Ieri ho avuto l'opportunità di partecipare alla presentazione del volume Nomos & Khaos, ovvero il "Rapporto Nomisma 2010-2011 sulle prospettive economico-strategiche", che si è tenuto presso la Sala del Refettorio della Camera dei Deputati dello Stato italiano.
La presentazione del settimo volume di Nomos & Khaos, prodotto dall'Osservatorio Scenari Strategici e di Sicurezza, è stata l'occasione per sentire alcuni dei migliori esperti italiani di geopolitica riflettere sull'attuale panorama globale; su quel mondo percepito come sempre più “liquido”, “instabile”, “volatile”, di cui la politica e i decisori istituzionali in genere stentano a tenere il passo.
Provo dunque, estraendo in modo personale spunti emersi dai vari discorsi, a declinare in senso sardo alcune delle tendenze e degli scenari che emergono dal Rapporto, o quantomeno dalla sua presentazione.

Che mondo è mai questo?
Qual'è la forma – geopolitica – del mondo in cui stiamo vivendo? Questa è la prima basilare questione da porsi. Pare infatti abbastanza condiviso che il nostro mondo non sia più “unipolare”, dominato cioé dall'unica potenza rimasta sul campo dopo la caduta del Muro di Berlino, ovvero gli USA.
D'altro canto l'idea che si sia passati ad una fase di “caos generalizzato” non regge. Certo, questo mondo è sempre più imprevedibile e alle nostre piccole menti tutto ciò suona come un segno di irrazionalità. Ma il fatto che noi non riusciamo a coglierne le trame sistemiche, che fanno sì che la crisi di alcuni sia vantaggio e opportunità per altri, che alcuni siano dentro l'occhio del ciclone mentre altri lo guardino da fuori sfiorati solo da una leggera brezza, non è prova sufficiente a dichiarare il trionfo del disordine. Ripetiamolo, la stessa crisi finanziaria che da questa parte del mondo pare onnipervasiva è relativamente distante, per fare alcuni esempi, da Paesi quali il Canada, la Svezia, il Brasile e diversi altri paesi dell'America Latina.
Resta in piedi l'ipotesi “multipolare”. Tuttavia è difficile dire se quello odierno sia realmente un mondo in cui più poli e potenze si contendono primati parziali in reciproco equilibrio. L'emergenza (o il ritorno) sulla scena di nuove potenze economiche (si pensi ai BRICS: Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) non può nascondere il fatto che al momento soltanto due paiono essere i veri protagonisti in campo, pronti a giocarsi lo scettro dell'egemonia mondiale: gli USA e la Cina.

Che diavolo di potere è mai questo?
All'emergere di questo dualismo USA/CINA – che peraltro non esclude il fatto evidente che le economie dei due paesi siano profondamente intrecciate e interdipendenti – corrisponde la tesi, contestata ma interessante, di nuove forme di potere, o se si preferisce, di efficacia dell'agire strategico internazionale. L'abbandono, da parte degli Stati Uniti d'America, della politica dell'intervento diretto nelle zone di conflitto e di instabilità che spuntano a macchia di leopardo sul globo, che secondo alcuni sarebbe il segno evidente del loro declino, viene infatti considerato da altri come l'applicazione esplicita della teoria dello smart power, di quel potere che vorrebbe essere “leggero” e “intelligente”, ma che forse è semplicemente scaltro, come è stato argutamente ridefinito.
Non è un caso che i maggiori concorrenti degli USA, ovvero i cinesi, siano riconosciuti come maestri del “potere sottile”, una forma di azione talmente ben applicata da aver portato alla creazione della battuta, che è una constatazione, per cui “Dove c'è casino la Cina non c'è mai”. Insomma, un potere non scaltro: scaltrissimo.
Non è un caso del resto che tutta la filosofia classica e il pensiero strategico cinese teorizzino il non agire come la miglior forma di azione. Che la miglior guerra sia quella non combattuta. E che supremamente efficace sia seguire o indirizzare il flusso piuttosto che fermarlo o modificarlo. Se i nostri sono veramente “tempi liquidi” viene da pensare che una cultura come quella cinese, così ricca di metafore fluide, sia potenzialmente nel luogo giusto al momento giusto.
Dal suo canto anche la nuova politica estera degli USA di Barack Obama sembra aver abbandonato il modello greco-latino del veni, vidi, vici; dell'andare in un luogo (possibilmente con una teoria in testa) e intervenire in maniera diretta ed esplicita di modo che il reale si trasformi (possibilmente adattandosi completamente al modello che ci si era immaginati). L'abbandono di questo modello, hard e conflittuale, avrebbe lasciato spazio ad una strategia che vede nei focolai di caos sparsi per il mondo un potenziale vantaggio. Insomma, nn intervenire e lasciare che il caos sorga e rimetta in movimento e in discussione assetti, interessi, poteri, regimi.
Un modello non del tutto soft che si potrebbe tradurre, come si dice dalle nostre parti, con lo slogan: “Lasciali friggere nel loro olio”, o anche, con una versione forse più cinese, più a cottura lenta, “Lasciali cuocere nel loro brodo”. Il caos di varie aree del mondo sarebbe in altri termini funzionale a produrre cambiamenti in modo meno diretto e invasivo; a farlo con minor dispendio di forze, risorse, vite; a tenere i propri competitors impegnati nelle rispettive aree d'influenza; a tirare il fiato e evitare che, come per ogni “impero”, non succeda come la rana, che a forza di gonfiarsi per imitare il bue (che qui sarebbe il globo) finì per esplodere.


Che diavolo c'entrano i sardi in tutto questo?
C'entrano eccome! Si dà il caso infatti che vivano nello stesso pianeta degli USA e della Cina. E di molti altri ancora. Diciamo altri 193 – o 194 se verrà accolta dall'ONU la richiesta di riconoscimento come stato membro delle Nazioni Unite avanzata ieri dalla Palestina – per restare ai numeri ufficiali.
Se si vuole iniziare a progettare seriamente, e a realizzare concretamente una Repubblica di Sardegna, bisogna necessariamente riflettere anche su tutto questo.
Bisogna ad esempio allenarsi a passare dal livello micro (le singole emergenze e necessità che attanagliano giornalmente la nostra terra e i nostri cittadini) agli scenari macro (rapporti diplomatici, alleanze commerciali, scambi culturali, flussi di uomini, tecnologie, idee) dentro cui una Repubblica deve giocoforza muoversi.
Questo salto di scala, questo allargamento dell'orizzonte, aiuterebbe tra l'altro noi sardi ad uscire dall'autismo italico auto-imposto, e a scoprire (o almeno ricordarci) che siamo già oggi dentro aree, istituzioni, aggregati ben più ampi, ben più compositi, ben più interessanti dello Stato italiano a cui, in modo monomaniacale, continuamente ci rivolgiamo per valutare noi stessi e il mondo.
La nostra appartenenza all'area euro-mediterranea occidentale, con l'esplosione demografica e democratica del vicino nord Africa, con le reti di scambio energetico che la attraversano, con il gioco di porti e relazioni commerciali che la strutturano, con le complesse relazioni umane che drammaticamente la uniscono e sfrangiano, non può essere sottovalutata o messa da un lato – sacrificata sull'altare dell'estenuante teatrino dei “pro o contro Berlusconi” – se si vuole veramente essere Stato (che non è participio passato ma presente prossimo!).
Da questo punto di vista dobbiamo essere ben consci che il destino dell'Europa e dell'Unione Europea ci riguarda da vicino, molto vicino. Perché dobbiamo essere realisti e dobbiamo capire con chi, in primo luogo, faremo rete e tesseremo alleanze. O detto altrimenti, dentro quale quadro di interrelazioni, garanzie, solidarietà e sostegni andremo primariamente a situarci. Credo infatti che nessuno di noi si illuda (o speri) di vivere in isolamento o di lasciare la Sardegna in balia degli eventi, o ancor peggio di metterla all'asta del miglior offerente.
Il punto, apparentemente paradossale e beffardo, è che noi sardi rischiamo di renderci conto di quanto sia strategicamente decisiva la presenza dell'Europa per il nostro futuro quando l'Europa sta forse crollando, e sicuramente traballa. Attenzione però a non correre troppo. Ciò che oggi traballa è una certa idea di Europa che si è concretizzata nell'Unione Europea. Ciò che non viene meno, ma forse anzi ritorna in gioco, è una diversa idea di Europa, meno tecnocratica e finanziaria e più politica e sociale.
Ciò che riemerge è la possibilità degli Stati Uniti d'Europa, che sono qualcosa di diverso tanto dall'Europa governata dalla politica bancaria e monetaria, tanto quanto dell'utopia evanescente di una Europa senza più Stati.
E' stato detto che la vicenda dell'Euro segna la parabola di una costruzione “partita dal tetto” invece che dalle fondamenta. Bene, se si vuole che il tetto regga è forse il caso che si riparta proprio dalle fondamenta, dalle collettività storico-politiche che sono e saranno chiamate a comporre la casa.
Un'Europa federale, un'Europa che un domani saprà darsi una reale costituzione politica rispettosa della sua diversità interna, forse va pensata proprio ora che l'idea di Europa è in crisi; proprio ora che l'Europa rischia di disgregarsi e le sue parti rischiano di andare tutte – anche le più forti – alla deriva in un mondo che ha spostato i suoi centri molto lontano da noi.
Certo un'Europa fatta di Stati non è esente da critiche o limiti. Il primo è che questi Stati non potranno essere solo quelli attualmente esistenti. In questo cammino di ri-costituzione dell'Europa dovrà dunque essere riconosciuta la possibilità – per collettività storiche come la Sardegna, la Scozia, la Catalogna, i Paesi Baschi, la Corsica ecc. – di celebrare democraticamente dei referendum di autodeterminazione.
Al contempo va sicuramente notato che la forma Stato non è necessariamente garanzia di benessere e buon governo: e tuttavia è quantomeno qualcosa che, alla peggio, ogni tanto rimette nelle mani dei rispettivi cittadini il giudizio su governanti e decisori, che garantisce l'opportunità di giudizio e ricambio. Mentre oggi nessuno di noi può giudicare, defenestrare, e praticamente nemmeno valutare, coloro che guidano la Banca Centrale Europea, un organismo indipendente dalla politica e dunque da qualunque forma di controllo e valutazione democratica, che agisce e “fa politica” – attraverso decisioni unilaterali e monopolistiche in materia fiscale e monetaria – scavalcando tranquillamente Stati, governi, popoli interi.
Insomma, bisogna far sì che la nuova Europa che sorgerà dall'accordo fra i suoi Stati sia effettivamente una costruzione politica – per quanto rischioso e problematico sia ottenere questo traguardo – e che dunque i suoi organismi, attraverso il gioco del bilanciamento dei poteri, siano sottoposti ad un irrinunciabile minimo di democrazia e di controllo.
Al contempo bisogna far sì che l'Europa sia lo strumento di una garanzia incrociata: una sorta di strumento di autocontrollo, tale per cui ciascuno Stato, al suo interno, garantisca democrazia, libertà di espressione, rispetto delle minoranze, promozione dei diritti umani e della persona.
Certo, nessuno si illude di risolvere facilmente la tensione fra economia e politica, fra mercato e democrazia, che assume sempre più spesso la forma del conflitto fra un abnorme potere finanziario e un residuale potere sovrano dei popoli e dei cittadini. Ma forse una nuova Europa può essere un tentativo di riequilibrio, un progetto di trasformazione dei rapporti di forza. Un modo per rimettere al centro la “polis”, gli interessi collettivi, i beni comuni, l'equità sociale, lo scambio dei beni, la valorizzazione della persona, piuttosto che un anonimo meccanismo finanziario al contempo deregolato e fuori controllo.
Del resto l'ipotesi di una nuova Europa, di una coalizione di popoli che sappiano collaborare e sostenersi a vicenda e contemporaneamente presentarsi più forti sullo scenario globale, non è necessariamente “una volta per tutte”, non è eterna, non impedisce di pensare altro e oltre. Se tutti insieme se ne sarà capaci.
I sardi in tutto questo devono evitare il loro tipico ondulatorio passaggio fra nullificazione e megalomania. Non saremo noi i visionari ed eroici artefici di questa Europa nuova, ma non possiamo nemmeno abbatterci e pensarci fin d'ora come periferia della periferia; come miseri oggetti costretti a subire destini altrui; condannati a fare da comprimari, comparse, o più probabilmente vittime, nelle storie scritte da altri. La costruzione della nostra Repubblica di Sardegna può e deve essere parte del nostro contributo alla costruzione di una Europa diversa e migliore.

Quante diavolo di cose ci sono da fare…
Uno dei fattori decisivi nell'analisi del quadro geopolitico è la dimensione demografica. I paesi emergenti sono generalmente paesi in forte espansione demografica, paesi giovani, paesi affamati di futuro. La Sardegna invece continua a perdere abitanti e ad invecchiare. Perché si emigra nuovamente e sempre di più. Perché non si fanno più figli. Si stima che nel 2050 avremo perso 300.000 abitanti. Una enormità. Quasi un genocidio.
Invertire la rotta è possibile ed è compito di una buona politica. Che tuttavia non è facile né a dirsi né a farsi. E soprattutto, ha bisogno dell'apporto di tutti. Della capacità di ciascuno di mettersi in discussione e migliorarsi. Di mettere le proprie capacità a disposizione di un progetto condiviso.
Fra i molti elementi che andrebbero toccati mi soffermo su quelli variamente emersi durante la presentazione del Rapporto Nomisma. Il modello europeo, nei suoi casi migliori, e sebbene in modo non uniforme, si è basato sulla capacità del welfare di garantire coesione sociale e qualità della vita.
Oggi bisogna ripensare la nostra vita e la nostra politica per poter garantire il welfare.
Ciò che ci serve e che dobbiamo pemetterci, tuttavia, non è un welfare assistenziale ma un welfare affermativo. Non un welfare che tappa i buchi, anestetizza, deresponsabilizza il corpo sociale ma un welfare che mette in condizione di…
Un welfare che mette tutti in condizione di vivere con un certo grado di serenità e sicurezza, che garantisce strutture e servizi che diano a ogni persona la libera possibilità di potersi formare, migliorare, progredire; la possibilità di potersi ingegnare, di poter creare, di poter sperimentare, intraprendere, muoversi, condividere.
Per farlo bisogna spendere meno e meglio. Fermare sprechi, clientele e corruzioni e tornare ad investire in modo trasparente in quelle infrastrutture materiali e immateriali che costruiscono l'intelaiatura di una buona società.
Sobrietà e lungimiranza. Onestà e competenza diffusa. O se si preferisce, amore per la virtù, amore per la cosa pubblica, per il bene di tutti e di ciascuno. Amore per la Repubblica di Sardegna.
Questo è fondamentale. Così come investire nella qualità della sanità e dell'istruzione è fondamentale. Investire nelle infrastrutture di comunicazione ed energetiche è fondamentale. Mettere le persone in condizione di formarsi e comunicare, di poter vivere serene e potersi realizzare qualunque sia la propria condizione sociale di partenza. Questo è fondamentale.
E per ambire a fare ciò è richiesta e necessaria la partecipazione di tutti. Per questo le tasse vanno pagate. Non per coercizione o minaccia. Ma per chiara coscienza che quello è il nostro modo di partecipare a una impresa collettiva. Che è il modo per metterci tutti in condizione di raggiungere grandi traguardi individuali e nazionali.
Abbiamo bisogno di una partecipazione fiscale più equa e distribuita. Pagare meno, pagare tutti: è possibile se metteremo freno a sprechi e ingiustizie. E se recupereremo il senso di un progetto condiviso, come la costruzione di una Repubblica di Sardegna politicamente libera, economicamente prospera, socialmente giusta, moralmente degna.
Se vogliamo ambire ad un minimo di felicità condivisa allora dobbiamo rimettere al centro il tema dell'equità sociale. Non è un caso che i paesi in cui le persone percepiscono di star meglio non siano necessariamente quelli più ricchi ma siano sempre quelli più equi, quelli che distribuiscono la ricchezza in modo giusto in base al valore e all'impegno. Del resto, a chi piace suonare l'arpa mentre tutto fuori brucia? Come si può essere veramente felici mentre tutti intorno stanno male? La felicità è qualcosa di condiviso oppure non è. Se qualcuno sadicamente crede, o si illude, di poter essere felice da solo o addirittura a spese degli altri, bene, sappia che questa non è la nostra cultura né il nostro progetto. Questa non è l'idea che abbiamo della futura Repubblica di Sardegna.
La nostra idea è che bisogna ridurre il solco, ormai fattosi baratro, fra pochissimi che hanno tantissimo e moltissimi che hanno pochissimo o quasi nulla. Né ci interessa una società fatta di pochissime eccellenze e tanti mediocri. Noi vogliamo una società di persone libere, istruite, intelligenti, capaci. Una società in cui ciascuno sia messo in condizione di realizzarsi secondo i suoi molti talenti e le sue piccole o grandi aspirazioni. Se vogliamo ottenere un nostro benessere, un benessere che sia collettivo e diffuso, dobbiamo dunque suturare le tante ferite che ogni giorno straziano il nostro corpo collettivo: suturare la ferita che vede gli onesti vessati e i furbi premiati, che vede i meritevoli frustrati e gli ammanicati lodati, che vede chi si spacca la schiena sempre meno ricompensato di chi non si capisce cosa faccia dalla mattina alla sera; che vede troppe persone discriminate in modo più o meno sottile per il loro sesso, il loro genere, la loro età, la loro provenienza, la loro appartenenza religiosa, linguistica, di ceto e classe. Quale società può essere felice se essere donna, anziano, bambino, omosessuale, migrante, sardo-parlante, credente, ateo, pastore, contadino, piccolo commerciante, ricercatore, insegnante, precario, povero, onesto, diventa un peso? E soprattutto, cosa rimane se non una collezione di infinite minoranze? A ben guardare, la mancanza di un progetto condiviso, di un progetto nazionale, ci ha trasformato in un insieme di frammenti disgregati e discriminati, ci ha condannato tutti ad un continuo stato di minorità, ad eterne guerre fra poveri. Guardiamoci. Non si capisce più chi veramente sta bene. Ed il punto è proprio questo: che nessuno può stare veramente bene se non staremo meglio tutti insieme.
Ma non nascondiamoci dietro a un dito. Tutti siamo chiamati a cambiare mentalità e abitudini. A costruire una nuova etica. Perché quasi a forza il nostro corpo sociale è stato costretto ad adattarsi al minimo comune denominatore della volgarità imperante. E non è facile, presi come siamo in mille demoralizzazioni e ricatti, ricominciare a sperare, a guardare avanti, a rivolgere la parola a chi abbiamo vicino, a invocare un presente da realizzare insieme. Ognuno deve trovare la forza dentro di sé, e con l'aiuto di chi gli sta vicino, per rialzare la testa.
Sia chiaro, una Sardegna equa non è una Sardegna di persone fatte in serie, di asticelle poste al ribasso. Non è la Sardegna ossessionata dall'invidia, dal fantasma della parità, quella Sardegna in cui nessuno deve realizzarsi perché se no, io che gli vivo a fianco, mi sento ferito nell'orgoglio. Il punto è potersi realizzare tutti, diversamente. In punto è potersi realizzare tutti, onestamente. Questa è una Sardegna giusta, una Sardegna equa, una Sardegna solidale: è una Sardegna che si prende cura di ogni figlia e figlio, che li mette in condizione di realizzarsi secondo merito e capacità, che mette tutti in condizione di saltare più in alto senza perdere il contatto con la propria terra e la propria gente. In modo che ciascuno gioiosamente renda almeno un poco il dono che gli è stato fatto, che insieme ogni giorno siamo pronti a farci.
Credere in noi stessi, darci una mano, darci fiducia, farci credito.
Dal sentirsi nazione alla questione del credito il passo è breve e inevitabile.
Per questo dobbiamo dirlo chiaramente. La finanziarizzazione del mondo, lo staccarsi dei processi finanziari dalla produzione reale, dai concreti processi economici del territorio, dagli scambi commerciali, umani e di fiducia che fanno quotidianamente il tessuto di una collettività, non è il nostro destino né il nostro progetto. È solo l'autunno del mondo, come è stato autorevolmente detto, a cui deve seguire una nuova primavera.
Per questo dobbiamo riportare riagganciare il credito ai luoghi, all'economia reale, alle buone idee, alla cooperazione.
Dobbiamo poter tornare a credere nel credito. Non al denaro che crea denaro, il denaro per il denaro, il denaro fine a se stesso. Ma il denaro come traduttore, come uno dei mezzi – ma non l'unico – per facilitare lo scambio, la comunicazione, la realizzazione di progetti, idee, sogni individuali e collettivi, compatibili con la felicità di chi ci sta vicino e con il rispetto dell'ambiente in cui viviamo. Per questo dobbiamo essere quanto più possibile noi a fare e gestire il credito. Per quanto possibile e anche nel piccolo, riagganciandolo quanto più possibile alla dimensione locale e progettuale. Non possiamo fermarci a constatare che grandi poteri ci dominano, che la rete del credito cooperativo in Sardegna è stata distrutta, che i nostri risparmi (il nostro lavoro, il nostro sudore!) sono stati svenduti, che il tasso di interesse in Sardegna è più alto che altrove, che abbiamo difficoltà a scambiare, che siamo drogati di assistenza e le buone idee non trovano quasi mai credito.
Iniziamo a pensare intanto che il valore non risiede nella moneta ma in ciò che scambiamo: beni, servizi, competenze, tempo, passioni, idee. Cose ben fatte. Cose che per essere fatte richiedono che ci si rimbocchi le maniche. E se necessario si abbia il coraggio di sperimentare, dentro e fuori il sistema attuale. In modo da ricostruire quella biodiversità economica che è necessaria per garantire flessibilità e pluralità di scelta anche in campo economico; che è necessaria per garantire più possibilità di prosperità e speranza; che è necessaria, in ultima istanza, per garantire la nostra stessa sopravvivenza come sardi e come specie umana.
Se riusciremo a farlo e riusciremo a liberare risorse potremo finanziare, anche dal basso, dalla società, dal tessuto vivo della nostra economia – e non solo dunque attraverso il fondamentale intervento pubblico sull'università – quei progetti di Ricerca & Sviluppo, quei progetti in innovazione, cultura, tecnologia, che devono diventare la nostra economia.
Altri paesi hanno dimostrato quanto sia fondamentale e proficuo investire sulla ricerca. Molto spesso lo hanno fatto a partire dall'investimento in tecnologie che avevano a che fare, direttamente o indirettamente, con l'ambito militare. Noi invece non abbiamo guerre da combattere, se non quella per vivere bene e lasciare la nostra terra – la Sardegna, il nostro Pianeta – migliore di come lo abbiamo trovato. La nostra sarà e dovrà essere dunque ricerca civile, in ambito ingegneristico, farmaceutico, tecnologico. La nostra dovrà essere innovazione nel modo di fare cultura, di curare l'ambiente, di abitare i luoghi, di vivere insieme, di fare esperienza di noi stessi e del mondo. Noi non vinceremo guerre che non vogliamo combattere. Noi vinceremo l'unica partita che ci interessa giocare: quella che farà dire al mondo che vale la pena vivere, tutta la vita o almeno per qualche giorno, nella Repubblica di Sardegna.

Franciscu Sedda