
«L’Italia deve far fronte a grossi rischi per la propria finanza, per la propria economia. Il Paese deve riuscire a fare bene la sua parte per l’Europa e per se stessa, e quindi chiede sacrifici agli italiani di tutti i ceti sociali, anche agli italiani dei ceti meno abbienti, perché si facciano le scelte indispensabili al fine di preservare lo sviluppo della nostra economia e della nostra società in un clima di libertà e di maggiore giustizia».
Questo il monito e la speranza del Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano. In un Paese costretto al declino ed alla paralisi economica da quasi un ventennio, politicamente avvezzo alla finzione ed alla menzogna, socialmente vacuo ed amorale, responsabili in gran parte i Governi e la classe politica Italiana, più attenta a rivolgere le proprie azioni alla cura del proprio interesse, e in un momento in cui i ceti meno abbienti vedono pesare sui propri redditi la crisi italiana, il monito del Presidente non giunge davvero bene accetto, in barba al prestigio italiano nel mondo.
Si dimentica che i ceti meno abbienti lottano per mantenere il posto di lavoro, per veder riconosciuto un giusto salario, per avere diritto ad un posto di lavoro “legale” senza dover ogni volta cedere i propri diritti per poter lavorare, per avere diritto ad una vecchiaia dignitosa, per mantenere il diritto all’assistenza medica dopo averla pagata a suon di contributi mensili, per ottenere per i loro figli una scuola dignitosa e il diritto allo studio, per vivere in una società di meriti reali, raggiungibili, efficaci … per crescere, infine, insieme ad un Paese che non vuol più crescere con loro ma pretende di crescere grazie a loro.
Certo, il conto degli errori politici, e le relative spese, graveranno e devono gravare su ogni italiano. Si abbia la dignità di farli gravare in silenzio su quella parte del Paese che resta, ancora, l’unica ad aver compiuto sempre col proprio dovere. Senza mai un lamento.
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