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10 febbraio 2012

Io e te..

3 febbraio 2012

Lontani mille anni luce, eppure vicini.
Ognuno per la sua strada, in un cammino che, alla fine, porta dalle stesse parti e si alimenta dello stesso cibo.
Siamo troppo uguali, o troppo diversi.
Non c’è dialogo o forse ce n’è stato troppo.
Incomprensibili nel dire le stesse medesime cose.
Tu non cedi ed io non voglio dartela vinta.
Tu sai tutto ed io nulla, ma conosco cose che non sai e di cui mai ti parlerò.
Mille sbagli e mille cose giuste.
Caldo, eppure di ghiaccio…
…sarà che tutto questo freddo lì fuori aiuta a scaldarci dentro.
Sarà che abbiamo giocato come bambini.
Sarà che avevi paura di vedermi sfinita.
Sarà che non hai la mia stessa forza.
Sarà che non credevi che ci sarei riuscita.
Sarà che non volevi pensare ad un altra strada.
Sarà che non importa il perché o il come…
…forse imparo, sbagliando.
Forse piano piano impari anche tu che non si deve chiedere troppo.
Ma…
…sei sempre tu e non ti vorrei diverso.
So che hai sofferto e ho fatto tutto quel che potevo per evitarlo.
So che vorresti potermelo dire, urlare, spaccare ogni cosa pur di poter dimenticare e so che commetterai gli stessi identici errori.
So che non ti permetterò di farlo.
So che sarai più attento.
So che sei felice, adesso…
…e lo sono anch’io.

Lo straniero

1 febbraio 2012

Prendo spunto dal bellissimo post di Linda, per trattare l’argomento che spesso, in tema di stranieri, ci vede contrapposti e confusi, spesso persino ingiusti ed ottusi, il più delle volte meramente orgogliosi. Suscita non poco scalpore l’affermazione del Ministro Cancellieri:

No a jus soli, ma la cittadinanza derivi da serie di fattori, Lo jus soli creerebbe la condizione per far nascere in Italia i bambini di tutto il mondo.
La cittadinanza deve derivare da una serie di fattori, ad esempio se un bambino e’ nato in Italia e se ha gia’ fatto in parte degli studi.

E leggendo i commenti all’articolo che ne riporta la notizia ci imbattiamo in imbarazzanti dichiarazioni. Si sostiene che il figlio dello straniero non debba usufruire in “automatico” della possibilità di avere la cittadinanza italiana senza aver iniziato, per non dire preferito, un percorso di studi che lo renda a tutti gli effetti un Italiano vero. Un uomo in grado di sentire il paese dove è nato completamente suo, studiando, e preferendo, la cultura italiana a quella del paese di origine dei genitori. Un uomo in grado di fare scelte quasi unilaterali, sostenendo la piena indisponibilità a regalare la cittadinanza, a fare partecipi dello status di Italiano, gente che non si sa bene cosa è venuta a fare nel nostro paese, ai figli di coloro che, quasi certamente, pur accettando l’eccezione minima di buon grado, vengono in Italia per usufruire di diritti e servizi in modo pressoché gratuito, ai figli di coloro che, in fondo in fondo, ci rubano il lavoro, i soldi, la serenità e l’identità nazionale. Nel nostro piccolo mondo perfetto ed integrato, il piccolo italiano-straniero vorrebbe usufruire del nostro diritto, del diritto riservato ai nostri figli… quasi a volerne usurpare il posto. E’ necessario porre una condizione, anticipare il ricatto, se non quello ideologico almeno quello culturale.

Niente di più falso ed ipocrita.

E’ il 17 agosto 1893, siamo a Aigues-Mortes, una cittadina della Francia meridionale, tra Provenza e Linguadoca.

Enormi pietre vengono lanciate da ogni lato, ad ogni passo si è obbligati a lasciare per terra vittime indifese che dei forsennati, con indicibile efferatezza, finiranno a randellate. Impossibile fuggire o ripararsi dai colpi. La sola via di scampo è rappresentata da una casa, protetta da una cancellata di ferro. Viene chiesto al proprietario di aprire. Quando ci si dispone ad entrare quest’ultimo, intimidito dalla folla, chiude improvvisamente il cancello. Allora ci fu un vero e proprio massacro! Come bestie portate al macello, gli italiani si sdraiano sulla strada, sfiniti, aspettando la morte, lapidati, storditi, lasciando ad ogni passo uno dei loro

Queste le parole del giudice istruttore che si occupò della vicenda.  Aigues-Mortes è all’epoca una cittadina dall’economia sonnolenta. Si risveglia solo ad agosto, quando ha luogo la raccolta del sale prodotto nella palude di Peccais. Arrivano allora centinaia e centinaia di stagionali, molti dei quali italiani, che si contendono un lavoro che in un paio di settimane può far guadagnare, come dichiara uno di loro, di che vestirsi e calzarsi decentemente per tutto l’anno. Un lavoro durissimo:

Chau aver tuat paire e maire per anar a Pecais

Bisognerebbe aver ucciso il padre e la madre per andare a Peccais, afferma in occitano un canto operaio. Le componenti sul terreno sono tre: gli abitanti della città, gli stagionali francesi e quelli italiani. Componenti, inoltre, decisamente articolate al loro interno: tra gli abitanti della città c’è chi ha pagato duramente i costi della Grande Depressione e chi invece ci ha lucrato; tra gli stagionali francesi vi sono i contadini delle vicine Cévennes e i trimard, nomadi ai margini della società e della legalità, che sbarcano il lunario come possono; tra gli italiani prevale l’aggregazione regionalista: i piemontesi, i toscani, i liguri, i bergamaschi e i parmigiani, saranno messi tutti nello stesso sacco e colpiti con la stessa brutalità, mentre i francesi ricorreranno al concetto di nazionalità per cercare di legittimare la violenza di cui erano portatori.

Da un quotidiano:

Ho appena assistito ad una scena di un’efferatezza senza precedenti e indegna di un popolo civile. Verso le due e mezza del pomeriggio, in piena piazza San Luigi, un povero disgraziato è stato assalito da una banda di bruti ed è stato letteralmente massacrato. I forsennati lo hanno abbandonato solo dopo avergli ridotto il cranio in poltiglia. Questo nuovo cadavere è stato trasportato all’ospizio

E ancora:

La manodopera straniera toglie il pane dalla bocca agli operai autoctoni, essa rappresenta anche un antigene che attacca il corpo sano della nazione. Gli italiani cominciano ad esagerare con le loro pretese. Presto ci tratteranno come un paese conquistato. Fanno concorrenza alla manodopera francese e si accaparrano i nostri soldi a vantaggio del loro paese. Questa merce nociva, e peraltro adulterata che si chiama operaio italiano, non nutre nessuno e mangia da tutti. E’ necessario prendere dei provvedimenti contro un’orda di affamati che a casa loro languiscono nella miseria. La presenza degli stranieri in Francia costituisce un pericolo permanente, spesso questi operai sono delle spie; generalmente sono di dubbia moralità, il tasso di criminalità è elevato: del venti per mille, mentre nei nostri non è che del cinque per mille.

La tragedia non insegnò nulla a nessuno e sembra ripetersi ogni volta lo stesso programma. Lo straniero fa paura perché noi non siamo  in grado di vedere la realtà, di spulciarla, di farne tesoro. Non siamo in grado di analizzare sinceramente i fatti per trarne un beneficio, la nostra colpa diventa così la colpa loro. Pretendiamo che abbandonino la loro cultura mentre in più modi abbiamo autorizzato i nostri connazionali all’estero a salvaguardare la loro. Un esempio innegabile la scuola italiana all’estero che, indifferente alla necessità di “un percorso di studi”, è promossa, come cita il testo del documento del Ministero degli Esteri, per salvaguardare il patrimonio culturale italiano, all’estero:

Le finalità prevalenti delle istituzioni scolastiche italiane all’estero sono:
• la promozione e diffusione della lingua e cultura italiana negli ambienti stranieri;
• il mantenimento dell’identità culturale dei figli dei connazionali e dei cittadini di origine italiana, anche di seconda e terza generazione.

Nulla di nuovo, nulla di esatto e giusto. Semplicemente l’ennesima scusa, il muro dietro il quale tentiamo disperatamente di nasconderci per apparire giusti. Non lo siamo e non lo comprendiamo.

Fonti:

Ministero degli Esteri, Solidarietà Internazionale, Giornalettismo.

La libertà è un dovere

29 gennaio 2012

Fatti non foste a viver come bruti

25 gennaio 2012

Colpita e affondata, si potrebbe dire. Così come colpisce ed affonda nelle tenebre della paura e dell’incomprensione la tragedia della nave di proprietà Costa,  e nella rabbia… già quando senti che fare altro è, era, “impossibile”. E la pietà. L’uomo che si sottrae alle sue responsabilità e l’altro che lo richiama al dovere. Non sono riusciti a sfuggire al loro destino, uno condannato a vita per l’errore, l’altro per l’atto eroico semplicemente determinato dal dovere.
Come il secondo, migliaia di uomini e donne ogni giorno.
Come il primo, anche.
L’inchino? Una prassi consueta. A quanto pare. Pare anche che nessuna Capitaneria di Porto se ne sia mai accorta prima e nessun admin manager commosso si sia sbalordito, e un tantino adirato, davanti al pericolo sfiorato tante altre volte in passato. Pare anche che nessun Sistema di Monitoraggio Automatico, AIS, abbia mai registrato prima una tale, azzardata, irresponsabile e pericolosa, manovra e, se registrata, pare ci siano grandi difficoltà nel consultare dati, gratuitamente consultabili da tutti, sul web. Ci dicono anche che nessuna società navale è informata in tempo reale di ciò che fanno, e fecero, i suoi comandanti a bordo, nonostante l’obbligo del monitoraggio costante.
La scelta della rotta? Anche quella, alla benemeglio, come viene viene. Per fortuna c’era uno scoglio e non una petroliera e per fortuna che gli itinerari non li definisce né li controlla più nessuno. Si chiameranno crociere a sorpresa, in un prossimo futuro. Se ci sarà.
Il capitano al comando del grattacielo marino? Di tanto in tanto, secondo disponibilità e voglia. Senza ore, doveri, cartellini da timbrare. Da piccoli tutti volevano fare i marinai, in costante sfida, uno con l’altro. A chi fa meglio.
Lo scaricabarile? Un’attività più che nota nell’Italia ante e post-moderna. Poco importa se stiamo parlando di milioni di barili in mare, un terremoto, un naufragio, un paese in crisi, appalti truccati, ville economiche.
Nell’Italia delle mazzette a destra e manca, dei SUV padroni di strada, dei parcheggi in doppia e terza fila, delle dichiarazioni dei redditi dimezzate, degli scontrini fiscali mai ricevuti, delle ricevute fiscali al bisogno, dei malati immaginari, delle pensioni dorate, dei cartellini timbrati dai compagni di giochi [e venture], delle file interminabili agli uffici postali in pausacafféchescusimelomeritoancheio, delle esenzioni a chi è più furbo, dei politici assenteisti, del mercato parlamentare, del dito medio della Santanché e delle infinite ed inutili leggi sostituite dai più convenienti usi e costumi, sorprendersi per così poco sembra persino troppo.
Nel paese dove non paga chi approfitta del sistema pensionistico spacciandosi per malato o invalido, ma paga colui che vede ridotta la propria pensione in nome del sacrificio;nel paese in cui non paga uno Stato che ancora, dopo 77 anni, chiede ai cittadini un contributo per la conquista dell’Etiopia, ma paga il lavoratore;nel paese in cui non paga chi ha sfruttato e profittato del bene comune, ma paga chi ha contribuito alla crescita di quel bene a beneficio di tutti, ancora una volta forse non verrà punito chi  sapeva e non fece nulla per evitare. Senza sorprese.

Europa e dintorni

11 gennaio 2012

Giocano, ridono, si spalleggiano. Discutono, accettano, chiedono. Illustrano, ringraziano, elogiano, richiamano. Promettono o credono e sperano?
E’ il trio d’oro, o il duo che si vorrebbe far diventare trio, ma i Merkozy sono cauti e mentre il primo un po’ entusiasma ed un po’ limita, la seconda è certamente più incline ad accettare ed elogiare. Sarà perché c’è stato quel sottile riferimento alla rabbia degli Italiani se non arriveranno risposte certe dall’Europa? Sarà che il buon conte francese vede sfumare il suo bonus elettorale se sfuma la tobin tax?
Intanto si attendono le misure per la crescita, illustrate da Monti prima a Sarkozy e poi a Merkel e chissà se piaceranno tanto anche a noi.

Monti sottolinea che l’Italia è stata sempre un Paese molto favorevole all’Europa, ma se qualcosa non cambia, e in tempi rapidi, “potrebbe gettarsi nelle braccia dei populisti”.

E se Monti sente già aria di proteste contro la Germania e la Banca Centrale Europea c’è da preoccuparsi.
Secondo l’Istat, nelle Marche, il numero degli occupati nel terzo trimestre del 2011 diminuisce pesantemente con 12mila lavoratori in meno rispetto al trimestre precedente. Il maggiore calo si è registrato nell’industria manifatturiera con quasi 13mila occupati in meno rispetto allo stesso periodo del 2010, in diminuzione sia gli autonomi che i dipendenti, tra i quali sono penalizzate soprattutto le donne. Scendono gli occupati anche nelle costruzioni, 12mila in meno, -22,7%, e nel commercio-turismo, -0,5%, solo parzialmente compensati dall’incremento degli addetti nel’agricoltura e negli altri servizi,+14 mila occupati di cui 11mila donne. Il quadro è ulteriormente aggravato dal tasso di disoccupazione che torna a salire al 6,7%. In crescita la disoccupazione maschile al 5,2%, e soprattutto quella femminile che raggiunge l’8,4%: il valore più alto degli ultimi 15 anni.
Coloro che cercano lavoro raggiungono così la cifra record di 46mila persone prevalentemente donne: in quattro anni, disoccupati e tasso di disoccupazione sono praticamente raddoppiati. Particolarmente preoccupante il numero di coloro che cercano lavoro per la prima volta: 12mila persone, soprattutto giovani. Una cifra record mai registrata prima d’ora. Dati che sarebbero stati decisamente peggiori se molti lavoratori non avessero potuto beneficiare di ammortizzatori sociali. Nel 2011 sono state richieste e autorizzate complessivamente 27,6 milioni di ore di cassa integrazione di cui 5,2 milioni di cassa ordinaria, 9,7 milioni di cassa straordinaria e 12,6 milioni di CIG in deroga. Delle 220mila assunzioni promosse o registrate dai Centri per l’Impiego nei primi 9 mesi dell’anno, solo il 9,3% è avvenuta con contratto a tempo indeterminato, dunque una su undici, mentre il 90,7% dei casi ha visto il ricorso a diverse tipologie contrattuali a vario titolo precarie: numeri che collocano le Marche tra le regioni con la maggiore incidenza di precarietà nelle assunzioni.

Tutto vero, attendiamo risposte. Nel frattempo mi permetta Sig. Monti: Populisti un corno.

Madrigale

4 gennaio 2012

” … Più trasparente
di quella goccia d’acqua
tra le dita del rampicante,
il mio pensiero tende un ponte
da te stessa a te stessa.
Guardati,
più reale del corpo che abiti,
ferma in mezzo alla mia fronte.
Sei nata per essere un’isola …”


Octavio Paz

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2 gennaio 2012

E’ un bene che il popolo non comprenda il funzionamento del nostro sistema bancario e monetario, perchè se accadesse credo che scoppierebbe una rivoluzione prima di domani mattina.

Henry Ford

Per noi..

31 dicembre 2011

Se non può essere un anno migliore,
che non sia peggiore.
Se non può essere un anno fortunato,
che non sia denso di sfortune.
Se non può essere un anno gioioso,
che almeno non sia doloroso.
Se non può essere un anno da ricordare,
che non sia da dimenticare.
Se non puoi essere tutto ciò che ognuno di noi sogna,
resta tutto ciò che ognuno di noi desidera.
A tutti voi il mio più grande augurio di Buon Anno,
fortunato, gioioso, sereno.


Per Amore

28 dicembre 2011

Ci sono cose che arrivano in faccia come uno schiaffo sul viso ghiacciato. Ci lasciano così. Sbigottiti. Inermi. Ecco come mi sento. Da poco ho saputo, casualmente, che non ci sei più. Che i tuoi capelli nero corvino, che arricciavi in uno spillone il giorno che ti ho conosciuta, sono sporchi di sangue. Non riesco a immaginarti. Distesa a terra senza respiro. Non riesco a far combaciare l’orrore della morte con l’immagine che ho di te. La ragazza dalla pelle bianca, timidamente sorridente, attenta, generosa. Quella che mi ha prestato i suoi appunti per studiare. Quegli appunti che adesso mi restano qui sul tavolo, segnati col tuo nome Stefania Noce in una grafia piccola e pulita, e che non ti potrò tornare. Eri davvero così: pulita, semplice, immediata. Nelle poche volte che ci siamo visti. In quella in cui ti ho riaccompagnata nella tua casa catanese. Mi sembra di vederti ancora scendere col vestito viola e salutarti mentre tu ti scusavi del disturbo che pensavi di avermi dato. Eri sensibile e delicata. Pretendevi molto da te stessa: come quando ti sei alzata in piedi e hai consegnato il compito e con l’onestà di chi è forte e alla professoressa che ti guardava stranita hai detto “che non ti sentivi adeguatamente preparata” e ti saresti ripresentata, nonostante le settimane che avevi speso sui libri assieme a noi. Eri davvero una bella persona Stefania Come il mondo ne fa poche. E a soli ventiquattro anni non si può morir d’amore. Ma quello non è amore sai? Quella è solo rabbia cieca, violenza, stupidità disumana. Quella è la bestia nel cuore di ognuno di noi, che tu hai dovuto affrontare da sola, faccia a faccia, disarmata. E tu eri solo una ragazza come tante: troppo innamorata per capire che al tuo fianco per tante notti aveva dormito un mostro. L’ultima volta ci siamo sentite circa un mese fa: “Scusami- mi hai detto- ma non possiamo vederci per studiare! Mia mamma è venuta a trovarmi a Catania e vado a prenderla alla stazione!”.
Stefania nessuno di quelli che ti hanno conosciuto dovrebbe dimenticarti. E anche quelli che non ti hanno conosciuto sappiano che hanno perso una persona speciale. Io continuo a pensare che tu sia solo fuori città. Che i tuoi capelli neri sono ancora scompigliati e il tuo vestito viola è mosso da un vento leggero mentre passeggi per la strada…


Ma quello non è amore sai?

Ha ragione la collega universitaria di Stefania, questo non è amore ma solo assurdo possesso, crudeltà, dolore infinito. Giovanissima, Stefania ha conosciuto un amore che non c’è, che non è vero, che è solo finzione, scommessa. Tristezza, prigionia. Il rifiuto assoluto davanti al potere decisionale della propria donna, compagna, amica. La vendetta limitata a piccoli dispetti e/o ingiurie o, spesso, racchiusa in una piccola guerra personale combattuta con tutte le armi a disposizione. E i numeri fanno paura, per il 22% dei delitti un movente passionale, il 40% dei casi irrisolti.

Non è amore quello, sai? No, non lo è, è solo agonia. Lenta, fino alla morte.

Addio Stefania

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