Come si può raccontare?

Da sinistra Nicola Tanda, Giovanni Lilliu e Franciscu Sedda

Atto terzo: Complicità.
Un venire incontro. Una presa. Una stretta. Anime, discorsi, tempi diversi si sfregano producendo scintille di lughe sòliana, infinite rifrazioni di affetto e rispetto.
Io vorrei continuare il dibattito, discutere di politica; tziu Giuanni invece vuole parlare di famiglia. Un susseguirsi di frasi che si accavallano, si interrompono, si accarezzano. Uno sguardo amorevole, come di nonno e di amico, che si incrocia con quello di un giovane ammirato, commosso, emozionato.
Una complicità come si può raccontare?

Atto secondo: Confidenze.
Miti infranti. Violenze rimosse che troppo a lungo hanno bloccato corpi e coscienze tornano finalmente a galla. Una frase, detta all’orecchio, mentre intorno infuria la polemica. Un ammonimento e una benedizione date sussurrando. Perché non senta chi non ha comunque orecchie per comprendere. Perché ancora oggi, qui da noi, dirlo serenamente è gesto pesante.
Una confidenza di desideri troppo grandi e delicati, nati per crescere e non per essere urlati, come si può raccontare?

Atto primo: Mancanze.
Domande sfacciate di ragazzo fatte a tavola. Acerbi progetti. Pensieri profondi, quasi ancestrali, messi alla prova. Confronto di appassionate e testarde visioni. Grandezza e potenza della sincerità sgorgano da una piccola brocca piena di ricordi e di sapienza. Come in un antico convivio antichi legami si scoprono e si rinsaldano.
Glielo si vede negli occhi. La Sardegna è piccola ma gravida di sogni immensi. Così immensi che a volte fanno paura anche ai più grandi.
Perché? Perché lunghissimo è il suo passato? Perché pesante è il suo presente?
O forse perché, lo si sa, grandissima è la responsabilità che se vorrà l’attende?
Ciò che manca, un corpo, una parola, uno sguardo, il tempo passato e a venire, come si può raccontare?

Atto terzo bis: Legami.
Tutti festeggiano. Il dibattito sta lasciando posto al pranzo. Foto di rito al piccolo grande mito. Io mi godo la presa, estasiato, divertito: tziu Giuanni guarda fuori campo mentre mi indica. Parla con dolce e volitiva veemenza. Nessuno sente? Non importa. Dentro me, indimenticabile, risuona la sua inconfondibile voce stridula: “Deu e Franciscu…seus parentis!”.
Come si può raccontare?

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Al festival diffuso “Ananti de sa ziminera”

Venerdì  17 febbraio ANANTI DE SA ZIMINERA presso la Casa Enna di Tramatza
Il locale ed il globale nell’esperienza giovanile sarda
un interessante dialogo tra me Alessandro Aresu e Mario Pireddu.

Da sinistra Mario Pireddu, Franciscu Sedda, Alessandro Aresu

Ananti de sa ziminera - da sinistra Mario Pireddu, Franciscu Sedda, Alessandro Aresu

Ananti de sa ziminera il sindaco di Tramatza, Stefano Pala

Ananti de sa ziminera da sinistra Mario Pireddu, Franciscu Sedda, Alessandro Aresu

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ANANTI DE SA ZIMINERA venerdì a Tramatza!

Venerdì sono ospite per la seconda volta del festival letterario diffuso:

ANANTI DE SA ZIMINERA
VENERDÌ 17 FEBBRAIO 2012 ore 18:30 | casa Enna Tramatza

l locale ed il globale nell’esperienza giovanile sarda
con Franciscu Sedda, Alessandro Aresu e Mario Pireddu

Ѐ stato invitato a partecipare Bachisio Bandinu

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I sardi e il contradditorio senso della Terra

Giuseppe Biasi, Mattino in un villaggio sardo

Cosa lega le dichiarazioni di Giuliano Amato sulla Sardegna, Tuvixeddu, i fondi europei per l'agricoltura, l'energia alternativa? Il paesaggio sardo, o se preferite, la Terra: insieme contraddittorio e dinamico di fattori umani e ambientali, di beni materiali e immateriali.

La Regione ha speso solo l'1% (sic!) del miliardo e mezzo messo a disposizione dall'Europa per l'ammodernamento di aziende agricole e per nuovi giovani agricoltori. Più di mille progetti ritenuti ammissibili restano insabbiati mentre l'Europa si riprende i suoi soldi. Un giorno ci commuoveremo per il paesaggio sardo, così selvaggio e naturale, silenzioso e vuoto d'uomini, e ci scorderemo che è il frutto dell'incapacità della politica e dell'abbandono dei campi, segno della sovranità alimentare e del patrimonio di sapere millenario che abbiamo perso.

Nel mentre, mostrano le inchieste di Sardegna Quotidiano e ha scritto il sociologo Nicolò Migheli, l'improduttività indotta apre le porte al “land grabbing”, alle speculazioni di affaristi che ottengono concessioni di terre a prezzi stracciati su cui impiantare centrali che spesso nascondono riciclaggio di denaro sporco e interessi estranei al bene dei sardi. Un giorno il nostro paesaggio sarà costellato di impianti d'energia alternativa che finiremo per odiare come nuove servitù, scordandoci che è stata la mancanza di coscienza e sovranità a impedirci di gestire noi una grande occasione economica. Pensiamoci. Si può ritener bella anche una distesa di pannelli solari se, messi nel posto giusto, producono energia pulita e creano lavoro e ricchezza per noi e la nostra terra.

Intanto all'Unesco la proposta di Tuvixeddu come patrimonio dell'umanità non è nemmeno arrivata e lo Stato italiano, non pago del territorio sardo sottoposto a servitù militare, si accaparra i pezzi del demanio. Chissenefrega! Quasi ci siamo stupiti che Su Nuraxi di Barumini nel '96 sia entrato nel gota della cultura mondiale: non ci crediamo neanche noi che il nostro patrimonio storico-archeologico è la più grande risorsa su cui possiamo investire. A noi (forse) interessa il turismo. Ma certo non quello della Costa Smeralda che tanto dispiace ad Amato (che tristemente lo identifica col paesaggio dell'intera Sardegna) e a molti sardi (che a quella parte di Sardegna già hanno rinunciato). Eppure anche quella è la nostra terra, e se i grandi gruppi che ci lavorano pagassero le tasse in Sardegna risulterebbe forse già un po' più nostra.

Franciscu Sedda

"Il commento" sulla prima pagina di SardegnaQuotidiano 25 agosto, 2011
pubblicato con il titolo
"Difendiamo il paesaggio per salvare la Sardegna"
www.sardegnaquotidiano.it

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LA CONFERENZA DI EDIMBURGO

LO SCOTTISH NATIONAL PARTY E IL DIBATTITO CON IL PARLAMENTARE SCOZZESE MIKE MACKENZIE

Lo Scottish National Party è intenzionato a promuovere una seconda conferenza sul rapporto isole, Stati e indipendenza e a invitare i politici e gli studiosi che hanno preso parte alla prima conferenza di Edimburgo a discuterne presso il Parlamento Scozzese.

Questo è quanto ha scritto Mike MacKenzie, il deputato dello SNP che ha partecipato alla prima giornata dei lavori, a Godfrey Baldacchino e Eve Hepburn, gli organizzatori della conferenzaMovimenti e partiti per l'indipendenza delle isole nell'epoca della globalizzazione e dell'integrazione europea”.

Mike MacKenzie_deputato dello SNP alla conferenza

L'intervento di Mike MacKenzie, deputato dello Scottish National Party


Mike MacKenzie, deputato per la circoscrizione delle “Highlands and Islands”, è intervenuto in sostituzione di Alisdair Allan, il ministro dell'istruzione trattenuto dalla prima giornata di lavori del nuovo governo scozzese, che ha mandato alla conferenza il suo saluto e l'interesse dell'esecutivo scozzese guidato da Alex Salmond ad approfondire la conoscenza e le relazioni con chi studia i processi politici internazionali riguardanti le isole o si adopera attivamente per la loro autodeterminazione.

Mike MacKenzie si è detto molto colpito dal dibattito che si è sviluppato fra lui e i partecipanti della conferenza. In tale contesto ho avuto il piacere e l'onore di essere presentato dagli organizzatori come “rappresentante politico della Sardegna e testimone delle aspirazioni nazionali e indipendentiste dei sardi”, e di potermi confrontare con MacKenzie su come lo SNP abbia in questi anni ridefinito l'identità politica scozzese arrivando ad ottenere il 46% dei voti e la maggioranza dei seggi nel parlamento di Holyrood.

MacKenzie si è soffermato principalmente su quella che lui stesso ha definito la “costruzione di un progetto nazionale” che andasse oltre le molte differenze interne alla Scozia, come ad esempio il divario fra Highlands e Lowlands, fra gaelico-parlanti e non, fra componente protestante e componente cattolica. MacKenzie ha sottolineato come lo SNP abbia cercato di farsi rappresentante di tutte le parti della Scozia, anche di quelle più periferiche (come appunto le isole scozzesi), “in modo che ogni cittadino scozzese si senta a casa entrando in Parlamento”.

Secondo MacKenzielo lo SNP è riuscito nel tempo a rappresentare tutte le parti della Scozia ricostruendo una economia nazionale attenta alle potenzialità del territorio e alla capacità di gestire le proprie risorse. Le isole scozzesi, ha detto il deputato delle “Highlands and Islands”, sono ad esempio diventate un modello in materia di investimenti in energie rinnovabili (su cui l'esecutivo di Alex Salmond sta ulteriormente investendo in questi giorni), sulla valorizzazione dei saperi tradizionali, sulla produzione agricola e gastronomica, con il conseguente sviluppo di un turismo legato alle bellezze paesaggistiche e alle ricchezze storico-culturali del nord-ovest della Scozia.

In tutto questo è stata decisiva in Scozia la riemergenza di una coscienza nazionale unita alla capacità dell'indipendentismo di esprimere una classe dirigente competente ed onesta.


ISOLE, STATI, GLOBALIZZAZIONE, INDIPENDENZA

La correlazione fra diffusa consapevolezza di sé in quanto nazione, qualità della classe dirigente, bassi tassi di corruzione, crescente nazionalizzazione-territorializzazione del sistema politico locale, capacità di imparare a muoversi negli scenari internazionali investendo sulla formazione di competenze a tutti i livelli è emersa come uno dei dati forti e delle costanti che caratterizza i modelli positivi di isole o micro-Stati che sono stati capaci di gestire bene la propria indipendenza o che sono avviati verso la piena sovranità.

Questo è soltanto uno dei molti elementi interessanti che a mio avviso sono emersi dalla conferenza di Edimburgo. La tre giorni di interventi e dibattiti ha infatti portato alla luce la ricchezza e la complessità di esperienze isolane o indipendentiste in giro per il mondo.

Le molte isole del globo si trovano infatti in condizioni giuridiche molto differenziate fortemente dipendenti dai contesti (ex o post) coloniali e statali di riferimento. In tal senso anche i percorsi di sovranità e le esigenze immediate a cui i diversi popoli e le diverse classi dirigenti devono far fronte risultano differenziate. Molti territori d'oltremare, nei Caraibi o nel Pacifico, che si trovano in una situazione di distanza tale da garantire una sorta di indipendenza di fatto o sono sottoposte a situazioni economiche di grande debolezza hanno preferito rimanere momentaneamente nell'orbita di potenze quali la Francia, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti. Da sottolineare in relazione a ciò anche la dinamica che spesso di ripresenta per cui molte isole coloniali temono maggiormente i loro vicini, i loro “competitor” d'area, piuttosto che delle potenze ritenute comunque distanti e straniere, per quanto a queste siano ancora subordinate. Interessante in tal senso è la ristrutturazione o la creazione ex novo di aree di scambio o di cooperazione transnazionali avviate nel Pacifico o nei Caraibi, dentro le quali anche le isole più piccole e isolate possono trovare un loro ruolo economico e culturale.

In tal senso è d'obbligo sottolineare e ricordare che stando ai parametri internazionali, sia politici che accademici, la Sardegna risulta essere un'isola grande e centrale. Non a caso tutti gli studiosi presenti alla conferenza si sono stupiti sentendo che l'auto-percezione dei sardi è quello di essere un'isola piccola e periferica, quando per piccolo si intendono popolazioni sotto il milione di abitanti e molte isole indipendenti del pacifico o dei caraibi distano migliaia di chilometri dal pezzo di terra più vicino.

Di grande interesse per la situazione sarda è stata la comparazione fra la situazione delle Faer Oer e della Groenlandia, oggi ancora parte della Danimarca, e le isole Aland, di cultura svedese, parte oggi della Finlandia. Salta all'occhio infatti come un paese sicuro di sé e di grande tradizione civica come la Danimarca non solo non teme l'indipendenza della Groenlandia e delle Faer Oer ma ne riconosce la diversità e si adopera per mettere le due isole nella condizione di divenire indipendenti. La Finlandia, che invece percepisce l'irredentismo svedese delle Aland come una minaccia al proprio orgoglio nazionale e alla propria stabilità interna nega o nasconde la questione, di fatto fomentando forme di nazionalismo e di ostilità reciproca.

A tale proposito sono stati ovviamente centrali gli interventi riguardanti la Scozia e gli altri micro-Stati europei (Malta, Lussemburgo, Liechtenstein ecc.). Questi interventi hanno mostrato come una buona classe dirigente capace di mettere a frutto le interdipendenza economiche europee e globali e capace di dar vita a un competente protagonismo internazionale (quella che nel complesso viene definita “integrated sovereignty strategy”) può portare stati di non grandi dimensioni a qualità di vita e traguardi istituzionali a prima vista impensati. Eclatante in tal senso il caso del Lussemburgo che ha avanzato la sua candidatura al seggio non permanente nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU, entrando in competizione con paesi quali l'Australia e la Finlandia. A dimostrazione che un paese di 500.000 abitanti può giocarsi le sue carte.

Con mia grande soddisfazione inoltre ho avuto modo di vedere come nuove idee e nuove definizioni che in questi anni ho lanciato in Sardegna nutrono anche il pensiero di studiosi come Michael Keating, fra i maggiori studiosi mondiali di indipendentismo e opinion leader in ambito scozzese, che dopo aver discusso a lungo nella tre giorni di Edimburgo, parlando del processo di indipendenza della Scozia ha detto: “there's a process of nation-building, that is not necessarily a nationalist one, that is being carried out and is moving forward” (“c'è un processo di costruzione della nazione, un processo che non è necessariamente nazionalista, che si sta portando avanti e sta andando avanti”). [Ovviamente i discorsi sulla Scozia meriterebbero ben altri approfondimenti che, tempo permettendo, proverò a sviluppare in seguito].

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Un momento della conferenza nella sala detta “The Raeburn room”
 

UN DISCORSO SULLA SARDEGNA NEL PANORAMA GLOBALE CONTEMPORANEO

Infine nel mio discorso sulla situazione sarda e nei dibattiti successivi ad ogni intervento, ho provato a portare il mio contributo di politico e studioso. Ho sollecitato molteplici comparazioni fra la Sardegna e altre esperienze isolane e/o indipendentiste, e raccontato dei travagli recenti dell'autoriconoscimento isolano e nazionale dei sardi. Ho sottolineato infatti come in Sardegna si è spesso portati a considerare la nostra terra come “isola periferica” e l'insularità come puro e semplice handicap. Ho mostrato, in tal senso, come questa percezione di sé sia correlata all'idea, dominante nello scorso secolo, di essere una “nazione fallita” destinata a divenire parte della “Penisola”, ovvero di quello Stato italiano a lungo considerato fonte di identità politica e mantenimento economico. Tuttavia ho provato a mostrare come oggi, anche grazie a un nuovo indipendentismo, l'agenda politica e la percezione collettiva dei sardi sia nuovamente in movimento; come l'autonomia venga quasi unanimemente considerata una fase chiusa della storia dei sardi e uno strumento inadeguato a dar forma alle aspirazioni del popolo sardo a una nuova sovranità; come questa nuova sovranità prende forma nel discorso dei diversi attori politici, configurando in alcuni casi scenari di tipo federale, in altri di tipo associativo, in altri ancora di piena indipendenza; o ancora come questi diversi scenari spesso individuino un percorso di maturazione per gradi che tuttavia prevede fin dal principio l'opzione della piena indipendenza richiamata dall'ipotesi di ricorrere alla convocazione di un referendum di autodeterminazione, di un'assemblea costituente di tipo nazionale, di un percorso di indipendenza negoziata dallo Stato italiano, via via delineando percorsi possibili verso la Repubblica di Sardegna.

Ho dunque provato a descrivere nel modo più completo possibile, compatibilmente col tempo a disposizione, i differenti termini del dibattito, il modo in cui questo mette in gioco una nuova visione della storia della nazione sarda, tanto quanto la presa di coscienza – davanti a casi eclatanti come il mancato rispetto della vertenza entrate, la non attuazione dell'articolo 9 dello Statuto sardo, i mancati introiti delle accise sulla produzione petrolifera, la più generale assenza di sovranità in materia fiscale ed energetica – della necessità di poter gestire sovranamente la propria ricchezza e la trasformazione del proprio sistema economico e produttivo. Ho mostrato altresì come a questo rinnovato dibattito sulla sovranità e l'indipendenza della Sardegna, ne corrisponda un altro riguardante la territorializzazione di quelli che a lungo sono stati i partiti politici italiani dominanti in Sardegna. Ho approfondito il tema dei limiti e delle possibilità che in Sardegna come altrove i processi di autodeterminazione hanno dovuto affrontare, sottolineando come anche in Sardegna una parte importante del corpo sociale ha deciso di lavorare sulla definizione di “un progetto nazionale aperto e inclusivo, capace di coinvolgere ogni singolo cittadino di Sardegna, capace di farlo sentire parte della costruzione di una nuova Repubblica”, sfuggendo dunque da modelli identitari asfittici che tendono a restringere invece che ampliare le possibilità di identificazione con il percorso indipendentista. Ho sottolineato anche come questo tipo di investimento positivo e propositivo maturi più lentamente e dunque vada incontro a molte difficoltà. Tuttavia, ho ribadito, ciò che lo nutre e gli dà forza è la consapevolezza che uno Stato sardo in Europa e nel Mediterraneo, anche visto le esperienze di cui si è parlato nella tre giorni di Edimburgo, sarebbe non soltanto normale ma anche necessario, visto che oggi si esiste e si può provare a influire in Europa soltanto se si è uno Stato indipendente.

100_2857L'intervento di Franciscu Sedda alla conferenza
 

Infine non ho potuto far a meno di sottolineare il fatto che sono rimasto molto colpito dalla qualità delle relazioni e degli esempi portati dai vari relatori e come da ciascuno di essi emergesse in modo forte l'idea che la prosperità e la forza delle isole, anche le più piccole, riposasse sulla capacità delle classi dirigenti di imparare costantemente: imparare a gestire flussi e opportunità economiche, imparare a muoversi negli scenari internazionali, imparare ad essere nazione, imparare ad essere protagonisti.

L'interesse dimostrato per la Sardegna e il caso sardo da tutti gli studiosi, fra i più importanti al mondo nello studio della politica delle isole e molto spesso opinion-leader nei rispettivi contesti, mi lascia credere e sperare che dopo questa occasione di confronto la nostra terra troverà – o ricomincerà a prendersi – il posto che merita nei dibattiti internazionali sui temi dell'identità isolana, della sovranità nazionale, dell'indipendenza, che scuotono e coinvolgono isole e popoli dal Nord Europa ai Caraibi, dal Mediterraneo al Pacifico.
 

Franciscu Sedda

 

Altre immagini della conferenza di Edimburgo:

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Essere Stato (che non è participio passato ma presente prossimo!)

 

Ieri ho avuto l'opportunità di partecipare alla presentazione del volume Nomos & Khaos, ovvero il "Rapporto Nomisma 2010-2011 sulle prospettive economico-strategiche", che si è tenuto presso la Sala del Refettorio della Camera dei Deputati dello Stato italiano.

La presentazione del settimo volume di Nomos & Khaos, prodotto dall'Osservatorio Scenari Strategici e di Sicurezza, è stata l'occasione per sentire alcuni dei migliori esperti italiani di geopolitica riflettere sull'attuale panorama globale; su quel mondo percepito come sempre più “liquido”, “instabile”, “volatile”, di cui la politica e i decisori istituzionali in genere stentano a tenere il passo.

Provo dunque, estraendo in modo personale spunti emersi dai vari discorsi, a declinare in senso sardo alcune delle tendenze e degli scenari che emergono dal Rapporto, o quantomeno dalla sua presentazione.

 

Che mondo è mai questo?

Qual'è la forma – geopolitica – del mondo in cui stiamo vivendo? Questa è la prima basilare questione da porsi. Pare infatti abbastanza condiviso che il nostro mondo non sia più “unipolare”, dominato cioé dall'unica potenza rimasta sul campo dopo la caduta del Muro di Berlino, ovvero gli USA.

D'altro canto l'idea che si sia passati ad una fase di “caos generalizzato” non regge. Certo, questo mondo è sempre più imprevedibile e alle nostre piccole menti tutto ciò suona come un segno di irrazionalità. Ma il fatto che noi non riusciamo a coglierne le trame sistemiche, che fanno sì che la crisi di alcuni sia vantaggio e opportunità per altri, che alcuni siano dentro l'occhio del ciclone mentre altri lo guardino da fuori sfiorati solo da una leggera brezza, non è prova sufficiente a dichiarare il trionfo del disordine. Ripetiamolo, la stessa crisi finanziaria che da questa parte del mondo pare onnipervasiva è relativamente distante, per fare alcuni esempi, da Paesi quali il Canada, la Svezia, il Brasile e diversi altri paesi dell'America Latina.

Resta in piedi l'ipotesi “multipolare”. Tuttavia è difficile dire se quello odierno sia realmente un mondo in cui più poli e potenze si contendono primati parziali in reciproco equilibrio. L'emergenza (o il ritorno) sulla scena di nuove potenze economiche (si pensi ai BRICS: Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) non può nascondere il fatto che al momento soltanto due paiono essere i veri protagonisti in campo, pronti a giocarsi lo scettro dell'egemonia mondiale: gli USA e la Cina.

Che diavolo di potere è mai questo?

All'emergere di questo dualismo USA/CINA – che peraltro non esclude il fatto evidente che le economie dei due paesi siano profondamente intrecciate e interdipendenti – corrisponde la tesi, contestata ma interessante, di nuove forme di potere, o se si preferisce, di efficacia dell'agire strategico internazionale. L'abbandono, da parte degli Stati Uniti d'America, della politica dell'intervento diretto nelle zone di conflitto e di instabilità che spuntano a macchia di leopardo sul globo, che secondo alcuni sarebbe il segno evidente del loro declino, viene infatti considerato da altri come l'applicazione esplicita della teoria dello smart power, di quel potere che vorrebbe essere “leggero” e “intelligente”, ma che forse è semplicemente scaltro, come è stato argutamente ridefinito.

Non è un caso che i maggiori concorrenti degli USA, ovvero i cinesi, siano riconosciuti come maestri del “potere sottile”, una forma di azione talmente ben applicata da aver portato alla creazione della battuta, che è una constatazione, per cui “Dove c'è casino la Cina non c'è mai”. Insomma, un potere non scaltro: scaltrissimo.

Non è un caso del resto che tutta la filosofia classica e il pensiero strategico cinese teorizzino il non agire come la miglior forma di azione. Che la miglior guerra sia quella non combattuta. E che supremamente efficace sia seguire o indirizzare il flusso piuttosto che fermarlo o modificarlo. Se i nostri sono veramente “tempi liquidi” viene da pensare che una cultura come quella cinese, così ricca di metafore fluide, sia potenzialmente nel luogo giusto al momento giusto.

Dal suo canto anche la nuova politica estera degli USA di Barack Obama sembra aver abbandonato il modello greco-latino del veni, vidi, vici; dell'andare in un luogo (possibilmente con una teoria in testa) e intervenire in maniera diretta ed esplicita di modo che il reale si trasformi (possibilmente adattandosi completamente al modello che ci si era immaginati). L'abbandono di questo modello, hard e conflittuale, avrebbe lasciato spazio ad una strategia che vede nei focolai di caos sparsi per il mondo un potenziale vantaggio. Insomma, nn intervenire e lasciare che il caos sorga e rimetta in movimento e in discussione assetti, interessi, poteri, regimi.

Un modello non del tutto soft che si potrebbe tradurre, come si dice dalle nostre parti, con lo slogan: “Lasciali friggere nel loro olio”, o anche, con una versione forse più cinese, più a cottura lenta, “Lasciali cuocere nel loro brodo”. Il caos di varie aree del mondo sarebbe in altri termini funzionale a produrre cambiamenti in modo meno diretto e invasivo; a farlo con minor dispendio di forze, risorse, vite; a tenere i propri competitors impegnati nelle rispettive aree d'influenza; a tirare il fiato e evitare che, come per ogni “impero”, non succeda come la rana, che a forza di gonfiarsi per imitare il bue (che qui sarebbe il globo) finì per esplodere.
 

Che diavolo c'entrano i sardi in tutto questo?

C'entrano eccome! Si dà il caso infatti che vivano nello stesso pianeta degli USA e della Cina. E di molti altri ancora. Diciamo altri 193 – o 194 se verrà accolta dall'ONU la richiesta di riconoscimento come stato membro delle Nazioni Unite avanzata ieri dalla Palestina – per restare ai numeri ufficiali.

Se si vuole iniziare a progettare seriamente, e a realizzare concretamente una Repubblica di Sardegna, bisogna necessariamente riflettere anche su tutto questo.

Bisogna ad esempio allenarsi a passare dal livello micro (le singole emergenze e necessità che attanagliano giornalmente la nostra terra e i nostri cittadini) agli scenari macro (rapporti diplomatici, alleanze commerciali, scambi culturali, flussi di uomini, tecnologie, idee) dentro cui una Repubblica deve giocoforza muoversi.

Questo salto di scala, questo allargamento dell'orizzonte, aiuterebbe tra l'altro noi sardi ad uscire dall'autismo italico auto-imposto, e a scoprire (o almeno ricordarci) che siamo già oggi dentro aree, istituzioni, aggregati ben più ampi, ben più compositi, ben più interessanti dello Stato italiano a cui, in modo monomaniacale, continuamente ci rivolgiamo per valutare noi stessi e il mondo.

La nostra appartenenza all'area euro-mediterranea occidentale, con l'esplosione demografica e democratica del vicino nord Africa, con le reti di scambio energetico che la attraversano, con il gioco di porti e relazioni commerciali che la strutturano, con le complesse relazioni umane che drammaticamente la uniscono e sfrangiano, non può essere sottovalutata o messa da un lato – sacrificata sull'altare dell'estenuante teatrino dei “pro o contro Berlusconi” – se si vuole veramente essere Stato (che non è participio passato ma presente prossimo!).

Da questo punto di vista dobbiamo essere ben consci che il destino dell'Europa e dell'Unione Europea ci riguarda da vicino, molto vicino. Perché dobbiamo essere realisti e dobbiamo capire con chi, in primo luogo, faremo rete e tesseremo alleanze. O detto altrimenti, dentro quale quadro di interrelazioni, garanzie, solidarietà e sostegni andremo primariamente a situarci. Credo infatti che nessuno di noi si illuda (o speri) di vivere in isolamento o di lasciare la Sardegna in balia degli eventi, o ancor peggio di metterla all'asta del miglior offerente.

Il punto, apparentemente paradossale e beffardo, è che noi sardi rischiamo di renderci conto di quanto sia strategicamente decisiva la presenza dell'Europa per il nostro futuro quando l'Europa sta forse crollando, e sicuramente traballa. Attenzione però a non correre troppo. Ciò che oggi traballa è una certa idea di Europa che si è concretizzata nell'Unione Europea. Ciò che non viene meno, ma forse anzi ritorna in gioco, è una diversa idea di Europa, meno tecnocratica e finanziaria e più politica e sociale.

Ciò che riemerge è la possibilità degli Stati Uniti d'Europa, che sono qualcosa di diverso tanto dall'Europa governata dalla politica bancaria e monetaria, tanto quanto dell'utopia evanescente di una Europa senza più Stati.

E' stato detto che la vicenda dell'Euro segna la parabola di una costruzione “partita dal tetto” invece che dalle fondamenta. Bene, se si vuole che il tetto regga è forse il caso che si riparta proprio dalle fondamenta, dalle collettività storico-politiche che sono e saranno chiamate a comporre la casa.

Un'Europa federale, un'Europa che un domani saprà darsi una reale costituzione politica rispettosa della sua diversità interna, forse va pensata proprio ora che l'idea di Europa è in crisi; proprio ora che l'Europa rischia di disgregarsi e le sue parti rischiano di andare tutte – anche le più forti – alla deriva in un mondo che ha spostato i suoi centri molto lontano da noi.

Certo un'Europa fatta di Stati non è esente da critiche o limiti. Il primo è che questi Stati non potranno essere solo quelli attualmente esistenti. In questo cammino di ri-costituzione dell'Europa dovrà dunque essere riconosciuta la possibilità – per collettività storiche come la Sardegna, la Scozia, la Catalogna, i Paesi Baschi, la Corsica ecc. – di celebrare democraticamente dei referendum di autodeterminazione.

Al contempo va sicuramente notato che la forma Stato non è necessariamente garanzia di benessere e buon governo: e tuttavia è quantomeno qualcosa che, alla peggio, ogni tanto rimette nelle mani dei rispettivi cittadini il giudizio su governanti e decisori, che garantisce l'opportunità di giudizio e ricambio. Mentre oggi nessuno di noi può giudicare, defenestrare, e praticamente nemmeno valutare, coloro che guidano la Banca Centrale Europea, un organismo indipendente dalla politica e dunque da qualunque forma di controllo e valutazione democratica, che agisce e “fa politica” – attraverso decisioni unilaterali e monopolistiche in materia fiscale e monetaria – scavalcando tranquillamente Stati, governi, popoli interi.

Insomma, bisogna far sì che la nuova Europa che sorgerà dall'accordo fra i suoi Stati sia effettivamente una costruzione politica – per quanto rischioso e problematico sia ottenere questo traguardo – e che dunque i suoi organismi, attraverso il gioco del bilanciamento dei poteri, siano sottoposti ad un irrinunciabile minimo di democrazia e di controllo.

Al contempo bisogna far sì che l'Europa sia lo strumento di una garanzia incrociata: una sorta di strumento di autocontrollo, tale per cui ciascuno Stato, al suo interno, garantisca democrazia, libertà di espressione, rispetto delle minoranze, promozione dei diritti umani e della persona.

Certo, nessuno si illude di risolvere facilmente la tensione fra economia e politica, fra mercato e democrazia, che assume sempre più spesso la forma del conflitto fra un abnorme potere finanziario e un residuale potere sovrano dei popoli e dei cittadini. Ma forse una nuova Europa può essere un tentativo di riequilibrio, un progetto di trasformazione dei rapporti di forza. Un modo per rimettere al centro la “polis”, gli interessi collettivi, i beni comuni, l'equità sociale, lo scambio dei beni, la valorizzazione della persona, piuttosto che un anonimo meccanismo finanziario al contempo deregolato e fuori controllo.

Del resto l'ipotesi di una nuova Europa, di una coalizione di popoli che sappiano collaborare e sostenersi a vicenda e contemporaneamente presentarsi più forti sullo scenario globale, non è necessariamente “una volta per tutte”, non è eterna, non impedisce di pensare altro e oltre. Se tutti insieme se ne sarà capaci.

I sardi in tutto questo devono evitare il loro tipico ondulatorio passaggio fra nullificazione e megalomania. Non saremo noi i visionari ed eroici artefici di questa Europa nuova, ma non possiamo nemmeno abbatterci e pensarci fin d'ora come periferia della periferia; come miseri oggetti costretti a subire destini altrui; condannati a fare da comprimari, comparse, o più probabilmente vittime, nelle storie scritte da altri. La costruzione della nostra Repubblica di Sardegna può e deve essere parte del nostro contributo alla costruzione di una Europa diversa e migliore.

Quante diavolo di cose ci sono da fare…

Uno dei fattori decisivi nell'analisi del quadro geopolitico è la dimensione demografica. I paesi emergenti sono generalmente paesi in forte espansione demografica, paesi giovani, paesi affamati di futuro. La Sardegna invece continua a perdere abitanti e ad invecchiare. Perché si emigra nuovamente e sempre di più. Perché non si fanno più figli. Si stima che nel 2050 avremo perso 300.000 abitanti. Una enormità. Quasi un genocidio.
Invertire la rotta è possibile ed è compito di una buona politica. Che tuttavia non è facile né a dirsi né a farsi. E soprattutto, ha bisogno dell'apporto di tutti. Della capacità di ciascuno di mettersi in discussione e migliorarsi. Di mettere le proprie capacità a disposizione di un progetto condiviso.
Fra i molti elementi che andrebbero toccati mi soffermo su quelli variamente emersi durante la presentazione del Rapporto Nomisma. Il modello europeo, nei suoi casi migliori, e sebbene in modo non uniforme, si è basato sulla capacità del welfare di garantire coesione sociale e qualità della vita.

Oggi bisogna ripensare la nostra vita e la nostra politica per poter garantire il welfare.

Ciò che ci serve e che dobbiamo pemetterci, tuttavia, non è un welfare assistenziale ma un welfare affermativo. Non un welfare che tappa i buchi, anestetizza, deresponsabilizza il corpo sociale ma un welfare che mette in condizione di…

Un welfare che mette tutti in condizione di vivere con un certo grado di serenità e sicurezza, che garantisce strutture e servizi che diano a ogni persona la libera possibilità di potersi formare, migliorare, progredire; la possibilità di potersi ingegnare, di poter creare, di poter sperimentare, intraprendere, muoversi, condividere.

Per farlo bisogna spendere meno e meglio. Fermare sprechi, clientele e corruzioni e tornare ad investire in modo trasparente in quelle infrastrutture materiali e immateriali che costruiscono l'intelaiatura di una buona società.

Sobrietà e lungimiranza. Onestà e competenza diffusa. O se si preferisce, amore per la virtù, amore per la cosa pubblica, per il bene di tutti e di ciascuno. Amore per la Repubblica di Sardegna.

Questo è fondamentale. Così come investire nella qualità della sanità e dell'istruzione è fondamentale. Investire nelle infrastrutture di comunicazione ed energetiche è fondamentale. Mettere le persone in condizione di formarsi e comunicare, di poter vivere serene e potersi realizzare qualunque sia la propria condizione sociale di partenza. Questo è fondamentale.

E per ambire a fare ciò è richiesta e necessaria la partecipazione di tutti. Per questo le tasse vanno pagate. Non per coercizione o minaccia. Ma per chiara coscienza che quello è il nostro modo di partecipare a una impresa collettiva. Che è il modo per metterci tutti in condizione di raggiungere grandi traguardi individuali e nazionali.

Abbiamo bisogno di una partecipazione fiscale più equa e distribuita. Pagare meno, pagare tutti: è possibile se metteremo freno a sprechi e ingiustizie. E se recupereremo il senso di un progetto condiviso, come la costruzione di una Repubblica di Sardegna politicamente libera, economicamente prospera, socialmente giusta, moralmente degna.

Se vogliamo ambire ad un minimo di felicità condivisa allora dobbiamo rimettere al centro il tema dell'equità sociale. Non è un caso che i paesi in cui le persone percepiscono di star meglio non siano necessariamente quelli più ricchi ma siano sempre quelli più equi, quelli che distribuiscono la ricchezza in modo giusto in base al valore e all'impegno. Del resto, a chi piace suonare l'arpa mentre tutto fuori brucia? Come si può essere veramente felici mentre tutti intorno stanno male? La felicità è qualcosa di condiviso oppure non è. Se qualcuno sadicamente crede, o si illude, di poter essere felice da solo o addirittura a spese degli altri, bene, sappia che questa non è la nostra cultura né il nostro progetto. Questa non è l'idea che abbiamo della futura Repubblica di Sardegna.

La nostra idea è che bisogna ridurre il solco, ormai fattosi baratro, fra pochissimi che hanno tantissimo e moltissimi che hanno pochissimo o quasi nulla. Né ci interessa una società fatta di pochissime eccellenze e tanti mediocri. Noi vogliamo una società di persone libere, istruite, intelligenti, capaci. Una società in cui ciascuno sia messo in condizione di realizzarsi secondo i suoi molti talenti e le sue piccole o grandi aspirazioni. Se vogliamo ottenere un nostro benessere, un benessere che sia collettivo e diffuso, dobbiamo dunque suturare le tante ferite che ogni giorno straziano il nostro corpo collettivo: suturare la ferita che vede gli onesti vessati e i furbi premiati, che vede i meritevoli frustrati e gli ammanicati lodati, che vede chi si spacca la schiena sempre meno ricompensato di chi non si capisce cosa faccia dalla mattina alla sera; che vede troppe persone discriminate in modo più o meno sottile per il loro sesso, il loro genere, la loro età, la loro provenienza, la loro appartenenza religiosa, linguistica, di ceto e classe. Quale società può essere felice se essere donna, anziano, bambino, omosessuale, migrante, sardo-parlante, credente, ateo, pastore, contadino, piccolo commerciante, ricercatore, insegnante, precario, povero, onesto, diventa un peso? E soprattutto, cosa rimane se non una collezione di infinite minoranze? A ben guardare, la mancanza di un progetto condiviso, di un progetto nazionale, ci ha trasformato in un insieme di frammenti disgregati e discriminati, ci ha condannato tutti ad un continuo stato di minorità, ad eterne guerre fra poveri. Guardiamoci. Non si capisce più chi veramente sta bene. Ed il punto è proprio questo: che nessuno può stare veramente bene se non staremo meglio tutti insieme.

Ma non nascondiamoci dietro a un dito. Tutti siamo chiamati a cambiare mentalità e abitudini. A costruire una nuova etica. Perché quasi a forza il nostro corpo sociale è stato costretto ad adattarsi al minimo comune denominatore della volgarità imperante. E non è facile, presi come siamo in mille demoralizzazioni e ricatti, ricominciare a sperare, a guardare avanti, a rivolgere la parola a chi abbiamo vicino, a invocare un presente da realizzare insieme. Ognuno deve trovare la forza dentro di sé, e con l'aiuto di chi gli sta vicino, per rialzare la testa.

Sia chiaro, una Sardegna equa non è una Sardegna di persone fatte in serie, di asticelle poste al ribasso. Non è la Sardegna ossessionata dall'invidia, dal fantasma della parità, quella Sardegna in cui nessuno deve realizzarsi perché se no, io che gli vivo a fianco, mi sento ferito nell'orgoglio. Il punto è potersi realizzare tutti, diversamente. In punto è potersi realizzare tutti, onestamente. Questa è una Sardegna giusta, una Sardegna equa, una Sardegna solidale: è una Sardegna che si prende cura di ogni figlia e figlio, che li mette in condizione di realizzarsi secondo merito e capacità, che mette tutti in condizione di saltare più in alto senza perdere il contatto con la propria terra e la propria gente. In modo che ciascuno gioiosamente renda almeno un poco il dono che gli è stato fatto, che insieme ogni giorno siamo pronti a farci.

Credere in noi stessi, darci una mano, darci fiducia, farci credito.
Dal sentirsi nazione alla questione del credito il passo è breve e inevitabile.
Per questo dobbiamo dirlo chiaramente. La
finanziarizzazione del mondo, lo staccarsi dei processi finanziari dalla produzione reale, dai concreti processi economici del territorio, dagli scambi commerciali, umani e di fiducia che fanno quotidianamente il tessuto di una collettività, non è il nostro destino né il nostro progetto. È solo l'autunno del mondo, come è stato autorevolmente detto, a cui deve seguire una nuova primavera.

Per questo dobbiamo riportare riagganciare il credito ai luoghi, all'economia reale, alle buone idee, alla cooperazione.

Dobbiamo poter tornare a credere nel credito. Non al denaro che crea denaro, il denaro per il denaro, il denaro fine a se stesso. Ma il denaro come traduttore, come uno dei mezzi – ma non l'unico – per facilitare lo scambio, la comunicazione, la realizzazione di progetti, idee, sogni individuali e collettivi, compatibili con la felicità di chi ci sta vicino e con il rispetto dell'ambiente in cui viviamo. Per questo dobbiamo essere quanto più possibile noi a fare e gestire il credito. Per quanto possibile e anche nel piccolo, riagganciandolo quanto più possibile alla dimensione locale e progettuale. Non possiamo fermarci a constatare che grandi poteri ci dominano, che la rete del credito cooperativo in Sardegna è stata distrutta, che i nostri risparmi (il nostro lavoro, il nostro sudore!) sono stati svenduti, che il tasso di interesse in Sardegna è più alto che altrove, che abbiamo difficoltà a scambiare, che siamo drogati di assistenza e le buone idee non trovano quasi mai credito.

Iniziamo a pensare intanto che il valore non risiede nella moneta ma in ciò che scambiamo: beni, servizi, competenze, tempo, passioni, idee. Cose ben fatte. Cose che per essere fatte richiedono che ci si rimbocchi le maniche. E se necessario si abbia il coraggio di sperimentare, dentro e fuori il sistema attuale. In modo da ricostruire quella biodiversità economica che è necessaria per garantire flessibilità e pluralità di scelta anche in campo economico; che è necessaria per garantire più possibilità di prosperità e speranza; che è necessaria, in ultima istanza, per garantire la nostra stessa sopravvivenza come sardi e come specie umana.

Se riusciremo a farlo e riusciremo a liberare risorse potremo finanziare, anche dal basso, dalla società, dal tessuto vivo della nostra economia – e non solo dunque attraverso il fondamentale intervento pubblico sull'università – quei progetti di Ricerca & Sviluppo, quei progetti in innovazione, cultura, tecnologia, che devono diventare la nostra economia.

Altri paesi hanno dimostrato quanto sia fondamentale e proficuo investire sulla ricerca. Molto spesso lo hanno fatto a partire dall'investimento in tecnologie che avevano a che fare, direttamente o indirettamente, con l'ambito militare. Noi invece non abbiamo guerre da combattere, se non quella per vivere bene e lasciare la nostra terra – la Sardegna, il nostro Pianeta – migliore di come lo abbiamo trovato. La nostra sarà e dovrà essere dunque ricerca civile, in ambito ingegneristico, farmaceutico, tecnologico. La nostra dovrà essere innovazione nel modo di fare cultura, di curare l'ambiente, di abitare i luoghi, di vivere insieme, di fare esperienza di noi stessi e del mondo. Noi non vinceremo guerre che non vogliamo combattere. Noi vinceremo l'unica partita che ci interessa giocare: quella che farà dire al mondo che vale la pena vivere, tutta la vita o almeno per qualche giorno, nella Repubblica di Sardegna.

 

Franciscu Sedda


 

 


 

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Fiocco verde: domani conferenza stampa

fiocco pitticcu



Domani lancerò l'iniziativa "Fiocco verde" qui sotto il comunicato stampa:

UN FIOCCO VERDE PER AFFERMARE SPERANZA E PROSPERITA' PER LA SARDEGNA

Conferenza stampa giovedì 29 settembre, ore 11.00

Cagliari, Piazza Martiri 12, presso Associazione “Ricerca e Sviluppo”

Cosa si fa quando lo Stato italiano decide di non renderci i nostri soldi? Cosa possiamo fare noi, singoli cittadini sardi, nel momento in cui uno Stato italiano sempre più in crisi e indebitato decide di non renderci per l'ennesima volta quanto ci spetta e ci è dovuto, quanto è nostro? Come possiamo aiutare la nostra gente a comprendere che la “vertenza entrate” è la madre di tutte le battaglie e la questione centrale per la nostra sopravvivenza economica e sociale? Come possiamo dare un segno e un esempio di mobilitazione e partecipazione collettiva? Di volontà di riscatto e prosperità per la nostra terra?

La risposta che un gruppo di cittadini, in prevalenza provenienti dal mondo del lavoro e dell'impresa, lancerà giovedì attraverso una conferenza stampa è quello di iniziare con un piccolo e semplice gesto, che non richiede alcuno sforzo: un fiocco verde da portare con noi, sui nostri abiti, ogni giorno.

L'iniziativa del “fiocco verde”, lanciata a mezzo stampa da Franciscu Sedda il 31 luglio del 2011, a partire da un'intuizione di Franciscu Sedda e Franco Contu, compie giovedì 29 settembre (alle ore 11.00) un secondo passo che determina il vero e proprio inizio di un lavoro di mobilitazione e sensibilizzazione della società civile e verso la società civile in merito alla vertenza entrate.

L'iniziativa infatti nasce al di fuori dei partiti e della politica come iniziativa di singoli cittadini impegnati nel sociale e nella società – attraverso il lavoro culturale, economico, sindacale – che hanno riconosciuto nell'idea del fiocco verde un modo per impegnarsi e unirsi, come cittadini, su un tema concreto, che tocca la vita e il destino di ogni sardo, dando un segno concreto.

Giovedì dunque il comitato promotore e i primi aderenti all'iniziativa indosseranno il fiocco verde e daranno il via alla mobilitazione – che si svilupperà attraverso campagne di comunicazione e incontri sui territori – per portare quanti più sardi possibili ad indossare il fiocco verde. In modo che la battaglia sulle entrate divenga una reale battaglia di popolo. L'unico modo per far sì che questa battaglia, che può cambiare veramente i destini della Sardegna, possa essere finalmente vinta.

Per adesioni: info@fioccoverde.net

 

 

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La risposta giusta è Sì!

Questa domenica L’Unione Sarda (che per chi non lo sapesse è il giornale più diffuso in Sardegna) ha lanciato sulla home page, in contemporanea e associate, l’intervista fattami da Giorgio Pisano sulla mia visione dell’indipendenza nazionale dei sardi e un sondaggio online che chiede: “L’indipendentismo è un progetto politico realizzabile?”.

A distanza di un giorno la risposta (visibile qui) alla domanda è la seguente:

  • L’83 % circa dice che “Sì, l’indipendentismo è una scommessa su cui investire per il futuro dell’isola”

  • Il 18 % dice “No, è una ipotesi folle e fantasiosa”.

Il dato fa come minimo piacere. E mi piace pensare che corrisponda anche, a grandi linee, all’apprezzamento della mia intervista.

Al di là di questo, e della valutazione del valore e dell’attendibilità del sondaggio (su cui tornerò più avanti), resta un fatto altamente significativo. La scelta di mettere insieme i due eventi, la mia intervista e il sondaggio sull’indipendenza, mi sembra infatti un segno importante. Doppiamente importante, qualunque siano i risultati online del sondaggio.

Lo è certamente per me, perché associare una domanda così diretta sull’indipendentismo a una intervista che si concentra sulla mia figura e sull’indipendentismo che pratico da anni è un riconoscimento importante e non scontato.

Lo è per la Sardegna, per il desiderio di sovranità nazionale che circola nella nostra terra. Perché, se ci pensate bene, in Sardegna non si fanno sondaggi sull’indipendentismo e sull’indipendenza. E questo non è un caso e non è una cosa da poco.

Non è una cosa da poco perché in questo mondo in cui si fanno sondaggi su qualunque stupidissimo argomento non si capisce perché in Sardegna non si chieda ai sardi cosa pensano dell’indipendenza della loro terra.

Nei cinque giorni passati in Scozia a settembre per la conferenza su “Isole, indipendenza, globalizzazione” non c’era giorno in cui i giornali non riportassero sondaggi (autoprodotti dai giornali stessi, fatti da istituti privati o da centri universitari di scienze politiche) sull’opinione pubblica scozzese in materia di autodeterminazione. In Sardegna invece nulla, o quasi.

E il “quasi” ci porta al fatto che la latitanza di sondaggi sulla volontà di indipendenza dei sardi non è (probabilmente) un caso.

A mia memoria, infatti, l’ultimo sondaggio di una certa serietà fatto in Sardegna risale alla metà degli anni ’80. Fu fatto esattamente nel 1984 dalla società Makno in pieno “vento sardista”.

La domanda un po’ ambigua e confusa (ma cosa non lo era all’epoca?) chiedeva ai sardi se volevano uno “Stato autonomo”, “maggiore autonomia” o restare nella situazione in cui erano. La percentuale di persone che si identificò con la risposta indipendentista, ovvero la scelta di uno Stato sardo, fu del 31,6%. Coloro che volevano “maggiore autonomia” furono il 53,1%, mentre coloro che erano per il puro e semplice status quo furono il 14%.

Domanda ambigua a parte un risultato di questo genere, in Scozia o in Catalogna, farebbe balzare tutti in piedi. E forse fece balzare in piedi molti politici anche all’epoca. Sia chi era apertamente contro l’indipendenza, sia chi era a favore, sia (e forse soprattutto) chi pur dicendosi a favore in realtà l’idea indipendentista la temeva e la disprezzava profondamente.

Del resto chi non salterebbe in piedi se oggi si verificasse con un sondaggio di una certa serietà che i favorevoli all’indipendenza fossero più del 30% e la somma complessiva di coloro che vogliono comunque un cambiamento rispetto all’autonomia presente, sia essa la piena indipendenza o una maggiore e reale sovranità nazionale dei sardi, fossero insieme l’85%? Chissà, forse se andassimo a chiederlo davvero ai sardi verrebbero fuori cifre anche più alte di queste!

Invece da allora, e sono passati la bellezza di 25 anni, sondaggi seri sull’indipendenza non se ne sono più visti. Per questo quello de L’Unione Sarda, per quanto fatto online e dunque senza i criteri necessari per la costruzione di un campione mirato, è comunque un fatto e un segno importantissimo.

È il segno che i tempi stanno cambiando e che certe domande ricominciano a porsi seriamente.

E io sono felice di essere stato chiamato a dar voce a coloro che si identificano nella risposta positiva: “Sì, l’indipendentismo è una scommessa su cui investire per il futuro dell’isola”.

Franciscu Sedda

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Sedda indica la via dell’indipendentismo: “L’unica possibile per la felicità dei sardi”

Fotografia allegata all'articolo

Franciscu Sedda, foto di Max Solinas

L'Unione Sarda, 16 ottobre 2011 di GIORGIO PISANO


La via della felicità passa per l'indipendentismo. Perché? Perché felici, i sardi, lo sono stati almeno tre volte: quand'erano popolo nuragico, quando hanno scritto la Carta de Logu imperniata sulla virtudi dess'amori , quando hanno tentato di fare la rivoluzione insieme a Giommaria Angioy nel 1794.
Riproviamoci adesso, propone Franciscu Sedda. Con le sole armi delle idee. E spiega in un libro il manifesto politico di un nuovo modo di essere sardi. Il suo canto libero (peraltro garantito dalla democrazia italiana) è una sorta di preghiera per sperare e credere in una Sardegna che verrà. Quando? «Non ha importanza. Io, il seme, l'ho lanciato». Sostiene, magari per confortarsi, che rispetto al passato stavolta ci sono segnali d'un'attenzione trasversale. Forse perché, molto cardinalescamente, ha evitato di processare i tanti (troppi) indipendentismi presenti sul territorio. Forse perché, molto andreottianamente, dice tutto il male possibile della partitocrazia nazionale ma lo fa con toni civili e propositivi buttando al cesso la solita vecchia noiosissima lagna contro Roma pappona.
Trentacinque anni, docente di Semiotica all'università romana di Tor Vergata, Sedda circola in queste settimane con un fiocco verde al bavero della giacca: è il simbolo della battaglia sulle Entrate, sui miliardi (undici?) che lo Stato deve restituire da sempre ai sardi. Testa lucida (in tutti i sensi, calvizie inclusa), lo chiamano il professorino perché appena apre bocca ti accorgi che ha studiato. Un politico che ha studiato davvero. È un dottor Sottile de noantri: attento ad anestetizzare l'aggressività, misurare le parole, spiegare con chiarezza.
Figlio di un deluso dirigente sardista risorto sulla via dell'indipendentismo, ha scritto un testo (“I sardi sono capaci d'amare”) dove tritura i giganti dell'autonomismo, fa carne di porco di Camillo Bellieni ed Emilio Lussu senza risparmiare lungostrada Mario Melis e altri padri nobili del Psd'Az. Colpevoli, a suo parere, di non aver mai perso – neppure per un istante – la devozione e la sudditanza verso l'Italia. Con l'aggravante poi di aver fermato, a un certo momento della Storia, il salto per diventare nazione. Nazione abortiva, dice Bellieni della Sardegna per significare che può generare solo fiori e figli appassiti. Né ci va più leggero Lussu, che ogni tanto amava abrogare la U sardesca e firmarsi Lusso. 
Sedda ha fatto esattamente il contrario. Ancora studente, al termine di un corso di antropologia culturale ha deciso di passare da Francesco a Franciscu. Il cambio di nome non è stato registrato all'anagrafe ma tutti ormai lo conoscono così, compresi gli allievi che hanno la sua firma sui libretti d'esame.
La biografia politica comincia a Roma più di dieci anni fa quando fonda Su Cuncordu, culla per la rilettura critica dei testi sacri del sardismo e l'avvio di una visione disincantata del passato. Nel 2003 figura tra i fondatori di Irs, spalla del leggendario Gavino Sale col quale rompe l'anno scorso per dare vita a ProgReS (Progetu Repùblica de Sardigna), nuova e dirompente sigla in un arcipelago che già conta – oltre Irs – i Rossomori, Psd'Az, Sardigna Natzione e Repubblica di Malu Entu. 
Centu concas, centu berritas.
«Ma c'è dialogo e questo è l'aspetto più significativo. Non è necessario stare tutti nello stesso calderone».
Perché ha fatto a pezzi Lussu e Bellieni?
«Perché sono importanti, nel bene e nel male. Hanno forgiato un'idea precisa di Sardegna ma quando si sono ritrovati in mano la fiducia di un intero popolo, hanno scelto di fermarsi. Hanno teorizzato il fallimento come tratto essenziale del carattere dei sardi. Bellieni arriva a dire irrimediabilmente sardi. Che significa irrimediabilmente?»
Provi a dirlo lei.
«Credo che l'uno e l'altro, Bellieni e Lussu, soffrissero della sindrome degli orfani che cercano di farsi amare da genitori incontrati per caso. E, pur di sentirsi riconosciuti e arrivati, hanno sacrificato un'intera nazione».
Dunque, finti padri dell'autonomismo?
«Veri, verissimi padri dell'autonomismo. Ma è un autonomismo concepito contro l'indipendentismo, contro la sovranità dei sardi. È un autonomismo che ai loro occhi serve solo per dare un contributo all'Italia: braccia di emigrati per il lavoro, fucili della Brigata Sassari per la guerra e intelligenze per irrobustire la debole classe dirigente nazionale. Cosa avrebbero potuto creare queste energie se fossero state spese per la nazione sarda?»
Che vuol dire Sardegna nazione abortiva?
«Sono parole-chiave, rivelatrici. Una nazione abortiva non può che fallire. E dà spessore al concetto di nazione mancata che userà Lussu. Questo si chiama autorazzismo».
Scusi, ma perché dovremmo essere nazione?
«Perché la storia della Sardegna è la storia di una nazione, disseminata dalla consapevolezza e dal tormento di saperlo. Lo siamo stati, nazione. Vogliamo tornare ad esserlo».
Non crede che a deprimerci sia l'inconsistente peso politico dei nostri parlamentari?
«Non è mancata, a suo tempo, una classe dirigente importante: Gramsci, Segni, Cossiga, Berlinguer. Tutta gente che ha scelto di lavorare per l'interesse dell'Italia, col cuore e la testa volti all'Italia. Cossiga si vantava di non aver mai fatto nulla per la Sardegna come se questo potesse dargli santità politica».
Perché dovremmo rinunciare alla nostra quota-parte delle bellezze d'Italia?
«Ho detto che siamo indipendentisti, non coglioni. Non abbiamo intenzione di rinunciare al mondo e alle sue meraviglie ma soltanto riconquistare la nostra terra».
Nel frattempo restiamo frustrati però con un complesso di superiorità.
«Il rovescio della medaglia è un complesso di inferiorità che ci arriva dall'idea d'essere abortivi e falliti. Non nascondo che a volte l'orgoglio sardo sia megalomania bell'e buona. Il fatto è che, a seconda dei momenti, la Sardegna è quasi un continente oppure un angolo morto d'Europa. Evidentemente c'è qualcosa che non quadra».
Quali sono gli handicap storici da superare?
«Uno dei nostri vizi, che ha solo 200 anni, è l'idea di essere bassi. Nel 1802 fu diffuso un catechismo patriottico che invitava i bimbi ad amare la Sardegna. Uno scolaretto chiese: signor maestro, noi siamo alti o bassi? Il maestro ci ha pensato appena un istante: giusti, noi sardi siamo giusti».
In fondo all'anima, comunque, continuiamo a sentirci i migliori.
«Se questa sensazione fosse nutrita di umiltà e ci spronasse a pensare che, primi della classe o meno, potremmo sempre migliorare, saremmo già a buon punto. Se invece, come capita, è puro compiacimento, allora la questione è seria».
Sarà vero che le dominazioni ci hanno instillato il virus della sudditanza?
«Certo. Le dominazioni creano voglia di subordinazione. Che nasce e si sviluppa quando ti scordi di essere stato dominato, quando ti convinci di essere libero anche se lo Stato a cui appartieni non ti consente di decidere nulla sulla tua vita e ti tratta come un'appendice da spremere a livello economico e sociale. La vertenza sulle Entrate è un esempio lampante».
Siamo un popolo di camerieri. Si sbagliava, Mario Melis?
«Abbiamo bisogno di suturare una profonda ferita dell'anima. Viviamo scissi. La pigrizia e la rassegnazione ci portano ad accettare passivamente un ruolo subordinato. Peccato che cuore e cervello ogni tanto si ammutinino chiedendoci di reagire».
Maria Lai, Pinuccio Sciola e Antonio Marras incarnano il suo ideale: perché?
«Mi piacciono perché si portano appresso una cultura millenaria e riescono a renderla attuale, ciascuno nel suo campo. Sono sardi, come dire?, senza boria e senza vergogna. Io spero di riuscire a far diventare questa capacità una sfida collettiva. Di tutti».
Lei dice che può essere sardo chiunque voglia diventarlo. Spieghi.
«Uno dei grandi limiti dell'indipendentismo vecchio stampo è stato quello di cercare in ambiti molto ristretti una sardità primigenia e pura. Dobbiamo invece imparare ad aprirci a 360 gradi, immaginare una Repubblica di Sardegna dove possano coabitare tutti».
E se Lele Mora o Flavio Briatore decidessero di diventare sardi?
«L'Italia non viene meno a se stessa solo perché ospita corrotti, mafiosi, gentaglia e ladri spesso al potere. La Repubblica di Sardegna che inseguiamo non è l'Eden. Il problema dei problemi è creare cittadini migliori, abitare una terra dove si lavora e si vive tra persone oneste».
Pocos. 
È ripresa l'emigrazione e nessuno viene qui fuori stagione.
«Però, secondo gli studiosi di relazioni internazionali, col nostro milione e mezzo di residenti non saremo comunque un piccolo Stato. Dobbiamo trasformare la Sardegna da terra d'emigrazione a terra d'attrazione».
Locos. 
Ha idea di quali miserie sia capace il nostro Consiglio regionale?
«Se è solo per questo, in aggiunta terrei conto anche del cosiddetto governo amico, che proprio amico non è. Da sessant'anni lo Stato italiano non perde occasione per convincerci che se non saremo noi a prenderci cura di noi stessi, non lo farà certo il governo di Roma. È pura follia aspettare la salvezza dal carnefice».
Mal unidos. 
Ha presente la disamistade indipendentista?
«Uniti si diventa. È il compito della politica creare occasioni di unità. Serve un progetto comune, rispetto e correttezza reciproca. La battaglia per le Entrate è un primo, interessante passo trasversale».
Il vostro obiettivo resta, in ogni caso, il rovesciamento del potere.
«Noi vorremmo restituire sovranità ai sardi con metodi nonviolenti perché possano esprimere una loro politica volta alla difesa dei diritti e degli interessi della Sardegna nel mondo».
D'accordo, e il potere da abbattere?
«Non si può pensare al futuro senza cambiare le attuali strutture del potere. Il vero obiettivo è un'elevazione generale dei sardi come individui e come collettività».
E chi ci garantisce che il nuovo potere sia migliore del precedente?
«Meglio rischiare per la libertà e il cambiamento che vivere nel conformismo».
Quali sarebbero i vantaggi dell'indipendentismo?
«Chiedetelo ai catalani, agli scozzesi che hanno raggiunto il 46 per cento dei voti dopo aver governato per quattro anni. Indipendentismo vuol dire costruire un sistema tributario a misura del nostro tessuto produttivo, vuol dire partecipare ai processi europei da protagonisti e non da comparse».
Lo sa che la Sardegna è una regione super-assistita?
«Siamo più ricchi di quanto immaginiamo ma ci siamo disabituati a gestire la nostra ricchezza. Siamo diventati assistiti e abbiamo acquisito una mentalità assistenzialista. Forse è arrivato il momento di prenderci le nostre responsabilità, imparare a gestirci come farebbe un buon padre di famiglia».
Avete Stati di riferimento?
«La Danimarca, la Svezia. Paesi in cui si vive con grande serenità, dove si investe in cultura e ricerca, dove si pagano le tasse e la classe politica è fatta da cittadini temporaneamente, e sottolineo temporaneamente, al servizio della collettività».
Ma obiettivo degli obiettivi resta, come nella Costituzione americana, la ricerca della felicità.
«Certo. Siamo sicuri che sia una felicità umanamente possibile. L'idea indipendentista nonviolenta è l'uscita da una coscienza infelice, dalla rassegnazione e da un risentimento che ci impedisce di vedere le nostre potenzialità. Vivere meglio si può».

Link del sondaggio relativo al pezzo: http://www.unionesarda.it/Articoli/Articolo/238876

 

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A Sarroch I° incontro “Fiocco verde” ci vediamo venerdì!

I° Incontro pubblico "Fiocco verde"

Un fiocco verde: la nostra terra, le nostre entrate, il nostro futuro.


Venerdì 21 Ottobre h17.30

Sarroch – Biblioteca comunale
Via Cagliari, 59  Sarroch (CA)

Introduce: Marcello Vacca
 


interviene: 

Franciscu Sedda – Presidente Comitato promotore "Fiocco verde"
Pietro Murru – Membro Comitato promotore "Fiocco verde"

modera: Miali Muntoni

www.fioccoverde.net

 

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Appuntamenti “I sardi sono capaci di amare”

Ciao a tutti,
vi segnalo 2 appuntamenti con il mio libro "I sardi sono capaci di amare".
Il primo questo sabato 12 novembre a Fonni e il 14 novembre di lunedì a Cagliari.
Vi aspetto!

A FONNI – Biblioteca comunale via Sassari, 18 ore 18.00

sabato 12 novembre – introduce Laura Mulas
 

locandinaFONNI

Associazione Amici del Libro – anno sociale 2011-2012

Presenta Massimo Dadea – lunedì 14 Novembre, ore 17.30

Sala della Società di Mutuo Soccorso via XX Settembre, 80 CAGLIARI

Dadea_Sedda

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Domani pomeriggio sono a Roma per Paiesea

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Domani 18 novembre alle ore 17.00 presso la Casa dell'architettura parteciperò ad una conferenza organizzata da Paisea il magazine spagnolo sul paesaggio. In alto la locandina dell'evento con i partecipanti.

Ecco il link del magazine in rete http://www.paisea.com/

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In cerca della primavera

Cavallino selvatico del Gennargentu

Un cavallino sul Gennargentu


“L'Autonomia Speciale è diventata insufficiente per i bisogni di autogoverno e autodeterminazione della Sardegna”.
Così ha esordito nel suo intervento alla tavola rotonda su Istituzioni ed amministrazione per la Sardegna di domani il neo presidente di Sardegna Democratica, Massimo Dadea.
Una constatazione decisiva e sempre più condivisa quella della “fine dell'Autonomia”, che dovrebbe essere presa non come luttuosa litania ma come intrigante riapetura dell'orizzonte politico dei sardi e della Sardegna; come radicale e inevitabile occasione per ripensare noi stessi e riprendere a costruire il nostro futuro, il nostro Paese, la Sardegna.
Che l'Autonomia fosse ormai entrata nel suo “autunno” lo aveva del resto affermato qualche anno fa proprio uno dei padri e dei protagonisti della stagione autonomistica, Pietrino Soddu, che aveva a sua volta sintetizzato lo spirito dei tempi nella formula “meno autonomia, più sovranità”.

L'autunno tuttavia sembra ormai passato (e del resto, è vox populi, non ci sono più le mezze stagioni!) e l'autonomia sarda sembra sprofondata nel suo più cupo inverno.
Come ha detto il moderatore della tavola rotonda, il prof. Gian Mario Demuro, le stesse pressioni al rigore finanziario e al pareggio di bilancio hanno trasformato la politica in “politica economica” e i parlamenti in succursali di decisioni sempre meno democratiche e sempre più tecnocratiche. E i primi a farne le spese sono ovviamente coloro che nella scala dell'autogoverno occupano il gradino più basso. Se l'Italia è sotto pressione da parte dell'Europa, figuriamoci – ma non c'è bisogno di grande immaginazione – in che condizioni si trova dunque la Sardegna rispetto all'Italia.

Come ha detto bene Demuro, di questi tempi diminuisce lo spazio dell'autogoverno e salta il nesso fra diversità e potere. La regola “più si è diversi, più si ha diritto ad esercitare potere in proprio” è  dunque in crisi. Tuttavia, aggiungerei io, questo pare essere vero soltanto in contesti a identità (politica) scissa e contraddittoria come la Sardegna e molto meno in contesti capaci di forte autoaffermazione e autoriconoscimento, come ad esempio la Scozia o la Catalogna.
Da quelle parti la crisi economica e di sovranità o non c'è o appare sotto una luce molto differente.
In ogni caso, sembra condiviso che in Sardegna si sia dentro un inverno politico. Il punto è che in politica una rondine non fa primavera. Le primavere le fanno i popoli, in modo diretto e attraverso le classi dirigenti che temporaneamente si scelgono. Le fanno i popoli attraverso la capacità di prendere coscienza, di migliorarsi, di mobilitarsi, di cambiare per ritrovare un proprio orizzonte di dignità e giustizia.
La primavera, insomma, va coltivata. Gli orti vanno curati e gli alberi inaffiati, se si vogliono raccogliere frutti. Se si vuole trovare domani, sotto le fronde di un albero, un estivo ristoro.  
 
Una questione ineludibile

Come siamo arrivati all'inverno dell'autonomia (che viste le condizioni di crisi di molta della nostra gente, di molti di noi, agricoltori o pastori, imprenditori o ricercatori, artigiani o commercianti, sembrerebbe un inferno) è materia di discussione. Massimo Dadea ha visto in un patto disatteso dallo Stato italiano – a partire dalla vertenza entrate e dagli interventi in materia di province e comuni – il vulnus, la ferita, che ha portato alla definitiva crisi dell'autonomia speciale. Un'autonomia, a suo modo di vedere, resa ancor più debole dall'incapacità della classe dirigente sarda di mettere a frutto gli stessi poteri contenuti nello Statuto (anche questa ormai è vox populi) e dalla rinuncia all'autogoverno operata nel momento in cui si è sprecata un'occasione come quella fornita dalla legge statutaria, che dava ai sardi il potere di decidere sulle forme di governo, sulla legge elettorale, sui rapporti centro/periferia, sulla parità di genere e molto altro.
Tutto condivisibile, con una postilla. A mio modo di vedere infatti la questione sarda – o meglio, la questione nazionale sarda – da questi elementi viene esacerbata e non fondata, perché data una minima consapevolezza di sé dei sardi la questione della sovranità nazionale sarda si imporrebbe come tema politico centrale anche se non ci fosse la crisi, anche se lo Stato italiano fosse meno “illegale” nei confronti della Sardegna, anche se (o forse, proprio se) la classe dirigente sarda iniziasse a sfruttare quelle quote di sovranità già oggi “nascoste” dentro lo Statuto. 
In ogni caso, come nella più classica delle storie, basta dire inverno – foss'anche per dolersene – per richiamare in mente la possibilità stessa della primavera.
Si tratta a questo punto capire quale primavera ci si aspetta e come arrivarci. Per riprendere le parole di Dadea si tratta di “delineare il quadro istituzionale del futuro partendo dalla situazione odierna”. Sfida evidentemente complessa perché riguarda tanto scelte istituzionale, quanto il rinnovo delle classi dirigenti e, ultimo ma non ultimo, la qualità stessa della politica, la sua capacità di dare risposte concrete ai sardi.

 
Le riforme istituzionali
Sul tema istituzionale si sono confrontati a distanza, nella tavola rotonda, Pier Paolo Vargiu (cosigliere regionale dei Riformatori) e Gian Paolo Diana (capogruppo del PD in Consiglio regionale). Il primo, partendo dalla constatazione che è tempo di rivisitare il rapporto che portava i sardi a sacrificarsi per lo Stato in cambio di una richiesta di aiuto e assistenza, ha ribadito il suo “impegno per un'Assemblea Costituente che dovrebbe dare al popolo sardo e alla nazione sarda la possibilità di dar vita a un cambiamento dal basso della Sardegna”. Da suo canto invece Diana si è detto contrario allo strumento dell'Assemblea Costituente ritenendo più efficace, realistico e funzionale lo strumento della Consulta statutaria, come delineata nella precendente legislatura guidata da Renato Soru, che prevedeva un'assemblea rappresentativa dei partiti e delle parti sociali (università, sindacati, associazioni delle imprese ecc.).
Silvio Lai, segretario del PD sardo, pur non toccando direttamente il tema, ha ribadito dal suo canto la necessità di arrivare in futuro ad avere uno Statuto sardo più agile, semplificato ed incisivo.
Cristiano Erriu, presidente dell'ANCI in Sardegna, spostando lo sguardo sul tema delle comunità e dello spopolamento (1/3 sono sotto i 1000 abitanti) ha sottolineato invece la necessità di una riforma organica del sistema dei Comuni. Secondo Erriu “le provincie su base elettiva vanno abrogate per essere ricomposte su base associativa, attraverso la partecipazione dei sindaci”. Per rimettere al centro il territorio sardo e le sue comunità, servirebbe dunque secondo Erriu, la capacità di immaginare una pluralità di forme di governo a geometria variabile, modellate sulle differenze, le esigenze e le funzioni dei territori.

                             
La qualità della classe dirigente
Sulla qualità della classe dirigente si sono soffermati molti degli interventi. Vargiu ha ad esempio fatto appello alla ricerca di una “saldatura fra gli innovatori” presenti tanto nella maggioranza che nell'attuale minoranza, richiamandosi a un trasversale spirito riformatore capace di far uscire la politica sarda dalle logiche assistenziali dominanti in Sardegna. Dal suo canto Francesco Sanna, senatore PD, ha richiamato il tema del merito e della competenza in politica. E ancor più profondamente della coerenza, dato che secondo Sanna, molti di coloro fra i deputati sardi che oggi agitano la bandiera della protesta contro Equitalia sono poi pronti a votare nella disattenzzione più generale l'inasprimento degli studi di settore e altri provvedimenti contro gli artigiani e i commercianti sardi. Proprio per questo, secondo Sanna, servirebbe uno “shock sulle riforme” a partire da quella sullo status del consigliere regionale e da una norma obbligante sulla parità di genere.
 
Problemi concreti
Fra i molti temi pressanti emersi nel dibattito, uno su cui si è più volte tornati, è quello legato al dato demografico che pone la Sardegna in una condizione strutturalmente debole e chiama la politica a mettere in opera soluzioni efficaci di medio-lungo periodo. Francesco Sanna ha infatti ricordato che dal milione e duecentomila abitanti del 1948 si è passati all'attuale milione e seicentomila ma si rischia di ritornare nel giro di trent'anni alla cifra del 1948.
Secondo Tore Cherchi, presidente della Provincia di Carbonia-Iglesias, uno dei territori in Sardegna maggiormente investiti dalla situazione di crisi, “la prima diseconomia sarda è l'inefficienza della Pubblica Amministrazione”. Ripercorrendo e valutando criticamente analisi di Piero Giarda e Francesco Pigliaru, Tore Cherchi ha mostrato come la razionalizzazione della PA sarebbe il primo modo per “liberare risorse per le piccole e medie imprese”. Un dato su tutti: la RAS stanzia 243 mln per le spese per il personale mentre la Lombardia ne utilizza 197 mln.
Silvio Lai ha infine ribadito la volontà del suo partito di contrastare la “messicanizzazione in stile Yucatan” della Sardegna, ovvero lo spopolamento delle zone interne accompagnato da un turismo-paccottiglia sulle coste. Anche per questo, ha detto, il PD sardo ha scelto di dare un segnale ripartendo con una conferenza programmatica tenutasi a Baradili. L'attenzione per il territorio, le sue esigenze, la sua rivitalizzazione, passa anche secondo Lai, dalla capacità di garantire risorse finanziarie adeguate ai territori e ai piccoli comuni. Secondo Lai, infatti, il problema delle risorse che si pone fra la Sardegna e lo Stato, si ripropone e va risolto fra la Regione e il Goceano, il Barigadu ecc.

Questi dunque, a grandi linee, alcuni degli spunti emersi dalla tavola rotonda su Istituzioni ed amministrazione per la Sardegna di domani organizzata a Milis da Sardegna Democratica.

Ho volutamente tenuto fuori da questo riassunto il mio intervento, che spero di scrivere e pubblicare successivamente, che cercava di delineare un percorso basato sulla capacità di tenere insieme la crescita della coscienza nazionale dei sardi con la sovranità agita tanto a livello istituzionale che quotidiano. I due fattori basilari, a mio modo di vedere, per avviarci verso la primavera.

 

Franciscu Sedda

 

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Venerdì 16 dicembre a Cagliari

Venerdì 16 dicembre presenterò insieme ad altri amici il volume:

        Il volo delle anime
        di Tonina Vacca

         

venerdì 16 dicembre, ore 17.00

Sala Judikissas
Piazza San Sepolcro 5
Cagliari

Intervengono

        Barbara Nudda – Judikissas edizioni
        Antonello Secci – Sindaco di Gadoni
        Franciscu Sedda – Università La Sapienza
        Anna Cristina Serra – Premio Ozieri 2011

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Sabato 17 dicembre sono ad Alà

manifesto-atonzu-a-tenore-web

Sabato sono ad Alà dei Sardi
per le feste del tenore

"Atonzu a tenore"
Biblioteca comunale, ore 17.00
Alà


Incontro dibattito Raighinas:
Tradizione e modernità nel canto a tenore

interverranno al dibattito:

Prof. Paolo Bravi, etnomusicologo Università degli Studi di Cagliari
Prof. Franciscu Sedda, semiologo Università Tor Vergata, Roma


http://www.tenores.org/?p=1383

Cada atòbiu est partzidu in bator mamentos diferentes:

  • su manzanu, su tenore intrat in  sas iscolas e benit presentadu dae sos cantadores de su logu. Sos pitzinnos dischentes ant a poter arrejonare cun issos e fagher sas dimandas chi cherent.
  • A su merie, in unu locale de sa bidda, b’at esser un’arrejonada subra a su tenore. Totus arrèjonos difererentes e ligados a sas particularidades chi presentat sa bidda e sa moda de su logu.
  • Agabada s’arrejonada, sos tenores presentes ant a cantare intro ‘e bidda, chena amplificatziones e a piaghere issoro.
  • A ùrtimu, in unu locale serradu, ant a cantare in parcu sos bator tenores de giòvanos seberados  dae su Sòtziu pro custas dies. Tres de foras e su de sa bidda.

 

 

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Mettere insieme

Insieme per la prosperità della Sardegna

A distanza da poco più di un mese e mezzo dal lancio della raccolta di firme per l’Agenzia Sarda delle Entrate come Fiocco Verde potremmo elencare risultati importanti snocciolando numeri di firme raccolte, cifre di banchetti ed eventi organizzati, minuti e pagine di visibilità sui media, quantità di persone e gruppi che si sono attivati e stanno dando il loro apporto per far diventare reale la nostra proposta di legge, questo  piccolo grande passo di responsabilità e sovranità. Ma noi guardiamo a noi stessi, alla nostra gente, alla nostra terra, e percepiamo la sofferenza, il senso di crisi che tutti ci agita, ci scuote, ci leva il sonno e a tratti persino la speranza. Basta guardare un qualunque telegiornale per avere l’impressione che tutto in Sardegna stia cadendo in pezzi. E tutto ciò rende veramente difficile poter gioire, anche quando ce ne sarebbe motivo.

E tuttavia c’è un dato che vogliamo e voglio sottolineare. Un dato più profondo rispetto a qualunque numero e per questo, credo, più decisivo. Un dato che se colto, è capace di dare forza, di infondere voglia di continuare a impegnarsi, che ridà concretezza alla speranza e al desiderio di prosperità dei sardi.

Questo dato è la capacità di mettere insieme le nostre diversità attorno a una proposta concreta che la raccolta di firme del Fiocco Verde sta  facendo accadere, giorno per giorno.

Mettere insieme persone diverse, ciascuno con la sua vita, la sua testa, i suoi problemi, le sue aspettative. Tante persone differenti ma portate a lavorare coordinate per un fine condiviso.

Mettere insieme forze sociali differenti, coinvolgendo nella raccolta firme lavoratori del mondo delle imprese e del settore pubblico, artigiani e docenti universitari, imprenditori e disoccupati.

Mettere insieme chi si batte con i denti per la propria sopravvivenza immediata e chi da una posizione economica meno critica cerca di dare comunque il suo contributo alla società in cui vive, tutti impegnati congiuntamente per riconquistare il controllo sulla propria ricchezza e il proprio futuro.

Mettere insieme la società civile e quella parte del mondo della politica che ha ancora voglia di mettersi in discussione piuttosto che chiudersi dentro la propria torre d’avorio, aprendo dialoghi che portino a un reale cambiamento nel modo di governare la Sardegna, mettendo al centro i doveri e i diritti dei sardi, di ogni cittadino sardo. E il senso di responsabilità e di servizio per il bene comune che deve muovere chiunque si candidi a rappresentare i sardi.

Mettere insieme visioni politiche diverse, da chi vede la Sardegna come una nazione e chi ancora la considera una regione, chi crede nell’indipendenza e chi invece pensa a riforme confederali, chi fa politica fuori dal parlamento sardo e chi invece vi sta dentro, chi è in maggioranza e chi in opposizione. Tutti diversi eppure tutti concentrati su di un semplice ma fondamentale punto comune: quello di acquisire sovranità in materia tributaria.

Mettere insieme pragmatismo e visione, incisività sul presente e sguardo sull’orizzonte: perché proporre la costituzione di una Agenzia Sarda delle Entrate significa cambiare fin da subito il rapporto con lo Stato italiano, mettere fine alla vertenza entrate, riprendere il controllo della nostra ricchezza, ridare fiato alla nostra economia, ma al contempo significa anche allenarsi alla responsabilità, al saper fare legge, a costruire piccoli grandi passi di sovranità collettiva e popolare.

Mettere insieme, insomma, tanti sardi di provenienze e parti diverse, uniti in un lavoro e in una battaglia comune.

Perché questa legge non appartiene a singoli ma appartiene a ciascun sardo.

Mettere insieme. Unirsi facendo. Fare la propria unità intorno a una sovranità concreta, a un impegno che guarda lontano, questo è il dato che oggi va raccontato. Per ricordare a noi stessi che la speranza non è mai morta finché si è capaci di lottare con passione e intelligenza per i propri diritti e la propria dignità.

Franciscu Sedda
Presidente comitato “Fiocco Verde”

www.fioccoverde.net – info@fioccoverde.net
Twitter: Un fiocco verde – Facebook: Fiocco Verde

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Nuove indipendenze per una nuova Europa

Barcellona: i catalani in piazza per l’indipendenza.

Nel 2014 la Scozia, governata dal 2007 dal SNP, il partito nazionale scozzese, celebrerà un referendum per l’autodeterminazione nazionale. La Catalogna, dopo l’impressionante manifestazione dell’11 di settembre, con un milione e mezzo di persone (di tutti i partiti, eccetto la destra spagnola del Partido Popular) in piazza a manifestare dietro lo slogan “Catalogna, il nuovo Stato d’Europa”, è sempre più vicina alla possibilità di indire un proprio referendum d’autodeterminazione. E tutto questo avviene in piena, drammatica, crisi europea.

Non è un mistero che le crisi siano dei grandi acceleratori dei processi sociali. Nel bene e nel male. Chi non ricorda la profonda riconfigurazione geopolitica avvenuta dopo la caduta del muro di Berlino e la crisi del mondo sovietico? In quel momento situazioni che apparivano bloccate, se non eterne, si rimisero in movimento: si trattò di una fase di riapertura dei giochi che in alcuni casi portò a riarticolazioni drammatiche delle scenario geopolitico ma che in altri casi avvenne in modo pacifico, addirittura gioioso. Chi non ricorda la “Singing Revolution”, la rivoluzione cantata che portò all’indipendenza della Lituania, della Lettonia, dell’Estonia? Chi non ricorda quelle milioni di persone che si tenevano per mano formando una catena umana che attraversava e univa i tre paesi mentre si rendevano indipendenti?

Ecco, oggi noi ci troviamo esattamente in questa situazione di apertura. E come sardi dobbiamo capire cosa fare. E farlo! Prima che il treno della storia ci passi davanti senza fermarsi.

Da un lato infatti la crisi europea e le scelte di politica economica e sociale che l’Unione Europea ha di fatto dettato a governi e paesi hanno rinfocolato, in molti Stati esistenti, un nazionalismo sciovinista ed anti-europeo, una destra xenofoba e intollerante. Dall’altro lato invece, oltre a ridar senso a una nuova politica socialdemocratica, che sia capace di non piegarsi davanti all’individualismo egoista, alle disuguaglianze sociali sempre più estreme, ai miti di un mercato finanziario sempre più umorale, speculativo, spietato, la crisi europea ha fatto emergere il protagonismo di nazioni senza Stato ma con una lunghissima storia. Una lunghissima storia di nazione, una storia democratica e popolare, come è appunto quella della Scozia e della Catalogna (senza contare ciò che sta accadendo nei Paesi Baschi, dove la nuova coalizione indipendentista basca, Bildu, dopo aver abbracciato la non-violenza ha raggiunto il 26% dei voti – superata solo dallo storico PNV, il partito nazionalista basco – e si candida a scompaginare il quadro elettorale e l’agenda politica alle prossime elezioni).

Ora, il punto è che nazioni storiche come la Scozia e la Catalogna, in cui a dominare è un indipendentismo non nazionalista (con mio grande piacere e sorpresa questa denominazione da me coniata anni fa per dar corpo a un nuovo indipendentismo sardo è stata esplicitamente adottata anche in Catalogna) o se si preferisce un patriottismo civico, puntano ad entrare in Europa piuttosto che uscirne o chiamarsi fuori. Di fatto il nuovo indipendentismo che aleggia sull’Europa, e che in Sardegna non ha ancora dato tutti i suoi frutti, è uno dei principali fattori di dinamismo, ripensamento e rivilitalizzazione dell’idea d’Europa nel suo senso più alto e nobile, ovvero come spazio di pace, giustizia, diritti. Per i popoli e fra i popoli.

Non sorprende dunque che all’indomani della manifestazione di Barcellona importanti membri dell’Unione Europea si siano affrettati a fare dichiarazioni e previsioni che aprono scenari importanti. L’indipendentismo europeista della Catalogna – e con essa della Scozia – ha portato infatti, proprio in queste ore, il Presidente della Commissione Europea José Barroso a rilanciare l’ipotesi di trasformare, nel medio periodo, l’Unione Europea in una federazione di Stati-nazione. Si tratterebbe dunque di superare un’unione tecnocratica, finanziaria, distante dalla dimensione democratica e popolare, per tentare con coraggio la via degli Stati Uniti d’Europa, in cui una parte della sovranità verrà condivisa a livello europeo ma in cui i cittadini e i popoli, per mezzo dei propri Stati, potranno far sentire e far valere la propria voce. Certo, gli anti-europeisti non salteranno di gioia o forse rabbrividiranno, ma per chi crede in una visione indipendentista per la propria terra e federalista nel contesto europeo non si può che essere quantomeno intrigati da questo riaprirsi del discorso sul destino d’Europa, e soprattutto, non si può che essere positivamente colpiti del fatto che tutto questo avvenga anche sotto la spinta del nuovo indipendentismo che la attraversa.

Viviamo dunque un momento di grande apertura, in cui la ridefinizione dello spazio europeo potrebbe andare di pari passo con l’emergere, il formarsi e l’affermarsi di nuovi Stati indipendenti e europei. Un percorso difficile, un percorso incerto, che tuttavia altri stanno intraprendendo. E noi sardi? E la Sardegna?

Una grande occasione potrebbe essere vicina ma la Sardegna rischia – nonostante quel 40% dei sardi a favore dell’indipendenza e quel 90% a favore della sovranità fiscale recentemente attestato  dalla ricerca dell’Università di Cagliari – di non saperla o poterla cogliere.

E non servirà cercare colpevoli – in anticipo o a posteriori – per evitare l’omicidio di un grande sogno di popolo, di una grande occasione di crescita e responsabilità collettiva, di una potente affermazione di sé, davanti alla propria storia e davanti al mondo.

Si tratta, se lo vogliamo, per chi lo vuole, di lavorare per farla accadere questa cosa così complicata che si chiama indipendenza nazionale.

Scozia e Catalogna in tal senso ci insegnano alcune cose.

La prima è che non ci può essere indipendenza, autodeterminazione, affermazione di popolo senza coscienza nazionale, senza riconoscimento di sé come diversi (benché affratellati) con tutti i popoli vicini. Finché avremo paura di pensare o dire che la Sardegna non è Italia – finché penseremo che sia un’offesa agli italiani e che sia dunque meglio chiamarli “continentali”! – non ci sarà uscita dalla sudditanza morale e materiale in cui ci siamo rovinosamente cacciati. In Italia si può essere socialisti o liberisti, di sinistra, o moderati o di destra, ma sicuramente non si è né tedeschi né francesi. In Catalogna si può essere indipendentisti o federalisti, ma sicuramente si è catalani e non spagnoli. Perché in Sardegna non si dovrebbe poter essere semplicemente ed umanamente sardi?

Il secondo insegnamento è che la questione politico-culturale va di pari passo con quella fiscale. In molti scordano che il referendum scozzese sulla devolution, che ha rilanciato il cammino verso l’indipendenza, prevedeva due quesiti: uno era se la nazione scozzese dovesse avere un suo parlamento e il secondo era se questo parlamento dovesse avere ampia potestà legislativa in materia fiscale. La stessa manifestazione di Barcellona prende slancio a partire da un contenzioso sulla gestione del fisco e delle risorse che assomiglia molto alla nostra “vertenza entrate” e che non a caso ha portato ad ipotizzare, fra le altre cose, la costituzione di un’agenzia delle entrate tutta catalana, proprio come io e tantissimi altri – diciamo 31.000, viste le firme raccolte – abbiamo fatto in Sardegna con l’azione popolare, trasversale e unitaria promossa dal Fiocco Verde per la costituzione dell’Agenzia Sarda delle Entrate.

In terzo luogo, se si esce fuori dalle rappresentazioni semplificate che sono state date di queste vicende, ci si renderà conto che la Scozia e la Catalogna hanno risposto alle proprie difficoltà e alle proprie crisi prendendosi più responsabilità, compresa quella di promuovere la propria cultura e  gestire la propria ricchezza, fino al punto di prospettare la presa di quel massimo di responsabilità che è l’indipendenza. Insomma, tutto hanno fatto tranne che chiedere ad altri di risolvere i propri problemi o di decidere al proprio posto quale futuro sociale ed economico dare alle rispettive terre, come troppo spesso accade in Sardegna, quasi per automatica assuefazione all’idea che tutto si faccia a Roma, che tutto ciò che è importante e decisivo per i sardi possa e debba venire dall’Italia.

Infine, Scozia e Catalogna ci ricordano che indipendentisti si diventa. Come scordare che solo cinquanta anni fa lo Scottish National Party praticamente non esisteva e che per lungo tempo le sue stesse posizioni indipendentiste non risultavano chiare? E come non provare un sussulto davanti alle parole di oggi del presidente catalano Arthur Mas? Fino a ieri non si era mai detto indipendentista, oggi ha dichiarato che la via verso l’indipendenza è aperta, che davanti alla volontà popolare così potentemente fattasi presente per le vie di Barcellona egli non può esimersi dal dare il suo contributo alla difficile impresa di costruire uno Stato catalano che presto o tardi diventerà indipendente ed entrerà in Europa.

Indipendentisti si diventa. Se si sa cogliere e mettere a frutto il meglio del proprio popolo, anche quando sembra introvabile. Sardi si diventa. Se si ha coscienza della propria storia di nazione e dei propri interessi come nazione. Indipendenti si diventa, se c’è una politica indipendentista, anche minoritaria nei numeri ma maggioritaria nelle idee e nella passione, capace di mobilitare la gente, offrire soluzioni, aprire la strada, tracciare la rotta. Repubblica si diventa con il cambiamento e la crescita collettiva, con il contributo di ciascuno e con la partecipazione massiva, con il miglioramento e la trasformazione della classe dirigente. Ognuno può e deve fare la sua parte. Ora più che mai. Basterebbero centomila persone per l’indipendenza e la sovranità, centomila persone serene e sorridenti per le vie di Cagliari, per smuovere i cuori e le coscienze. Impossibile?

Forse è giunto anche per noi il tempo di scendere per strada, sulla nostra strada. E affrettando il passo metterci in cammino verso l’indipendenza e verso l’Europa.

 

Franciscu Sedda

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Prostrarsi o sollevarsi?

Re Giorgio III

L’incontro fra Giorgio Napolitano e Ugo Cappellacci (o se preferite, l’incontro fra due assenze, quella di Monti e quella della classe dirigente sarda) avvenuto a La Maddalena mi ricorda qualcosa.

Sicuramente non certo l’idea e la pratica della sovranità. Sicuramente non quella sovranità dei sardi così evocata, così sbandierata, così abusata, così bistrattata, così tradita, così umiliata.

È forse sovranità chiedere aiuto quando si potrebbero esercitare diritti? È forse sovranità dirsi traditi ma sentirsi fiduciosi?
È forse sovranità gioire per promesse già fatte e mai mantenute? È forse sovranità minacciare il sovrano dicendo che lo si fa per il suo bene, “per evitare una secessione al contrario”?

No, la sovranità non è né minaccia (neanche quando è pronunciata nel sardo più bello) né piagnisteo (nemmeno quando porta ad ottenere un contentino).

Sovranità è cura di sé. Sovranità è affermazione di sé. Sovranità è presa in carico dei propri diritti e delle proprie responsabilità. Sovranità è definizione e perseguimento dei propri interessi. Sovranità è concreta risoluzione dei problemi e contemporanea capacità di far crescere la coscienza democratica e la fiducia in sé della propria gente. Per questo la sovranità è e deve essere azione positiva, azione collettiva, azione intelligente, azione decisa e decisiva. E nulla di ciò si trova nella pratica della delega o della supplica, della minaccia o del piagnisteo.

Ecco, i gesti, i modi, le parole e i silenzi di quel rito che si è celebrato a La Maddalena tutto mi hanno ricordato men che meno la sovranità. E ancor meno quel discorso baldanzoso (fin troppo baldanzoso per essere credibile) pronunciato dallo stesso Cappellacci per la prima ricorrenza de “Sa Die de sa Sardigna” della sua legislatura. Vi parlò di autodeterminazione del popolo sardo, di un popolo che doveva seguire le orme dei catalani, degli scozzesi, dei baschi. Addirittura degli irlandesi!

Ma nessuna di queste nazioni senza stato – meno che meno gli irlandesi che uno stato lo hanno già – si comporterebbero davanti al sovrano di stato (di uno stato altro, di un altro stato) con quell’atteggiamento da indigeni un po’ arrabbiati e un po’ ammaliati, certamente fedeli e pronti a fare qualunque cosa (anche a minacciare il sovrano!) per il bene del sovrano stesso. Da persone civili, quali siamo, sarebbe bastata la cortesia. Non certo quell’atteggiamento umorale e contraddittorio che ci fa apparire così ingenui da meritarci di essere ogni volta fregati, così infantili da meritarci compassione e non certo rispetto.

Ecco, si è celebrato un rito. Si son chiuse le celebrazioni dell’Unità d’Italia in Sardegna, mentre anche a causa dell’Italia e della sudditanza all’Italia di quel fantasma pauroso (che fa paura e che ha paura) che è la nostra classe dirigente, la Sardegna muore di fame e disperazione, schiacciata da sudditanza e disillusione, dall’assenza di competenza e azione, di progetto e di visione, di senso di appartenenza e amore per ciò che è giusto per la nostra nazione, al di là di qualunque limite o imposizione.

Ecco, l’incontro fra “Re Giorgio” e il “buon Ugo”, non mi ha ricordato – né mi poteva ricordare – né la sovranità né l’autodeterminazione. Mi ha ricordato invece uno splendido passo di una delle “Leggende del Palazzo del Governatore” dello scrittore statunitense Nathaniel Hawthorne. L’autore de “La lettera scarlatta” in una serie di racconti evoca ed esorcizza gli anni precedenti quella “Rivoluzione americana” che porterà all’indipendenza degli Stati Uniti dalla Gran Bretagna. Eccoci dunque in America ai tempi di Re Giorgio III, monarca britannico. Eccoci ai tempi in cui gli americani erano sotto il potere di un Governatore che nelle colonie esercitava per delega la sovranità politica (e gli interessi economici) della Gran Bretagna. Ecco che una folla di americani festanti attende, insieme al Governatore, Lady Eleonore, superba metafora del potere sovrano in visita nella periferia sottomessa, usurpata delle sue tasse e di qualunque diritto di rappresentarsi.

Ecco che Lady Eleonore – alter ego di Re Giorgio III e della Gran Bretagna – fa per scendere dalla sua carrozza (la cui porta viene aperta da uno schiavo nero) rischiando di sporcare il suo sovrano piede nella fanghiglia di quel luogo così malandato, così al di là del mare, così separato dalla (sempre sia lodata) madrepatria. Il Governatore, davanti a cotanto rischio fa per venirle incontro, quando  un giovane americano dalla carnagione chiara prostra se stesso a fianco della carrozza, offrendo la sua persona come stuolo (o zerbino!) per Lady Eleonore (“prostrated himself beside the coach, thus offering his person as a footstool for Lady Eleanore”). Imbarazzato (forse perché anticipato?) il Governatore intima al ragazzo di alzarsi, quando, fra il silenzio generale Lady Eleonore dice: “No, sua Eccellenza non deve bloccarlo. Quando gli uomini perseguono come unico scopo quello di essere calpestati, sarebbe un peccato negar loro un favore così facile da esaudire…e così ben meritato!” (“Nay, your Excellency shall not strike him. When men seek only to be trampled upon, it were a pity to deny them a favor so easily granted — and so well deserved!”).

Ecco, questo mi ha ricordato l’incontro fra il sovrano Giorgio e il governatore Cappellacci. Che direttamente o indirettamente, per colpa dello Stato o per debolezza della nostra azione, per causa di altri o assenza della nostra classe dirigente, siamo troppo lungamente apparsi come un popolo abituato a prostrarsi. Un popolo che troppo spesso ha amato essere calpestato o addirittura, da solo, con le sue scelte e i suoi rappresentanti, ha voluto calpestarsi. Un popolo umiliato che però, come gli americani di allora, potrebbe essere sul punto di risollevarsi.

 Franciscu Sedda

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