6° INTERVISTA: REMO BASSINI

Posted: 8th aprile 2008 by ipanema in Senza categoria
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Remo Bassini, scrittore, giornalista. Molte le esperienze di lavoro, prima dello scrivere:  cameriere, operaio, disoccupato, studente universitario di giorno  e portiere di notte, attore dilettante, volontario in un carcere, correttore di bozze, giornalista professionista. Dall’aprile 2005 ha assunto la direzione del giornale “La Sesia”. Ha scritto anche su Stadio e su L’Indipendente. E su Fernandel. Ha un blog, tra i più belli e attivi, dove si parla di scrittura a tutto tondo, di scrittura, editoria e  lettura: http://remobassini.wordpress.com/  Ha pubblicato: Il Quaderno delle voci rubate (La Sesia); Dicono di Clelia, (Mursia); Lo scommettitore, (Fernandel); La donna che parlava coi morti, (Newton & Compton). Intervista a cura di Amneris Di Cesare

Innanzitutto grazie, Remo, per avermi concesso l’onore di rispondere alle mie domande sulla tua personale visione della scrittura. Cominciamo con il fuoco di fila:

1. Sei sia scrittore che giornalista: quando hai scoperto che scrivere era il tuo destino, la tua strada? Molti sono i giornalisti che  diventano romanzieri. Passaggio obbligato? Due modi di scrivere, due approcci alla scrittura diametralmente opposti o invece assai simili?
Completamente diversi. Io al giornalismo sono arrivato tardi, avevo trent’anni, e alle spalle avevo dei timidi tentativi di scrittura, un romanzo interrotto, poesie. Sono due mondi e due modi diversi di intendere il “raccontare”. Il giornalismo ha regole precise, anche tempi e ritmi precisi e spazi. Esempio: scrivere un pezzo all’improvviso e in fretta, magari in quindici minuti perché altrimenti si ritarda l’avvio della rotativa, e scriverlo a seconda delle indicazioni: a volte avresti tanto da dire, e hai 900 battute a disposizione, a volte hai poco, e ti dicono che devi scrivere 3000 battute. I tempi  del romanziere, invece, sono quasi sempre senza vincoli. Ci sono autori che hanno impiegato un decennio per scrivere un romanzo. Comunque è raro che un giornalista sia anche scrittore; non per altro, dopo 12 ore al computer non hai voglia di rimetterti a scrivere, aspettando l’idea.

2. Come scrivi? Penna e carta, moleskine sempre dietro e appunti al volo, oppure rigorosamente tutto a video, computer portatile ovunque tu vada? C’è un momento particolare, nella giornata, in cui prediligi scrivere i tuoi romanzi?
Scrivo di notte, sempre, e ho sempre dietro tanto il portatile quando il bloc notes. I primi due libri li ho scritti alternando la carta al video; gli ultimi due ha scritti esclusivamente usando il computer, evitando i programmi di scrittura che ti suggeriscono i sinonimi, mi sembra folle. L’agenda, piccola da tenere in tasca, però ce l’ho sempre dietro. Può sempre arrivare, improvvisa, un’idea, una frase, anche una lacuna, perché no? Magari leggo una parola che non conosco, così la trascrivo e poi cerco sul De Mauro.

3. Che cos’è per te lo scrivere? Un saccheggiare se stessi e regalarsi al lettore oppure è un calcolato e ragionato modo di far arrivare un messaggio, una denuncia, uno spaccato di vita?
Bella domanda. Credo di saccheggiare me stesso, i miei fantasmi, le mie frustrazioni, magari anche i miei sogni o le mie follie (del resto Flaubert diceva che uno scrittore deve pensare come un pazzo) e, al contempo, cerco, raccontando, di far arrivare la mia indignazione: perché sono e sarò sempre dalla parte dei calpestati. Mi spiego, perché sono tanti i modi per essere calpestati: chi è sfruttato, chi ha pesi dentro che sono macigni, chi è corroso dai sensi di colpa, chi denuncia e viene zittito, ecco alcuni esempi dei miei calpestati.

4. Ami sempre quello che scrivi, dopo che lo hai scritto? Rileggi mai i tuoi libri, dopo che sono stati pubblicati? Ti capita il classico  “ma davvero questo l’ho scritto io?” che sembra avvenga in tanti scrittori di successo?
Rileggo solo qualche pagina, a caso. Raramente sono soddisfatto, Solitamente mi auguro che la prossima volta, il prossimo libro, debba essere migliore. O magari questa è solo una scusa: per non smettere mai di srivere.

5. W. Somerset Maugham (Come scrivo i racconti – n.d.r) aveva un taccuino su cui descriveva molte delle persone che gli capitava di incontrare nei suoi viaggi, alle cene, alle feste a cui partecipava. Li dipingeva attraverso dettagli minuziosi, gesti, voci, tratti somatici, espressioni del volto, persino pensieri percettibili solo attraverso un’attenta osservazione. Tu come li crei, come li costruisci i tuoi personaggi?
Per scrivere ho bisogno di stare in mezzo alla gente. Una panchina, un bar, un treno. Ascolto, osservo attentamente. Poi… dimentico tutto. Perché i personaggi che più amo sono nati dalla mie viscere. Ti dirò di più: li vedo solo mentre scrivo, so se sono pettinati o no, se sono eleganti o maldestri, nudi o vestiti, ma poi, finita la scrittura, sono volti che faccio fatica a ricordare. E questo mi spiace. Li sento dentro, ma è come se avessi perso un rapporto fisico che del resto non c’è mai stato: perché anche quando descrivevo una carezza, un amplesso, io ero comunque intento a pestare i tasti di questo portatile.

6. Quanto c’è, tra i tuoi personaggi, di vero, di “rubato” agli incontri, alle esperienze di vita, della gente conosciuta nel tempo e nella vita “vera”che hai vissuto?
E’ un discorso complesso, difficile. Ti faccio un esempio. Ho fatto il portiere di notte, e quindi in quegli anni conobbi prostitute, poliziotti, artisti, faccendieri, vidi coppie clandestine che si incontravano, vergognose, con paura. Certo, qualcosa è rimasto, ma allora io non avevo la sensibilità dello scrittore. Uno scrittore va al supermercato a fare spesa, vede una donna davanti che ha una borsetta rossa, e s’immagina che, magari, in quella borsetta ci sia una pistola. Insomma, non credo sia importante avere tante esperienze. Quello che conta è sapere andare in profondità. Vedere dentro la borsetta, insomma. Semmai: l’importante che la borsetta si sia vista per davvero al supermercato; se l’idea arriva da un libro o dalla televisione o da internet è un’idea artificiosa, vuota, non è un’idea. Piuttosto della televisione o di internet si guardi fuori dalla finestra. Guardando, verranno a mente – questo lo so che non è facile – “cose” che sono dentro di noi e che non sapevamo di avere.

7. “Si naviga a vista, lasciando che la storia prenda forma da sé”  (da il Manuale di Scrittura Creativa  Ed. Castelvecchi, Roberto Cotroneo) oppure sei fautore della “scrittura architettonica” come ha definito la propria metodologia di scrittura Davide Bregola?
Con nessuno dei due. Ognuno deve scegliere la propria strada. Chi riesce a controllare tutto può permettersi una scrittura di viscere, chi invece ha timore dei propri disordini mentali è giusto che si faccia scalette e schede dei personaggi. Io sono anarchico nella scrittura, non accetto regole. Ma m’interrogo, sempre, e interrogo, sempre. Provo a spiegarmi meglio. Sto scrivendo il mio quinto romanzo. Bene, ho fatto leggere i primi due capitoli ad alcune persone. Ho visto che quelli che leggono tanto, o sono addetti ai lavori, hanno apprezzato, mentre persone semplici, da un libro ogni due mesi se va bene, sono rimaste perplesse. Ho fatto mie le loro perplessità. Anche perché, come diceva Popper, non c’è niente di più facile che lo scrivere difficile. E’ arrivare alla gente, aggiungo io, il vero problema.

8. Racconta Stephen King che:  “A. Trollope scriveva romanzi gigamentali e li sfornava con sorprendente regolarità. Era impiegato all’ufficio postale britannico (le cassette rosse dove imbucare la posta in giro per tutta la Gran Bretagna sono una sua invenzione); scriveva per due ore e mezzo tutte le mattine, prima di recarsi al lavoro. Non erano ammesse né deroghe né variazioni. Se allo scoccare delle due ore e mezzo era a metà di una frase, la lasciava incompleta fino al mattino dopo"     Quando scrivi un romanzo, scrivi con costanza, almeno una decina di cartelle al giorno, come consiglia Stephen King nel suo On Writing, oppure ti lasci trascinare dall’incostanza dell’ispirazione?
Ieri ho scritto in cinque ore ventimila battute. La notte precedente ne avrò scritte duecento, poche righe insomma. Non mi forzo mai a scrivere una storia. Però mi impongo di scrivere tutti i giorni, questo sì: ma lo vedo come un esercizio necessario.

9. Operaio, cameriere, disoccupato, volontario in un carcere, portiere di notte:  molti mestieri tutti   faticosi, concreti. Ci sono scrittori  che affermano che scrivere “è per chi ha vissuto sulla pelle”,  che la letteratura è la medaglia che lo scrittore si guadagna sul campo, perché “si scrive di pancia”.  Pensi che sia veramente così, che se non si vive e non si soffre, non si ha niente da dire, da raccontare, da mostrare?
Io credo che per scrivere occorra essere fortissimi e debolissimi allo stesso tempo. La vita e la morte, la morte e la vita. E la sofferenza, certo, che però non si può pesare. Le mie esperienze certo sono servite: ma al contesto, alle cornici, agli ambiti narrativi. L’essenza delle storie viene dal nostro cuore, o anima, o inconscio. Da dentro, insomma.

10. Dicono di Clelia, Ed. Mursia, il tuo primo romanzo del 2005: ho riflettuto a lungo su questa donna enigmatica e semplicissima al tempo stesso, eterea perché fisicamente non appare mai, ma che in tanti sognano, cercano, desiderano. Mi ci sono riconosciuta proprio per via di quell’inafferrabilità e nel suo fuggire, ma non solo. Clelia è una donna castissima, che decide, lucidamente, di diventare prostituta. Pensi che  l’ambivalenza sia una caratteristica comune a tutte le donne? E l’inafferrabilità la principale caratteristica della donna ideale nell’immaginario maschile?
Credo che l’ambivalenza sia in tutti noi, uomini e donne siamo tutti, con dosaggi differenti, un po’ santi e un po’ puttane. Clelia è anche uno specchio, quindi, per entrambi i sessi. Poi ha un fascino speciale, Clelia. E’ bella, è dolce ed è soprattutto, come hai ben visto tu, inafferrabile; di un amore inafferrabile non ci si stanca mai.

11. La donna che parlava coi morti, il tuo ultimo lavoro, Ed. Newton & Compton, 2007. Un’altra donna, protagonista di un altro tuo libro. Ma non già colei che parla coi morti, Marta, bensì Anna è la protagonista del romanzo. Un personaggio così ben caratterizzato da sembrar quasi esca dalle pagine, dia voce a tante personalità tutte insieme. Mi ha colpito moltissimo questo, al punto che avrei voluto esserne l’amica, Viviana, e subirne le rispostacce, le intemperanze, gli improvvisi sbalzi d’umore, il chiudersi repentino e l’aprirsi poi timidamente. In apparenza diversissima da Clelia, non si può fare a meno di metterle a confronto e scoprire che un sottilissimo filo sembra unirle: sono entrambe inafferrabili, in fuga. Clelia, si nasconde scappando, Anna  mostrandosi  spavalda eppure  timidissima. Uno sguardo particolare sulle donne, questo tuo modo di guardarle. Quanto della tua donna ideale c’è nei tuoi personaggi?
Quante volte nella vita siamo rimasti feriti da una persona che ritenevamo che fosse una bella persona e che poi si è rivelata meschina? Tante, suppongo. E quante volte, invece, abbiamo ricevuto da chi non ci aspettavamo? Ecco chi è Anna: quella che dietro a una spigolosità (figlia della sua incapacità ad adeguarsi alle regole dell’ipocrisia), nasconde una bontà infinita. E ti sorprende, ma nel modo migliore.
Quando vado a presentare La donna che parlava con i morti solitamente dico che io, scrivendo, mi sono innamorato di Anna Antichi. In realtà è l’amica ideale, di una sincerità e di una generosità disarmanti.

12. Donne che escono dalle pagine dei tuoi libri con vigore. Anche le altre, Nunzia, Marta, Viviana, Mariangela, Lidia… Appena accennate, eppure tutte lasciano un’impronta, vivida, reale. Gli uomini del romanzo invece molto meno. Impressione mia di lettrice, o scelta voluta di autore, questa di lasciare gli uomini un po’ ai margini?
Me lo chiedo e me lo chiedono e non so dare una risposta. Torno a prima, alla scrittura architettonica, pianificata. Se avessi usato schemi non sarebbero nate né Anna Antichi né Clelia. Tondelli diceva che le idee migliori vengono scrivendo. Evidentemente a me , scrivendo, vengono queste figure di donne che, rispetto agli uomini, spiccano di una luce particolare.

13. Corsi di scrittura creativa: in tanti ne organizzano. Ritieni che siano utili, validi per chi si vuole avvicinare a questa attività? Pensi di scrivere un manuale di scrittura creativa, un giorno?
Io penso che un corso di scrittura (il termine creativa non mi piace) può servire se il docente è un docente che invece di impartire dogmi cerca di capire. Ho qualche sporadica esperienza: in carcere, oppure con una singoli (sono convinto che il rapporto ideale dovrebbe essere un docente per ogni allievo), e quindi non so dire. Penso comunque – e qui mi ripeto – che leggere tanto e imparare a leggere la vita possano bastare e sostituire un corso di scrittura, creativa o meno.

14. Hai un consiglio da dare a un aspirante scrittore per riuscire a farsi leggere e pubblicare?
Assumere informazioni sulle case editrici, perché la case editrici cambiano spesso strategie e uomini. Poi si sa, quelle grandi leggono poco e male i manoscritti. Meglio scegliere, quando si è agli esordi, le case editrici serie ma medio piccole. Ci mettono l’anima e, non di rado, rischiano. E poi occorre cercare chi sappia dare consigli, dritte utili. Quel poco che so di alcune case editrici, io, lo dico, mi sembra giusto. Anche io all’inizio non sapevo dove sbattere la testa, poi ho trovato due scrittrici che mi hanno indirizzato, spronato. Che dici: sarà per questo che scrivo più di donne che di uomini?

Grazie per questa incredibile opportunità, Remo, a nome del Fiae.
(Amneris Di Cesare)

  1. ataren scrive:

    E grazie eccome! E anche di più, se possibile, per avere l’opportunità di ospitare Remo Bassini nel nostro spazio.
    Onorata, in quanto membro del FIAE.

    Renata.

  2. utente anonimo scrive:

    Molto onorata anch’io!
    Ipa, non so dove scriverlo, ma il forum non mi riconosce più! che è successo?
    Isa

  3. utente anonimo scrive:

    Ottima intervista. Ottime domande e risposte.
    Stefano.

  4. LiviaR scrive:

    Riporto qui quello che ho scritto nel blog di Remo Bassini (è stato così gentile che mi sembrava giusto lasciargli un ringraziamento anche a casa sua)

    Intervista brillante e interessantissima. Sono molto contenta perchè so quanto l’intervistatrice tenesse (giustamente) a questa chiacchierata.
    Complimenti a tutti e due.
    adesso la rileggo, e vedo di imparare qualcosa.

    PS per Ipa: VAI CIOIELLO, VAI! :-)

  5. utente anonimo scrive:

    C’è un aspetto di internet, e quindi anche dei blog, poco carino: e cioè che non mi è possibile dire, a Ipanema, a chi è intervenuto qui o sul mio blog, vi andrebbe una pizza stasera?
    grazie a tutti, grazie a Ipanema per la gentilezza e le attenzioni che ha sempre avuto per il sottoscritto.
    ne sono onorato.
    non solo: mi complimento per le domande che mi ha fatto; sono domande universali, da chiedere a chiunque scriva.
    buone cose a tutti
    remo bassini

  6. esteriade scrive:

    E già Remo, perché i blog un po’ viaggiano, è vero, ma le pizze no! :)

    diverse tue risposte meriterebbero di diventare oggetto di conversazione più lunga e più approfondita, ma anche in questo senso internet pone qualche limite.

    Lancio un’idea/proposta al Fiae, a te Remo, e a quanti interessati alla scrittura e non solo passino da queste parti: appuntamenti virtuali di un pomeriggio o una serata di conversazione…a mo’ di chat, ma tramite blog o forum. chissà se è fattibile…mumble mumble…

    intanto: buone cose anche a te, Remo.

  7. utente anonimo scrive:

    non sono niente, non sono nessuno … apparte questo ho in Remo il migliore scrittore del mio mondo !

    - ok, Machado è altra cosa ma io adoro Remo e le sue creature, tutte.

    paola rossa

  8. utente anonimo scrive:

    si può fare, cara esteriade, magari qui, basta combinare, mettersi d’accordo e tenere un post con domande almeno due giorni
    (lo stanno già sperimentando alcuni)
    ciao esteriade
    remo (b)

  9. Ipanema scrive:

    Io ci sto! Alla proposta di Marianna/esteriade e alla controproposta di Remo, ovviamente. Spiegatemi bene come fare, e io faccio! Mi rendo parte diligente, insomma.

    @Paola Rossa: concordo. Machado è Machado, ma Remo è Remissimo! Non smetterò mai di ringraziare Marianna/esteriade che me lo ha fatto conoscere! :-)

  10. cochina63 scrive:

    bella intervista, bello Remo, si sa… ciao a voi piccole!

  11. lauraetlory scrive:

    Bella intervista, brava l’intervistatrice. L’intervistato… beh, è Remo e tanto basta.
    Laura

  12. Ipanema scrive:

    Be’, un grazie corale a tutti coloro che mi hanno fatto i complimenti qui sul blog e in pvt per l’intervista. Sto ancora arrossendo, e non sono abituata a tanta attenzione. Grazie, grazie, grazie.
    Ma condivido con Paola Rossa e Cinzia e Laura: Remo è Remo e tanto basta.

    A tutti, di nuovo: grazie.
    I. :-) ))

  13. vampyr8 scrive:

    buona dom… ehm lunedì ormai :)

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