… save me.

Gonfi.
Così dicevamo.
Ieri sera ero gonfio come mai prima.
Lo dicevamo quasi ogni mattina quando ci rivedevamo.
E il concetto di mattina era ovviamente del tutto particolare.
La nostra mattina cominciava quando mio padre non solo era già stanco ma cominciava a vedere il traguardo della fine della giornata lavorativa.

Gonfi di anfetamine come “mai prima” potevamo andare avanti a fare quello che stavamo facendo (qualunque cosa fosse, anche se in realtà nella maggior parte dei casi era proprio niente o una enorme cazzata, quasi alternativamente) per ore, ore frenetiche da sembrar giorni, notti intere che finivano a mattina anche se noi la mattina non la vedevamo neppure.

E non smettevamo.
Mai.

Io ad esempio non sono mai stato capace di smettere.
Aspettavo che qualcuno me lo facesse fare.
Ricordo una volta in ospedale, un dottore … uno che non avevo mai visto prima … mi chiese: “fumi?” … con quel tu che si dà ai ragazzini con le occhiaie un po’ troppo magri … un tono che mi stava sul cazzo ma che non era il motivo per cui gli risposi “no, mi drogo”.
Volevo che qualcuno lo scoprisse, non per attirare l’attenzione, ma perché da solo non ce la facevo proprio a smettere.

Ovviamente a piacermi non era quella costante sensazioni di spossata stanchezza, la bocca amarognolo dolciastrata, felpata e impastata, quella sete senza fine e le camicie pregne di sudore costantemente attaccate alla pelle.
Neppure quel sordo rumore che sembrava arrivarti in gola, quello del cuore che pompava a mille, o la vista che andava e veniva, come se stessero girando un film su un terremoto coi tuoi occhi.
No.
I momenti in cui la botta saliva ed era fichissimo, non valevano i momenti peggiori, che c’erano ed erano tanti.
Ma non sapevo smettere.

Io non ho mai saputo smettere.
Non sapevo smettere quando grassissimo mi avvicinavo ad un salame o ad un barattolo di nutella.
A tredici anni solo in casa, andavo al supermercato e facevo la spesa, con la mia paghetta. Invece di fumetti e figurine, invece di porno e videogiochi, mi ammazzavo di insaccati, crema alle nocciole e grassi polinsaturi vari.
Per non farlo sapere a mia madre compravo tutto io, buttavo i resti e occultavo ogni prova.
A cena ero sempre sazio, i miei pantaloni sempre più stretti.
Ma non sapevo smettere.
A calcio non riuscivo più a correre.
E correre è sempre stata la cosa che ho saputo fare meglio, insieme all’essere stronzo.
Ma non potevo smettere
Per quanto mi disgustasse, non potevo.

In terza media avevo un compagno di classe ripetente … uguale a mastro lindo. Identico.
Ha passato tutte le ricreazioni di quel cazzo di anno a picchiarmi.
In bagno, sulle scale antincendio, in classe, ovunque potesse.
Mi afferrava, mi portava dietro un angolo e mi diceva: “vediamo se anche oggi reagisci”
Reagivo sempre.
Ad un certo punto (era grosso il triplo di me anche considerando la mia crescente grassezza) iniziava il momento dell’umiliazione … come se il resto fosse stato divertente … “dimmi basta, chiedimi di smettere e smetto”.
E io basta non lo dicevo.
Non l’ho mai saputo dire, neanche lì.
Non che mi piacesse, ovvio.
Ma “basta”, no, non faceva per me.

Ho ascoltato tutte le mattine dell’estate del 92 achtung baby degli U”, era più forte di me, non sapevo toglierlo dal piatto del cd.
Tutte le sante mattine.
Il pomeriggio no, il pomeriggio avevo spazio per i guns n’ roses, i pearl jam o i nirvana (ero un maledetto dei primi anni novanta), ma la sveglia doveva essere “zoo station” … tanto che ancora oggi se la sento mi vien voglia di latte coi corn flakes …

Io non so smettere.
E tu non sei una droga o un bullo delle medie o un disco … ma beh, s’è capito, no?
Non so smettere.
Ti dico: ora basta, è finita, non posso andare avanti così.
Poi vado in bagno, torno e … non ho una briciola di forza di volontà.
E sembra una cazzata, perché i problemi della vita sono altri.
Ma ci sto male.
Perché quello che mi dai non mi basta.
Perché ho questa cazzo di testa che non riesce ad andare oltre, a pensare solo a quanto ci divertiamo.
E vorrei strapparmi due costole dal petto, così, a vivo, mentre ti parlo, per distrarmi e non pensare alle tue gambe, ma non ce la faccio.

Solo che …
Talvolta le alternative nella vita sono molto meno semplici della scelta tra un sì e un no.
Qui non si tratta di drogarsi o non drogarsi.

Ho più da star male quando tu sarai felice ancora più felice insieme ad un altro, o più da star bene a vivere un po’ di vita insieme a te?
Bravo chi lo sa.
Io non lo so.

So che sento che finirà male.
Che sarà un bagno di lacrime, che … finirò ridotto in pezzi piccolissimi e senza nessuno che mi aiuterà a riattaccarli.
So che sarà un disastro, so che … non ne uscirò vivo. Mai.
Ma se non ci provo non me lo perdonerò mai.

(povero coglionassimo me)

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.

Lascia un Commento