Atto terzo: Complicità.
Un venire incontro. Una presa. Una stretta. Anime, discorsi, tempi diversi si sfregano producendo scintille di lughe sòliana, infinite rifrazioni di affetto e rispetto.
Io vorrei continuare il dibattito, discutere di politica; tziu Giuanni invece vuole parlare di famiglia. Un susseguirsi di frasi che si accavallano, si interrompono, si accarezzano. Uno sguardo amorevole, come di nonno e di amico, che si incrocia con quello di un giovane ammirato, commosso, emozionato.
Una complicità come si può raccontare?
Atto secondo: Confidenze.
Miti infranti. Violenze rimosse che troppo a lungo hanno bloccato corpi e coscienze tornano finalmente a galla. Una frase, detta all’orecchio, mentre intorno infuria la polemica. Un ammonimento e una benedizione date sussurrando. Perché non senta chi non ha comunque orecchie per comprendere. Perché ancora oggi, qui da noi, dirlo serenamente è gesto pesante.
Una confidenza di desideri troppo grandi e delicati, nati per crescere e non per essere urlati, come si può raccontare?
Atto primo: Mancanze.
Domande sfacciate di ragazzo fatte a tavola. Acerbi progetti. Pensieri profondi, quasi ancestrali, messi alla prova. Confronto di appassionate e testarde visioni. Grandezza e potenza della sincerità sgorgano da una piccola brocca piena di ricordi e di sapienza. Come in un antico convivio antichi legami si scoprono e si rinsaldano.
Glielo si vede negli occhi. La Sardegna è piccola ma gravida di sogni immensi. Così immensi che a volte fanno paura anche ai più grandi.
Perché? Perché lunghissimo è il suo passato? Perché pesante è il suo presente?
O forse perché, lo si sa, grandissima è la responsabilità che se vorrà l’attende?
Ciò che manca, un corpo, una parola, uno sguardo, il tempo passato e a venire, come si può raccontare?
Atto terzo bis: Legami.
Tutti festeggiano. Il dibattito sta lasciando posto al pranzo. Foto di rito al piccolo grande mito. Io mi godo la presa, estasiato, divertito: tziu Giuanni guarda fuori campo mentre mi indica. Parla con dolce e volitiva veemenza. Nessuno sente? Non importa. Dentro me, indimenticabile, risuona la sua inconfondibile voce stridula: “Deu e Franciscu…seus parentis!”.
Come si può raccontare?
