Ricordi…

" … Tutto ciò che è mio non lo è per sempre, salvo la memoria … "

Giovanni Della Casa

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" … Balla, Balla, Ballerino,
tutta la notte e al mattino.
Non fermarti!
Balla sulla tavola tra due montagne
e se balli sulle onde del mare
io ti vengo a guardare.
Prendi il cielo con le mani,
vola piu’ in alto degli aereoplani.
Non fermarti!
Sono pochi gli anni,
forse sono solo giorni
e stan finendo in fretta e in fila,
non ce n’è uno che ritorni.
Balla non aver paura!
Se la notte e fredda e scura,
non pensare alla pistola,
che hai puntato contro.
Balla alla luce di mille
sigarette e di una luna
che ti illumina a giorno.
Balla il mistero di questo
mondo che brucia in fretta,
quello che ieri era vero,
dammi retta non sara’
vero domani.
Ferma con quelle tue mani
il treno Palermo-Francoforte,
per la mia commozione
c’e’ un ragazzo al finestrino,
gli occhi verdi che
sembrano di vetro,
corri e ferma quel treno
fallo tornare indietro.
Balla anche per tutti i violenti
veloci di mano e con i coltelli
accidenti,
se capissero vedendoti ballare
di essere morti da sempre,
anche se possono respirare.
Vola e balla sul cuore malato!
Illuso, sconfitto poi abbandonato,
senza amore dell’ uomo che
confonde la luna con il sole,
senza avere coltelli in mano
ma nel suo povero cuore.
Allora vieni angelo benedetto,
prova a mettere i piedi
sul suo petto e stancarsi
a ballare al ritmo del motore
e alle grandi parole di una canzone.
Canzone d’ amore …
Ecco il mistero, sotto un cielo
di ferro e di gesso
l’ uomo riesce ad amare lo stesso
e ama davvero
senza nessuna certezza.
Che commozione … che tenerezza …"

" … Le tue vaghe alme pupille,
i celesti tuoi sembianti
già t’acquistano, o mia Fille,
i sospir di cento amanti.
Ciascheduno i merti suoi
spiega in pompa lusinghiera,
e sui cari affetti tuoi
ciaschedun gareggia e spera.
Io devoto e non indegno
tuo novello adoratore,
la conquista anch’io qua vegno
a tentar del tuo bel core.
Già sì rigida non sei,
che tu voglia i dolci affanni
del più caro fra gli Dei
dipartir da’ tuoi verd’anni;
e uno sguardo a quel girando,
e donando a questi un detto,
d’ogni laccio andar serbando
sciolto il cor frattanto in petto.
Se d’Amor l’acuto strale
a ferirti il sen non va,
che ti giova, che ti vale,
Fille mia, la tua beltà?
Dunque scegli qual più vuoi
cui del cuore aprir le porte.
Fortunato chi di noi
venga eletto a tanta sorte!
Ma non prendere consiglio
sol dagli occhi, e saggia intanto
della scelta sul periglio
i miei detti ascolta alquanto.
Fra lo stuolo numeroso
dei molesti supplicanti,
altri vassene fastoso
per sembianze trionfanti;
altri ha il guardo lusinghiero,
il parlar tutto di mèle,
e protesta un cor sincero,
e promette un cor fedele;
poi d’Amor pel vario regno,
fuoruscito fraudolento,
cerca solo il vanto indegno
d’un difficil tradimento.
Io ti reco innanzi un viso
fosco, pallido, infelice;
io non ho su i labbri il riso,
l’eloquenza incantatrice.
Ma il color del volto oscuro
dentro l’alma non passò;
la menzogna, lo spergiuro
le mie labbra non macchiò.
Né per me donzella alcuna
pianse mai gli amor svelati,
sol degli astri e della luna
al bel raggio illuminati.
Questi vanta un sangue egregio
da grand’avi in lui disceso;
quegli conta per suo pregio
di molt’oro e argento il peso.
Io vantarti altro non so
che un cuor tenero, ed un canto
finor chioccio; ma farò
che un dì tolga ad altri il vanto.
Le amorose giovinette,
chi nol sa? ben altro chieggono
che leziose canzonette,
che al bisogno mal proveggono.
Pur sovente in bocca a un vate
della lode il suon seduce,
ed acquista una beltate
maggior grido e maggior luce.
Quante belle, quante v’hanno
deità, che sono ignote,
perché un vate aver non sanno
per amante e sacerdote!
Tal saravvi che geloso
d’un sol guardo, d’un sol detto,
turbi ognora il tuo riposo
co’ lamenti e col sospetto;
cui dispiaccia un certo orgoglio,
che più vaga assai ti rende;
quel tuo voglio, e poi non voglio,
ch’è più bello allor che offende;
quel vivace tuo talento
qualche volta un po’ incostante,
che ti fa con bel portento
presto irata e presto amante.
Ciò che importa? Un genio instabile
colpa è sol di fresca età;
non saresti sì adorabile
senza qualche infedeltà.
Essa annunzia nel tuo petto
fervid’alma e cor pieghevole.
Come odiar poss’io l’effetto
d’un causa sì giovevole?
Questa in sen potria talora
consigliarti un bello errore,
e potria talvolta ancora
consigliarlo a mio favore.
D’una facile incostanza
se tal frutto attender lice,
ah! sii pure, o mia speranza,
spesso infida e traditrice.
Tal saravvi che dolente
sempre in atto di morire,
sempre muto e penitente
avveleni il tuo gioire.
Norma e legge io prenderò
dallo stato del tuo viso,
e fedele alternerò
teco il pianto e teco il riso.
Troverai tal altro ancora
che noioso ognor sospira,
ch’ognor dice che t’adora,
e per troppo amor delira.
Dell’affetto mio nascoso
gli occhi miei ti parleranno,
e del labbro timoroso
il silenzio emenderanno.
Né con supplica indiscreta
io vo’ poi ch’ogni momento
la tua bocca mi ripeta
la promessa, il giuramento;
ch’un per uno mi ridica
i pensieri in cor celati,
che sul volto dell’amica
esser denno interpretati.
Uno sguardo che furtivo
mi tramandi il non confesso
tuo secreto, assai più vivo
parlerà che il labbro istesso.
Quante vergini ritrose
con gli sguardi un dì svelarono
quel desìo che vergognose
alle labbra non fidarono!
Vuoi che d’Egle e d’Amarille
il sembiante a me dispiaccia?
Che mi caschin le pupille,
se mai più le guardo in faccia.
Alla madre tua degg’io
finger vezzi e farle il vago?
Chiedi assai, bell’idol mio,
ma sarai contento e pago.
Vuoi che io parta allor che a lato
il rival ti troverò?
Il comando è dispietato,
ma fedel l’eseguirò.
Non v’è cenno ch’io ricusi,
fuorché quel di non amarti:
il tuo volto in ciò mi scusi
della colpa d’adorarti.
Se un più comodo amatore
trovi, o Fille, in tua balìa
tosto il ferma, e ben di core
ne ringrazia la Follia … "
Vincenzo Monti
" … Je suis comme je suis,
je suis faite comme ça.
Quand j’ai envie de rire,
oui je ris aux éclats.
J’aime celui qui m’aime,
est-ce ma faute à moi.
Si ce n’est pas le même,
que j’aime chaque fois.
Je suis comme je suis,
je suis faite comme ça.
Que voulez-vous de plus?
Que voulez-vous de moi?
Je suis faite pour plaire,
et n’y puis rien changer.
Mes talons sont trop hauts,
ma taille trop cambrée,
mes seins beaucoup trop durs,
et mes yeux trop cernés.
Et puis après,
qu’est-ce que ça peut vous faire,
je suis comme je suis,
je plais à qui je plais.
Qu’est-ce que ça peut vous faire,
ce qui m’est arrivé.
Oui j’ai aimé quelqu’un,
oui quelqu’un m’a aimée.
Comme les enfants qui s’aiment,
simplement savent aimer,
aimer, aimer…
Pourquoi me questionner,
je suis là pour vous plaire.
Et n’y puis rien changer … "
Jacques Prévert

" … Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell’aria secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immensi
noi siam nello spirto
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
Ascolta, Ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta: ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.
Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
e il verde vigor rude
ci allaccia i melleoli
c’intrica i ginocchi,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione … "
Gabriele D’Annunzio
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