Tra Reggio e Viterbo

‘Ndrangheta: 22 arresti a Reggio Calabria, riciclavano denaro a Viterbo

06 Maggio 2013 – 09:57

(ASCA) – Reggio Calabria, 6 mag – Con un blitz scattato stamane i carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria hanno arrestato 22 soggetti appartenenti e contigui alla ‘ndrangheta nella sua articolazione territoriale denominata ”locale di Galliciano”’, operante a Condofuri (Rc) e territori limitrofi, nonche’ nella provincia di Viterbo, dove venivano riciclati i proventi illeciti dell’attivita’ mafiosa.

Lo comunica una nota dei carabinieri precisando che l’ordinanza di custodia cautelare emessa – su richiesta della Direzione distrettuale antimafia – dal G.i.p. presso il tribunale di Reggio Calabria. I destinatari del provvedimento sono ritenuti associazione di tipo mafioso; detenzione illegale di armi comuni da sparo; concorso in riciclaggio; concorso in impiego di denaro, beni o utilita’ di provenienza illecita. Il tutto con l’aggravante delle finalita’ mafiose ex art 416 bis del Codice penale.

Nel corso dell’attivita’ investigativa, avviata nel settembre del 2009 – spiega la nota – i carabinieri hanno accertato come nel comune di Condofuri(Rc) siano operanti 3 locali di ‘ndrangheta: Condofuri Marina, San Carlo e Galliciano’.

Le indagini hanno ulteriormente consentito di confermare e documentare le attivita’ criminali e le sue dinamiche interne, anche attraverso l’assegnazione di cariche e gradi.

Le investigazioni hanno inquadrato le attivita’ della famiglia a capo della locale di Galliciano’ ed hanno consentito individuare un rodato sistema di riciclaggio di denaro che, partendo dalla Calabria, era ripulito attraverso le ditte ubicate nel Viterbese per tornare successivamente nel capoluogo reggino.

Contestualmente all’esecuzione del provvedimento restrittivo, vinene eseguito un decreto di sequestro probatorio di 6 aziende, operanti nel settore dei trasporti, ortofrutticolo ed immobiliare.

Le indagini sono state coordinate dal procuratore capo di Reggio Calabria, Cafiero de Raho e dal procuratore Aggiunto, Nicola Gratteri.

com-stt

http://www.asca.it/news-_Ndrangheta__22_arresti_a_Reggio_Calabria__riciclavano_denaro_a_Viterbo-1274248-ATT.html

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Libera Terra Crotone

‘Ndrangheta:nasce coop Terre Ioniche, gestira’beni confiscati

Progetto Libera Terra Crotone con Fondazione Telecom Italia

(ANSA) – CROTONE, 3 MAG – Con la costituzione della Cooperativa sociale Terre Ioniche, destinataria della gestione dei terreni confiscati alla ‘ndrangheta nei comuni di Isola di Capo Rizzuto e Ciro’, si e’ conclusa la prima fase del progetto Libera Terra Crotone, realizzato grazie al contributo di Fondazione Telecom Italia.

Un percorso, e’ scritto in una nota, avviato nel settembre 2010, con la sottoscrizione di un protocollo d’intesa da parte di ministero degli Interni, Regione Calabria, Provincia di Crotone, Comuni di Isola di Capo Rizzuto e Ciro’, Agenzia Nazionale per i beni confiscati, Libera, le organizzazioni agricole che operano sul territorio (Cia, Copagri, Acli Terra, Confagricoltura, Coldiretti), il Consorzio Libera Terra Mediterraneo, l’Agenzia Cooperare con Libera Terra e Legacoop Agroalimentare. In particolare, nei tre anni di percorso verso la costituzione della cooperativa molteplici sono state le attivita’ messe in campo: dagli interventi colturali, lavorazione e sistemazione dei terreni confiscati alla realizzazione di corsi di formazione territoriali, dall’organizzazione di campi estivi di volontariato sui terreni confiscati all’acquisto di attrezzature agricole.

La tappa fondamentale del percorso di corresponsabilita’ e’ segnata da una data, 31 gennaio 2013, giorno in cui si e’ costituita la Cooperativa Sociale Terre Ioniche che e’ pronta oggi per una nuova sfida: lavorare per dare concretezza al progetto di impresa sociale sui terreni confiscati, coltivando colture di seminativo costituite da orzo, grano e legumi.

”Nella fase di avvio – e’ scritto nella nota – ancora una volta si e’ rivelato di fondamentale importanza il contributo di Fondazione Telecom Italia, relativamente all’acquisto delle attrezzature necessarie per la lavorazione dei terreni. La cooperativa infatti, sin dal suo insediamento, ha dovuto avviare attivita’ produttive sui terreni che sono state possibili grazie alla possibilita’ di acquistare un trattore ed altri accessori indispensabili per la lavorazione dei terreni”.

”Il percorso realizzato in Calabria – ha detto il presidente di Libera, don Luigi Ciotti – e’ la dimostrazione che insieme si puo’ fare, dove il ‘noi’ vince sul potere criminale. Un ‘noi’ umile, attento, ricco della partecipazione e del protagonismo di tante realta’. Un progetto che concilia l’etica e l’estetica, il bello e il giusto e che si concretizza in quei prodotti freschi di liberta’ e di responsabilita’. Con il contributo di tutti si e’ riusciti a voltare pagina a dimostrazione che chi semina raccoglie i frutti del proprio impegno”.

La presenza di Fondazione Telecom Italia nel progetto ”Libera Terra Crotone”, ha sostenuto Marcella Logli, segretario generale di Fondazione Telecom Italia, ”e’ motivo di orgoglio e consapevolezza di essere sulla giusta strada, quella della ricerca di legalita’ e giustizia unite alla concreta possibilita’ offerta a dei giovani calabresi di costruire il proprio futuro in maniera piena ed autonoma. Ringraziamo Libera e tutti i suoi rappresentanti per la determinazione nel portare avanti un progetto cosi’ ambizioso, difficile e giusto”.

(ANSA).

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News: Morabito, De Masi, Cosco.

‘Ndrangheta, assolto il boss Morabito
Il pm aveva chiesto per lui 6 anni

Il boss di Africo, Giuseppe Morabito detto “Tiradritto”, è stato assolto dalle accuse nell’ambito del processo derivante dall’inchiesta “Bellu lavuru 2″ relitiva alle indagini sui lavori di ammodernamento e rifacimento di diversi tratti della statale 106 Jonica. Per lui il pm Lombardo aveva chiesto una condanna a 6 anni di carcere

REGGIO CALABRIA – Il boss di Africo Giuseppe Morabito, detto «Tiradritto», è stato assolto nel processo «Bellu lavuru 2», celebrato in abbreviato. Il pm della DDA di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, aveva chiesto per Morabito la condanna a 6 anni di reclusione. Lo stralcio celebrato in abbreviato riguardava l’indagine sulle infiltrazioni delle cosche joniche negli appalti della strada statale 106.

Il sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, aveva chiesto per Morabito la condanna a sei anni di reclusione.  Il processo era la prosecuzione della prima indagine, di qualche anno fa, che aveva incastrato buona parte della manovalanza mafiosa. La seconda indagine, invece, aveva alzato il livello investigativo, andando a colpire la parte imprenditoriale e gestionale. Nel processo si erano costituite parti civili la Provincia di Reggio Calabria, i comuni di Bova Marina, Palizzi Marina e Africo. A questi Enti si è aggiunta anche la Regione Calabria, che alla prima udienza aveva marcato visita. Infine, parte civile erano anche Condotte Spa e Anas, le due aziende impegnate nei lavori di ammodernamento. Il primo troncone del processo “Bellu lavuru” nacque da un’inchiesta svolta dai Carabinieri, che andò a bloccare le ingerenze delle cosche della ionica sulla Statale 106. Il blitz dei militari dell’Arma scattò nel giugno 2008, allorquando venne data esecuzione a un provvedimento di fermo firmato dal procuratore capo Giuseppe Pignatone e dai sostituti Salvatore Boemi, Franco Mollace, Domenico Galletta e Giuseppe Lombardo, unico dei quattro a essere ancora in forza alla Dda di Reggio Calabria. Nel focus degli investigatori finirono i cantieri della zona di Palizzi, con riferimento agli anni 2006-2008: secondo le indagini le cosche Morabito, Palamara, Bruzzaniti, unitamente ai Talia, Maisano e ai Vadalà, avrebbero messo le mani sulle attività lavorativa nei cantieri, occupandosi del movimento terra, del trasporto e dalla fornitura di inerti, nonché della scelta delle maestranze da impiegare. Un sistema, dunque, che sarebbe stato messo in atto in combutta tra i territori di Africo e Bova. Il nome dell’operazione prende spunto da un’intercettazione ambientale effettuata presso il carcere di Parma tra il “Tiradritto” Giuseppe Morabito, boss di Africo catturato dal Ros dei Carabinieri il 18 febbraio 2004, e il genero Giuseppe Pansera: “bellu lavuru”, questa l’affermazione che avrebbero fatto con i loro parenti, con riferimento ai lavori che avrebbero interessato la Statale 106. Il secondo filone d’indagine ha alzato il tiro sui manager e i funzionari che, secondo il pm Lombardo, sarebbero stati al servizio delle cosche. Il grosso degli imputati ha comunque optato per il rito ordinario, venendo “spedito” a Locri.

http://www.ilquotidianodellacalabria.it/news/cronache/712191/-Ndrangheta–assolto-il-boss.html

Gruppo De Masi nel mirino della ‘ndrangheta: 44 colpi di kalashnikov

Sono 44 i colpi di Kalashnikov Ak47 di provenienza jugoslava sparati poche ore fa a Gioia Tauro contro il capannone della Global repairs, un’azienda del gruppo De Masi di Rizziconi – circa 160 dipendenti complessivamente – che si occupa di lavori di riparazione di manutenzione di mezzi portuali.

L’attentato non è stato casuale: è stato fatto contro il capannone dove il gruppo De Masi da pochi giorni ricovera i container vuoti movimentati nel porto di Gioia Tauro, sulla base di un contratto siglato appena 20 giorni fa con il terminalista. Un attentato plateale e al tempo stesso studiato nei minimi particolari visto che alcune cartucce inesplose sono state fatte volontariamente trovare accanto ai bossoli. Un chiaro segnale: le prossime sono per l’imprenditore.

De Masi ha presentato denuncia ai Carabinieri di Gioia che porteranno il caso alla prossima riunione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza. «Il tenente dei Carabinieri – spiega De Masi al sole24ore.com – mi ha fatto domande di rito e gli ho detto chiaro e tondo che, come dimostra la mia vita sempre in trincea contro l’illegalità, non ho nessun timore nel denunciare fatti e circostanze ma voglio che lo Stato sia presente. Non ho minimamente paura e timore a denunciare anche quando sarò portato al cospetto del Comandante provinciale dell’Arma. Lo Stato però non può lasciarmi solo nelle battaglie contro la ‘ndrangheta e le deviazioni del sistema creditizio che combatto ormai da una vita».

Antonio De Masi – che negli anni Novanta era stato tra i primi imprenditori calabresi a chiudere “per mafia” per protestare contro l’assoluto dominio delle cosche della Piana di Gioia Tauro alle quali, dal momento della riapertura delle attività, non si è mai piegato – sta conducendo una battaglia pressoché isolata anche contro la deriva del credito, dopo aver vinto negli ultimi anni alcune battaglie giudiziarie che hanno stabilito come nei confronti delle sue aziende fossero stati praticati tassi usurari.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-04-13/contro-gruppo-antimafia-masi-175951.shtml?uuid=Ab52dvmH

‘Ndrangheta, Cosco: ”Ho ucciso Lea Garofalo, è stato un raptus”

Milano, 16 apr. (Adnkronos) – “Io non volevo uccidere la madre di mia figlia, e’ stato un raptus”. E’ questa la verita’ di Carlo Cosco che, davanti ai giudici della Corte d’Assise d’Appello di Milano, ha ricostruito quanto accaduto la sera del 24 novembre 2009 quando uccise l’ex compagna Lea Garofalo. Condannato in primo grado all’ergastolo, Cosco racconta l’aggressione alla donna, per un “raptus. Io non ho mai avuto intenzione di uccidere la madre di mia figlia Denise”.

Un omicidio che, secondo il suo racconto, nulla a che vedere con la ‘ndrangheta e la decisione della Garofalo di collaborare con la giustizia. “Non faccio parte della ‘ndrangheta, mai fatto parte di una ‘ndrina, io non sono assolutamente un uomo di ‘ndrangheta”.

“Non volevo ucciderla perche’ non mi ha fatto niente”, racconta ancora Cosco che ricostruisce il rapporto con la madre di sua figlia. “Dopo la mia scarcerazione ho cercato la Garofalo per rintracciare mia figlia che non vedevo dalla meta’ del 2002″, ma l’ex compagna “era libera di farsi una vita, il volevo solo vedere mia figlia”.

Un rapporto difficile fino alla sera del delitto quando racconta, con Carmine Venturino e Lea Garofalo, si ritrovano nell’abitazione di un loro amico, Massimo Floreale. “Volevo fare vedere quella casa a Lea perche’ poi a Natale volevo fare una sorpresa e portarci mia figlia Denise. Le ho mostrato il bagno e le stanze e, mentre ho detto a Venturino di fare un caffe’, non so cosa e’ successo… Lea mi ha detto delle brutte parole e che non mi avrebbe piu’ fatto vedere Denise e non ci ho visto piu’. L’ho presa a pugni e buttata per terra con la testa”.

http://www.adnkronos.com/IGN/Regioni/Lombardia/Ndrangheta-Cosco-Ho-ucciso-Lea-Garofalo-e-stato-un-raptus_3296135272.html

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‘Ndrangheta, sequestrati beni per oltre 150 milioni al “re della montagna” d’Aspromonte

30 marzo 2013
 Imprese operanti nei settori dell’industria boschiva e della compravendita e locazione di beni immobili, 84 fabbricati, di cui uno a Roma, 118 terreni e conti correnti: sono i beni sequestrati dalla Dia e dai carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria a Rocco Musolino, di 86 anni, di Gambarie d’Aspromonte, conosciuto come il “re della montagna”. Le indagini sono state avviate dai carabinieri nel 2008 dopo il tentato omicidio ai danni dello stesso Musolino, noto imprenditore nel settore dei legnami. Dalle indagini è emerso come Musolino sia stato più volte interessato per la risoluzione di disaccordi e problemi sorti a Santo Stefano d’Aspromonte e a Reggio Calabria per via di quello che gli investigatori definiscono il “prestigio criminale di cui godeva”. Secondo l’accusa l’imprenditore avrebbe esercitato la propria attività sfruttando i legami con la ‘ndrangheta. Legami che gli avrebbero consentito di operare fino a raggiungere una posizione di sostanziale monopolio, con modalità di sopraffazione e intimidazione tipiche dell’impresa mafiosa, nonché sfruttando le cointeressenze in tutti gli altri settori del mondo politico, economico ed istituzionale. Alcuni collaboratori di giustizia lo hanno indicato come personaggio di estrema importanza nell’ambito della cosca Serraino, all’interno della quale avrebbe esplicato funzioni di vertice. Secondo gli investigatori, Musolino, grazie alla vicinanza con la ‘ndrangheta avrebbe esteso la sua impresa fino ad ottenere un consistente vantaggio patrimoniale specie quando, intrattenendo rapporti economici con la Regione Calabria, ha lavorato e fornito prestazioni in cantieri in cui la presenza di esponenti delle cosche era massiccia. A Musolino e’ stato notificato un avviso di conclusione indagini per esercizio abusivo dell’attività finanziaria. Stesso provvedimento è stato notificato alla sua segretaria particolare Francesca Sinicropi, di 58 anni. Nell’ambito dell’inchiesta sono stati notificati avvisi di conclusione indagini anche a Saverio Pizzimenti (41), a Giuseppe Frasca (51) ed a Rocco Stilo (61) per avere aiutato Musolino ad eludere le indagini rendendo dichiarazioni false e reticenti ai carabinieri e riferendo al “re della montagna” il contenuto delle loro dichiarazioni.

http://www.giornaledicalabria.it/index.php?section=news&idNotizia=34808&idarea=2

5 aprile 2013 – 9:21

Don Rocco Musolino/1 Il re dell’Aspromonte impone assunzioni e salari ma per lui la parola ‘ndranghetista compare e scompare

Lo ammetto: sono rimasto affascinato dal decreto con il quale il 29 marzo il personale della Dia guidata da Gianfranco Ardizzone e i Carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria hanno eseguito il sequestro preventivo a carico di Rocco Musolino, emesso dal Tribunale di Reggio Calabria – Sezione Misure di Prevenzione, su richiesta del Procuratore aggiunto Prestipino Giarritta Michele e del sostituto Stefano Musolino della locale Dda.

Il provvedimento ha riguardato imprese, conti correnti e beni mobili ed immobili riconducibili a Rocco Musolino (classe 1927) per un ammontare complessivo di oltre 150 milioni. Sorbole! A Musolino viene contestato l’abusivo esercizio dell’attività finanziaria a conclusione delle indagini preliminari avviate dai Carabinieri nel 2008 (!).

Il fascino del decreto – vi garantisco – è doppio. Da una parte c’è il fatto – scontato e sul quale non mi dilungo – che su 46 pagine di provvedimento, ben 34 (dico: 34!) sono rappresentate dall’elenco dei beni sequestrati.

Guagliò c’è di tutto da Reggio a Roma: tettoie (!), stalle, scuderie, terreni agricoli come se grandinasse, appartamenti come se piovesse, ville come se nevicasse, magazzini e conti correnti.

Il fascino reale, però, sta nella ricostruzione della storia di quest’uomo che il processo Olimpia aveva mandato assolto nel 2001 dalla contestazione del 416 bis (associazione di stampo mafioso). La sua pericolosità sociale così come la confisca dei suoi beni erano – di conseguenza – magicamente sparite!

Debbo onestamente dire che il presidente della sezione di Tribunale, Maria Teresa Gentile e i giudici Alessandra Borselli e Anna Carla Mastelli (tre donne con gli attributi, sissignori) hanno fatto un lavoro di ricostruzione sintetico ed efficace sul personaggio che – a mio sommesso avviso – dà l’idea della forza, della contiguità e degli interessi del cosiddetto “re della montagna”. Un lavoro – si badi bene – facilitato dalla linearità e concretezza del “piatto” apparecchiato sul loro tavolo dal pm della Dda Stefano Musolino e dall’incessante e proficuo impegno di Dia e Carabinieri.

Gli estensori pesano e calibrano le parole: «…i fatti nuovi e diversi da quelli a suo tempo valutati, consentono di ritenere che Rocco Musolino sia soggetto socialmente pericoloso, in quanto fortemente indiziato di appartenere alla ‘ndrangheta».

E da quel momento è un capolavoro, perché il Tribunale descrive come meglio non si potrebbe questo personaggio “borderline”, dicendo e non dicendo, scrivendo e non scrivendo ma – di certo – giungendo a quelle conclusioni che anche la singola pietra di Santo Stefano d’Aspromonte (dove il nostro nacque) conosce.

E’ per questo – proprio per il suo valore direi quasi “didattico” – che ho deciso di raccontare con due puntate il contenuto di questo decreto.

Seguitemi, imparerete molte cose.

L’ATTENTATO FALLITO

Rocco Musolino ufficialmente – apprendiamo – per la Giustizia non è uno ‘ndranghetista, è solo “fortemente indiziato”. Capolavoro legittimo e reale. Ed infatti il decreto – da pagina 2 – per farci conoscere meglio il suo profilo tira fuori dal cassetto un’informativa dei Carabinieri di Reggio Calabria del 18 settembre 2011 nella quale ricordano che il 23 luglio 2008 Rocco Musolino e Agostino Priolo furono “sparati” mentre stavano andando al lavoro lassù per le montagne tra boschi e valli in fior.

«Rocco Musolino, titolare di regolare porto d’armi per difesa personale – si legge nell’informativa – viaggiava con l’arma al seguito, approntata con il colpo in canna (cioè pronta all’uso ndr) e due caricatori completi in quella che viene dallo stesso definita “una normale giornata lavorativa”. Nonostante le circostanze sopra riportate, entrambi i feriti, escussi a sommarie informazioni, asserivano di non avere sospetti su alcuno e di non riuscire a fornire spiegazioni in ordine alle possibili motivazioni».

Voi come commentereste queste note dell’informativa? Ne sono sicuro: nello stesso, identico modo in cui lo fanno i tre giudici donna: «…la stessa circostanza che il Musolino sia stato vittima di un attentato, posto in essere con modalità tipicamente mafiose, che lo stesso viaggiasse armato e con il colpo in canna, che avesse con sé ben due caricatori completi, induce ad un attento esame in ordine ai suoi profili di pericolosità pregressa ed attuale».

Ma il nostro non si fa mancare nulla come appare da un colloquio tra Pasquale Libri, nipote acquisito di Rocco Musolino e Carlo Chiriaco, ex dirigente sanitario pavese condannato in primo grado per associazione di stampo mafioso, in cui i due parlano delle minacce di morte alla figlia del “re della montagna”. Libri ad un certo esclama: «ma non so se lui è più nelle condizioni di reagire…no ma a prescindere dall’età che è quella che è…ma anche per il fatto che ormai non credo abbia apparato dietro».

E qui si inserisce – d’obbligo – un’altra tessera del capolavoro del Tribunale, che senza dire che è un uomo di ‘ndrangheta, scrive che «è evidente che tale conversazione conforti un giudizio di pericolosità sociale qualificata certamente pregressa in termini di appartenenza alla ‘ndrangheta…». Pregressa…

L’AUTORITA’

Se è vero che Rocco Musolino non aveva più un esercito dietro, è ancor più vero che la sua autorità (la sua auctoritas la definiscono civettuolamente le tre giudici), la sua influenza negli anni non viene meno.

Ne volete un esempio? Ve lo do perché – ripeto – questo decreto è un concentrato della cultura che tutti i giorni bisognerebbe combattere: a Reggio come a Gorizia.

Rocco, un bel giorno, intrattiene un’amabile telefonata con chi? Con Francesco Nirta, figlio di Antonio Nirta di San Luca, esponente della famiglia mafiosa omonima. E di cosa parlano? Della Reggina? Nossignori! Rocco racconta ad Antonio Nirta come sia riuscito a convincere una donna, proprietaria di alcuni terreni in Aspromonte, ad assumere come guardiano il figlio di tal peppineddu.

La cosa raccapricciante è che Rocco Musolino, si legge nell’informativa dei Carabinieri che il decreto riassume, non si sarebbe limitato a imporre la guardiania ma anche il salario, accontentandosi alla fine di poco per il suo protetto! Leggete qui: «In tale occasione la …omissis…, non pronunciandosi minimamente sul prezzo del servizio diceva a Rocco Musolino: “è giusto…quello che fate voi…”. Continuando Rocco Musolino afferma che: “…ho preso un foglio di carta e ho scritto 800 euro al mese..” ricevendo come risposta dalla donna: “…va bene, disse, per noi sta bene disse…da gennaio in avanti li assicuriamo regolarmente…tutto…e vi diamo 800 euro, quanto dice don Rocco…”». Già, don Rocco…

E qui il collegio giudicante fa proprie, condividendole in toto, le affermazioni dei due pm della Dda, che evidenziano come questa condotta: «mette in luce l’attualità non solo delle capacità relazionali (imprenditoriali e criminali) di Musolino ma anche l’esercizio da parte sua di forme di controllo del territorio e d’intimidazione implicita, tipiche di un soggetto partecipe, anzi posto ai vertici, di un’articolazione di ‘ndrangheta…colui che impone la guardiania è soggetto che, attraverso un’organizzazione ben strutturata, esercita il controllo criminale del territorio e tale qualità gli è riconosciuta anche dall’esterno. Diventa così patrimonio di conoscenza dell’intera comunità che un fondo sottoposto al suo controllo non possa subire forme di danneggiamento o depauperamento, perché una siffatta condotta non sarebbe ricolta solo a danno del proprietario ma soprattutto a nocumento del prestigio dello ‘ndranghetista».

Poche pagine dopo il Tribunale si assume responsabilità piena della parola “’ndrangheta” e scrive che ci sono ulteriori, plurimi e convergenti elementi, sulla scorta dei quali poter effettuare «un del tutto tranquillizzante giudizio di pericolosità sociale del preposto in termini di sua piena appartenenza alla ‘ndrangheta».

E giù con una sfilza di dichiarazioni di collaboratori di giustizia.

Antonino Rodà l’11 ottobre 1995, dopo aver dichiarato la sua appartenenza alla cosa Serraino (altra cosca montanara) dirà che «il Musolino era capo società di Gambarie. E’ affiliato con funzioni verticistiche alla cosca Serraino e s’interessa dell’industria boschiva».

Giacomo Ubaldo Lauro nel ’95 inquadrò Musolino al vertice della gerarchia mafiosa calabrese con Nino Mammoliti, Antonio Nirta e altri.

Antonino Zavettieri nel 2005 dichiarò che Rocco Musolino ha il comando incontrastato di Santo Stefano d’Aspromonte.

Paolo Iannò, nel 2003, dirà sostanzialmente la stessa cosa e nel passato si espressero sul ruolo importante di Rocco Musolino anche Di Iovine e Filippo Barreca.

Tutto questo ben di Dio fa scrivere ai tre giudici del Tribunale che: «il proposto è soggetto appartenente alla ‘ndrangheta». Le tre donne comunque specificano che il concetto di appartenenza è più ampio rispetto a quello di partecipazione, che il giudizio di prevenzione è del tutto autonomo rispetto a quello penale, visto che richiede «il solo positivo accertamento di indizi di appartenenza, comprensiva di forme di contiguità funzionali agli interessi associative e denotative della pericolosità sociale e non la prova della partecipazione all’associazione mafiosa». E più in là si leggerà che «va evidenziato come tale contiguità funzionale alla ‘ndrangheta che doveva ritenersi esistente fin dai primi anni Settanta, abbia caratterizzato la vita e gli interessi economici del Musolino con continuità fino all’attualità».

Oggi mi fermo qui ma lunedì, da qui, riprendiamo.

1 – to be continued

8 aprile 2013 – 9:00

Don Rocco Musolino/2 Il re (“vangelo e massone”) monopolista d’Aspromonte che intasca(va) miliardi dalla Regione Calabria!

Cari lettori da venerdì scorso sto analizzando il decreto (una sberla da 150 milioni) con il quale il 29 marzo il personale della Dia guidata da Gianfranco Ardizzone e i Carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria hanno eseguito il sequestro preventivo a carico di Rocco Musolino, emesso dal Tribunale di Reggio Calabria – Sezione Misure di Prevenzione, su richiesta del Procuratore aggiunto Prestipino Giarritta Michele e del sostituto Stefano Musolino della locale Dda (rimando al post di venerdi).

Le indagini a carico del “re della montagna” furono avviate dai Carabinieri nel 2008, a seguito del tentato omicidio nei confronti di Rocco Musolino, noto imprenditore nel settore dei legnami.

Venerdì abbiamo visto come il presidente della sezione di Tribunale, Maria Teresa Gentile e due i giudici Alessandra Borselli e Anna Carla Mastelli siano state abilissime a descrivere il profilo di pericolosità viva, vegeta ed attuale di Musolino, lavorando in punta di diritto sul termine ‘ndranghetista. Abbiamo messo sotto la luce la sua “autorità” che portava – per i giudici e per i due pm che hanno avanzato le richieste – a dominare uomini e cose.

Oggi proseguiamo sul crinale giuridico del termine ‘ndranghetista e sulla capacità di Musolino di risolvere disaccordi e problemi sorti a Santo Stefano in Aspromonte e a Reggio Calabria, in ragione del prestigio criminale di cui godeva.

Un decreto di sequestro “capolavoro” – ripeto come ho fatto anche venerdì –perché non v’è dubbio che dipinge sottoculture e disvalori, usando una sintesi efficace.

IL RE MASSONE?

Lo stesso fanno la Dia guidata da Gianfranco Ardizzone e il Comando provinciale dei Carabinieri di Reggio Calabria che – senza saper né leggere né scrivere – in un comunicato stampa congiunto affermano che «Musolino ha esercitato la propria attività sfruttando i legami con la ‘ndrangheta, che gli hanno consentito di operare ed agire, fino a raggiungere una posizione di sostanziale monopolio, con modalità di sopraffazione e intimidazione tipiche dell’impresa mafiosa, nonché sfruttando le cointeressenze in tutti gli altri settori del mondo politico, economico ed istituzionale».

E sono proprio Dia e Carabinieri che calano l’asso descrivendo, attraverso le parole del pentito Filippo Barreca, il ruolo di vertice di Rocco Musolino: «…il suo grado all’interno della ‘ndrangheta è elevatissimo, più di “vangelo”, e questo grado di mafia cumula con quello di massone…».

Le indagini hanno accertato, sempre secondo gli uomini della Dia e i Carabinieri . che Musolino, al quale viene contestato l’abusivo esercizio dell’attività finanziaria a conclusione delle indagini preliminari avviate nel 2008 – «è un imprenditore colluso che ha tratto indubbio vantaggio dalla sua vicinanza alla ‘ndrangheta, poiché tale contiguità gli ha garantito la tranquillità necessaria ad espandere la sua impresa fino ad ottenere un consistente vantaggio patrimoniale specie quando, intrattenendo rapporti economici con la Regione Calabria, ha lavorato e/o fornito prestazioni proprio in quei cantieri in cui la presenza di esponenti della ‘ndrangheta era massiccia. La contiguità ad ambienti ‘ndranghetisti ha reso evidente come i profitti ricavati dalle sue imprese abbiano costituito proprio il profitto della sua attività illecita; gli accertamenti seguiti alle attività d’indagine svolte nei suoi confronti hanno contribuito a fare chiarezza sulla caratura del personaggio e sui modi attraverso i quali ha costruito la sua ricchezza; modi tipici caratterizzanti le condotte mafiose, con riferimento sia alle interferenze nell’economia legale, al conseguimento di profitti illeciti, agli ostacoli frapposti al libero esercizio del voto, come emerge in intercettazioni risalenti a periodi di elezioni amministrative nella sua zona d’origine».

Ma andiamo con ordine perché di trippa ce n’è in abbondanza.

I RAPPORTI IN COMUNE E REGIONE

Il “re” «saggio» (come lo definiscono i tre giudici donna) viene dipinto nei suoi rapporti con gli amministratori e/o consiglieri del Comune di Santo Stefano d’Aspromonte (di cui Rocco Musolino è stato anche sindaco!) da un’informativa dei Carabinieri di Reggio Calabria del 18 settembre 2011. Le risultanze dell’informativa, da pagina 67 e seguenti, «ben fotografano l’attività dello stesso posta in essere al fine di imporre presso il suddetto Comune, persone a lui vicine, cercando di influire sui risultati della campagna elettorale del 2010 al fine di garantirsi anche in tal modo un controllo del territorio».

Da quando, nel 1968, Musolino (classe ’27) ha iniziato l’attività di imprenditore boschivo, la sua impresa (che come concorrenti, si legge nel decreto a pagina 9, aveva comunque soggetti vicini alla criminalità organizzata) è stata caratterizzata da un trend costantemente in ascesa e, si legge ancora, senza incontrare intoppi di alcun tipo è diventato uno degli imprenditori boschivi più importanti di tutta la provincia di Reggio Calabria.

Di più! La documentazione sequestrata presso l’abitazione di Musolino nel corso delle indagini ha dato conferma del fatto che la sua impresa è diventata la prima impresa fornitrice della Regione Calabria nei cantieri della fascia jonica della provincia di Reggio Calabria!

Il culmine della sua fortuna economica è stata nel triennio 86/88, quando la sua impresa ha emesso fatture alla Regione Calabria per 2,7 miliardi (del vecchio conio, direbbe qualche nostalgico). E come ti concludono le tre giudici donna? Che Musolino ha esercitato «la propria attività sfruttando i legami con la criminalità organizzata locale che gli ha consentito di operare ed agire fino a raggiungere una posizione di sostanziale monopolio con modalità di sopraffazione e intimidazione tipiche dell’impresa mafiosa nonché sfruttando le cointeressenze in tutti gli latri settori del mondo politico, economico ed istituzionale».

Guagliò, impeccabili! Quanto sarebbe bello che qualcuno potesse scavare (lo starà già facendo?) sui meandri della pubblica amministrazione che hanno permesso a Musolino di trovare autostrade spianate negli uffici, che invece ad altri appaiono neppure imboccabili.

2 – the end (la precedente puntata è stata pubblicata venerdì 5 aprile)

http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2013/04/don-rocco-musolino2-il-re-vangelo-e-massone-monopolista-daspromonte-che-intascava-miliardi-dalla-regione-calabr.html

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‘Ndrangheta: operazione “Genesi”, chiesti 379 anni di carcere

(AGI) – Vibo Valentia, 28 mar. – Pene per complessivi 379 anni di carcere sono stati richiesti dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia dal procuratore della Dda di Catanzaro, Giuseppe Borrelli e dal pm antimafia Simona Rossi, al termine requisitoria nel maxiprocesso nato dall’operazione “Genesi” che vede imputate 43 persone accusate di far parte dei clan Mancuso di Limbadi, Galati e Prostamo di Mileto, Soriano di Filandari, Morfei di Dinami. In particolare, le richieste di condanna riguardano 28 imputati, mentre per gli altri 15 e’ stata avanzata richiesta di assoluzione. Le richieste di assoluzione, per quanto riguarda gli imputati della provincia di Vibo, interessano: Pantaleone Mancuso (cl. ’47), detto “Vetrinetta”, di Limbadi, Roberto Piccolo, di Nicotera, Vincenzo Barbusca e Fortunato Nardi, entrambi di Monsoreto di Dinami, Gaetano Galati, Francesco Mesiano, Francesco Elia, Andrea Curra’, tutti di Mileto, Gaetano Soriano, Domenico Soriano, Francesco Soriano, tutti di Filandari. Per quelli residenti in provincia di Reggio Calabria, le richieste di assoluzione riguardano: Antonio Albanese di Candidoni, Francesco Nesci e Antonio Fazzari, entrambi di San Pietro di Carida’. Queste, invece, le singole richieste di condanna: Luigi Mancuso, 27 anni; Giuseppe Mancuso, 27 anni; Diego Mancuso, 26 anni; Pantaleone Mancuso (agosto ’61), detto “Scarpuni”, 25 anni; Salvatore Mancuso (cl.
’72), 25 anni; Francesco Mancuso, 7 anni; Giovanni Mancuso, 7 anni; Pantaleone Mancuso (settembre ’61), detto “L’Ingegnere”, 7 anni; Roberto Cuturello, 13 anni. Tali imputati sono tutti di Limbadi. Le richieste di pena riguardano poi: Salvatore Cuturello, 13 anni, Antonio Prenesti’, 13 anni, Raffaele Reggio, 13 anni, tutti di Nicotera; Nazzareno Prostamo, di San Giovanni di Mileto, 19 anni; Pasquale Pititto, di San Giovanni di Mileto, 18 anni; Antonio Angiolini, di Dimani, 13 anni; Mauro Campisi, di Monsoreto di Dinami, 8 anni e 9mila euro di multa; Antonino De Vito, di San Gregorio d’Ippona, 13 anni; Ottavio Galati, di Mileto, 14 anni; Michele Silvano Mazzeo, di Mileto, 13 anni; Alessandro Morfei, di Monsoreto di Dinami, 7 anni e 7mila euro di multa; Domenico Antonio Oppedisano, di San Pietro di Carida’, 13 anni; Giuseppe Oppedisano, di San Pietro di Carida’, 13 anni; Giuseppe Santaguida, di Sant’Onofrio, 7 anni; Leone Soriano, di Pizzinni di Filandari, 10 anni e 50mila euro di multa; Michele Tavella, di Mileto, 11 anni e 7.500 euro di multa; Nicola Zungri, di Rosarno, in provincia di Reggio Calabria, 10 anni e 6.300 euro di multa. Per il collaboratore di giustizia Michele Iannello, di San Giovanni di Mileto, gia’ definitivamente condannato per l’omicidio del piccolo Nicolas Green (ucciso sull’A3 nel settembre del 1994 in un fallito tentativo di rapina), la richiesta di pena e’ di 3 anni di reclusione. Per gli imputati per i quali e’ stata richiesta la condanna, la pubblica accusa ha poi chiesto delle assoluzioni per alcuni specifici capi d’imputazione. Associazione mafiosa, traffico di stupefacenti, usura, estorsioni, rapine, detenzione di armi i reati, a vario titolo, contestati. Oltre 40 i collaboratori di giustizia ascoltati durante il processo che va avanti dal 2004, mentre l’operazione e’ scattata nell’agosto del 2000.

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‘Ndrangheta news: Nepetia, Tela del Ragno, Mistero

 

Processo Nepetia, nove condanne in appello
Confermati legami tra boss Muto e clan Gentile

Confermato l’impianto accusatorio nei confronti degli imputati nel secondo processo d’appello ai presunti esponenti della cosca Gentile-Besaldo che ha la sua influenza nei territori di Amantea e del medio Tirreno cosentino. La prima sentenza era stata annullata in Cassazione

CATANZARO – Nove condanne di primo grado sono state confermate nei confronti degli imputati nel secondo processo d’appello ai presunti esponenti della cosca Gentile-Besaldo che ha la sua influenza nei territori di Amantea e del medio Tirreno cosentino. La sentenza è stata emessa dai giudici della Corte d’appello di Catanzaro.

I giudici hanno anche assolto il sottufficiale della Guardia di finanza Domenico De Luca dai reati di rivelazione del segreto istruttorio con l’aggravante delle modalità mafiose per i quali era stato condannato in primo grado alla pena di due anni di reclusione. De Luca, difeso dall’avvocato Francesco Gambardella, è stato ritenuto responsabile del reato di accesso abusivo ad un sistema informatico ed è stato condannato a 8 mesi di reclusione, con la sospensione della pena.

Nel secondo processo d’appello è stata confermata la condanna di primo grado a 4 anni di reclusione per Franco Muto, detto il “re del pesce”, boss e capo storico dell’omonima cosca, accusato di concorso esterno all’attività della cosca Gentile di Amantea.   La sentenza di primo grado era stata emessa nel maggio del 2009 al termine del processo con rito abbreviato svoltosi dinanzi al giudice per le udienze preliminari di Catanzaro. In primo grado erano state emesse condanne a pene da un anno a venti anni di reclusione. Il 24 novembre del 2010 era stata emessa la sentenza del primo processo d’appello, con 12 condanne e cinque assoluzioni. Successivamente la Cassazione aveva annullato con rinvio la sentenza di secondo grado.

venerdì 22 marzo 2013 17:20

http://www.ilquotidianodellacalabria.it/news/cronache/711788/Processo-Nepetia–nove-condanne-in.html

Tela del ragno, 3 prosciolti e 2 stralci
Per gli altri imputati si avrà il giudizio

Su 77 indagati, tre persone sono state prosciolte, due posizione sono state stralciate e rinviate, per tutti gli altri si avrà un giudizio. Di questi, 28 hanno optato per il rito abbreviato mentre gli altri sono stati rinviati a giudizio, nello specifico, inoltre 17 persone che devono rispondere anche di omicidio saranno processati in corte d’assise a Cosenza

di PAOLO VILARDI

PAOLA – A fronte di 77 indagati sono stati soltanto tre i proscioglimenti decisi dal Gup distrettuale al culmine dell’udienza preliminare di Tela del Ragno, la maxioperazione curata dalla Dda di Catanzaro nell’ambito della quale, a fine marzo dello scorso anno, furono emessi ben 63 ordini d’arresto a carico di picciotti e capoclan del Tirreno cosentino. Per impedimenti non sono state discusse davanti al Gup soltanto le posizioni di due indagati, Giovanni Abbruzzese e Vincenzo La Rosa, rinviate al prossimo 28 marzo.Riepilogando, come si evince dallo schema, 28 dei 75 imputati saranno giudicati con il rito abbreviato a partire dal prossimo 12 aprile. Ricordiamo che si tratta della procedura che in caso di condanna comporta la riduzione di un terzo della pena. I 17 accusati di omicidio dovranno presentarsi invece il prossimo 6 giugno davanti la Corte d’assise di Cosenza. Per gli imputati accusati soltanto di associazione mafiosa e reati minori, infine, il processo inizierà dinanzi al Tribunale di Paola il prossimo 29 settembre.Ricordiamo che gli indagati di Tela del Ragno, diventati “imputati” perché rinviati a giudizio, sono accusati a vario titolo di associazione mafiosa, omicidio, tentato omicidio, estorsione, usura, porto abusivo di armi, munizionamento e materiale esplodente. Il pubblico ministero, nei giorni scorsi, aveva chiesto il proscioglimento di Francesco Loizzo e Alessio Natale, accolto per entrambi, a cui il giudice ha aggiunto quello di Giovanni Neve, accusato di associazione mafiosa, ma il Gup non ha rilevato il reato. Per l’accusa sarebbe appartenuto al clan Serpa–Besaldo–Tundis–Bruni. Gli indagati prosciolti sono stati difesi dagli avvocati Giuseppe Bruno e Roberto Loscervo.Intanto c’è un pentito di Lamezia Terme, Giuseppe Giampà, di 33 anni, che intende diventare collaboratore di giustizia, il quale, sollecitato dal Pm della Dda Elio Romano, ha fornito dei particolari, tutt’altro che stravolgenti, sull’omicidio di Luigi Sicoli, avvenuto ad Amantea il 27 maggio del 2000, secondo l’accusa ordito dal boss Tommaso Gentile ed eseguito da Giacomino Guido.

venerdì 22 marzo 2013 12:30

http://www.ilquotidianodellacalabria.it/news/cosenza/711781/Tela-del-ragno–3-prosciolti.html

«Ursino nel gotha della ’ndrangheta»

15/03/2013
Il collaboratore sidernese “Peppe” Costa depone sul presunto boss gioiosano. E ricorda: «Aveva fuso il motore, i Cordì di Locri gliene procurarono uno nuovo».

«Sono a conoscenza che dopo il 1992 nella provincia di Reggio Calabria è stata costituita una commissione della ‘ndrangheta, al pari e con le stesse funzioni direttrici della cupola siciliana, alla quale sedevano le più importanti famiglie reggine». È uno dei passaggi più rilevanti della deposizione resa dal collaboratore di giustizia Giuseppe Costa, sentito al processo d’appello dell’indagine “Mistero”, dove risultano imputati Antonio Ursino, detto “Totò”, ritenuto a capo dell’omonima consorteria di Gioiosa Jonica. Ursino, (assistito dagli avvocati Leone Fonte e Guido Contestabile), in primo grado è stato condannato a 10 anni di reclusione, comprensivi dello sconto di un terzo per la scelta del rito alternativo, per il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso. Gli altri coimputati nel processo sono Carlo Tramaglini (condannato a 2 anni in primo grado e difeso dall’avv. Domenico Lupis) e il cittadino di origine egiziana Mohamed Elbahrawy (1 anno e sei mesi in primo grado), entrambi accusati di intestazione fittizia di beni. Il 63enne Costa, su domande del sostituto procuratore generale Francesco Mollace, ha dichiarato che anche Antonio Ursino poteva sedersi nel tavolo della “commissione provinciale”, che nel processo Olimpia veniva intesa con il nome “Cosa nuova” mentre nell’inchiesta “Il Crimine” viene chiamata “provincia”. Secondo il collaboratore, Ursino era un appartenente alla “onorata società” con un ruolo apicale e di guida della locale di Gioiosa Superiore, per aver preso il posto del padre Francesco Ursino, a sua volta “iniziato” dal patriarca Vincenzo Ursino. Nel corso dell’esame del dottor Mollace il collaboratore, sentito in video collegamento da un sito riservato per ragioni di sicurezza, ha chiamato in causa l’imputato Ursino affermando che a Gioiosa quella famiglia operava nell’ambito delle più rilevanti azioni criminose e di affari illeciti, e che era in contrasto con la famiglia Jerinò per il controllo del territorio. Costa, in parte richiamandosi al contenuto dei verbali resi al cospetto dei magistrati della Procura distrettuale reggina, ha confermato di essere stato “iniziato” alla ‘ndrangheta con il battesimo “celebrato” dal gioiosano Nicola Scali, a sua volta imparentato con gli Ursino, agli inizi degli anni Settanta. Una militanza che si è interrotta agli inizi degli anni Ottanta, a causa di diversi arresti, fino alla guerra di mafia combattuta contro i Commisso, che gli è costata la perdita di numerosi amici e parenti, nonché una condanna definitiva all’ergastolo, scontata con lunghi periodi in regime di carcere duro. Nonostante la detenzione speciale, Costa ha riferito di aver avuto contezza di quanto avveniva fuori dal carcere grazie ai messaggi che riceveva dai codetenuti, nonché dei congiunti che le scrivevano sulle mani. In sede di controesame gli avvocati Leone Fonte e Guido Contestabile, per Ursino, hanno contestato la ricostruzione del collaboratore, in primo luogo rilevando come appaia assolutamente astrusa la ricostruzione dell’ingresso di Antonio Ursino in un sodalizio criminoso, in quanto il teste ha affermato di averlo appreso «in carcere», non indicando alcun codetenuto a riscontro. Del resto Costa, ad avviso dei due penalisti, ha fondato i suoi ricordi su «voci all’interno delle varie carceri in cui sono stato», richiamandosi solo a nomi di persone decedute oppure a vicende avvenute quando il 63enne era al 41-bis, quindi controllato senza alcuna possibilità di eludere la sorveglianza. Una novità, rispetto al contenuto dei verbali, ha riguardato l’affermazione del Costa suun «favore» che lui stesso avrebbe fatto a Ursino. «Ricordo che negli anni Ottanta –ha detto il collaboratore– Ursino aveva fuso il motore di una Giulia Alfa Romeo. Io mi sono impegnato con i Cataldo di Locri che hanno procurato una macchina simile, dalla quale è stato tolto il motore che mio fratello Pietro ha poi montato sulla carrozzeria di quella di Totò Ursino ». Sul punto gli avvocati Fonte e Contestabile hanno puntualizzato come il proprio assistito non abbia mai posseduto alcuna “Giulia”, e che comunque questa unica vicenda non dimostra certo la mafiosità di alcuno. I giudici della Corte d’appello di Reggio Calabria, (presidente Pastore, giudici Gullino e Blatti), hanno rinviato al 9 maggio per la requisitoria del dottor Mollace.

http://www.gazzettadelsud.it/news/38574/-Ursino-nel-gotha–.html

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Omnia, processo da rifare

Omnia: si riparte dall’appello per i ventotto imputati che avevano optato per il giudizio abbreviato ed erano stati condannati anche in secondo grado nell’ambito della maxioperazione della Dda. Tra questi anche Antonio Forastefano alias “Tonino il diavolo”, ex capo della omonima cosca cassanese e attualmente collaboratore di giustizia precedentemente condannato a diciotto anni. Nella serata di ieri, dopo le discussioni del pg e del collegio difensivo, i giudici della suprema Corte di Cassazione hanno annullato la sentenza di secondo grado emessa nel gennaio 2011 disponendo il rinvio per nuovo esame dinanzi ad una diversa sezione della Corte d’Appello di Catanzaro. In secondo grado, come si ricorderà, erano stati assolti Gaetano Chiarelli (perché il fatto non sussiste) e Salvatore Vitale (per non aver commesso il fatto) mentre era stata rideterminata la pena (ritenuta la continuazione) per Teresa Iannicelli e Morena Rubini a sei anni più 8mila euro di multa, nonché per Giuseppe Cerchiara a cinque anni e quattro mesi. Riconosciute le attenuanti generiche equivalenti alle contestate aggravanti, era stata ridotta la pena a Loredana Manuela Vaccaro a un anno e 4 mesi, più 4mila euro di multa, mentre per Domenico Alfano era stata disposta la sospensione della pena e per Giuseppe Giannicola la revoca della confisca di alcuni beni. Per il resto, la Corte catanzarese aveva confermato in toto la sentenza di primo grado con cui, nel dicembre 2008, il gup Mellace aveva inferto diciotto anni ad Antonio Forastefano, sedici anni a Giuseppe Garofalo e pene da un anno e nove mesi a sette anni e quattro mesi per gli altri imputati.
Rossella Molinari

http://portale.calabriaora.it/dettaglioarticolo.asp?id=9583

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‘Ndrangheta, vibonese: smantellato clan Mancuso

In manette 24 persone, decapitato il clan Mancuso

Ventiquattro persone ritenute legate alla cosca Mancuso di Limbadi (Vibo Valentia) sono state fermate in una operazione condotta dallo Sco, dalla squadra mobile di Catanzaro, dai carabinieri del Ros e dai finanzieri del Gico di Catanzaro e Trieste. Tra i fermi disposti dalla Dda, i vertici della cosca, imprenditori vibonesi dei settori settori siderurgici e turistici e un funzionario dell’ufficio tecnico del Comune di Tropea. Eseguiti anche sequestri di beni ed aziende.Le persone sottoposte a fermo sono accusate, a vario titolo, di associazione per delinquere di tipo mafioso ed estorsione.I presenti affiliati alla cosca Mancuso di Limbadi sottoposti a fermo stamani, tra le altre cose, praticavano prestiti ad usura con tassi sino al 200% annuo. E’ quanto emerso da un filone di indagine condotto dalla squadra mobile di Catanzaro. Gli investigatori hanno accertato quello che è stato definito “un vorticoso giro di denaro” che poi finiva nelle casse dei Mancuso. Gli affiliati, inoltre, secondo quanto emerso dalle indagini, in alcuni casi avrebbero anche sequestrato le vittime dell’usura quando queste non riuscivano a fare fronte ai debiti per indurre i familiari a pagare.Beni per un valore di 35 milioni di euro sono stati sequestrati dai finanzieri della Compagnia di Vibo Valentia e del Gico di Trieste nell’ambito dell’operazione che ha portato al fermo di 24 persone ritenute legate alla cosca Mancuso di Limbadi. In particolare, i finanzieri hanno sequestrato, nel vibonese, supermercati, un panificio industriale, un’azienda di conservazione alimentare ed un villaggio turistico. L’indagine che ha portato al sequestro ha preso spunto dalla scoperta di una serie di movimentazioni sospette su alcune banche triestine. Gli accertamenti dei finanzieri hanno portato poi ad individuare alcune persone di Vibo quali autori delle movimentazioni.Le persone fermate sono: Pantaleone Mancuso, di 66 anni; Giovanni Mancuso (72); Giuseppe Mancuso (36); Antonio Maccarone (34); Giovanni D’Aloi (47); Giuseppe Costantino (47); Fabio Costantino (36); Damian Zbigniew Fialek (36), polacco; Antonio Pantano (56); Francesco Tavella (45); Orazio Cicerone (40); Antonino Castagna (63); Giuseppe Raguseo (35); Agostino Papaianni (62); Leonardo Cuppari (39); Antonio Mamone (45); Antonino Scrugli (37); Gabriele Bombai (43); Salvatore Accorinti (39); Giovanni Antonio Paparatto (40); Antonio Prestia (45).

http://portale.calabriaora.it/dettaglioarticolo.asp?id=9561

«Un lavoro di squadra ma non è finita qui»
La procura ora punta a professionisti e politica

C’è soddisfazione tra gli uomini della distrettuale antimafia di Catanzaro per l’operazione messa a segno contro il clan Mancuso che ha portato al fermo di 24 persone indiziate di delitto. Ma, come ha spiegato la stessa procura, il lavoro non è finito e le indagini proseguono per capire i possibili condizionamenti che la cosca ha esercitato sulla politica e sul mondo professionale vibonese

di BRUNETTO APICELLA

CATANZARO – «Abbiamo concluso un lavoro di squadra, importante che è andato avanti nel corso del tempo e che ha colpito la costellazione dei Mancuso». Parola del procuratore capo di Catanzaro Vincenzo Antonio Lombardo. E aggiunge il Procuratore aggiunto di Catanzaro Giuseppe Borrelli: «Il lavoro non è ancora terminato». Perché, adesso, il prossimo obiettivo della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro è quello di individuare i rapporti con il mondo della politica e dei professionisti. Perché, hanno spiegato ancora, «i Mancuso non si fermano davanti a nulla. I Mancuso non intervengono in campagna elettorale, ne sono protagonisti». All’operazione ha partecipato anche la Guardia di finanza di Trieste. Proprio in una banca friulana gli uomini della cosca avevano inviato diverse somme di denaro che a breve sarebbero state investite in quell’area del Paese per essere riciclate. I dettagli sono emersi durante la conferenza stampa che si è tenuta oggi nella sala delle conferenze della Prefettura di Catanzaro. Assieme ai procuratori catanzaresi anche tutti i dirigenti delle forze dell’ordine (Polizia e Squadra Mobile, Guardia di finanza di Catanzaro e Trieste, Gico, carabinieri del Ros) che hanno lavorato per anni e per mesi con il fiato sul collo della cosca Mancuso. «Un’indagine molto complessa» ha spiegato in conferenza il Procuratore Lombardo che ha ricordato la genesi e l’evoluzione della cosca Mancuso nel territorio di Vibonese. Presente alla conferenza anche il Procuratore della direzione nazionale antimafia Vittoria De Simone: «La mia presenza qui testimonia l’apprezzamento per il lavoro svolto e che la Dda di Catanzaro sta continuando a svolgere sul territorio del Vibonese. È stato acquisito tanto materiale investigativo e grazie al lavoro delle forze dell’ordine e dei magistrati si è riuscito a ricostruire tutto il contesto assieme ai rapporti della cosca Mancuso con il settore imprenditoriale, commerciale ed economico». È toccato poi al Procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli ricostruire la vicenda. «L’impegno della Dda di Catanzaro è massimo rispetto a tutto il territorio di competenza – ha rimarcato Borrelli – e gli ottimi risultati raggiunti uno dopo l’altro lo testimoniano con i fatti. È importante che questo si comprenda a fondo, perchè tutti sappiano che la giustizia non fa sconti a nessuno. È una garanzia per i cittadini, tutti, in ogni angolo della regione». Borrelli ha ripercorso il contesto in cui si è indagato per mesi e soprattutto ha spiegato come «il provvedimento si è reso necessario considerata l’attività di delegittimazione che si stava portando avanti contro diversi esponenti delle forze dell’ordine. Adesso abbiamo colpito la parte “nera” adesso l’attenzione sarà portata avanti per contestualizzare i rapporti con i politici e con i professionisti». Anche perché da alcune intercettazioni telefoniche sarebbe emerso anche l’interesse delle cosche verso alcune delle elezioni amministrative che hanno portato al rinnovo dei Consigli comunali. Per questo motivo Un lavoro ha tenuto a precisare Borrelli che è possibile grazie al fare «squadra» portata avanti dai sostituti procuratori in servizio a Catanzaro. Oltre al Procuratore Lombardo e all’aggiunto Borrelli le indagini sono state coordinate anche dai sostituti procuratori Pierpaolo Bruni e Simona Rossi e al sostituto procuratore generale Marisa Manzini (già firmataria di molte inchieste sul clan Mancuso quando era in servizio alla Dda). Nella conferenza sono emersi poi anche alcuni episodi che sono alla base delle indagini e che sono significati del ruolo della cosca. Vittima dell’episodio un imprenditore a cui erano stati prestati 8 mila euro e solo dopo poche settimane ne avrebbe dovuto restituire 20 mila. Ma in quel momento la vittima non poteva saldare il debito. Per questo motivo fu prelevato, portato in campagna e legato a un albero. Lì rimase fino alla mattina quando, secondo la ricostruzione dell’accusa, il fratello portò i soldi.

giovedì 07 marzo 2013 17:01

http://www.ilquotidianodellacalabria.it/news/cronache/711486/-Un-lavoro-di-squadra-ma.html

I “signori” di Limbadi e il controllo del territorio

08/03/2013
Le indagini della Dda arrivano a fare luce sui nuovi assetti criminali e sul mondo imprenditoriale completamente assoggettato alla cosca. In carcere pesanti commenti del boss sul magistrato Marisa Manzini e sul vice questore Rodolfo Ruperti.

Da Dinasty Affari di famiglia a Black Money (soldi neri). Dall’8 ottobre 2003 al 7 marzo 2013 sono passati nove anni e 4 mesi ma i Mancuso continuano a dominare in lungo e largo sul territorio vibonese: impongono le loro regole, controllano l’intera economia del territorio, tengono sotto scacco le attività produttive, succhiano risorse, esercitano un dominio pressocché totale. Dall’inchiesta della Distrettuale antimafia, coordinata dal sostituto procuratore generale Marisa Manzini, emerge tutta la forza pervasiva della potente cosca di Limbadi. Non solo estorsioni, usura, movimenti di denaro da una banca all’altra, ma anche la capacità d’infiltrarsi nelle istituzioni, di camminare fianco a fianco con esponenti della politica e dell’avvocatura e finanche con poliziotti, ormai trasferiti in altre sedi. Un’operazione che rappresenta la sintesi di tre filoni d’indagine saldati tra loro da un magistrato come il sostituto procuratore generale Marisa Manzini, che dopo i colpi assestati negli anni compresi fra il 2003 e il 2009, è tornata a scavare nella costellazione della grande criminalità, alzando il livello delle indagini, ridisegnando i nuovi assetti della cosca e andando a colpire anche in quel mondo imprenditoriale collocato persino fuori dalla cosiddetta zona grigia, ma organico ai signori di Limbadi. Un capitolo che sicuramente non è stato ancora chiuso. E in tal senso le parole del procuratore aggiunto della Dda, Giuseppe Borrelli sono state piuttosto chiare. Un’indagine che riporta tutti con la mente alla “mamma” di tutte le inchieste antimafia effettuate nel territorio Vibonese: Dinasty Affari di famiglia. Perché i protagonisti di oggi sono ancora una volta quelli di ieri: da una parte i “signorotti” di Limbadi; dall’altra Marisa Manzini e il vice questore Rodolfo Ruperti, allora dirigente della Mobile di Vibo, oggi a capo della squadra Mobile di Catanzaro dopo una parentesi piuttosto impegnativa nel territorio dei Casalesi. E non è un caso che entrambi siano stati destinatari, secondo quanto emerge dalle indagini, di pesanti commenti da parte dei vertici dell’organizzazione mafiosa. Antonio Mancuso, nel corso di alcuni colloqui avvenuti in carcere con alcuni familiari «evidenzia astio e rancore profondo che prova per uomini delle istituzioni ed in particolar modo per coloro che riteneva responsabili dell’esisto delle sue vicende giudiziarie, che appellava spesso con termini offensivi e denigratori». E in questo contesto gli inquirenti evidenziano alcune frasi. «Manzini ed a Ruperti, il Questore, tutti e due, maiali». E poi ancora: «.. e là c’è la Manzini, c’è quello che mi ha condannato nella causa, c’è, c’è… coso là, quel Questore che era a Vibo ». Colloqui nel corso dei quali Antonio Mancuso manifesta tutta la sua rabbia nei confronti del sostituto procuratore generale e del dirigente della Mobile di Catanzaro: «Ancora sono loro che “dirigono l’orchestra”. Sempre quel cornuto, quello che era a Vibo? – chiede qualcuno dei familiari ad Antonio Mancuso – sì, sempre loro, tutti e due… il gatto e la volpe» Antonio Mancuso, è stato accertato nel corso dell’indagine, rappresenta colui il quale all’interno della grande famiglia viene chiamato per dirimere i contrasti tra le articolazioni e comunque i dissidi e le incomprensioni, coordinando l’operato degli affiliati e salvaguardando l’immagine esterna della cosca.

Nicola Lopreiato

http://www.gazzettadelsud.it/news//37599/I–signori–di-Limbadi.html

Boss intercettato
” La ‘ndrangheta non esiste più “

07/03/2013
” Diciamo .. è sotto della massoneria però hanno le stesse regole e le stesse cose. Ora è rimasta la massoneria e quei quattro storti che ancora credono alla ‘ndrangheta”. A parlare in questi termini è Pantaleone Mancuso, detto Luni, indicato come il boss dell’omonima cosca di Limbadi, uno dei 24 fermati nell’ operazioni di stamani, intercettato mentre spiega la sua concezione di ‘ndrangheta ad un parente.
“La ‘ndrangheta non esiste piu’. Una volta, a Limbadi, a Nicotera, a Rosarno, c’era la ‘ndrangheta. La ‘ndrangheta fa parte della massoneria. Diciamo .. è sotto della massoneria però hanno le stesse regole e le stesse cose. Ora è rimasta la massoneria e quei quattro storti che ancora credono alla ‘ndrangheta”. A parlare in questi termini è Pantaleone Mancuso, detto Luni, indicato come il boss dell’omonima cosca di Limbadi, uno dei 24 fermati nell’ operazioni di stamani, intercettato mentre spiega la sua concezione di ‘ndrangheta ad un parente ed invoca un cambiamento anche dell’organizzazione criminale. La trascrizione è riportata nel provvedimento di fermo emesso dalla Dda di Catanzaro. “Una volta – prosegue – era dei benestanti la ‘ndrangheta. Dopo gliel’hanno lasciata ai poveracci, agli zappatori e hanno fatto la massoneria. Le regole quelle sono rimaste. Come ce l’ha la massoneria ce l’ha quella. Ma la vera ‘ndrangheta non e’ quella che dicono loro, perché lo ‘ndranghetista non e’ che va a fare quello che dicono loro. Adesso sono tutti giovanotti che vanno a ruota libera sono drogati, delinquenza comune. Lo ‘ndranghetista non voleva fare droga non faceva mai una lite. Uno che faceva il magnaccio, pare che poteva stare nella ‘rotà? O che picchiava la moglie o che andava ad ubriacarsi. Non doveva entrare nemmeno nelle cantine perché c’era il ‘mastro di giornata’ che girava nel paese e se ti vedeva che entravi nella cantina o che bevevi erano ‘nsaccagnate (botte, ndr). E’ finita. Bisogna fare come, per dire, c’era la ‘democrazia’. E’ caduta la ‘democrazia’ e hanno fatto un altro partito, Forza Italia. ‘Forza cose’. Bisogna modernizzarsi, non stare con le vecchie regole. Il mondo cambia e bisogna cambiare tutte cose. Oggi la chiamiamo ‘massoneria’ … domani la chiamiamo P4, P6, P9″. (ANSA)
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News sulle navi dei veleni

Cartolina… radioattiva al pm Francesco Neri

Cartolina... radioattiva al pm Francesco Neri

“Un saluto, un ricordo”. Firmato Giuliano R. Per molti sarebbe stata una semplice cartolina, con il solo interrogativo del mittente. Per lui, invece, non è così. Perché quei luoghi, quelle frasi ed il contesto fanno capire che qualcosa non torna. È un messaggio inquietante quello giunto nella giornata di ieri al giudice Francesco Neri, oggi giudicante alla corte d’appello di Roma, ma in passato pubblico ministero titolare del fascicolo  riguardante le navi dei veleni. Mentre la commissione ecomafie afferma che bisogna riaprire l’inchiesta sulla morte di De Grazia, ecco arrivare una cartolina dalla Turchia al nuovo indirizzo del magistrato con una frase che dimostra tutta la sua carica intimidatoria.
Consolato Minniti

http://portale.calabriaora.it/dettaglioarticolo.asp?id=9342

Navi dei rifiuti, cosa viene a galla

di Riccardo Bocca

Dopo anni di depistaggi, la verità sta emergendo: la ‘Rosso’, arenatasi in Calabria nel ’90, aveva a bordo ‘ordigni penetratori’ in grado di affondare in mare spazzatura tossica e proibita (11 febbraio 2013)

Per oltre vent’anni l’armatore Ignazio Messina ha negato che la motonave Rosso, arenatasi il 14 dicembre 1990 sulle coste calabresi, trasportasse siluri-penetratori per sparare rifiuti tossico-radioattivi dentro ai fondali marini. Nessuno ha mai trovato la prova che l’imbarcazione nascondesse questo segreto e i magistrati hanno chiuso il caso. Senonché adesso spunta un documento choc del 22 maggio 2003.

Quattordici pagine dove l’allora sostituto procuratore generale di Reggio Calabria, Francesco Neri, propone di assegnare la medaglia d’oro al merito di Marina al capitano di corvetta Natale De Grazia: suo collaboratore chiave nell’inchiesta sulle navi dei veleni, morto in circostanze sospette la notte del 12 dicembre 1995. Ed elencando ciò che l’ufficiale aveva scoperto riguardo alla vicenda Rosso, il magistrato scrive: «De Grazia, mediante l’escussione testimoniale del comandante Bellantone della Capitaneria di porto di Vibo Valentia, accertava personalmente che a bordo della nave che si era spiaggiata, vi erano i cosiddetti “penetratori”, indicati dai marinai come “munizioni”». Non solo. Stando a quanto riferisce Neri sulle indagini di De Grazia, «i documenti di carico erano falsificati».

Il che si somma al fatto che «lo stesso Bellantone aveva lanciato l’allarme radioattivo ai vigili del fuoco, i quali intervennero regolarmente sui luoghi, senza però stranamente certificare nulla».

Dopodiché, citando le parole di Neri, sarebbe emerso che il comandante Bellantone «sapeva che a bordo della nave vi era un carico “pericoloso”, perché a suo dire era stato già allertato dal comando della Marina militare». E se tutto questo fosse ancora poco, per sollevare qualche dubbio sull’andamento dei fatti, va aggiunto che a bordo della nave, «proprio sulla plancia di comando, Bellantone aveva sequestrato le identiche mappe di affondamento» della O.d.m. (Oceanic disposal management), azienda che aveva proposto a decine di nazioni di seppellire in mare le scorie tossico-nocive.

Un quadro sconcertante, nell’insieme. Anche perché Neri, ricostruendo i giorni successivi allo spiaggiamento della Rosso, racconta che l’imbarcazione fu smantellata dall’armatore dopo che l’azienda olandese Smit Tak (specializzata nel recupero marino di rifiuti tossici e radioattivi) «aveva lavorato con la completa “sorveglianza” del sito, reso inaccessibile da parte di un servizio segreto non meglio identificato».

Tutto normale? Tutto da interpretare come una banale prassi operativa? Le domande, in queste ultime settimane, stanno tornando a farsi dense attorno al capitolo delle navi dei veleni. Sia per l’ipotesi lanciata da Neri che sulla Rosso ci fossero i famosi missili-penetratori, sia perché il settimanale “Corriere della Calabria” ha pubblicato alcuni passaggi dell’audizione di Emilio Osso davanti alla Commissione parlamentare ecomafie. Sede in cui questo istruttore di polizia municipale, al fianco della Procura di Paola nelle inchieste ambientali, ha definito quello che la Rosso trasportava il 14 dicembre 1990 «difforme» dal piano di carico ufficiale. «Inoltre», riferisce Osso a “l’Espresso”, «tre container non sono più stati rinvenuti». Dettagli impossibili da sottovalutare, a questo punto. Schegge di un mistero che pochi vogliono risolvere.

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/navi-dei-rifiuti-cosa-viene-a-galla/2200008

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