi di garanzia  a presunti mandanti dell&#8217; omicidio. In parte mafiosi, in parte uomini  politici, un tempo vicini a Ligato. Uomini che l&#8217; ucciso conosceva bene.  L&#8217; inchiesta vive una delicatissima fase. Il sostituto procuratore  Bruno Giordano non apre bocca. Smentisce tutto. Ma le investigazioni  parlano di &#8220;importanti sviluppi&#8221; e di un impulso recente, ad opera di  alcuni pentiti. I mandanti dell&#8217; omicidio avrebbero cosi&#8217; un nome e un  cognome. E sarebbe ben chiara la motivazione del delitto. Come ci spiega  proprio un detective di Stato: &#8220;Siamo arrivati a capire probabilmente  il contesto degli interessi in gioco. Una partita giocata con la morte&#8221;.  E di quali interessi si tratta? Qui entrano di prepotenza le cosche  reggine. Perche&#8217; nessun grosso affare si fa a Reggio . e questo accade  pure oggi . senza il consenso della &#8216; ndrangheta. Un esercito di killer e  di capibastone, ben descritto nelle centinaia di processi che da anni  si svolgono nei fatiscenti palazzi di giustizia della regione. Nessuna  novita&#8217; , invece, per l&#8217; identificazione dei killer. Si parla di un  biondino, di due assassini, i cui identikit di frequente sono esposti  sui parabrezza delle macchine della polizia o nelle bacheche delle  caserme dei carabinieri. Cosa dicono, in sostanza, gli elementi dell&#8217;  indagine, piu&#8217; significativi, sinora acquisiti? La decisione di uccidere  Ligato sarebbe maturata come effetto di una scelta personale: il  rientro nella politica attiva. Cioe&#8217; il ritorno a Reggio dopo le  dimissioni da presidente delle Ferrovie. Ma che ragione aveva Ligato per  dimettersi? Una sola. Ed e&#8217; il filone dell&#8217; inchiesta. La pressione  degli ambienti politici locali e delle cosche. Per una sorta di  &#8220;regolamento di conti&#8221;. Sulla scia di una considerazione: impegni presi e  non mantenuti. Forse Ligato antesignano di Lima? Esiste pure l&#8217; ipotesi  contraria, come il rovescio di una medaglia. Se Ligato fosse rientrato a  Reggio avrebbe influenzato negativamente, forse &#8220;rotto&#8221;, quegli  equilibri nuovi che dopo la sua partenza per Roma si erano consolidati.  Due piste per un&#8217; indagine. Due solchi da approfondire. E i risultati, a  tre anni dal delitto? A Reggio . e questo e&#8217; un fatto importante per  capire l&#8217; omicidio . decine di amministratori comunali sono stati  spazzati dal vento di &#8220;Tangentopoli&#8221;. Intreccio &#8216; ndrangheta.politica. E  qualche rivolo di inchiesta potrebbe esser finito tra le pagine scritte  dal sostituto Giordano. Ovviamente, com&#8217; e&#8217; nella prassi giudiziaria,  nessuna conferma. Un&#8217; altra considerazione accredita le ipotesi degli  investigatori: la pistola utilizzata e&#8217; una Glock austriaca che sarebbe  stata usata per due omicidi nel Reggino contro uomini del clan De  Stefano. Un&#8217; organizzazione criminale che ha combattuto una lunghissima  guerra per il controllo della citta&#8217; , contro la famiglia Imerti.  Ligato, ucciso, quindi, nello scontro tra fazioni politiche e clan  mafiosi. Si e&#8217; parlato del delitto anche come questione &#8220;privata&#8221;,  &#8220;familiare&#8221;. Si e&#8217; scritto di tutto. Pure di tangenti finite in Puglia.  Come di un&#8217; arma usata dai servizi segreti, quasi un giocattolo di  plastica. La moglie ha visto in faccia i killer. Ligato non era scortato  perche&#8217; da anni, secondo la Digos, non si occupava piu&#8217; di politica.  Un&#8217; analisi quantomai superficiale. Perche&#8217; proprio per la &#8220;politica  impossibile&#8221; Ligato probabilmente e&#8217; stato ucciso. Adriano Baglivo</p>
<p><strong>Pagina 17</strong></p>
<p>(5 novembre 1992) &#8211; Corriere della Sera</p>
<p><strong><a href="http://archiviostorico.corriere.it/1992/novembre/05/delitto_Ligato_luce_sui_mandanti_co_0_9211056052.shtml">http://archiviostorico.corriere.it/1992/novembre/05/delitto_Ligato_luce_sui_mandanti_co_0_9211056052.shtml</a></strong></p>
<h4>ricostruiti i moventi del delitto</h4>
<h2>&#8221; una torta di 1200 miliardi &#8220;</h2>
<h5>l&#8217; intreccio politico e mafioso e l&#8217; importanza del fiume di denaro degli appalti da spartire sarebbero stati i moventi dell&#8217; uccisione di Ligato Lodovico, secondo il magistrato Bruno Giordano</h5>
<p>REGGIO CALABRIA . Dottor Giordano, che ruolo ha avuto l&#8217; intreccio politico.mafioso nel delitto Ligato? &#8220;Un ruolo principale. Ligato e&#8217; stato assassinato perche&#8217; avrebbe potuto rompere gli equilibri saldati tra politici e mafiosi. La citta&#8217; di Reggio e&#8217; stata governata in questi ultimi anni da un gruppo di potere che decideva di volta in volta sia le scelte politiche, sia la gestione dei finanziamenti&#8221;. . Era una presenza verticistica o schieramenti politico.mafiosi? &#8220;Una cupola vera e propria, formata da Battaglia, Quattrone, Nicolo&#8217; e Palamara: affiancati nelle loro scelte da esponenti delle cosche vincenti. Era stata costituita una societa&#8217; di servizi, l&#8217; Aurion, proprio per gestire i 1200 miliardi che dovranno finanziare opere pubbliche a Reggio Calabria&#8221;. . E il ruolo della &#8216; ndrangheta? &#8220;Soprattutto le cosche vincenti, Condello.Ferraino, erano interessate a questo fiume di denaro. Circa 200 miliardi, dei 1200, sarebbero andati nelle loro tasche. L&#8217; accordo politico mafioso era stato sottoscritto nel 1989. Anno in cui la cosca dei Condello.Imerti, aveva decimato gli avversari De Stefano&#8221;. . Ma Ligato aveva avuto agganci o con la &#8216; ndrangheta nel passato? &#8220;Non in maniera diretta. Gli ottantamila voti di preferenza ottenuti erano si&#8217; frutto di amicizie con i De Stefano ma la cosca era subalterna al personaggio&#8221;. . Invece oggi cosa e&#8217; successo? &#8220;I politici arrestati erano manovrati dalle cosche. Era la &#8216; ndrangheta che si serviva dei politici e non viceversa&#8221;. . Con che mezzi Ligato poteva entrare nelle sfere spartitorie? &#8220;Attraverso le sue societa&#8217; . Circa trenta, sparse in Italia e all&#8217; estero. Pensi che Ligato era interessato, assieme all&#8217; imprenditore napoletano Maiello, alla costruzione di un impianto aeroportuale a Cortina d&#8217; Ampezzo&#8221;. Bruno Giordano si congeda: lascera&#8217; Reggio per trasferirsi a Palmi come presidente di Corte d&#8217; Assise. Carlo Macri&#8217;</p>
<p>Macri&#8217; Carlo</p>
<p><strong>Pagina 3</strong><br />
(3 dicembre 1992) &#8211; Corriere della Sera</p>
<p><strong><a href="http://archiviostorico.corriere.it/1992/dicembre/03/una_torta_1200_miliardi__co_0_92120317847.shtml">http://archiviostorico.corriere.it/1992/dicembre/03/una_torta_1200_miliardi__co_0_92120317847.shtml</a></strong></p>
<h4>&#8221; alfa &#8221; e &#8221; delta &#8221; , così li ha soprannominati il magistrato, i pentiti che hanno consentito di fare luce sull&#8217; agguato</h4>
<h2>i politici ordinarono: uccidetelo</h2>
<h5>l&#8217; ex presidente delle Ferrovie Ligato Lodovico era divenuto ingombrante e pericoloso. per la sua uccisione 11 arresti, tra cui Battaglia Pietro, 62 anni, Quattrone Franco, 51 anni, Nicolo&#8217; Giuseppe, 68 anni, Palamara Giovanni, 54 anni, presunti mandanti, e il sicario Lombardi Giuseppe detto &#8221; Cavallino &#8221; , 26 anni, mentre e&#8217; latitante l&#8217; altro killer Rosmini Natale detto Pluis, 27 anni</h5>
<p>DA UNO DEI NOSTRI INVIATI REGGIO CALABRIA . Speravano di averlo sepolto sotto un mucchio di intrighi che nessuno sarebbe mai riuscito a districare. Erano convinti che in quel labirinto di affari, vendette ed ambizioni si sarebbe perso anche il piu&#8217; caparbio dei magistrati. Credevano, insomma, che quello di Lodovico Ligato sarebbe rimasto uno dei tanti cadaveri eccellenti dimenticati. E che loro, gli intoccabili, avrebbero succhiato quel fiume di miliardi fino all&#8217; ultima goccia, regalandosi a vicenda appalti e voti. Chi avrebbe mai osato alzare gli occhi al cielo della politica? Chi, a Reggio Calabria, si sarebbe azzardato a scardinare la porta del caveau dove erano custoditi i segreti di amministrazioni corrotte e legate alle cosche? Contavano su questo, i quattro politici accusati di aver ordinato l&#8217; assassinio di Ligato. E lo stesso calcolo avevano fatto i loro compari mafiosi, pronti ad impugnare le pistole per eseguire gli ordini venuti dall&#8217; alto. C&#8217; e&#8217; voluta la testardaggine di un magistrato, il sostituto procuratore Bruno Giordano, per mandare all&#8217; aria i progetti di questa &#8220;cupola&#8221; criminale dove, per la prima volta, spunta il famigerato &#8220;terzo livello&#8221; di un&#8217; organizzazione malavitosa. Sono 11, in tutto, gli ordini di custodia firmati grazie al lavoro delle forze dell&#8217; ordine ed al contributo investigativo della Dia. Soltanto 4 i latitanti. In prima fila, i politici: Pietro Battaglia, 62 anni, dc, ex parlamentare ed ex sindaco di Reggio, gia&#8217; arrestato nell&#8217; inchiesta sulle tangenti; Franco Quattrone, 51 anni, anche lui dc, ex deputato ed ex segretario regionale, coinvolto nella mazzette.story; Giuseppe Nicolo&#8217; , 68 anni, dc, da sempre vicino a Misasi; Giovanni Palamara, 54 anni, socialista, ex vice presidente del consiglio regionale, piu&#8217; volte al centro delle indagini su politica e &#8216; ndrangheta. Sarebbero stati loro a commissionare il delitto in pieno accordo con lo stato maggiore della cosca Imerti.Condello.Serraino, uscita vincente dalla guerra contro il clan dei De Stefano. A svelare la trama dell&#8217; intreccio, a scioglierne i nodi piu&#8217; complessi, sono stati due pentiti che gli inquirenti chiamano &#8220;Alfa&#8221; e &#8220;Delta&#8221;. Sono &#8220;voci di dentro&#8221; sbocciate dal cuore della mafia calabrese: le loro confessioni, pochi mesi fa, avrebbero segnato la svolta decisiva del &#8220;giallo&#8221;. Ma per saperne di piu&#8217; occorre tener d&#8217; occhio quanto accadde nel 1989. A Reggio stanno per piovere 1200 miliardi destinati alla realizzazione di opere pubbliche come l&#8217; aeroporto, il centro direzionale e la metanizzazione. Antonino Imerti, detto &#8220;nanu feroce&#8221;, ha fatto piazza pulita della famiglia De Stefano, con una guerra costata 700 morti da entrambe le parti. Anche gli schieramenti politici sono definiti dopo anni di battaglie. I commensali, dunque, sono pronti al banchetto. Ma all&#8217; improvviso appare Lodovico Ligato. Lui, il cronista di provincia arrampicatosi in cima alla politica nazionale, il presidente delle Ferrovie travolto dallo scandalo delle lenzuola d&#8217; oro, a cinquant&#8217; anni suonati torna a Reggio. Dovrebbe essere un uomo sconfitto, condannato a vivere lontano dalla scena pubblica. Ma non e&#8217; cosi&#8217; . Quei 1200 miliardi fanno gola anche a lui. E di cartucce da sparare, l&#8217; ex deputato democristiano, ne ha piu&#8217; di una. Conta sulla vecchia amicizia con il clan De Stefano, che con il suo aiuto potrebbe risorgere dalla polvere. Punta sulle 80 mila preferenze raccolte alle elezioni dell&#8217; 83. Ma, soprattutto, sa come costruire una rete di societa&#8217; piu&#8217; o meno fittizie con le quali catturare gli appalti. Fin quando lui sara&#8217; vivo, dunque, il banchetto non potra&#8217; cominciare. Ma come fare a liberarsi di un uomo deciso a tutto pur di risalire in quota? Non c&#8217; e&#8217; che una scelta: ucciderlo. Attenzione, pero&#8217; : Ligato conosce i sinistri anfratti del malaffare reggino e non bisogna spaventarlo. Cosi&#8217; , per un mese le armi tacciono. Poi, nella notte tra il 26 e 27 agosto, una grandinata di proiettili cancella l&#8217; ostacolo. L&#8217; ex deputato democristiano muore dinanzi alla sua villa di Bocale, una frazione di Reggio affacciata sul mare. Due killer sparano con tre pistole. Una di queste e&#8217; una &#8220;Glock&#8221; gia&#8217; usata per un precedente delitto commesso ai danni di alcuni sgherri dei De Stefano. E&#8217; la firma in calce all&#8217; assassinio di Ligato. Sara&#8217; quest&#8217; elemento a guidare le indagini e a condurre poi all&#8217; identificazione dei due sicari. Si tratta di Natale Rosmini, 27 anni, detto Pluis, che pero&#8217; e&#8217; riuscito a sfuggire all&#8217; arresto; e di Giuseppe Lombardi, 26 anni, soprannominato &#8220;Cavallino&#8221;. Ormai i padroni delle tessere ed i padrini della mala possono camminare tranquillamente a braccetto. Due giorni dopo l&#8217; omicidio, viene eletta la nuova giunta comunale guidata da Pietro Battaglia. &#8220;E&#8217; la risposta della citta&#8217; all&#8217; offensiva della mafia&#8221;, tuonano sindaco e assessori. Ma sulla tomba di Ligato non comincia altro che quel banchetto imbandito per mafiosi ed amministratori con i miliardi dello Stato. Enzo d&#8217; Errico</p>
<p><strong>Pagina 2</strong><br />
(3 dicembre 1992) &#8211; Corriere della Sera</p>
<p><strong><a href="http://archiviostorico.corriere.it/1992/dicembre/03/politici_ordinarono_uccidetelo_co_0_92120317851.shtml">http://archiviostorico.corriere.it/1992/dicembre/03/politici_ordinarono_uccidetelo_co_0_92120317851.shtml</a></strong></p>
<h2>Mancini: sono sconvolto. le colpe stanno a Roma</h2>
<h5>reazioni all&#8217; arresto del socialista Giovanni Palamara e dei 3 democristiani per l&#8217; omicidio Ligato</h5>
<p>ROMA . &#8220;In realta&#8217; le segreterie nazionali non hanno mai voluto sapere davvero cosa succede a Reggio Calabria. L&#8217; hanno sempre considerata soprattutto un grosso serbatoio di voti&#8221;. Giacomo Mancini, l&#8217; anziano patriarca del Psi calabrese, picchia duro. E mette sotto accusa Roma. Stupito per gli arresti? &#8220;Sconvolto. Lo denunciavo da anni, il rapporto tra mafia e politica a Reggio. Ma che il legame fosse cosi&#8217; stretto e&#8217; una certezza sconvolgente&#8221;. Brutta botta per Dc e Psi, a dieci giorni dalle elezioni. &#8220;E&#8217; una brutta botta per tutti. Quel poco di democrazia che c&#8217; era a Reggio sta morendo. Questa campagna elettorale non avrebbero dovuto farla&#8221;. Cioe&#8217; ? &#8220;Insomma, questa svolta non era prevedibile. Ma gia&#8217; quello che era avvenuto, gli arresti per lo scandalo delle tangenti, avrebbe consigliato al prefetto di sciogliere il consiglio comunale in base alla norma antimafia&#8221;. Cosa sarebbe cambiato? &#8220;Avrebbe consentito un lungo periodo di commissariamento, con la possibilita&#8217; di tentare una ricucitura del tessuto democratico. Questa campagna l&#8217; avrei impedita. L&#8217; ho detto diverse volte al ministro degli Interni. Ma mi ha risposto che il prefetto era contrario, perche&#8217; c&#8217; erano tutte le condizioni, diceva lui, per un voto sereno. E mi ha detto che a Reggio non c&#8217; era una grave situazione di infiltrazione mafiosa nelle istituzioni&#8221;. Ma chi comanda a Reggio? &#8220;Questo e&#8217; il punto. Si tratta di capire se comandano i politici o i mafiosi. Io ho l&#8217; impressione che a prevalere sia la &#8216; ndrangheta&#8221;. E la classe politica? &#8220;Temo che sia subordinata&#8221;. I nomi l&#8217; hanno stupita? &#8220;Non tutti. Ho sempre detto che l&#8217; omicidio era maturato negli ambienti politici e mafiosi reggini. Ma onestamente dico che non avrei saputo disegnare l&#8217; identikit del politico capace di decidere un omicidio&#8230;&#8221;. Ma e&#8217; possibile che un ambiente politico locale degeneri cosi&#8217; , senza che Roma se ne accorga? &#8220;Le ripeto: Reggio Calabria chiama in causa le segreterie nazionali dei grandi partiti. Che avrebbero avuto l&#8217; obbligo, per quello che e&#8217; accaduto nel corso degli anni, di intervenire, di non accontentarsi, di tanto in tanto, di mandare un commissario&#8221;. L&#8217; hanno appena fatto di nuovo, no? &#8220;Certo, per la preparazione delle liste elettorali. I democristiani e anche i socialisti. Ma non servono a molto. La questione meridionale, e la questione reggina, sono gravi proprio perche&#8217; il Meridione e Reggio sono considerati solo dei grandi serbatoi di voti, nei quali Dc e Psi pescano a piene mani&#8221;. &#8230;E a Roma chiudono un occhio. &#8220;Tutti e due gli occhi. Davanti ai voti le segreterie nazionali sono soddisfatte. Poi magari ci sono le grane dovute alle rivalita&#8217; , ma sono considerate cose secondarie&#8221;. I morti no, pero&#8217; . &#8220;Bravo, tenga conto che negli ultimi anni a Reggio sono state ammazzate non so quante centinaia di persone. Centinaia di cadaveri, senza che Roma ne avesse quasi la percezione. Nemmeno il ministero degli Interni&#8221;. Vuol dire che i Forlani, gli Andreotti, i Craxi, quando venivano a Reggio, non si informavano sulle persone cui stringevano le mani? &#8220;Forlani, Andreotti, Craxi&#8230; Tutti. Insomma, questi qui erano i loro capicorrente locali. E&#8217; la stessa struttura interna dei partiti che comporta questa complicita&#8217; generale. Perche&#8217; questi sono quelli che poi ti portano i voti, le tessere, le vittorie ai congressi&#8221;. Un quadro agghiacciante. &#8220;E&#8217; cosi&#8217; , e&#8217; cosi&#8217; . Se uno va a vedere cosa e&#8217; stato detto negli ultimi anni in commissione antimafia&#8230; Altro che sorprese&#8230; Non dico che si trovano anche i nomi degli arrestati di ieri, pero&#8217; il quadro e&#8217; nettissimo&#8221;. Senza speranze? &#8220;La grande novita&#8217; e&#8217; la magistratura. Che si muove. Prima queste inchieste non venivano fatte&#8221;. Dove puo&#8217; portare questa inchiesta? &#8220;Tra gli arrestati ci sono uomini che possono portare a Roma&#8221;. Gian Antonio Stella</p>
<p><strong>Pagina 3</strong><br />
(3 dicembre 1992) &#8211; Corriere della Sera</p>
<p><strong><a href="http://archiviostorico.corriere.it/1992/dicembre/03/Mancini_sono_sconvolto_colpe_stanno_co_0_92120317460.shtml">http://archiviostorico.corriere.it/1992/dicembre/03/Mancini_sono_sconvolto_colpe_stanno_co_0_92120317460.shtml</a></strong></p>
<h4>grazie a due pentiti scoperto l&#8217; intreccio tra mafia e amministratori: manette anche ai killer del commando</h4>
<h2>poche parole ma chiare</h2>
<h5>arrestati a Reggio Calabria due ex sindaci dc e psi e altri due esponenti democristiani. il giudice: ordinarono l&#8217; omicidio del rivale scomodo. Scalfaro: i responsabili paghino</h5>
<p>A sentire Tommaso Buscetta, il piu&#8217; credibile e creduto dei &#8220;pentiti&#8221; nazionali, e&#8217; la mafia a servirsi dei politici e non viceversa. Sono i boss che, ora con le buone ora con le cattive, inducono i sindaci e gli assessori a offrire un appalto o a insabbiare un misfatto. Secondo gli esperti la &#8216; ndrangheta calabrese si e&#8217; sempre uniformata alle regole stabilite dagli &#8220;uomini di onore&#8221; che abitano al di la&#8217; dello Stretto. Ma da ieri siamo venuti a sapere che a Reggio Calabria e dintorni da tempo queste regole sono radicalmente cambiate. Non piu&#8217; i voti di scambio con altrettanti favori. Tra i boss e i rappresentanti dei partiti, tra i sindaci e i &#8220;capibastone&#8221; sono scomparsi gli ambigui contatti, le &#8220;intese&#8221; colte a volo e mai definite nei dettagli, e gli ammiccamenti che per secoli avevano consentito ai personaggi di rispetto di mantenere le distanze, evitare la compromissione e, volendo, addormentare la coscienza. Da ieri tutto e&#8217; cambiato. Dalla &#8220;contiguita&#8217; &#8221; (parola equivoca quant&#8217; altre mai) alla complicita&#8217; , che almeno ha il merito della chiarezza. Da ieri un sostituto procuratore ha ipotizzato, anzi formalizzato, seppure nei limiti di un&#8217; inchiesta preliminare, un sinistro &#8220;salto di qualita&#8217; &#8221; nei rapporti di affari gia&#8217; cosi&#8217; torbidi tra politici e criminalita&#8217; organizzata. Per anni e anni anche a Reggio Calabria, nella distribuzione degli appalti e nella assegnazione delle tangenti, si sono rispettate le regole di Milano e di tutte le altre citta&#8217; finora inquisite. Ma quando Ludovico Ligato, democristiano rampante, lascio&#8217; Roma per tornare nella citta&#8217; natale, secondo il magistrato, i capi della &#8216; ndrangheta, in pieno accordo con alcuni politici locali, invece di offrirgli un posto a tavola gli trovarono un loculo nel cimitero. La drastica decisione fu presa da personaggi importanti. Tra gli undici arrestati fanno spicco due ex sindaci, uno democristiano e uno socialista, e un deputato dc, segretario regionale del partito fino a quattro mesi fa, per poi assumere la presidenza della Camera di commercio. Finora i partiti coinvolti restano senza parole. E si puo&#8217; anche capire. Craxi, sabato scorso, nel festeggiare i primi cento anni del Partito socialista, si e&#8217; impegnato ad affrontare (e ovviamente a risolvere) la questione morale, economica e politica del Paese. Appena ieri, Martinazzoli ha parlato di se stesso come di &#8220;un segretario eletto per disperazione&#8221;, ma deciso a rianimare un partito in agonia. Dopo le notizie di Reggio, Craxi deve moltiplicare gli sforzi, se vuole onorare l&#8217; impegno. Martinazzoli deve aumentare, e non di poco, le sue riserve di coraggio. Come possono reagire a quest&#8217; ultima mazzata? Il Partito repubblicano ha proposto a Mancino di rimandare le elezioni amministrative previste a Reggio Calabria per il 13 dicembre, e ci sembra una proposta saggia. Ma in questa fatale domenica andra&#8217; alle urne, nel Nord e nel Sud, quasi un milione di italiani. Tanto Craxi quanto Martinazzoli, per quindici giorni avranno una vita ancora piu&#8217; dura del solito. La notizia, dice il calabrese Giacomo Mancini, e&#8217; di &#8220;inaudita gravita&#8217; &#8220;. Anzi l&#8217; ex segretario socialista fa capire che ci potrebbe essere un seguito addirittura terrificante. Ma una situazione che si sta facendo sempre piu&#8217; difficile va affrontata con sempre maggiore freddezza. Ne&#8217; a Craxi e tanto meno a Martinazzoli conviene mettersi sulla difensiva nella speranza che anche questa ennesima tempesta si scarichi. Dinanzi a sospetti e accuse ben piu&#8217; pesanti di quelli che ha gia&#8217; dovuto sopportare, la Dc non puo&#8217; limitarsi a contenere i danni. E i socialisti, finora i piu&#8217; colpiti ma anche i piu&#8217; compromessi, se tornano a lamentarsi della faziosita&#8217; dei giudici, corrono grossi rischi. Sarei il primo, questa volta, a rallegrarmi se un sostituto procuratore si fosse spinto troppo oltre per eccesso di zelo. L&#8217; inesperienza di un giovane non offusca il prestigio della magistratura; ma se nei partiti, gia&#8217; colmi di ladri, comincia a spuntare anche qualcosa di peggio&#8230; Per evitare uno scandalo dagli effetti devastanti, non resta che chiuderlo al piu&#8217; presto. Certamente Craxi e Martinazzoli sono stati colti di sorpresa, ma una volta scattato l&#8217; allarme, entrambi debbono impegnarsi a fondo per sapere come stanno le cose. In casi come questo il silenzio e&#8217; una prova di serieta&#8217; e di forza. Purche&#8217; seguano, al piu&#8217; presto possibile, parole coraggiose, convincenti e chiare. Gianfranco Piazzesi Dalla prima pagina</p>
<p><strong>Pagina 1</strong><br />
(3 dicembre 1992) &#8211; Corriere della Sera</p>
<p><strong><a href="http://archiviostorico.corriere.it/1992/dicembre/03/poche_parole_chiare_co_0_92120317880.shtml">http://archiviostorico.corriere.it/1992/dicembre/03/poche_parole_chiare_co_0_92120317880.shtml</a></strong></p>
<h4>le indagini sull&#8217; omicidio Ligato</h4>
<h2>Il giudice risponde a Martinazzoli: &#8220;per me le prove sono sufficienti&#8221;</h2>
<h5>il gip Ielasi replica al segretario DC che voleva conoscere le  carte processuali. il documento basato sulla deposizione di Licandro  delinea i rapporti tra i politici Battaglia, Quattrone, Nicolo&#8217; e  Palamara e i clan mafiosi delle cosche Rosmini, Condello, Serraino,  Imerti e Saraceno</h5>
<p>DAL NOSTRO INVIATO REGGIO CALABRIA .  &#8220;Pretendere di conoscere le carte processuali, quando ancora sono sotto  segreto istruttorio, e&#8217; un po&#8217; troppo&#8221;. Domenico Ielasi, il giudice  delle indagini preliminari che ha firmato gli ordini d&#8217; arresto dei 4  politici eccellenti e dei 7 esponenti della &#8216; ndrangheta accusati di  essere mandanti ed esecutori del delitto Ligato, risponde cosi&#8217; a  Martinazzoli, che da Bruxelles aveva dichiarato: &#8220;La Dc non si fa  processare in piazza. Prima dei giudizi, fuori le carte&#8221;.  Presumibilmente il segretario della Dc ha potuto leggere le 49 cartelle  del documento e, come molti altri, s&#8217; e&#8217; convinto che esso non dimostra  il collegamento diretto tra i presunti mandanti e gli esecutori del  delitto. Percio&#8217; Ielasi, al centro della polemica, chiarisce con  decisione: &#8220;Dopo 13 anni di attivita&#8217; processuale e penale, sono in  grado di valutare carte e situazioni&#8221;. L&#8217; obiezione e&#8217; semplice. Altri  elementi suffragano la sua certezza? &#8220;Se il pm e&#8217; in possesso di altri  elementi, non lo so. Le prove logiche e la &#8220;causale imponente&#8221; sono  state sufficienti per farmi accogliere le richieste d&#8217; arresto&#8221;. I  politici arrestati sono stati intanto interrogati dal gip, cui gli  avvocati hanno gia&#8217; presentato istanza di scarcerazione per mancanza di  indizi. In particolare l&#8217; avvocato Emilio Tommasini sottolinea che il  suo assistito, Franco Quattrone, e&#8217; stato interrogato per tre ore solo  sulle vicende politiche di Reggio e non sui fatti inerenti all&#8217; accusa  di concorso in omicidio. E rivela che l&#8217; ex segretario regionale dc ha  inviato richiesta scritta per essere &#8220;ascoltato&#8221; dal pg e dal  superprocuratore antimafia, Siclari. &#8220;L&#8217; onorevole Quattrone, che e&#8217;  anche avvocato, ha avvertito attorno a se&#8217; un fumus persecutorio, per  cui ritiene piu&#8217; opportuno che di questo delitto si occupino non i  magistrati di Reggio ma le istituzioni gerarchicamente piu&#8217; elevate&#8221;. Al  di la&#8217; delle schermaglie giuridiche, resta il macigno che l&#8217; inchiesta  ha fatto cadere sulla citta&#8217; , in procinto di votare per il rinnovo del  consiglio comunale. Un macigno che da una parte provoca proteste e  accuse di approssimazione ai giudici, da un&#8217; altra invece l&#8217; ansia di  conoscere gli sviluppi delle indagini. E difficile infatti &#8220;digerire&#8221; l&#8217;  ipotesi che le cosche mafiose, per anni in guerra tra loro, abbiano  agito da braccio armato di &#8220;cupole politiche&#8221; che decidevano come veri  vertici mafiosi contrapposti. Ma il giudice Ielasi spiega ancora: &#8220;L&#8217;  ordinanza deve essere letta nel suo complesso: non si possono  estrapolare pezzetti per farne oggetto di polemiche&#8221;. Il documento  delinea comunque una costruzione mostruosa, connettendo aspetti  testimoniali, storici e affaristico.politici: &#8220;Al momento dell&#8217;  uccisione di Ligato erano sul tappeto importanti questioni economiche  quali la metanizzazione, la sistemazione del lungomare, la costruzione  della scuola allievi dei carabinieri, ma soprattutto il Centro  direzionale e il cosiddetto decreto.regio. E, secondo la testimonianza  dell&#8217; ex sindaco Licandro, avvalorata dai fatti, alla stagnazione  antecedente all&#8217; omicidio Ligato, segue, dopo il grave fatto di sangue,  &#8220;un&#8217; apprezzabile ripresa politico.amministrativa, con l&#8217; elezione in  data 29.8.1989 dell&#8217; onorevole Pietro Battaglia a sindaco&#8221; (pag. 34).  Eliminato Ligato, quindi, il gruppo politico.mafioso vincente (i  politici: i dc Battaglia, Quattrone, Nicolo&#8217; e il socialista Palamara; e  le cosche Rosmini, Condello, Serraino, Imerti, Saraceno) pote&#8217;  rimettere in gioco la macchina affaristica che il &#8220;ritorno&#8221; a Reggio di  Ligato (agganciato al clan rivale dei De Stefano) aveva di fatto  bloccato. Il &#8220;teorema&#8221; . come lo definiscono gli avvocati . si regge  sulla testimonianza dei pentiti &#8220;alfa&#8221; e &#8220;delta&#8221; . come recita l&#8217;  ordinanza . suffragata da &#8220;riscontri logici e fattuali&#8221;. Da  indiscrezioni, pero&#8217; , sembra che i pentiti sarebbero non 2 ma  addirittura 5. Le confessioni troverebbero conferme l&#8217; una dall&#8217; altra.  In particolare, uno dei pentiti sarebbe il boss di uno dei clan  coinvolti, il quale avrebbe portato ai killer il &#8220;messaggio&#8221; di  uccidere. La &#8220;carta probante&#8221; in mano al pm Bruno Giordano, da sempre  ritenuto magistrato fin troppo cauto, sarebbe proprio questa: l&#8217; uomo di  collegamento tra la &#8220;cupola politica&#8221; e gli esecutori del delitto. Un  altro pentito sarebbe addirittura uno dei killer, che ha rivelato da chi  ha ricevuto l&#8217; ordine. Cosi&#8217; la trama si chiuderebbe. Il testo dell&#8217;  ordinanza contiene molti &#8220;omissis&#8221;, per motivi di sicurezza. E legittimo  tutto questo? &#8220;In teoria si&#8217; . E infatti a discrezione del pm scegliere  gli elementi di accusa . dice Ielasi .. I dati che mi sono stati  forniti, comunque, per me erano sufficienti per gli ordini di arresto&#8221;.  Ottavio Rossani</p>
<p><strong>Pagina 3</strong><br />
(6 dicembre 1992) &#8211; Corriere della Sera</p>
<p><strong><a href="http://archiviostorico.corriere.it/1992/dicembre/06/giudice_risponde_Martinazzoli_per_prove_co_0_92120617352.shtml">http://archiviostorico.corriere.it/1992/dicembre/06/giudice_risponde_Martinazzoli_per_prove_co_0_92120617352.shtml</a></strong></p>
<h3>la proposta</h3>
<h2>&#8220;ispettore generale&#8221; per il Sud</h2>
<h5>proposta la nomina di un commissario per il sud</h5>
<p>Dopo gli  arresti clamorosi di 4 esponenti politici a Reggio Calabria, per il  delitto Ligato, Sergio Romano ha proposto la nomina di un Commissario  per il Sud. Una proposta che fa venire in mente il racconto di Gogol L&#8217;  Ispettore generale. Gli argomenti dell&#8217; articolista non sono invece  affatto gogoliani, soprattutto uno: &#8220;Il Sud . scrive Romano . ha bisogno  di un commissario che rimetta a zero la macchina della corruzione e del  malgoverno e ricrei pazientemente le condizioni della democrazia&#8221;. E da  molti anni che una minoranza di meridionali chiede questo: il &#8220;ritorno&#8221;  dello Stato nel Sud, e non solo l&#8217; intervento di giudici contro  amministratori corrotti. Per evitare che sia considerato un miracoloso  demiurgo, bisogna chiarire le funzioni di questo commissario. Sono  almeno 20 anni che la degenerazione morale, politica e civile dei  partiti ha provocato al Nord la collusione tra affarismo e  amministratori a cui, al Sud, si e&#8217; aggiunta la malavita organizzata. A  Reggio Calabria, dopo la rivolta per il capoluogo, la metastasi e&#8217;  diventata totalizzante. Le responsabilita&#8217; risalgono al sistema di  potere economico e sociale che con il pretesto dell&#8217; intervento  straordinario rapina migliaia di miliardi all&#8217; erario. La Calabria, con  il fantasma del porto di Gioia Tauro, con la Liquichimica, ne e&#8217; la  vittima e insieme l&#8217; esempio piu&#8217; evidente. Si e&#8217; detto che la proposta  di Romano creerebbe un separatismo del Sud. Pensiamo, invece, che  potrebbe essere utile per guardare in tutte le amministrazioni locali:  comunita&#8217; montane, comunali, provinciali e regionali, perche&#8217; appalti e  finanziamenti . soprattutto dopo il terremoto &#8216; 80 . vengono decisi dai  consigli comunali, provinciali e regionali che, in tutta la Sicilia, in  molti comuni di Calabria, Campania e Puglia (fa eccezione la Lucania)  sono, chi piu&#8217; chi meno, nelle mani di mafia, &#8216; ndrangheta, camorra o  Sacra Corona. Il groviglio che si e&#8217; formato fra le varie organizzazioni  criminali e i rappresentanti eletti delle istituzioni locali,  interessati direttamente o indirettamente ai consorzi di opere pubbliche  o pseudoindustrializzazione, e&#8217; inestricabile. L&#8217; unica strada e&#8217;  eliminare il ceto politico.mafioso, che ha costituito gruppi di potere  potentissimi e in guerra tra loro nei partiti. Se e&#8217; cosi&#8217; , anche i  meridionali, proprio in difesa della democrazia, dovrebbero sospendere,  per un periodo preciso, le elezioni nelle aree ben circoscritte in cui  domina la criminalita&#8217; in modo da rifondare lo Stato. Russo Giovanni</p>
<p><strong>Pagina 36</strong><br />
(6 dicembre 1992) &#8211; Corriere della Sera</p>
<p><strong><a href="http://archiviostorico.corriere.it/1992/dicembre/06/ispettore_generale_per_Sud_co_0_92120617223.shtml">http://archiviostorico.corriere.it/1992/dicembre/06/ispettore_generale_per_Sud_co_0_92120617223.shtml</a></strong></p>
<h4><a href="../2012/01/04/969/">Archivio ‘Ndrangheta</a> Pubblicato il 4 gennaio 2012</h4>
<h4><a href="../2012/01/06/archivio-ndrangheta-n-2-da-ciccio-franco-a-saline-passando-per-reggio-calabria/">Archivio ‘ndrangheta n.2: l’inferno di Reggio del 1992 ci riporta a Saline e a Ciccio Franco</a> Pubblicato il 6 gennaio 2012</h4>
<h4><a title="Permalink a Archivio ‘ndrangheta n.3: il caso Ligato" href="../2012/01/19/archivio-ndrangheta-n-3-il-caso-ligato/">Archivio ‘ndrangheta n.3: il caso Ligato</a> Pubblicato il 19 gennaio 2012</h4>
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		<title>Marina di Gioiosa: arrestato il latitante Rocco Aquino, era a casa sua</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Feb 2012 16:48:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8216;Ndrangheta: arrestato da carabinieri boss Rocco Aquino Era inserito nella lista dei cento latitanti di massima pericolosita&#8217; ROMA &#8211; Il boss della &#8216;Ndrangheta Rocco Aquino e&#8217; stato arrestato dai carabinieri a Gioiosa Ionica. Aquino era inserito nella lista dei cento &#8230; <a href="http://logga.me/ndranghetanews/2012/02/18/marina-di-gioiosa-arrestato-il-latitante-rocco-aquino-era-a-casa-sua/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="640" height="480" src="http://www.youtube.com/embed/kwif7nN-sdQ?fs=1&#038;feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<h3><strong>&#8216;Ndrangheta: arrestato da carabinieri boss Rocco Aquino</strong></h3>
<h4>Era inserito nella lista dei cento latitanti di massima pericolosita&#8217;</h4>
<p>ROMA &#8211; Il boss della &#8216;Ndrangheta Rocco Aquino e&#8217; stato arrestato dai  carabinieri a Gioiosa Ionica.    Aquino era inserito nella lista dei  cento latitanti di massima pericolosita&#8217;.</p>
<p>E&#8217; stato sorpreso all&#8217;interno di un bunker realizzato nel sottotetto  della sua abitazione, a Marina di Gioiosa Ionica, Rocco Aquino, 52 anni  detto &#8220;il colonnello&#8221;, il boss della &#8216;ndrangheta arrestato dai  carabinieri del Ros e del comando provinciale di Reggio Calabria. Aquino  era latitante dal 13 luglio 2010 quando sfuggi&#8217; alla cattura  nell&#8217;ambito dell&#8217;operazione Crimine condotta dalle Dda di Reggio  Calabria e Milano contro cosche operanti in Calabria e Lombardia con  l&#8217;arresto di oltre 300 persone. Rocco Aquino è ritenuto il capo storico  della omonima famiglia di &#8216;ndrangheta. Per lui, il procuratore aggiunto  della Dda reggina, nel processo in abbreviato a 120 persone, ha chiesto  la condanna a 20 anni di reclusione. I particolari dell&#8217;arresto saranno  resi dai carabinieri in una conferenza stampa in programma domani alle  10 al Comando provinciale ed alla quale parteciperà il procuratore  aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri, che ha coordinato le  indagini insieme al pm Maria Luisa Miranda.</p>
<p>Al momento dell&#8217;irruzione dei carabinieri, Aquino si è arresto senza  opporre alcuna resistenza. Le indagini hanno confermato l&#8217;usanza dei  boss della &#8216;ndrangheta di vivere la latitanza nei propri territori e  quando possibile, come nel caso di Aquino, addirittura in casa propria.  Consapevole dei controlli delle forze dell&#8217;ordine, che hanno già portato  alla scoperta di numerosi bunker, il boss aveva pensato di proteggersi  facendosi realizzare il rifugio non sottoterra o tra le pareti, come  avviene normalmente, ma in alto, nel sottotetto della casa. Una  precauzione che però non gli è servita.</p>
<p>&#8221;E&#8217; stata un&#8217;indagine che ha richiesto una tecnologia avanzata e  l&#8217;elite dei carabinieri e solo grazie a questa elite l&#8217;abbiamo portata a  termine&#8221;. Così il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola  Gratteri, ha commentato l&#8217;arresto del boss Rocco Aquino. Le indagini  sono state condotte dai carabinieri dal Ros, dal Gruppo di Locri e dai  &#8220;cacciatori&#8221; e sono state, ha aggiunto Gratteri, &#8220;di altissimo livello  tecnico&#8221;.</p>
<p><a href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2012/02/10/visualizza_new.html_77413629.html">http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2012/02/10/visualizza_new.html_77413629.html</a></p>
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		<title>Catanzaro: confiscati beni per 6 mln ad esponente cosca Forastefano</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Feb 2012 16:40:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mercoledì 08 Febbraio 2012 14:21 La polizia ha confiscato beni per un valore dei sei milioni di euro ad un presunto affiliato alla &#8216;ndrangheta, Nicola Sebastiano Rende, di 65 anni. La confisca e&#8217; stata disposta dalla Corte d&#8217;appello di Catanzaro. &#8230; <a href="http://logga.me/ndranghetanews/2012/02/18/catanzaro-confiscati-beni-per-6-mln-ad-esponente-cosca-forastefano/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mercoledì 08 Febbraio 2012 14:21</p>
<p>La polizia ha confiscato beni per un valore dei sei milioni di euro ad  un presunto affiliato alla &#8216;ndrangheta, Nicola Sebastiano Rende, di 65  anni.   La confisca e&#8217; stata disposta dalla Corte     d&#8217;appello di Catanzaro. I beni consistono in terreni  agricoli, automobili, un fabbricato con annessi negozie a Cassano allo  Jonio, alcuni libretti di risparmio, quote societarie e contratti  assicurativi.        Rende risulta essere &#8221;stabilmente inserito&#8221; nella  cosca Forastefano  di Cassano allo Jonio. I beni confiscati sono  terreni agricoli,  autovetture, quote societarie, fabbricati tra cui uno  stabile a Sibari in cemento armato, adibito per le speciali esigenze di  un&#8217;attivita&#8217;  commerciale, con spazio verde e aiuola, parcheggio  pavimentato e  recinzioni, assicurato da allarme per un&#8217;estensione  totale di oltre  tremila metri quadrati, con negozi adibiti ad esercizi  commerciali,  contratti assicurativi, autovetture e libretti di  risparmio. Il  provvedimento di confisca e&#8217; stato confermato dalla corte  d&#8217;appello di Catanzaro.</p>
<p><a href="http://www.strill.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=120492:catanzaro-confiscati-beni-per-6-mln-ad-esponente-cosca-forastefano&amp;catid=41:catanzaro&amp;Itemid=87">http://www.strill.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=120492:catanzaro-confiscati-beni-per-6-mln-ad-esponente-cosca-forastefano&amp;catid=41:catanzaro&amp;Itemid=87</a></p>
<p>Tutti i post sui <a href="http://logga.me/ndranghetanews/?s=forastefano">Forastefano</a></p>
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		<title>Valle dell&#8217;Oliva: una storia infinita</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Feb 2012 19:50:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Valle Oliva: resoconto della commissione Envi (UE) http://www.comitatodegrazia.org/Blog/2701.html Pubblicata la relazione della commissione Envi del Parlamento europeo sullo stato del fiume Oliva. I commissari che sono stati ad Amantea dal 23 al 25 novembre scorso: “Nessuno cerca seriamente di risolvere &#8230; <a href="http://logga.me/ndranghetanews/2012/02/12/valle-delloliva-una-storia-infinita/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Valle Oliva: resoconto della commissione Envi (UE)</h3>
<h5><a href="http://www.comitatodegrazia.org/Blog/2701.html">http://www.comitatodegrazia.org/Blog/2701.html</a></h5>
<h5><strong>Pubblicata la relazione della commissione Envi del Parlamento europeo sullo stato del fiume Oliva.</strong></h5>
<h5><strong> I commissari che sono stati ad Amantea dal 23 al 25 novembre scorso: <em>“Nessuno cerca seriamente di risolvere il problema” </em></strong></h5>
<h5><strong>di Ernesto Pastore su<em>” Gazzetta del Sud”</em></strong></h5>
<p><strong>Amantea, 07 feb. 2012</strong> – Un quadro d’insieme che  conferma le criticità già emrse nel corso di questi anni e che attestano  il valore delle indagini compiute dalla Procura della Repubblica di  Paola. La relazione redatta dalla delegazione della Commissione Envi,  che nei mesi scorsi su iniziativa dell’europarlamentare Mario Pirillo ha  effettuato una ricognizione lungo il greto del fiume Oliva, mostra con  cognizione di causa le problematiche di un territorio che deve essere  bonificato con la massima urgenza.</p>
<p>Durante il periodo di permanenza ad Amantea la delegazione composta  dallo stesso Pirillo e da Judith Merkies, Miroslav Mikolášik, Radvilē  Morkūnaitē-Mikulēnienē, Anna Rosbach e Sabine Wils ha esaminato i  problemi relativi al mancato smaltimento di rifiuti tossici e di altre  questioni legate all’inefficace attuazione della legislazione ambientale  tutt’ora vigente.</p>
<p>I membri della delegazione, nel corso dei colloqui intercorsi con i  tecnici che hanno gestito i campionamenti di terreno nella valle  dell’Oliva che sono costati oltre un milione di euro, hanno chiesto di  conoscere quale fosse l’origine di tutti i metalli pesanti e delle  sostanze tossiche ritrovate ed il tipo d’industria presente in questa  zona. Una domanda che resta tutt’ora senza risposta: non è possibile  infatti stabilire la provenienza di tali elementi in quanto sono oramai  stratificati. Sta di fatto che in Calabria, così come attestano le  analisi compiute fino ad ora, non esistono industrie che producono tale  tipologia di rifiuti.</p>
<p>«Gli esperti dell’Arpacal – si legge nella relazione – hanno  informato i membri che l’alveo del fiume Oliva fosse usato già a partire  dalla fine degli anni Ottanta per lo scarico di rifiuti illegali  provenienti da fuori Calabria».</p>
<p>Secondo le organizzazioni non governative “si tratterebbe di  discariche abusive provenienti dal traffico nazionale di rifiuti tossici  che venivano interrati nella valle del fiume con conseguente  inquinamento delle falde acquifere”.</p>
<p>«I carotaggi – prosegue la relazione della commissione Envi – hanno  mostrato un’elevata concentrazione di Cesio 137, sostanza che non si  trova in natura ed il 10 percento della popolazione che vive nella zona è  stata colpita da tumori. L’Ispra (Istituto superiore per la protezione e  la ricerca ambientale) spiega la presenza di questa radioattività con  l’incidente di Chernobyl avvenuto nel 1986. Ma il procuratore capo di  Paola Bruno Giordano non accoglie questa spiegazione poiché la presenza  di Cesio 137 è stata dimostrata non solo negli strati superiori del  terreno, ma anche per profondità fino a sei metri». L’ipotesi che ci sia  stato uno smaltimento illegale di sostanze radioattive e di altri  rifiuti pericolosi che hanno causato la contaminazione radioattiva del  sito e impatti sulla salute della popolazione è dunque ancora valida.</p>
<p>Nell’ultima parte della relazione che riguarda specificatamente il  fiume Oliva i delegati europei s’interrogano sulle possibili minacce per  la salute, chiedendo come mai non sia stato ancora disposto nessun  progetto di bonifica e di recupero della zona e chi avrebbe sostenuto i  relativi costi. È la stessa risposta che vorrebbero coloro che vivono da  queste parti e che hanno visto i propri familiari morire.</p>
<blockquote><p><em><strong>Le conclusione del rapporto Envi</strong></em></p>
<p>Il motivo della visita della delegazione in Calabria è stato quello  di verificare le denunce relativi allo smaltimento di rifiuti tossici e  di altri problemi relativi all’applicazione della legislazione  ambientale in questa regione, in particolare nella valle del fiume  Oliva, in provincia di Cosenza, dove esperti dell’A.R.P.A.CAL (Agenzia  di Protezione Ambientale della Calabria) hanno trovato grandi quantità  di rifiuti tossici scaricati illegalmente nei luoghi naturali (tra le  altre il cesio 137 radiattivo), così come nella zona di Crotone, dove  l’azienda “Pertusola sud”, ora dismessa, ha prodotto gravi danni  all’ambiente e alla salute dei cittadini in una vasta area della  Calabria.</p>
<p>Oltre all´utile contributo dato dalle ONG, la delegazione ha appreso  delle indagini effettuate da ISPRA e da ARPACAL ma si rammarica che le  informazioni siano rimaste piuttosto a livello tecnico.</p>
<p>Durante la maggior parte degli incontri i Membri hanno rivolto le  stesse domande ottenendo spesso delle risposte vaghe, come ad esempio  spiegando che la persona aveva assunto la carica solo pochi anni fa.  L’impressione generale era che, oltre a una situazione difficile a causa  di molti livelli di governo, nessuno ha voluto assumersi alcuna  responsabilità. I Membri hanno riscontrato una mancanza di trasparenza e  una mancanza di fiducia sia negli enti pubblici che tra la popolazione.  Erano rammaricati di non vedere nessuna idea o volontà politica o piani  d’azione concreti per risolvere i problemi alla radice, ma solamente  accuse reciproche motivate politicamente. Per quanto riguarda gli  incontri con i procuratori, i Membri hanno avuto la sensazione che  alcune informazioni sono state confidenziali visto il non coinvolgimento  delle rappresentanze della società civile.</p>
<p>Durante la visita i Membri hanno avuto l’impressione che ci fosse un  problema generale e strutturale e che la situazione in Calabria non  sembra essere più grave che in altre regioni italiane. L’Italia è spesso  in ritardo quando si tratta di applicare la legislazione ambientale (in  particolare nel campo dei rifiuti), ed anche se e´uno Stato membro  fondatore dell’Unione europea, manca ancora di una buona struttura per  lo smaltimento dei suoi rifiuti. Ciò che ha colpito i Membri, però, è  che nessuno cercasse seriamente una strategia per risolvere questo ma  che la gente piuttosto aveva l’abitudine di rivolgersi verso l’UE  chiedendo aiuto affinché ci sia un maggior controllo del diritto  ambientale europeo.</p>
<p><strong>scarica qui il documento originale: <a href="http://www.comitatodegrazia.org/Blog/wp-content/uploads/2012/02/envi-calabria-nov2011en.pdf">envi-calabria-nov2011en</a></strong></p>
<p><strong><br />
</strong></p></blockquote>
<h3>Comitato De Grazia, Quattro richieste a sindaci, Regione e Asp per mettere la parola fine alla vicenda fiume Oliva</h3>
<h5><a href="http://www.comitatodegrazia.org/Blog/comitato-de-grazia-quattro-richieste-a-sindaci-regione-e-asp-per-mettere-la-parola-fine-alla-vicenda-fiume-oliva.html">http://www.comitatodegrazia.org/Blog/comitato-de-grazia-quattro-richieste-a-sindaci-regione-e-asp-per-mettere-la-parola-fine-alla-vicenda-fiume-oliva.html</a></h5>
<p>Bonifica vallata, analisi aria, acqua e terra, costituzione parte civile  e registro tumori. Le richieste contenute in una missiva con la  relazione sui dati delle analisi nel fiume Oliva.</p>
<p><strong>Amantea, 11 feb. 2012 – </strong>Richiesta immediata agli  Enti competenti delle operazioni di bonifica dell’area; Richiesta  valutazione costituzione parte civile nel processo che sarà  eventualmente  incardinato a seguito della chiusura dell’inchiesta che  sta conducendo la Procura di Paola; Attivazione per il controllo delle  acque, dell’aria, dei prodotti agricoli e degli allevamenti ubicati  nella vallata; Richiesta intervento per sollecito alle Autorità  Sanitarie regionali, provinciali e locali per la Costituzione del  Registro Tumori Provincia di Cosenza.</p>
<p>Con queste quattro precise richieste il comitato De Grazia, in  collaborazione con il comitato “Valle Oliva, Terre a perdere”, ha  inviato nei giorni scorsi una lunga missiva – contenente in premessa una  relazione sullo stato del fiume Oliva – ai sindaci di Amantea, Aiello  Calabro, San Pietro in Amantea e Serra d’Aiello (e per conoscenza al  presidente della Regione Calabria, all’Assessore regionale all’ambiente,  al Presidente della Provincia di Cosenza e al Direttore sanitario  dell’Asp di Cosenza) affinché ognuno per le proprie competenze faccia  quanto necessario per avviare a definitiva soluzione la vicenda del  fiume Oliva.</p>
<p>Ai comuni viene richiesto in particolar modo di sollecitare gli  organi competenti (Regione e Governo) di mettere in sicurezza l’area  attraverso la bonifica dei siti contaminati da sostanze pericolose e nel  contempo, attivarsi per il controllo della salubrità delle acque (anche  con l’utilizzo dei piezometri già installati), dell’aria, dei prodotti  agricoli e dell’allevamento ubicati nella vallata.</p>
<p>Il comitato ritiene inoltre che l’avvio di uno studio epidemiologico e  l’istituzione del registro tumori sia necessario, aldilà della  situazione dell’Oliva, per capire la reale situazione delle malattie  tumorali del comprensorio di Amantea, per individuare le possibili cause  ambientali e quindi porvi rimedio. E’ indispensabile poi, che i Comuni  lesi dall’inquinamento del fiume Oliva, si costituiscano parte civile  nel processo che si andrà molto probabilmente a celebrare, per tutelare  gli interessi dei cittadini.</p>
<p>E’ stato poi sollecitato un incontro con i sindaci (con lettera  protocollata il nove febbraio al comune di Amantea) per definire,  insieme alle amministrazioni locali, azioni condivise da cittadini e  amministratori, per accelerare la soluzione della vicenda dell’Oliva. Il  Comitato ritiene che solo dopo aver messo la parola fine a questa  vicenda lunga più di un ventennio, e quindi dopo aver ripristinato la  salubrità dei luoghi ed aver avviato a soluzione il problema sanitario,  si potranno investire utilmente delle risorse per rilanciare, attraverso  adeguate azioni di marketing territoriale, l’economia dei comuni  colpiti da queste vicende. Fino a quando non verranno bonificati i siti  contaminati ogni tentativo ipocrita di “rinfrancare” la popolazione e di  “rimuovere” il problema, va condannato perché incurante della vita  della gente e delle future generazioni.</p>
<p><strong>Comitato civico “Natale De Grazia”</strong></p>
<blockquote><p><strong>Un paragrafo della lettera</strong></p>
<p>REGISTRO TUMORI</p>
<p>Con la delibera della Giunta della Regione Calabria del 25 marzo 2010 n. 289, è stato approvato il “<em>Progetto per la realizzazione del Registro Tumori della popolazione della regione Calabria</em>”  che prevede tre registri tumori, quello di Cosenza-Crotone, quello di  Catanzaro-Vibo Valentia e quello di Reggio Calabria. Il registro tumori  della provincia di Cosenza, è stato presentato pubblicamente il 18  aprile del 2009 nella Sala degli Specchi del Palazzo della Provincia di  Cosenza (sul sito dell’ASP di Cosenza è ancora possibile consultare la  locandina dell’evento). In quell’occasione sono intervenuti, tra gli  altri, i rappresentanti istituzionali della Regione e della Provincia,  il direttore generale dell’Asp di Cosenza e la responsabile dell’Unità  Operativa Screening Oncologici e Registro Tumori dell’ASP di Cosenza,  dottoressa Anna Giorno, che ricopriva il ruolo di coordinatrice dello  staff del Registro Tumori ma da allora non si è saputo più nulla fino  alla delibera regionale del 25 marzo 2010, sopra citata.</p>
<p>Allo stato attuale, fatta eccezione per la Provincia di Catanzaro che  vanta un registro tumori già attivo dal 2003, ancor prima della  delibera regionale, <strong>ancora nulla si conosce sullo stato dell’arte</strong> dei registri tumori in Calabria ed in particolar modo quello della  provincia di Cosenza. Abbiamo più volte chiesto informazioni, ma a parte  la sollecita risposta del Dr. Stefano Ferretti, Segretario nazionale  AIRTUM (Associazione Italiana registro Tumori), che ci ha riferito che “<em>la Regione Calabria</em><em> dovrebbe dotarsi di un Registro Tumori a copertura regionale, a partire  dall’esperienza del Registro tumori di Catanzaro, che è già stato  accreditato da AIRTUM</em>”,  da nessun altro abbiamo avuto informazioni  aggiornate sulla questione, e le istituzioni sanitarie sollecitate, non  hanno inteso rispondere alle istanze poste loro dalla Cittadinanza.</p>
<p><strong>Scarica qui a lettera integrale: <a href="http://www.comitatodegrazia.org/Blog/wp-content/uploads/2012/02/Lettera-Comuni-gennaio-2012.pdf">Lettera Comuni gennaio 2012</a></strong></p></blockquote>
<h2>Valle Oliva, il sindaco Tonnara “impossibile quantificare i costi della bonifica”</h2>
<p><strong>Sale l’attenzione sul fiume Oliva.  Comitati e cittadini chiedono la bonifica ma dalle dichiarazione del  sindaco Tonnara sembra  manchino i fondi necessari</strong></p>
<p><strong>di Ernesto Pastore su “Gazzetta del Sud”</strong></p>
<p><strong>Amantea, 12 feb. 2012 -</strong> Il problema della  salvaguardia ambientale e del fiume Oliva è ben presente nell’agenda  politica cittadina. Il sindaco di Amantea Franco Tonnara, alla luce  della relazione prodotta dalla Commissione Envi, pone l’accento sulle  questioni che gli enti comunali, provinciali e regionali sono chiamati  ad affrontare, in primis lo stanziamento dei fondi necessari alla  bonifica.</p>
<p>«Purtroppo – spiega Tonnara – la questione del fiume Oliva si lega non  soltanto alle operazioni di rimozione dei rifiuti tossici, la cui  presenza è confermata dalle analisi condotte da importanti istituti di  ricerca e dalle indagini della Procura della Repubblica di Paola, ma  anche agli onerosi costi di smaltimento. In Italia, infatti, non  esistono strutture idonee al trattamento di tali rifiuti che devono  essere necessariamente inviati in paesi esteri. In questo momento,  pertanto, non è possibile quantificare quanto denaro dovrà essere speso  per far tornare la valle dell’Oliva quella di un tempo». «Tale  circostanza – aggiunge il primo cittadino – rende ancora più complesso  il lavoro degli enti locali: amministrazioni comunali, provinciale e  regionale, allo stato attuale, non hanno la possibilità di fare fronte a  tali spese. La visita della Commissione Envi ha avuto il merito di far  interloquire tutti gli attori impegnati in questa delicata vicenda,  dando seguito ad una politica dell’ascolto che ha consentito di  analizzare i diversi punti di vista. Bisogna ripartire da questo punto,  mettendo intorno ad un tavolo gli enti istituzionali, i tecnici e chi di  dovere per aprire un confronto con le autorità governative nazionali ed  europee, creando un capitolo di spesa finalizzato alla ripresa  economica della zona». «Senza ombra di dubbio – conclude Tonnara –  l’emergenza ambientale deve essere affrontata in tutta la sua  complessità, prendendo in esame quanto avvenuto nella valle dell’Oliva, a  Crotone e negli altri centri della Calabria dove il profitto ha  coinciso con la depauperazione del territorio e con la perdita di vita  umane».</p>
<p>Intanto il comitato civico Natale De Grazia ha inviato una missiva agli  enti istituzionali coinvolti nella vicenda affinché, ognuno per le  proprie competenze, faccia quanto necessario per avviare a definitiva  soluzione la vicenda del fiume Oliva. La lettera, inviata al presidente  della Regione Calabria, all’assessore regionale all’ambiente, al  presidente della Provincia di Cosenza, al direttore sanitario dell’Asp  di Cosenza ed ai sindaci di Amantea, Aiello Calabro, San Pietro in  Amantea e Serra d’Aiello, intende sollecitare gli organi competenti a  mettere in sicurezza l’area attraverso la bonifica dei siti contaminati  da sostanze pericolose e nel contempo a controllare la salubrità delle  acque, dell’aria, dei prodotti agricoli e degli allevamenti ubicati  nella vallata. Le richieste degli ambientalisti si riassumono in quattro  punti specifici: immediata operazione di bonifica dell’area;  costituzione di parte civile nel processo che sarà eventualmente  incardinato a seguito della chiusura dell’inchiesta condotta dalla  Procura di Paola; controllo del territorio della vallata e delle  relative produzioni; costituzione del registro tumori della provincia di  Cosenza.</p>
<p><a href="http://www.comitatodegrazia.org/Blog/valle-oliva-il-sindaco-tonnara-impossibile-quantificare-i-costi-della-bonifica.html">http://www.comitatodegrazia.org/Blog/valle-oliva-il-sindaco-tonnara-impossibile-quantificare-i-costi-della-bonifica.html</a></p>
<blockquote><p><strong>Scarica il dossier del blog “Tumori nel Meridione”:</strong></p></blockquote>
<p><a href="http://www.scribd.com/doc/75996770/Dossier">Dossier</a><br />
<a href="http://www.scribd.com/doc/75999754/Aggiornamento-Del-5-Luglio">Aggiornamento Del 5 Luglio</a></p>
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		<title>Ventimiglia, Liguria, Settentrione: comune sciolto per &#8216;ndrangheta</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 17:52:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mafia e politica]]></category>
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		<description><![CDATA[Le mani della ‘ndrangheta su politica e impresa. Sciolto il comune di Ventimiglia La decisione è stata presa oggi dal ministro dell&#8217;Interno. I fatti che hanno portato allo scioglimento sono già stati raccontati nell&#8217;inchiesta Maglio del 2011 e nella relazione &#8230; <a href="http://logga.me/ndranghetanews/2012/02/04/ventimiglia-liguria-settentrione-comune-sciolto-per-ndrangheta/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Le mani della ‘ndrangheta su politica e impresa. Sciolto il comune di Ventimiglia</h2>
<p>La decisione è stata presa oggi dal ministro dell&#8217;Interno. I fatti  che hanno portato allo scioglimento sono già stati raccontati  nell&#8217;inchiesta Maglio del 2011 e nella relazione del Prefetto. Tra i  punti gli interessi per la costruzione del nuovo porto</p>
<p>Ponente ligure provincia di ‘ndrangheta. Tradotto: presenza  criminale e infiltrazioni nelle attività politiche. Risultato: un anno  fa il governo scioglie la giunta di Bordighera e oggi procede spedito  con quella di Ventimiglia guidata dal sindaco Pdl <strong>Gaetano Scullino</strong>.  La decisione, arrivata nel primo pomeriggio, appare, però, più una  conferma che una sorpresa. Per capire, infatti, basta spulciare le carte  dell’inchiesta Maglio che un anno fa ha raccontato la presenza delle  cosche in tutta la Liguria. Una presenza che ha eroso non solo il  tessuto imprenditoriale, ma anche quello politico. E così nella  geografia mafiosa a Ventimiglia i padrini della Calabria affidano un  ruolo decisivo, quello di camera di compensazione rispetto alle  dinamiche regionali. In città esiste un locale di ‘ndrangheta. Il gip lo  certifica e fa i nomi: <strong>Giuseppe Marcianò, Michele Ciricosta, Benito Pepè, Forunato e Francesco Barillaro</strong>. Tutti uniti a doppio con filo con il capo della Liguria <strong>Domenico Gangemi</strong>.  Annotano i magistrati: “L’esistenza nella zona di Ventimiglia di un  gruppo malavitoso appartenente alla ‘ndrangheta si desume dai rapporti  dallo stesso intrattenuti con il locale di Genova”. Per questo  “Gangemi  manteneva contatti con il locale di Ventimiglia”</p>
<p>E che la presenza mafiosa sia in grado di impastare i propri interessi  con quelli della pubblica amministrazione lo rileva già la relazione  prefettizia del 2011 dove “si segnala il tentativo di condizionamento  degli enti locali soprattutto nel settore degli appalti pubblici di  lavori, forniture e servizi, nonché nel settore commerciale ed  urbanistico”. E a dimostrazione di quanto sia forte il radicamento, la  stessa relazione segnala come “i carabinieri hanno notato pregiudicati  calabresi, intenti ad osservare il lavoro della Commissione d’Accesso di  Ventimiglia, con atteggiamenti e finalità tipici degli ambienti  malavitosi della regione di origine.” E ancora “le famiglie che fanno  capo al “locale” di Ventimiglia mantengono un legame inscindibile con la  potente cosca <strong>Piromalli</strong> dalla quale ricevono ordini e direttive”.</p>
<p>La relazione del Prefetto segnala infiltrazioni di uomini della  ‘ndrangheta nella costruzione del nuovo porto. “Fra le presenze attuali  di famiglie calabresi di rilievo sotto il profilo criminale spicca la  figura di Giuseppe Marcianò”. Lo stesso che “con la società Marvon,  intestata alla moglie <strong>Angela Elia</strong>, si è inserito  nell’ambito dei lavori del costruendo porto di Ventimiglia”. E tanto per  spiegare quanto sia forte la presenza viene ricordato un episodio  intimidatorio ai danni di un importante imprenditore della zona  impegnato proprio nella costruzione della nuova marina. Il 23 novembre  2010, infatti, finiscono in carcere <strong>Ettore Castellana e Annunziato Roldi</strong> “per aver esploso colpi di fucile a scopo intimidatorio contro l’autovettura di <strong>Piergiorgio Parodi</strong>,  facoltoso e noto imprenditore locale, perché a loro avviso non aveva  rispettato accordi precedentemente assunti. Il Roldi è persona vicina al  noto <strong>Antonio Palamara</strong>”, uno dei primi personaggi legati alle cosche saliti in Liguria.</p>
<p>Impresa, dunque. Ma non solo. Anche politica e voti, sostegni elettorali  e raccomandazioni. Il tutto giocato all’ombra del cittadina al confine  francese. Lampante la vicenda del consigliere regionale Pdl <strong>Alessio Saso</strong>,  eletto nel 2010, pescando preferenze nel ponente ligure. Ed è proprio  su questo punto che si concentra una parte dell’indagine Maglio del  2011. Si legge: “In occasione delle elezioni amministrative liguri del  marzo 2010, il Gangemi si impegnava a fornire il proprio appoggio ad  Alessio Saso”. E per farlo “provvedeva ad attivare il locale di  Ventimiglia nelle persone di Michele Ciricosta e Giuseppe Marcianò”. Non  a caso il 3 febbraio 2010, e cioè a poche settimane dalla tornata  elettorale, “il Gangemi riferiva a Saso di avere incontrato il Ciricosta  e che questi gli aveva assicurato il proprio interessamento in  considerazione del fatto che riteneva il Saso un bravo ragazzo”.</p>
<p>Non è finita, perché la stessa inchiesta mette agli atti la vicenda dell’ex vice sindaco di Ventimiglia <strong>Vincenzo Moio</strong> che, annotano i Ros, chiedeva ai boss un aiuto per la candidatura della  figlia Fortunata. Per farlo mandava “un’ambasciata tramite Raffaele  D’Agostino a Domenico Belcastro, organico al gruppo di Genova il quale  mostrava interessamento alla richiesta”.</p>
<p>Insomma la decisione presa oggi dal ministro dell’Interno appare quasi  scontata. E nonostante queste le reazioni politiche sono state molto  caute. Per il capogruppo del Pdl, <strong>Giovanni Ascheri</strong>: ”  Un po’ di amarezza c’è sicuramente. Il sindaco non l’ho ancora sentito,  ma dovremo vederci più tardi per fare il punto. Per ora, non mi sento di  dire altro”. Secondo il direttore generale del Comune, <strong>Marco Prestileo</strong>:  “Non possiamo che prendere atto di questa decisione. So che il sindaco,  al momento, è a Genova e nel tardo pomeriggio dovrebbe convocare una  conferenza stampa. Da parte nostra non possiamo che rispettare questa  decisione”. Il consigliere comunale di opposizione, Franco Paganelli,  del Pd spiega “mi dispiace, soprattutto per la citta’ e mi spiace anche  come amico del sindaco. Poi le valutazioni politiche lasciamole al  partito”.</p>
<p><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/03/infiltrazioni-clan-sciolto-comune-ventimiglia/188838/">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/03/infiltrazioni-clan-sciolto-comune-ventimiglia/188838/</a></p>
<h1>Le &#8216;ndrine in Riviera: affari e alleanze</h1>
<p><strong>GENOVA </strong>Ventuno famiglie, quasi tutte di &#8216;ndrangheta e qualcuna  della Nuova camorra e della mafia siciliana che con la criminalità  organizzata calabrese hanno stretto buoni rapporti di affari. Questa è  la mappa della criminalità organizzata in Liguria stilata dagli  inquirenti. In provincia di Imperia sono le famiglie del Reggino, della  Piana, di San Luca, Seminara e Palmi a fare la parte del leone: i  Palamara impegnati nel traffico di stupefacenti, i Pellegrino-Barilaro,  imprenditori nel settore del movimento terra e edile, i Maffodda di  Palmi che hanno base ad Arma di Taggia e gli Sgrò di Palmi, imprenditori  edili fanno affari con i Tagliamento (Napoli), imprenditori  immobiliari. Tra l&#8217;altro, proprio a Seminara (Reggio Calabria), terra  della sanguinosa faida tra i Pellegrino e i Gioffré, nel 2007 i  carabinieri avviarono un&#8217;indagine sui condizionamenti che la cosca  Gioffré operava sull&#8217;amministrazione comunale.   In provincia di Savona,  sono due le &#8216;ndrine al lavoro: la famiglia Gullace, specializzata nelle  estorsioni che ha radici a Cittanova (Reggio Calabria) e la famiglia  Stefanelli, proveniente da Oppido Mamertina  e Africo, imprenditori. A  Genova lavora nel commercio il gruppo Gangemi, il cui capobastone  presiede il locale di &#8216;ndrangheta mentre il gruppo Nucera-Rodà controlla  il locale di Lavagna ed è impegnato nel settore alberghiero. A questi  due locali fanno riferimento i Monachella-Morso (gioco d&#8217;azzardo), i  siciliani Fiandaca (ex fedelissimi dei Madonia, ristoratori in Liguria),  i Macrì di Mammola (Reggio Calabria), i Caci (prostituzione e  riciclaggio), i siciliani Lo Iacono (lavori stradali e edilizia), i  campani Agiollieri legati al clan camorrista Gionta, impegnati nel  commercio ma anche i Facchineri e i potenti Canfarotta di Palermo che  tanto denaro investono nel campo immobiliare. Alla Spezia il locale di  &#8216;ndrangheta di Sarzana è guidato dai Romeo, provenienti da Roghudi  (Reggio Calabria), imprenditori immobiliari come i De Masi di Sinopoli.  Al locale fanno riferimento i campani Di Donna, che si occupano di  videopoker e estorsioni.<br />
Ieri il Consiglio dei ministri ha deliberato  lo scioglimento del consiglio comunale di Ventimiglia per infiltrazioni  della &#8216;ndrangheta. Si tratta della seconda amministrazione dopo quella  di Bordighera già sciolta per mafia.</p>
<p><a href="http://www.corrieredellacalabria.it/stories/cronaca/3195_le_ndrine_in_riviera_affari_e_alleanze/">http://www.corrieredellacalabria.it/stories/cronaca/3195_le_ndrine_in_riviera_affari_e_alleanze/</a></p>
<h1>Infiltrazioni a Ventimiglia, sciolto il Comune</h1>
<p>Roberto Galullo</p>
<p>MILANO<br />
«Sono stati notati pregiudicati calabresi intenti ad osservare il lavoro  della Commissione d&#8217;accesso di Ventimiglia, con atteggiamenti e  finalità tipici degli ambienti malavitosi della regione di origine»: con  queste premesse &#8211; scolpite nella relazione riservata che il prefetto di  Imperia, Fiamma Spena, il 20 ottobre 2011 ha consegnato alla  Commissione parlamentare antimafia, era difficile pensare che il Comune  non venisse sciolto.<br />
Così ieri il Consiglio dei ministri ha deliberato, su proposta del  ministro dell&#8217;Interno, Anna Maria Cancellieri, lo scioglimento del  consiglio comunale di Ventimiglia, nel quale sono state riscontrate  forme di condizionamento da parte della mafia.<br />
Sono così due i municipi &#8211; nel raggio di 5 km &#8211; che in appena 11 mesi  sono stati sciolti in provincia di Imperia per infiltrazioni mafiose: il  10 marzo 2011 toccò a Bordighera. Solo 72 ore fa il Tar del Lazio ha  respinto il ricorso dell&#8217;ex sindaco di Bordighera, Giovanni Bosio,  contro lo scioglimento.<br />
Da quello che si apprende il sindaco di Ventimiglia, Gaetano Scullino,  non sarebbe intenzionato a percorrere la strada del collega presso il  Tribunale amministrativo ma sarebbe pronto a riportare «la sua versione  dei fatti». Voci che circolavano poche ore fa negli uffici comunali  parlavano di presunte difformità relative alle modalità di redazione e  presentazione della relazione prefettizia.<br />
Lo scioglimento giunge a distanza di 18 mesi dall&#8217;esposto  dell&#8217;Associazione &#8220;Casa della legalità&#8221; di Genova presentato non solo in  relazione alla possibile presenza di infiltrazioni mafiose a  Ventimiglia ma anche nei Comuni di Castellaro e Vallecrosia. «Sono  soddisfatto &#8211; dichiara Christian Abbondanza, presidente  dell&#8217;Associazione, che oggi vive sotto scorta per le continue minacce di  morte &#8211; perché lo Stato ha dimostrato di esserci. Attendiamo ora di  sapere se le nostre denunce su possibili pressioni sulla municipalizzata  Civitas e negli appalti saranno confermate in tutta la loro evidenza.  C&#8217;è poi la parte relativa all&#8217;eventuale infiltrazione nell&#8217;ufficio  licenze del Comune».<br />
Grande interesse ora è sul ruolo che sarà configurato per le famiglie di  &#8216;ndrangheta che qui sono presenti dal 1947, quando Ernesto Morabito,  considerato contiguo alla cosca Piromalli, fu spedito in Liguria. Negli  anni successivi venne affiancato da Antonio Palamara e dai fratelli  Francesco (deceduto il 19 novembre 1998) e Giuseppe Marcianò. Proprio  quest&#8217;ultimo e la sua famiglia sono sotto i riflettori. Il prefetto  Spena, scrive a pagina 4 della sua relazione consegnata alla Commissione  antimafia, «che è un punto di riferimento per la malavita locale». Non  solo. Prosegue il prefetto: «Con la società cooperativa Marvon,  intestata alla moglie Angela Elia, è inserito nell&#8217;ambito dei lavori del  costruendo porto di Ventimiglia». Non è finita qui perché, a esempio,  nel 2008 Marvon &#8211; iscritta alla Camera di commercio di Imperia il 1°  marzo 2006 e attualmente in liquidazione &#8211; si è aggiudicata 11 su 17  lavori affidati dalla municipalizzata Civitas ed è stata tra i fornitori  di servizi non solo per il Comune di Ventimiglia ma anche per quello di  Bordighera.<br />
Sonia Alfano, eurodeputata Idv e relatrice della risoluzione  recentemente approvata a Strasburgo sulle mafie nell&#8217;Unione europea,  commentando lo scioglimento del consiglio comunale ha affermato che «dà  prova non solo della enorme pervasività delle mafie nel nord, ma anche  della evidente capacità delle organizzazioni criminali mafiose,  riconosciuta dalla Commissione europea oltre un anno fa, di spingersi al  di là dei confini nazionali. Nel caso specifico sarebbe una leggerezza  trascurare una circostanza fondamentale: Ventimiglia è una città di  frontiera».</p>
<p>http://robertogalullo.blog.</p>
<p>ilsole24ore.com</p>
<p><strong>IL DOCUMENTO PRESENTATO ALL&#8217;ANTIMAFIA</strong></p>
<p>L&#8217;allarme pregiudicati calabresi<br />
Il prefetto di Imperia, Fiamma Spena, il 20 ottobre 2011 ha consegnato  alla Commissione parlamentare antimafia una relazione riservata che  parlava di sospette infiltrazioni mafiose nel comune di Ventimiglia.<br />
In particolare, il prefetto scriveva: «Sono stati notati pregiudicati  calabresi intenti ad osservare il lavoro della Commissione d&#8217;accesso di  Ventimiglia, con atteggiamenti e finalità tipici degli ambienti  malavitosi della regione di origine»</p>
<p><a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-02-04/infiltrazioni-ventimiglia-sciolto-comune-081406.shtml?uuid=Aa7MZlmE">http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-02-04/infiltrazioni-ventimiglia-sciolto-comune-081406.shtml?uuid=Aa7MZlmE</a></p>
<p><a href="http://logga.me/ndranghetanews/tag/bordighera/">Tutto sulla &#8216;ndrangheta in Liguria</a></p>
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		<title>Angela Napoli sulla &#8216;ndrangheta a Cosenza</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 17:40:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Su Cosenza c’è una cappa imperforabile» Di redazione 21/01/2012 18:56:00 L’accesso al Comune di Reggio, gli intrecci mafia politica, le ultime inchieste che hanno colpito la Regione, la Città dello Stretto e che potrebbero estendersi anche a Cosenza e Rende. &#8230; <a href="http://logga.me/ndranghetanews/2012/02/04/%c2%absu-cosenza-c%e2%80%99e-una-cappa-imperforabile%c2%bb/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><strong>«Su Cosenza c’è una cappa imperforabile»</strong></h3>
<p>Di redazione 21/01/2012 18:56:00</p>
<p>L’accesso al Comune di Reggio, gli intrecci mafia politica, le ultime inchieste che hanno colpito la Regione, la Città dello Stretto e che potrebbero estendersi anche a Cosenza e Rende. E poi i veleni all’interno delle procure e un sistema di corruzione diffuso che gestisce gran parte dell&#8217;economia calabrese.</p>
<p>Per Angela Napoli componente della commissione parlamentare antimafia esiste un’illegalità diffusa trasformata in sistema che riesce a confondersi con lo Stato e che, spesso, risulta difficilmente intaccabile dalle inchieste della magistratura.<br />
Onorevole Napoli la notizia dell’accesso agli atti al Comune di Reggio rappresenta una vera e propria bomba che avrà forti ripercussioni politiche&#8230;<br />
«Non poteva che finire così. Proprio io avevo fatto una circostanziata interpellanza su quello che, nel Comune di Reggio, è emerso dopo le ultime inchieste. Consiglieri arrestati, un assessore che avrebbe combinato il consenso elettorale con una cosca locale, un municipio in cui le società partecipate sono infiltrate dalla ’ndrangheta, l’anomalo suicidio della dirigente comunale Orsola Fallara e, per ultimo, un incredibile buco finanziario ormai accertato. Ci sono elementi sufficienti da parte del governo centrale per intervenire in maniera decisa quantomeno per valutare la situazione. Certo è che Reggio oggi non vede istituzione che non sia oscurata da un clima torbido: veleni nella magistratura, le bombe alla procura, i pezzi deviati delle forze dell’ordine, il commissariamento di Confindustria. Esiste una situazione che chiede interventi seri per ridare legalità (quella vera) e trasparenza. Un fatto è certo il cosiddetto sistema Reggio è crollato e non vorremmo, alla luce degli arresti dei consiglieri regionali Zappalà e Morelli, che il sistema Reggio diventasse anche sistema Calabria».<br />
In una recente intervista il senatore Antonio Gentile, rientrato nella commissioni Antimafia, ha dichiarato che non ci sono grosse inchieste verso amministratori calabresi&#8230;<br />
«Non credo si possano dire certe cose e se le ha dette non capisco perché lo ha fatto. La commissione parlamentare antimafia fa solo delle indagini per individuare i rapporti mafia-politica ma, per ora, siamo fermi alla valutazione  dei dati riferiti al codice antimafia sulle candidature elettorali; le inchieste vere le fa la magistratura. Trovo anomalo che Gentile possa aver detto queste cose  e il fatto stesso che ci siano due consiglieri regionali arrestati e che nello stesso consiglio regionale ci siano persone inquisite per mafia la dice lunga sulla situazione che stiamo vivendo. Essere così rassicuranti può voler dire non valutare in maniera seria la realtà soprattutto alla luce di quello che abbiamo letto sulla procura di Cosenza con possibili indagini già avviate nei confronti di elementi del consiglio regionale».<br />
Lei ha spostato l’attenzione sulla procura di Cosenza. In questi giorni l’arcivescovo Nunnari ha bacchettato certi uomini che hanno reso sporca la politica mentre il magistrato Eugenio Facciolla ha detto che Cosenza non è un’isola felice e che anche qui esistono connivenze tra criminalità e amministrazione pubblica&#8230;<br />
«Il fatto che Cosenza non sia un’isola felice lo dico dai tempi di Mancini sindaco. Io che ho fatto parte delle precedenti commissioni antimafia ricordo chiaramente che ogni qual volta le commissioni hanno trattato la zona di Cosenza hanno sempre registrato scenari preoccupanti. Alla luce di quanto ho appena detto non mi meraviglio per le parole di Facciolla anche perché so quanto questo magistrato ha lavorato anche passato in questo campo. Così come non posso che approvare il richiamo di monsignor Nunnari importante per rompere certi silenzi omertosi. Non si può continuare ad aspettare sempre l’intervento della magistratura per far venire a galla il marciume. È la stessa politica che deve cambiare rotta e deve smettere di delegare l’attuazione della legalità».<br />
E come mai la magistratura non è ancora riuscita a scoperchiare il malaffare?<br />
« A Cosenza le collusioni mafia politica sono poco visibili perché covano sotto cenere. Che poi ci siano state indagini che in parte sono esplose mentre altre ancora devono essere definite è  un fatto certo. Il perché certe attività dei magistrati abbiano segnato il passo non lo so però non dobbiamo dimenticare inchieste importanti come Nepetia e Santa Tecla».<br />
Insisto nella domanda. Se anche a Cosenza e a Rende come a Reggio c&#8217;è il legame mafia politica, per quale ragione nella Città dello Stretto le inchieste vanno avanti e qui invece no?<br />
«Perché certi intrecci sono così stretti da costituire una cappa  difficilmente perforabile. Parlo di intrecci che accomunano ’ndrangheta, politica, rappresentanti delle Istituzioni, il mondo imprenditoriale e la massoneria deviata che a Cosenza è molto potente. Queste sono forze che si sono unite e hanno fatto sistema, un sistema potentissimo che porta la maschera dello Stato ma è antistato».<br />
Onorevole Napoli in commissione parlamentare Antimafia della situazione esistente a Cosenza se ne discute o no?<br />
«C’è  una relazione sulla ’ndrangheta della precedente legislatura che purtroppo non venne votata né da Gentile né da Mancini perché assenti al momento del voto. Proprio in quella relazione venivano chiaramente evidenziate le collusioni della mafia anche nella provincia di Cosenza. Oggi invece  c&#8217;è un lavoro molto interessante predisposto dal presidente Pisanu relativo alla situazione dell&#8217;economia calabrese legata alla criminalità organizzata dalla quale emerge che gran parte dell&#8217;economia legale è stata sostituita da quella illegale con aspetti estremamente gravi che per il momento non possono essere resi pubblici».</p>
<p>Francesco Ferro</p>
<p><a href="http://web.calabriaora.it/cosenza/10855-%C2%ABsu-cosenza-c%E2%80%99%C3%A8-una-cappa-imperforabile%C2%BB.html">http://web.calabriaora.it/cosenza/10855-%C2%ABsu-cosenza-c%E2%80%99%C3%A8-una-cappa-imperforabile%C2%BB.html</a></p>
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		<title>Cosenza: Telesis, requisitoria del PM Bruni</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 17:34:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Telesis, il tuono dell’accusa Di redazione 23/01/2012 19:41:00 E’ ormai prossima a un primo punto di svolta l’inchiesta “Telesis”, con la requisitoria d’accusa in programma stamane a Catanzaro ad opera del pm della Dda Pierpaolo Bruni. Un curioso caso di &#8230; <a href="http://logga.me/ndranghetanews/2012/02/04/cosenza-telesis-requisitoria-del-pm-bruni/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><strong>Telesis, il tuono dell’accusa</strong></h3>
<p>Di redazione 23/01/2012 19:41:00</p>
<p>E’ ormai prossima a un primo punto di svolta l’inchiesta “Telesis”, con la requisitoria d’accusa in programma stamane a Catanzaro ad opera del pm della Dda Pierpaolo Bruni.</p>
<p>Un curioso caso di omonimia, dal momento che l’inchiesta in questione si propone di dimostrare proprio l’esistenza di un clan malavitoso guidato da esponenti della famiglia Bruni. Nessun legame di parentela, ovviamente, con il pubblico ministero titolare del caso. Dicevamo, l’ora della requisitoria. Gran parte degli indagati, infatti, ha scelto di essere processato con il rito abbreviato, ragion per cui usciranno di scena con largo anticipo rispetto ai pochi che, invece, hanno optato per il dibattimento.<br />
Sempre ammesso che per loro scatti il rinvio a giudizio, ma questo è un altro discorso. La notizia del giorno, invece, riguarda il processo breve. Alla sbarra, ci sarà tutto il presunto organico della cosca, ma non l’uomo ritenuto il capo in pectore dell’organizzazione: quel Michele Bruni deceduto pochi mesi fa al termine di una fulminante malattia. L&#8217;inchiesta parte proprio dall&#8217;ipotesi che a guidare il gruppo in questione fosse il 38enne Bruni, con al suo fianco i familiari più stretti: la moglie, alcuni fratelli, cugini e nipoti. Non a caso, molti di questi nomi figurano nell&#8217;elenco dei 49 mandati di cattura spiccati in occasione del blitz dicembrino. Non mancano, però, nomi eccellenti come quello dell&#8217;ex parlamentare Bonaventura Lamacchia, coinvolto insieme a suo fratello Ernesto, medico di professione, in una presunta estorsione ai danni del titolare di una clinica cosentina.<br />
Un reato, poi riconfigurato dal Tdl in «tentata violenza privata con l&#8217;aggravente mafiosa» messo in atto, si ritiene, per favorire l&#8217;impresa di pompe funebri di Luigi Naccarato, pure lui finito in manette per concorso esterno in associazione mafiosa. I Lamacchia, però, non figurano nell’elenco del processo breve, dal momento che hanno scelto di essere giudicati separatamente.  Il concorso esterno, poi, è l’accusa ipotizzata anche nei confronti di due carabinieri Massimiliano Ercole, 37 anni, di Cosenza, e Francesco Romano napoletano di 34 anni, gestori di una discoteca, il Sin Club di Zumpano, considerata dagli inquirenti come una delle attività economiche controllate dalla cosca, al pari dell&#8217;agenzia funebre. Entrambi, proseguiranno l’avventura giudiziaria con il rito ordinario. Sia Naccarato che i due tutori dell&#8217;ordine, inoltre, erano stati poi rimessi in libertà dal Tribunale del Riesame per mancanza di gravi indizi. Un destino comune a quello di altri indagati (più di un terzo dei 49 inizialmente cautelati) che, dunque, stanno seguendo a piede libero l&#8217;evoluzione della vicenda.<br />
Da alcuni giorni, però, manca all’appello un altro dei principali imputati. Si tratta di Luca Bruni, fratello di Michele, sparito senza lasciare tracce all’indomani della sua scarcerazione decretata dal Tribunale del Riesame. La sua auto è stata ritrovata nei pressi del cinema “Garden”, a Rende, ma del proprietario del veicolo, a tutt’oggi, non si hanno ancora notizie. Gli inquirenti temono che si tratti di un caso di lupara bianca. Sul caso stanno già lavorando i detective dell’Antimafia.</p>
<p>m. c.</p>
<p><a href="http://web.calabriaora.it/cosenza/10928-telesis%2C-il-tuono-dell%E2%80%99accusa.html">http://web.calabriaora.it/cosenza/10928-telesis%2C-il-tuono-dell%E2%80%99accusa.html</a></p>
<p><a href="http://logga.me/ndranghetanews/?s=telesis">Tutto sull&#8217;inchiesta Telesis</a></p>
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		<title>Cosenza, Terminator: articoli interessanti</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 17:27:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I due Serpa “attendibili” Il pm chiede le condanne Di redazione 01/02/2012 19:18:00 Nell’ambito delle richieste di condanna del processo ordinario denominato “Terminator” (altri imputati hanno scelto i riti premiali), il pubblico ministero d’udienza della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, &#8230; <a href="http://logga.me/ndranghetanews/2012/02/04/cosenza-terminator-articoli-interessanti/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><strong>I due Serpa “attendibili” Il pm chiede le condanne</strong></h3>
<p>Di redazione 01/02/2012 19:18:00</p>
<p>Nell’ambito delle richieste di condanna del processo ordinario denominato “Terminator” (altri imputati hanno scelto i riti premiali), il pubblico ministero d’udienza della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, ha chiesto alla Corte d’Assise di Cosenza di condannare Giuliano e Ulisse Serpa, collaboratori di giustizia paolani, a quattro anni di carcere ciascuno.</p>
<p>Una richiesta mite alla cui base vi è l’attendibilità dei due pentiti di Paola dimostrata in relazione alla collaborazione offerta alla giustizia.<br />
Il riferimento è per le cosiddette attenuanti di cui all’articolo 8 del codice applicati in merito a Terminator. L’accusa ha dunque chiesto circa 120 anni di carcere complessivi, a carico di soli cinque imputati, limitandosi a richiedere solo quattro anni ciascuno per gli altri due imputati, i collaboratori di giustizia ed ex uomini d’onore della cosca di Paola.<br />
Ma andiamo ai dettagli.<br />
Gli imputati che hanno scelto di essere giudicati con il processo ordinario, e che saranno giudicati nelle settimane a venire, sono i seguenti: Ettore Lanzino, Vincenzo Dedato, Domenico Cicero, Francesco Amodio, Antonio Pignataro, Giuliano e Ulisse Serpa. Tra loro ben quattro collaboratori di giustizia: oltre a Giuliano e Ulisse Serpa, anche Vincenzo Dedato e Francesco Amodio, nonchè due boss di peso della mala cosentina: Micuzzo Cicero ed Ettoruzzo Lanzino. Diversi altri “uomini d’onore” coinvolti nella maxi inchiesta anti-’ndrangheta denominata Terminator, imboccarono, anni addietro, il rito abbreviato, ossia il cosiddetto rito premiale, ritenuto strategicamente opportuno dai difensori di fiducia al fine di intascare, in caso di condanna dei loro assistiti, lo sconto sulla pena di un terzo. Gli altri imputati, invece, saranno giudicati a breve col rito tradizionale, la cui ultima udienza in ordine di tempo si è tenuta lunedì scorso. Il Pm, in tale contesto, nel formulare le proprie richieste di condanna, si è così espresso: ergastolo per Domenico Cicero e Ettore Lanzino; Francesco Amodio, 20 anni di carcere; 4 anni di carcere rispettivamente per Giuliano e Ulisse Serpa; 14 anni per Vincenzo Dedato.<br />
E se Giuliano e Ulisse Serpa, e Vincenzo Dedato, hanno visto &#8211; nell’ambito delle richieste del pm &#8211; riconosciute le attenuanti di cui all’articolo 8 (collaboratori di giustizia), la stessa pubblica accusa ha “bocciato” il pentito Francesco Amodio. Considerando, infatti, le dichiarazioni contrastanti rilasciate durante il processo da quest’ultimo collaboratore di giustizia, il pubblico ministero ha chiesto alla Corte d’Assise di non concedere le attenuanti per la collaborazione, auspicando una sentenza di condanna a 20 anni di carcere. Nel corso della stessa udienza sono stati ascoltati i difensori dei due fratelli Serpa nonchè l’avvocato di parte civile del Comune di San Lucido (che ha sostituito anche gli altri colleghi) Anna Di Santo. Il Municipio tirrenico, lo ricordiamo, ha chiesto un risarcimento danni pari a cinquecento mila euro. Al termine dell’udienza il giudice ha calendarizzato le altre udienze (entro i primi 15 giorni di febbraio) per sentire i restanti avvocati e per, procedere con la sentenza definitiva di primo grado. Il rinvio a giudizio di tutti gli imputati, lo ricordiamo, era stato sentenziato il 29 luglio del 2009 e, nella stessa udienza, erano state avanzate le richieste di rito alternativo per diversi imputati. Nel caso specifico, a finire nella lista degli imputati da giudicare con rito alternativo, sono: Luigi Muto, 47 anni, di Cetraro, considerato il “reggente” dell’omonimo clan nei periodi di detenzione del padre Franco, boss della cosca tirrenica; Mario Scofano, di Paola, di 49 anni, ritenuto il “reggente” del clan denominato Scofano-Martello-Ditto; Guido Giacomino il Pantera, di 42 anni, braccio destro del boss Gentile; Andreoli Domenico alias zio Mimmo di Cetraro; Guido Africano, 43 anni, di Amantea, figlio del defunto capo clan amanteano don Ciccio Africano; Dino Posteraro, laghese di 50 anni.<br />
Guido Scarpino</p>
<p><a href="http://web.calabriaora.it/cosenza/11136-i-due-serpa-%E2%80%9Cattendibili%E2%80%9D-il-pm-chiede-le-condanne.html">http://web.calabriaora.it/cosenza/11136-i-due-serpa-%E2%80%9Cattendibili%E2%80%9D-il-pm-chiede-le-condanne.html</a></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://logga.me/ndranghetanews/files/2012/02/Immagine2.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-1036" title="Immagine2" src="http://logga.me/ndranghetanews/files/2012/02/Immagine2.png" alt="" width="1105" height="454" /></a>articolo apparso su Calabria Ora del 9 dicembre 2011</p>
<p style="text-align: left;"><a href="http://logga.me/ndranghetanews/?s=terminator">Tutto sull&#8217;inchiesta Terminator</a></p>
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		<title>Gianni Lannes a Radio Radicale: un&#8217;intervista da ascoltare per capire quanto siamo radioattivi.</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 16:53:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[http://www.radioradicale.it/scheda/345040/intervista-a-gianni-lannes-sulle-sue-inchieste-sulle-ecomafie-sulle-minacce-e-gli-attentati-da-lui-subiti- Lannes parla anche della Cunsky di Cetraro, della procedura di dismissione della centrale nucleare di Caorso e della mancanza di dati sui rifiuti industriali prodotti in occidente.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter" src="http://cdn.ecologiae.com/wp-content/uploads/2010/02/sitinucleari.jpg" alt="" width="405" height="432" /></p>
<p><a href="http://www.radioradicale.it/scheda/345040/intervista-a-gianni-lannes-sulle-sue-inchieste-sulle-ecomafie-sulle-minacce-e-gli-attentati-da-lui-subiti-">http://www.radioradicale.it/scheda/345040/intervista-a-gianni-lannes-sulle-sue-inchieste-sulle-ecomafie-sulle-minacce-e-gli-attentati-da-lui-subiti-</a></p>
<p>Lannes parla anche della Cunsky di Cetraro, della procedura di dismissione della centrale nucleare di Caorso e della mancanza di dati sui rifiuti  industriali prodotti in occidente.</p>
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		<title>&#8216;Ndrangheta: fare il boss fa venire la depressione</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 15:22:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[﻿﻿Un boss sotto stress Ndrangheta, false depressioni per uscire dal carcere Giovanni Tizian Sei provvedimenti di custodia cautelare in carcere oggi a Reggio Calabria, destinatari presunti boss e medici. Secondo la tesi della Dda di Reggio Calabria, i boss, per &#8230; <a href="http://logga.me/ndranghetanews/2012/01/28/ndrangheta-fare-il-boss-fa-venire-la-depressione/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>﻿﻿<a href="http://youtu.be/WlZ15uAbf4M">Un boss sotto stress</a></h2>
<h2>Ndrangheta, false depressioni per uscire dal carcere</h2>
<p>Giovanni Tizian</p>
<p>Sei provvedimenti di custodia cautelare in carcere oggi a Reggio Calabria, destinatari presunti boss e medici. Secondo la tesi della Dda di Reggio Calabria, i boss, per sfuggire ai rigori della detenzione carceraria, avrebbero denunciato gravi patologie. “Depressione maggiore”, “Agorafobia”, “Claustrofobia”, sono alcune delle malattie più in voga tra gli ‘ndranghetisti che, secondo le indagini, sarebbero frutto di false certificazioni. Un intreccio stretto, quello fra ‘ndrangheta e sanità, e sempre alla ricerca di sponde politiche.</p>
<p>Se i muri di casa Pelle “Gambazza” potessero parlare si aprirebbe uno  squarcio sulla storia criminale della Calabria. In realtà gli  investigatori quei muri li hanno fatti parlare: li hanno tappezzati di  microspie, ascoltato ogni parola pronunciata da Peppe Pelle, il figlio  del defunto capobastone Antonio Pelle “Gambazza”, reggente dell’omonima  cosca di ‘ndrangheta, padrona di San Luca e Bovalino – provincia di  Reggio Calabria – e potente espressione del “mandamento jonico” della  ‘ndrangheta. Gli affari della cosca si estendono fino in Germania.</p>
<p><strong>Grazie alle intercettazioni ambientali a casa Pelle</strong> sono state avviate numerose indagini. Le operazioni Reale 1-2-3,  un’indagine sull’università di Architettura di Reggio Calabria, un’altra  che ha portato all’arresto del commercialista Giovanni Zumbo, e infine  l’inchiesta che oggi è scaturita in 6 ordinanze di custodia cautelare in  carcere. Tra i destinatari dei provvedimenti presunti boss e medici che  avrebbero ottimi rapporti con la politica.</p>
<p><strong>È una storia di sanità e ‘ndrangheta, che parte dalla Locride e raggiunge la provincia di Cosenza.</strong> Il filo conduttore della vicenda? Favori e contro-favori all’ombra  della sanità calabrese, anche perché la cosca coinvolta è tra le più  potenti della ‘ndrangheta. Il capo carismatico ‘Ntoni “Gambazza” fino al  2009 era al vertice della ‘ndrangheta, con il grado di capo Crimine,  che sarebbe stato sostituito, alla sua morte, con Mico Oppedisano, il  rosarnese che sarebbe stato eletto nel 2009 dai rappresentanti della  “Provincia” – l’organo decisionale della ‘ndrangheta in Calabria –  durante la festa della Madonna di Polsi, in Aspromonte.</p>
<p><strong>Secondo la tesi della Dda di Reggio Calabria,</strong> i  boss, per sfuggire ai rigori della detenzione carceraria, avrebbero  denunciato gravi patologie. “Depressione maggiore”, “Agorafobia”,  “Claustrofobia”, sono alcune delle patologie più in voga tra gli  ‘ndranghetisti. A mettere nero su bianco i disturbi dei boss, erano  medici che sarebbero stati pronti a diagnosticare e certificare  l’esistenza della patologia psichiatrica. Proprio il boss Peppe Pelle  avrebbe utilizzato le certificazioni fasulle. Il boss sulla carta era un  “depresso”, e non a causa dei sequestri di beni subiti negli anni, ma  perché la folta schiera di medici a cui avrebbe fatto riferimento  secondo le indagini avrebbe certificato il suo finto malessere. Il  malato immaginario, in passato, è riuscito a ottenere i domiciliari  grazie a questi escamotage.</p>
<p><strong>La presunta truffa è stata svelata dagli investigatori</strong> anche grazie alla collaborazione del pentito Samuele Lovato, un tempo  affiliato ai Forastefano di Sibari. La strategia del boss Pelle era  semplice, ma accurata. Aggiornava periodicamente la documentazione  sanitaria in suo possesso, in modo da poterne disporre con facilità in  caso di arresto, allegandola a una eventuale istanza di scarcerazione  per motivi di salute. «Io so che parecchie persone che appartengono alla  malavita fanno richiesta … alla ‘ndrangheta. E pilotano la loro uscita  dal carcere facendo tramite i loro avvocati, delle richieste per finire a  Villa degli Oleandri». A dirigere la clinica citata dal collaboratore,  il medico Guglielmo Quartucci, uno degli indagati nell’inchiesta della  Dda reggina. Secondo Lovato, «una volta arrivati a Villa degli Oleandri  fanno esattamente quello che facevano a Villa Verde cioè gonfiano le  patologie, riportano sopra le cartelle farmaci che non vengono  assolutamente somministrati, falsificano dei test». La descrizione del  presunto “sistema” che il pentito fa ai magistrati si riallaccia a  un’altra storia di sanità e ‘ndrangheta, e riporta alla memoria  l’indagine di maggio scorso denominata “Villa Verde”, dal nome di una  clinica privata cosentina. Anche quell’indagine era basata ancora una  volta sulla presunta compiacenza tra medici, dirigenti di strutture  sanitarie private e boss.</p>
<p><strong>Perché il raggiro vada a buon fine è necessario fare affidamento</strong> su un consulente di parte compiacente, il che, secondo Lovato, avviene  praticamente sempre. «Un consulente cui dai tre, cinquemila euro per una  perizia non può andarti contro». E il pentito spiega anche il motivo  della scelta della malattia da diagnosticare, la depressione. «Chi lo  può dire se uno è guarito o meno, tanto più se poi tu hai l’appoggio  della clinica che ti fa da supporto, tu puoi stare una vita ad essere  depresso». Per essere sicuri che il giudice accetti la richiesta di  scarcerazione per cause di salute, agli ‘ndranghetisti consigliano di  mettere in pratica «atti non conservativi della persona», ossia di  procurarsi lesioni, di non mangiare e di deperire il più possibile. I  boss avrebbero detto cosa scrivere ai medici, questa sarebbe stata la  prassi, raccontata dal pentito e che sarebbe stata verificata dagli  investigatori.</p>
<p><strong>Boss depressi e dirigenti medici che certificano il loro male oscuro.</strong> Onorata sanità che si nutre di vicinanze politiche. Come potrebbe  essere per il medico Francesco Moro, coinvolto nell’indagine, che svolge  la sua attività al 118 di Bianco, nella Locride. Moro la famiglia Pelle  “Gambazza” la conosce da «almeno vent’anni». Si sarebbe detto disposto a  certificare a Peppe Pelle un grave stato d’ansia. Il boss era  sorvegliato speciale, e non poteva allontanarsi da Bovalino. E questo  Moro lo sa, per questo gli dice «se eravate libero, ve ne venivate là»,  da suo nipote, Federico Curatola, attuale sindaco di Bagaladi, piccolo  centro dell’area Grecanica, in provincia di Reggio Calabria. Curatola è  un nome che ritorna. Nell’indagine precedente Reale 3, in cui è stato  coinvolto l’ex consigliere regionale Santi Zappalà, tra i politici in  processione a casa Pelle il Ros identifica anche Curatola, che si reca a  Bovalino prima di essere eletto sindaco.</p>
<p><strong>Perché Pelle avrebbe  chiesto a Moro un ulteriore certificato?</strong> Lo scopo era quello di incrementare il numero di certificazioni che per  ben due volte, nel 2005 e nel 2008 , gli avevano fatto ottenere la  scarcerazione. A redigere i presunti falsi certificati per il boss  sarebbe stato, sempre secondo gli investigatori, anche il fratello di  Francesco, il dottore Giuseppe Moro. Gli investigatori citano due  certificati redatti da quest’ultimo, documenti che diagnosticano tutti i  mali psichici possibili: «affetto da depressione, ansia con attacchi di  panico, insonnia, claustrofobia, astenia, generale malinconia e  molteplici disturbi neurovegetativi», e ancora «sindrome ansiosa  depressiva attiva, con insonnia ed molteplici episodi di attacchi di  panico con agorafobia». Certificati riportati nella relazione  psichiatrica del maggio 2008, grazie alla quale Peppe Pelle ottenne i  domiciliari.</p>
<p><strong>A Cosenza cambiano i nomi delle cliniche, ma la storia si ripete.</strong> Il medico si chiama Guglielmo Quartucci, responsabile e socio della  clinica “Villa degli Oleandri” che veniva gestita dal medico come un suo  «esclusivo feudo». Una clinica ereditata dal padre, diretta dalla  sorella, ma, come annotano gli investigatori, governata di fatto da  Guglielmo. A “Villa degli Oleandri” la depressione va per la maggiore,  numerosi presunti malati accorrono da Quartucci allo scopo, secondo gli  investigatori, di tentare di ottenere la scarcerazione. Si reca dal  medico della “Villa” anche Francesco Cornicello, l’avvocato di un  poliziotto accusato dell’omicidio della moglie. La richiesta sarebbe  sempre la stessa: redigere certificati fasulli. Dopo il presunto  accordo, il medico avrebbe chiesto però all’avvocato il favore di  metterlo in contatto con l’Assessore regionale Giuseppe Gentile, con  delega alla Infrastrutture e ai Lavori pubblici. Il motivo? Chiedere  conto di alcune somme che la Regione Calabria deve sbloccare per la sua  clinica. «Sono disperato… qua non ci pagano niente… questo Gentile che  non, non, non, non parla con nessuno», implora Quartucci. «Se mi chiama  se mi chiama Gentile gli fisso un appuntamento, ti chiamo così mi dai  tutti i dati e glieli porto», promette l’avvocato che prende l’impegno  di «sensibilizzare il politico».</p>
<p><strong>Sanità che cerca la politica e politici dalle frequentazioni pericolose. </strong>È  il caso di Vincenzo Cesareo, direttore sanitario del presidio  ospedaliero di Praia a mara, Cosenza, e figlio di Carlo, ex sindaco di  Cetraro negli anni ’80, processato, poi assolto, per associazione  mafiosa insieme a Franco Muto, il boss di Cetraro conosciuto come il “Re  del pesce”. I Cesareo «storicamente, risultano intranei al sodalizio  criminale dei Muto», scrivono i magistrati. Uno dei Cesareo è stato  coinvolto nel processo per l’omicidio di Giannino Losardo, assessore Pci  di Cetraro negli anni ‘80. Infatti insieme ai Muto è finito a processo  Giuseppe Cesareo, figlio di Carlo. Un processo finito nel nulla, un  omicidio senza colpevoli.</p>
<p><strong>Una lunga carriere politica quella di Vincenzo Cesareo. </strong>Ha  seguito le orme del padre. Il medico è stato consigliere e assessore di  Cetraro, poi consigliere provinciale di Cosenza, già coordinatore di  “Forza Italia” per il Comune di Cetraro ed ex consigliere regionale  nello stesso partito. Nel 2005 è passato nel centro-sinistra, ma non è  stato ricandidato alle regionali. Nel 2006, si è presentato come  capolista in Calabria per la Camera dei Deputati per la “Lega Nord-Mpa”.  Alle elezioni regionali del 2010, si è candidato nella “Lista  Socialisti Uniti – P.S.I. per Scopelliti Presidente”, senza però  raggiungere il numero di preferenze necessarie.</p>
<p><strong>Vincenzo Cesareo e il boss Peppe Pelle sono «legatissimi».</strong> Si sente uno di famiglia Cesareo, lo avrebbe ammesso lui stesso davanti  a casa del boss: «Io mi sento come uno, tu lo sai, della famiglia».  Cesareo come tanti altri politici locali si recano da Pelle per chiedere  voti, per cercare il consenso della ‘ndrangheta. Per convincere Pelle  dell’utilità di votarlo, Cesareo gli dice «noi siamo la forza…ci  troviamo a livello di amministrazione». I due hanno un comune amico:  Guglielmo Qaurtucci.</p>
<p><strong>Tra Cesareo e Quartucci intercorrono numerose telefonate.</strong> La clinica di Quartucci versa in condizioni economiche pessime, e il  medico cerca una soluzione politica. L’Asp di Cosenza non pagava, e  Quartuccio è nervoso, in una telefonata avrebbe offeso la dirigente. Ma a  questo punto si muove Cesareo, che mette a disposizione i suoi contatti  all’interno della struttura. Quartucci oltre che sul piano economico è  in crisi anche sul piano politico, infatti non gli va giù la riduzione  dei posti letto delle strutture sanitarie accreditare. E chiede aiuto al  suo mentore che non si tira indietro e propone alcuni contatti: «È un  amico intimo di Scopelliti di tempi di An … è uno che fa politica … ha  un movimento che là a Milano … era, prima era con la Santanchè … ora è  con Fini di nuovo … non … non ci sono problemi. Ok?”. Cesareo confida  all’amico e collega che a quel politico chiederà di essere nominato  dirigente generale di altre strutture.</p>
<p><strong>Alcuni uomini del Pdl cosentino sarebbero d’accordo nel nominare Cesareo dirigente in qualche struttura. </strong>Cesareo  fa il nome dei fratelli Gentile. L’obiettivo è scalare i vertici  dell’Asp di Cosenza così da eliminare chi si mette di traverso, «che ce  li togliamo a tutti a questo turno va», non utilizza mezzi termini  Cesareo. Il dialogo è avvenuto il 26 maggio 2010, un anno dopo Cesareo,  che non è coinvolto nell’indagine, diventerà dirigente dell’ospedale di  Cetraro, mantenendo anche l’incarico di dirigente del presidio di Praia a  mare. Pochi giorni dopo la nomina gli revocano l’incarico. Le  motivazioni? Riorganizzazione della struttura provinciale cosentina.</p>
<div>Leggi il resto: <a href="http://www.linkiesta.it/operazione-ros-ndrangheta-sanita#ixzz1klXcgKfU">http://www.linkiesta.it/operazione-ros-ndrangheta-sanita#ixzz1klXcgKfU</a></div>
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