… piuma

- “Genesi di una rissa è una messa di requiem rock!” … “il pulp non è mai morto, anzi è diventato arte!” e ascolta, questa è la mia preferita: “Irvine Welsh a Milano è diventato sadico ma non ha perso genialità”.

L’aveva notata subito, appena entrato nel locale, come se sapesse già dove guardare, come se lei non potesse che stare lì.
I capelli, sempre quelli, anche in una nuova pettinatura, i bracciali enormi, tribali, gli occhi, due sassetti verdi e scuri, intensi come una litigata. Bella. La fede al dito gli aveva ricordato perché con lei le cose non avessero funzionato. Era innamorata di un altro, lei, come tutte d’altronde.

- Io non sono di Milano e che cazzo significa “messa di requiem rock”???
- Significa che i critici ti adorano, che vuoi di più?

Da grandi volevano fare gli scrittori entrambi, poi una era diventata ingegnere e l’altro no.
Quella col talento però era lei, anche se adesso aveva talento per costruire ponti e gallerie.

- È un libro orribile, tu non avresti mai scritto una cosa così.
- No? Volevamo scrivere libri, è un libro.
- È orribile … parla di un serial killer che colleziona bulbi oculari, Baricco dorme sonni tranquillissimi.

Quante mail innamorate della scrittura e della lettura si erano scritti, raccontati, letti?
E perché lui poi aveva tradito tutto? Perché certa gente non sa essere un minimo coerente?

- Come ti vengono certe idee?
- Pensi che Baricco sia invidioso della mia verbosa prosa?
- No, dico … quelle cose dei serial killer? Pensavo fossi spostato, ma non così tanto.

Scherzava, con quel suo sorriso da spiaggia calabrese.
Eppure ci aveva colto.
Lui era feroce dentro.
Mentre lei era limpida e coglieva nel segno come solo i limpidi sanno fare: anche scherzando, quasi senza farlo apposta.

- Vuoi la verità?

Lo domandò con la forza di chi non vede l’ora di sentirsi rispondere di sì.
Sì, cazzo.
Voleva dire la verità.
Perché certe volte nella vita non sono le risposte a mancarti, ma le domande.
Quanto avrebbe pagato per ricevere la domanda giusta.
Per questo ora gliela stava estorcendo.

- Certo …

E tirò fuori tutto. Tutto. Tutto.

- È che c’era una foto davvero. Una foto che guardavo e riguardavo. La foto di una persona che non riuscivo e non riesco a non vedere. Perché era … è … come se fosse ovunque. Qui adesso con noi, in libreria in mezzo ai libri che vorrei comprare e in un negozio di dischi tra i dischi che vorrei ascoltare, al cinema nei film che desidero vedere, in tutte le cazzo di cose migliori che vorrei fare. Un’ossessione. Da trovare in giro per le strade e dentro casa. Una di quelle donne che non puoi scordare perché … due settimane prima avresti potuto legittimamente desiderare di prenderla, appoggiata ad un muro, farla tua con le borse della spesa appena appoggiate tra i vostri i piedi, contro lo stipite della porta, con la foga di chi proprio non può aspettare … e poi due settimane dopo no, no, no. La devi dimenticare …

Buttò giù un sorso di birra, lungo e ancora freddo. La stessa birra che era stata l’unica cosa che era riuscito a fissare mentre parlava, con le dita, giusto dolo gli indici, a picchiettare sul bordo.

- Dimenticare perché che altro puoi fare con una donna che non ti vuole e non solo te l’ha detto, ha anche detto chiaro di aver scelto un altro? Dimenticare, passare oltre, soffocare! Ecco cosa devi fare … solo che tu guardi quella cazzo di foto, e c’è lei nella foto, che fissa l’obiettivo, e l’unica cosa che riesci a fare è metterti nella posizione di chi quella foto l’ha scattata, e non fai in tempo a spostarti in quella direzione, ad assumere quella che dovrebbe essere solo una minchia di posizione nello spazio che … lei ti sta sorridendo davvero. E tu sei felice, ti senti l’uomo più felice del mondo, ad essere l’uomo a cui lei sorride. E invece non lo sei, lei non sta sorridendo a te … e tu devi andare a fare posto.

E la birra era finita.

- Oppure prendere e scrivere un libro in cui un serial killer strappa occhi a fotografi che hanno fatto fotografie troppo belle.
- Perché certe cose sono così belle che dovrebbero essere riservate a pochi, sì.

Alzò la mano per attirare l’attenzione del cameriere. “un’altra” diceva inequivocabilmente la sua mano aiutata dal movimento delle labbra.

- E ovviamente lei e la foto non esistono ed è tutto inventato, no?

Non aspettò, lei, neppure la risposta, aggiunse subito, finendo la sua birra e ordinandone una a sua volta, ma con più stile e grazia, aggiunse subito …

- Ma come fai a trovarle tutte tu?

Era la voce di un’amica critica o di un’amica che vorrebbe essere compassionevole? Chissà …

- Sai quando ti metti in testa quelle strane idee del tipo: “non importa che casino sia ma importa CHI lei sia”? … se poi ci aggiungi che le cose difficili mi garbano, e mi garbano ancor di più le donne matte, che sono brutto ma ogni tanto capita che ad una oggettivamente figa io piaccia (magari mai abbastanza, ma sì, un po’) … che io son fatto proprio male e 9 su 10 stroio tutto … se prendi tutto questo e mescoli, neanche troppo bene, beh … finisce che ho combinato tutto io, lei mica c’entra.

Dovette prendere il respiro prima di riguardarla negli occhi. Quando faceva la vittima si odiava, ma le cose stavano così, non era vittimismo, solo una adeguata rappresentazione della realtà.
E mentre rialzava lo sguardo aggiunse …

- Patetico vero?
Le sorrideva, nuovamente limpida.

- Poetico. Che è abbastanza diverso. Io credo che i tuoi modi e la tua testa siano attraenti. Ma purtroppo non restano mai solo per quelli. E tu resti poetico. Poeticamente solo.

Non era certo di averlo capito … ma gli sembrò un complimento.
Era un buon passo per smettere di scrivere cazzate.
E cercar di iniziare a capire se un’altra vita fosse possibile.

(grazie S.)
(grazie di cuore)

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… apnea multilaterale a spirale indotta

È solo una cazzo di foto.
È semplice.
C’è un grattacielo, abbandonato.
C’è il sole, che entra da una moltitudine di finestre e pare che ci siano solo finestre e sole.
C’è il piano grande e vuoto.
C’è un posto in cui IO sarei voluto andare e non sono andato.
IO volevo essere lì, in quella foto.
E non c’ero.
E non che me ne fregasse un emerito cazzo di entrare in una foto, in una foto scattata lì, ma sarei voluto essere lì, a vivere il momento. A prescindere da chi ci fosse tutt’attorno.
E invece non c’ero.
Ma nella cazzo di foto c’è di più.
C’è lei.
C’è questo sorriso uno di quei sorrisi che non hanno bisogno di essere grandi per essere contagiosi.
Un sorriso che è come quando finisci di bere.
Appagante.
Pieno.
Tondo.
Con le bollicine, cazzo.
Ha una di quelle pettinature di moda, i capelli corti, tutti sparati … donne forti e dalla personalità spigolosa.
È uno spettacolo.
La bocca ti fa mancare le parole.
Gli occhi seppur dietro una montatura di occhiali grossa e vagamente retrò non si nascondono.
Non si possono nascondere.
Sarebbe come se quelle finestre cercassero di nascondere la luce, impossibile.
Impossibile.
Ed è solo una cazzo di foto.
E allora perché mi manca il respiro?

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Le palle! Ci vogliono le palle!
Non voglio essere di peso per nessuno.
E se non vuoi essere di peso, appena puoi prendi e te ne vai.
E reagisci.
E le tiri fuori, le palle.
Qualunque sia il modo, fosse anche finendo in un fight club.

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… i wish i was the verb to trust and never let you down.

Oh, poi si reagisce.
E si ricomincia.
Poi.
Perché sta sera so ancora d’alcool.
E scrivo solo perché oggi voglio imprimerla a fuoco sulla pelle, la sconvolgente sensazione di rassegnazione, le facce squadrate nel tentativo di vedere lui, il saluto, quella costante paura che possa essere l’ultima volta.
Ho due piani …
Che si mischiano …
Prevedono che io mi ubriachi ogni singola sera, perché per il 90% del tempo la cosa è sopportabile, faccio cose, vedo gente, a te ci penso sempre, ma sembra sempre che sia fattibile. Fattibile. Andare oltre. Frasene una ragione. Faaaaaarrrrrsene una raggggggioooooneee. Accettare.
Ma poi ad un certo punto è troppo. Ti strapperesti i vestiti di dosso e poi la pelle e poi le ossa e … tutto il resto. Alla ricerca del recondito nascondiglio dove si annida questa voglia di te.
E allora servono anestetici momenti, liquidi, come questo.
In cui invidio anche Mr Melanzana.
E ubriachi, si sa, è meglio.
Sopportare.
Quindi io ora prendo e mi tengo stonfo, costantemente, per sorridere e ridere, per far finta di nulla ed essere quello che non voglio essere: uno a posto.
E andare avanti fino al giorno in cui, sobrio, potrei svegliarmi e dire che è il caso di andare oltre.
Oppure scoprire che hai voglia di venire a sentire com’è … il divano di casa mia.
Perché io proprio non so tenermela una vita senza sogni.
Ma oggi deve restarmi addosso.
Oggi e la sigaretta fumata tornando in ufficio.
Il silenzio.
Quel vuoto lasciato dai tuoi capelli che non mi stavano più addosso.
La sensazione di oggi me la devo stringere forte, quella schifezza di vita senza te.
Il piacere di vederti.
La sofferenza di lasciarti andare.

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C’erano le due fabbriche, quelle che davano da mangiare a tutta la valle, la chiesa, le case e il campo da calcio.

Lui c’era nato così, con quelle doti lì, quelle che qualcuno pensa si possano allenare, quelle che qualcuno pensa possano essere dei meriti, quelle che invece meriti non sono, sono doni, e tu ce li hai, te li hanno dati nascendo, oppure no.
Lui aveva iniziato a giocare nel retro della cartoleria dei nonni, ma avrebbe potuto stoppare al volo qualsiasi cosa, palleggiava con tutto, anche con le monetine da cinquanta lire e ti prendeva un gettone da trenta metri, se c’era da prenderlo con una pallonata.
Un tiro forte, preciso, secco, ma soprattutto una velocità senza pari e quel pallone sempre attaccato al piede, come in un sogno buono solo per i matti del pallone.

Nell’Audax ci giocavano un po’ tutti, ma dovevano essere bravi, nell’Aurora no, solo i figli di Maria.
Quelli dell’oratorio e i figli dei ricchi.
Suo padre votava per il PCI, la mamma invece no, e i nonni avevano bottega.
Del padre aveva i capelli neri di quelli di giù, della bassa Italia, ma non aveva l’allergia all’incenso e fu proprio dopo aver finito di servir messa che finì con la sacca blu, quella dell’Aurora.

La prima partita con la prima squadra l’aveva giocata solo per caso, era inverno, faceva freddo, c’era la neve a bordo campo e la segatura bagnata in mezzo all’area di rigore.
Doveva stare solo lì, seduto in panchina, perché era bravino e l’allenatore l’aveva saputo.
Poi le cose si misero male, ma male male male e Carlino, il faro di quella gloriosa società l’aveva chiesto, da lì, dove stava sempre, in mezzo all’area. Un cenno ad Urbano, l’allenatore e le cose erano andate da sé.
- Ninin, mettiti attaccato al Carlo, te lo dice lui dove metterti. Tanto oramai.
Il segno della croce prima di far controllare i tacchetti al guardalinee, e la raccomandazione dalla panchina di recitare un AveMaria, che fa sempre bene.

Certe cose le sai fare o non le sai fare, lui non doveva mica pensarci, quando vedeva il pallone arrivare sapeva già con che parte del petto attutire l’impatto, che parte della scarpa opporre al primo contatto e poi, beh, lui sapeva correre come un fulmine col pallone attaccato al piede.
A Carlino sembrò di vedere una rondine, in mezzo alla neve, era solo il ninin, il piccolino, che ne scartava uno dopo l’altro e poi gli passava un pallone facile facile, da spingere solo in porta, con tutti i suoi anni d’esperienza e i muscoli delle sue cosce.

Primavera era arrivata, e la rondine ovviamente non se n’era andata, anzi.
Il ragazzino, giocava sempre, largo sulla fascia.
Imperturbabile, con la faccia liscia di chi non giocava per la politica o per problemi di lotta sociale, perché lui giocava per giocare.
Perché gli piaceva il campo, quello bello, quello con l’erba dappertutto, dove poteva buttare la palla avanti nel pensiero restandogli sempre sopra e correre, correre, correre.
Giocava per il bello del gioco che erano le bruciature della calce, il profumo dell’olio canforato, le maglie tutte uguali, il suo numero 7 sulla schiena, la possibilità di sentirsi Kevin Keagan e … quella ipnotica alternanza di esagoni e pentagoni, bianchi e neri.

Gol.
Assist.
Le squadre con le maglie a strisce, quelle della città che mandavano gente a vederlo giocare.
E l’Aurora che di campionati ne aveva visti pochi dall’alto della classifica, prima, primissima. Con solo il derby con l’Audax ancora da giocare.

Erano arrivati i primi caldi.
E gli allenamenti, per fortuna, si facevano la sera, quando le fabbriche chiudevano e qualcuno poteva lasciare prima la bottega.
Ma certe cose le vedi già quando non conta, se le cose vanno lo vedi pure dai momenti inutili.
Il pallone era facile, arrivava docile, basta metterci il piatto, altre volte l’avrebbe addomesticato con la suola. Quella volta no, se l’era visto sfilare sotto il piede … e scappar via, verso la panchina, dove stavano Urbano, l’allenatore e Carlino, il faro.
Aveva sbuffato, chinato la testa, le mani sui fianchi poi aveva guardato oltre la rete, oltre il campanile, un punto che poteva sembrare indefinito e che invece era ben preciso.

- Ninin!!! Cos’è che c’hai?

Aveva sentito urlare.

- Cos’è che c’ha quel ragazzo?

Aveva detto la chierica bianca di Urbano, rivolta verso il capitano di mille imprese, l’uomo che aveva fatto mille gol come Pelè, ma senza uscire dalla Lombardia Nord Occidentale.
E Carlino Beretta aveva risposto come faceva sempre, con un gesto.
Le braccia conserte, le gambe nodose di muscoli.
Oltre la rete, oltre il campanile.
Doveva esserci qualcosa là in fondo.
Proprio lì dove quella bellissima biondina saliva su una Kawasaki dal serbatoio metallizzato, guidata da uno che forse non giocava a pallone, ma di certo baciava le biondine bellissime.

- Una donna? Non andrà mica a donne prima del derby?
- Te sei proprio un prete, Urbano!

Gli spogliatoi erano un groviglio buio di muffa, vapore, legno, mattoni e mattonelle gialle e sbrecciate.
Carlino stava sempre seduto lì, con un asciugamani piegato in grembo ad aspettare che tutti finissero, fu lì che lo aspettò.
Lo fece avvicinare con uno sguardo e con un cenno pose la domanda.

- È che non mi vuol vedere più, dice che non sono abbastanza. Ed è la prima volta che il calcio non mi basta.
- Perché, cos’è che vorresti di più?
- Sapere cos’ha … cosa sa fare che io no, perché lei, alle cinque vien voglia di prendere e scappare? Cosa ha in testa quando va da lui? Sorride? Che fa? È contenta come lo sono io quando la vedo, anche da lontano? Com’è che funziona sta magia? Com’è che lui la fa succedere e io … io son buono solo col pallone?
- È che … ninin, certe cose o le sai fare oppure no. Non è una colpa e proprio non ti serve sapere se quando lo vede lei è felice come se fosse il giorno di paga, tanto … se sale sulla moto, beh, dispiaciuta certo non è.
- E io?
- Tu …

Si sentì Carlino sbuffare ..

- Io?
- Tu … non pensarci. Anche se è un consiglio da prete, non pensarci. L’amore è una rovesciata, un tiro all’incrocio, una di quelle azioni che sai fare tu. Non crederai mica che sia roba per tutti, facile, che si possa spiegare. L’amore c’è … o non c’è, non penserai mica di potercelo mettere a forza?
- Uhmpf … è così bella … è così difficile non sognarla
- Fosse stata brutta ora staremmo parlando d’altro. Ci fossero piaciute le cose facili giocheremmo a bocce.

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… perchè fra i tanti, bella, che hai colpito …

- Cosa leggi?
Quello che mi piace di più del leggere sul treno è quello stato semi catatonico che riesce ad estraniarmi dal contesto. Una bolla che ti isola dalla puzza e dai discorsi qualunquistici del cazzo.

- Un libro sulla lotta politica degli anni sessanta, che per sbaglio finisce col parlare di amori contrastati, del senso del tradimento e … di quella voglia che alcuni di noi hanno di sporcare le cose pulite che gli sono capitate.
Perché tante volte dobbiamo sentirci dire quello che pensiamo per capirlo davvero.
Dobbiamo recitarlo ad alta voce, come se fosse una lezione imparata a scuola, una poesia da rimandare a memoria, da riempirci l’aria tutto attorno, per sentire l’effetto che fa.
La voglia che ho di rovinare tutto.
La voglia che alcuni hanno di sporcarsi.
Rigiro il libro tra le mani, non mi curo più della domanda iniziale e di chi l’aveva fatta.
Ogni libro ha il suo segnalibro, non ci sono alternative, quel segnalibro specifico nasce per essere di quel libro specifico. È il caso a farli incontrare, ma tant’è.
Anzi! È il caso a rendere evidente – kunderianamente – che di vero amore si tratti.
Dentro al libro che ora stringo forte a rendere tonda la copertina spicca un biglietto, la giocata al lotto fatta appena prima di pasqua.
(questo è per lei che ti deve volere sempre più bene)
(questo è per lei che ha bisogno di fortuna per andare bene a scuola)
(e questo è per te che ti devi calmare)
La loro predilezione per le stazioni.
Gli occhiali da sole di lei con la pioggia.
Da allora le cose avevano preso un’altalena emozionale senza pari.
Su, giù, susususususu, giù a precipizio.
Chissà come andrà a finire.
Chissà cosa riuscirò a rovinare.
Chissà quanta pazienza avrò.
Quanti vaffanculo arriveranno e partiranno.
Chissà.
È che non sopporto le situazioni da “adesso o mai più”.
È che sbaglio e troppo spesso, quindi non ce la faccio a vivere bene le occasioni uniche.
Per me la vita è un campionato, e puoi perdere due partite di fila e riuscire a vincere comunque, alla fine.
Non una coppa, dove o vinci o vai a casa.
Io ho bisogno di seconde possibilità e terze e quarte e …
Per questo ne do infinite.
Ma anche le cose infinite rischiano di essere finite.
Non riesco a non pensare a questo, proprio a questo.
Alle cose che finiscono, alla pazienza che viene a mancare, alle cose che finiamo col rovinare, ogni giorno di più, fino a quando è troppo tardi.
Mi domando, ancora una volta se agli altri è capitato mai, capitato dia vere così tanta voglia di riuscire a fare qualcosa, di essere bravo in qualcosa, e impegnarsi per questo! Tanto, tantissimo! Ma senza ottenere nessun risultato positivo, anzi!
Con lo skate … ero una pippa furiosa.
E con in basso, anche.
E con lei, oh dio sì.

Poi mi viene in mente lei che mi dice che … no.
Non è così.
E ha ragione, spero, per l’ennesima volta.
Non è così, non dev’essere così, che va.

Strofino gli occhi con pollice e indice, gli occhiali stretti nel pugno, la riguardo nel ricordo ed è fortissima, bellissima.
Rivedo una sua foto, una tra le tante.
I capelli che lei si riporta indietro con la mano, gli occhi chiusi. Le labbra.
(ci metto un dito, così, nel sogno)
(e le dischiudo le labbra)
Poi riapro gli occhi, la vista ancora un po’ blu.

- Relazioni complicate … e l’abilità che alcuni di noi hanno a rovinare tutto.

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… nata di marzo nata balzana

Aveva un vestito a fiori, di quelli coi fiori non ancora appassiti.
Non era bella in senso stretto, il viso irregolare, i capelli che la mortificavano, ma rideva col cuore, aveva un bel culo e … un cervello splendente. Una roba da innamorarsene.
I campi erano tutti fresati, c’era un sole caldo che riempiva tutto l’abitacolo della macchina.
Una di quelle macchine vecchie, vintage, senza aria condizionata, che per avere un po’ di fresco potevi giusto pregare, al massimo dovevi chiedere aiuto ai finestrini abbassati, che altro non facevano che sputarti in faccia soffi di aria caldissima.
I miei capelli dritti sulla testa, il suo vestito che svolazzava ovunque … le due del pomeriggio di un giorno d’estate qualunque.
Eravamo stati in ospedale a salutare sua nonna che di lì a poco non ci sarebbe stata più …
Ma non eravamo tristi, eravamo due di quelli che la morte sapevano affrontarla, o almeno pensavamo d’esserlo, visto che mai l’avevamo conosciuta prima.
Avevamo di che soffrire, ma non c’era silenzio, non lo facevamo arrivare, e ridevamo sempre.
“dove finisce questa strada?” … le chiesi.
“da qualche parte in Toscana” … mi rispose senza capire.
Fu così che ci ritrovammo a prendere un caffè a Firenze.

Due anni dopo le cose eravamo nel parcheggio di una bar alla Barca.
Avevo guidato silenzioso come se stessi andando ad un funerale.
E invece era solo una birra con gli amici.
Era più bella di quando c’eravamo conosciuti, mentre la mia testa era oramai sempre rasata.
Faceva freddo per essere agosto.
Aveva appena finito di incazzarsi perché alla domanda “che cosa vuoi fare sta sera” mi ero rifugiato dietro l’ennesimo “per me è uguale”.
La cosa peggiore è che a bocce ferme, mesi dopo, mi accorsi che anche io mi sarei lasciato.
Era troppo che non la portavo a prendere un caffè a Firenze senza che ci fosse un perché.

Ci stavamo spegnendo.
C’eravamo già spenti.
E mentre lei si riaccese io probabilmente non ce la feci più.

O forse non lo so.
So solo che se mi racconto in giro, in me nessuno vede più quello di quei tempi là.
Al punto che non si sa più, se quel “me” sia mai esistito oppure no.

Da allora son passati … quanti? … 8 anni?
E sta mattina sono qui, davanti a LEI che mi dice che il problema è che sono un passivo senza ambizioni.
Sapete quando sentirvi dire due parole semplici riesce a farvi male più di prendere un ferro da lana incandescente nell’occhio?
Potevo sentire il mio orgoglio sfrigolare.
La donna che più ti piace al mondo ti ha appena detto che sei un passivo privo di ambizioni.
E qual è il problema?
Il problema è che tu lo senti nell’aria che a lei gli uomini piacciono attivi e ambiziosi.
Il problema è che tu vorresti essere esattamente quella cosa che serve a piacerle.
Il problema è che la cosa ti punge sul vivo, perché non ti va giù. Non puoi accettarti. Non vuoi accettarti. Non sai accettarti.
Il problema è che certe volte ti resetteresti e dentro ci metteresti tutte le cose che servirebbero.
Ti faresti splendente e spigliato, con una cultura lunga da qui al New Jersey. Un passato da punk rissoso, la forza sfrontata di chi è strasicuro di sé.
E invece no.
E non puoi darle ragione.
Perché darle ragione significherebbe dire: sì, fai bene a non stare con me, non sono come vorresti tu.

Piuttosto ti incazzi, te la prendi coi suoi modi. Dici: “sei una stronza” e “vaffanculo”. E come un 15enne prendi e scappi via.
Poi ti fermi a pensare, mentre il sole lotta contro le nuvole e tu ti aspetti un acquazzone che ti lavi la faccia, mentre la testa ti scoppia.
E capisci che il problema non è piacerle o non piacerle.
Che le potresti piacere comunque, se solo sapessi ammettere i tuoi difetti.
Che forse sono troppi, sicuramente sono tanti, ma tu sai che esistono e non fai nulla per cambiarli.
Il problema non è più non piacerle.
Il problema non è più quello che lei potrebbe volere.
Il problema non è più quello che è successo 8 anni fa.
Il problema non è più la sofferenza che hai avuto.
Il problema non sono i suoi modi.
Il problema è piacerti.
Il problema è non essere più quello che volevi essere.
Il problema sono tutte le cose che non hai fatto.
Il problema sono i tuoi modi e il modo che hai per non fare mai un cazzo.

Ti sembra di aver preso una valanga di schiaffi, le guance rosse che pulsano, calde.
Gli occhi umidi.
Le mani che tremano.
Il segreto sarebbe crescere.
Accettare le critiche.

Il cazzo di casino è che ancora una volta ha avuto ragione lei.
La tragedia è che ti fa sentire bene anche dopo averti preso a pesci in faccia.
Il problema – nuovo – è che non potrai averla mai.
È la dura realtà.
Ma non conti più le cose che hai capito anche solo gravitandole attorno.

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… e fa che il fiume ti risponda

Spesso mi chiedo se saprei rifare la strada che portava alla casa che abitavo a Bologna. Progetto sempre di mettermi alla prova, di provare a farlo … e non lo faccio mai. La strada di casa non si dimentica mai, non è possibile, eppure sono un uomo dalla memoria così pessima, e ancor peggiore è il mio senso dell’orientamento.
Dimentico le cose, lascio naufragare i miei progetti, mi perdo.
È il riassunto dell’essere me.

Il ragazzo non era più un ragazzo ma cercava ancora di sembrarlo.
Parcheggiò la vespa al solito posto, la fece salire sul cavalletto e si fermò a vedere che effetto facesse rivivere quello che così tanto prima aveva già vissuto così tante volte.
Incredibile.
Come a provar di rinfilarsi sotto il letto della nonna per poi scoprire che era troppo poco alto da terra per farcela. Tutto gli sembrò identico ma meglio proporzionato.
Più piccolo il prato, più corto il viale, meno alti gli alberi.
Solo il maggiociondolo era cresciuto.

Di certo non era diversa la paura che provava ad ogni passo fatto in più verso la porta.

Sentiva sgranocchiare la ghiaia sotto la suola delle scarpe e avvertiva pure scricchiolare tutte le sue motivazioni.
Forse non dovrei stare qui. Si disse. Forse dovrei davvero andare in un bar e farmi picchiare, aggiunse.

Nella vita di certi uomini iniziare ad avere un dubbio ed accendersi una sigaretta è un tutt’uno.
Per questo si fermò ad accendersene una.
Aveva sempre fatto così e ancora lo faceva, divideva gli uomini in due categorie.
Sempre.
“gli uomini si dividono in due categorie” … era forse la frase che diceva più spesso.
Ci sono gli uomini con gli slip e gli uomini coi boxer.
Ci sono gli uomini che cantano e gli uomini che vorrebbero suonare.
Gli uomini che tifano le squadre con le maglie a strisce e gli uomini che sanno cosa sia tifare davvero.
Gli uomini che amano e gli uomini che scopano.
Gli uomini liberi e gli uomini oppressi.
Gli uomini che mettono sé stessi davanti a tutto e gli uomini che mettono tutto davanti a sé stessi.
E così via, in un fiume di cazzate senza pari in cui non credeva nemmeno lui.
Ovviamente.

Così c’erano uomini che dubitavano e uomini che non l’avrebbero mai fatto.

Lui era pervaso dai dubbi, invaso, riempito, costipato.
Per questo era lì quel giorno.

Conosceva Laura da una vita.
No, non erano cresciuti insieme.
Lui non sapeva come fosse da bambina e lei ignorava tutto quello che fosse successo a lui prima dei vent’anni.
Ma si conoscevano da tanto.
Si sarebbero conosciuti anche se si fossero incontrati da due giorni, amavano dire con un vezzo da 15enni un po’ cretini.

Lei gli aprì la porta vestita come sempre, coi jeans stretti e le all star, con una tshirt bianca senza scritte e i capelli sciolti, con mezza spalla scoperta e quel ciuffo che doveva spostare in continuazione con il sorriso di una vita … solo le occhiaie e un serpente metallico che le avvolgeva il corpo la facevano diversa, forse più grande, magari più stanca. Di certo non meno bella.
Lui onestamente non la sapeva descrivere. Ci provava, sì, ma non ce la faceva.
Di lei sapeva dire solo “è bella ed è un’amica”.
Un tempo l’aveva desiderata, tanto, tantissimo.
Al punto che aveva odiato ogni uomo che le aveva visto accanto.
Poi era successo un fatto brutto, decisamente solo per lui, e bello, in realtà per tutti, allo stesso tempo.
Lei si era innamorata.
Perdutamente.
Di uno di quegli amori che ti prendono e non ti lasciano più.
Lei finalmente aveva conosciuto l’amore.
Prima tra i due.
Lei si era innamorata.
Di un altro.
E lei non era certo tipo da tradire, lei, che ci crediate o no, era piuttosto tipo da amare una sola volta nella vita, un solo uomo.
E quella cosa, lo seppero fin da subito entrambi, scriveva la parola fine su ogni cosa che non fosse la loro amicizia.

Lo guardò senza mostrare il neppur minimo segno di sorpresa, sorrise, appena e come se fossero passati due minuti dall’ultima volta che si parlavano recitò la sua battuta, senza neppure salutare.
“cosa è successo?”
Lui si era preparato tre inizi differenti.
Nel primo scoppiava a piangere e la abbracciava.
Nel secondo le chiedeva scusa per quegli anni fitti di silenzio.
Nel terzo scappava a gambe levate.
Sul momento la bocca gli si paralizzò.
Restò a guardarla e basta.
Avrebbe voluto chiederle scusa, scappare e piangere, insieme.
Scelse una soluzione alternativa, disse la verità, la prima che gli venne in mente fra le tante che avrebbe dovuto puntellarsi addosso.
“Niente, sta mattina ho comprato un divano”.

Un quarto d’ora dopo lei ancora rideva.
Ridendo ogni tanto si asciugava le lacrime col dorso della mano destra, con la sinistra ancora impegnata a bruciare cubetti di resina profumata, o mantener fogli di carta velina pieni di tabacco.
Soffiava col labbro inferiore più sporgente e si spostava il ciuffo dagli occhi.
E rideva.
“e poi ti lamenti che nessuno creda alle tue possibilità di crescita! Hai delle scarpe che sembrano un semaforo!”
Disse come ultima cazzata, poi se fece seria, si andò a sdraiare accanto a lui sul tappeto, gli appoggiò la testa sul petto egli passò il manufatto cilindrico.
“e come si chiamerebbe questa dea?”

Lui diede fuoco alle parole, alla canna e alla voglia che aveva di sfogarsi.
Nell’aria risuonavano ancora, il suo primo tiro, profondo, il crepitio del tabacco, e il nome di lei.
Lui riuscì a vedere nelle nuvole le sue labbra … un rosa che non sapeva definire, le labbra di Creamy.
“ha le labbra di Creamy”
“il cartone animato?”
“sì, ma meglio”
“quelle di Creamy ma …”
“meglio!”
“meglio come?”
“uffff … meglio … più vere, più … più!”
“più?”
“È come se gliele guardassi e mi sembrasse d’avere fotoshop negli occhi, vengono fuori come le vorrei”
“sei il solito superficiale del cazzo”

Glielo disse strappandogli il fumo di mano, e aggiustandosi meglio coi gomiti puntellati fra le sue costole.
Aveva un corpo perfetto.
La curva del culo era così bella da aver voglia di farci uno stampo e mostrarla in un museo.

“sono giorni che non si fa più viva”
“l’avrai fatta scappare”
“mi sa che sta volta non c’entro”
“e chi c’entra?”
“c’entra che non son mica buono abbastanza da avere una favola”
“tu ti dai la patente da coglione da solo, te l’ho ritirata tanti anni fa e tu ancora vai in giro a dire che ce l’hai … il problema è che poi al gente ci crede”.

Lei vedeva un lui che lui non riconosceva.
Forse per quello era andato lì, per evitarsi una rissa in un bar e … per farsi fare qualche complimento.
Gli mancavano.
I complimenti.
E i riconoscimenti.
Voleva che qualcuno per una volta gli spiegasse perché gli voleva bene.
Perché lui non se ne voleva, e avrebbe voluto.
Se non trovava la strada che portava alle sue qualità, avrebbe voluto che, per una volta, qualcuno gliela indicasse.

“le ho detto tante cose, la maggior parte delle quali avrei potuto soppesarle meglio … ma lo vedi”
Le mostrò la ricevuta di pagamento del divano.
“per la prima volta sto facendo qualcosa”

Non aveva mai fatto un cazzo.
Era quello il punto.
E non voleva dire che avesse comprato un divano per lei, voleva dire che … stava bagnando i piedi nella vita quella vera, per la prima volta in 36 anni ci stava provando.

“magari non era la tua favola”
“la cosa mi dovrebbe consolare?”
“leggi bene, c’è scritto che non era la tua, non che tu non ne possa avere una tua”.


Le rispose con un silenzio.
“stava pensando che “sì, vabbè, ma io così tanta voglia di lei, proprio lei”
E lei lo anticipò.
Mentre lui si alzava per non farsi vedere mentre faceva i capricci, lei lo rincorse con la voce.
“tanto lo so che però te ne fotti e come se avessi cinque anni correrai ancora dietro a lei”
A lui sembrò un rimprovero, avrebbe voluto scomparire.
Sospirò, sbuffò.
Toccò il profilo del maggiociondolo riflesso nel vetro.

“non ti vorrei bene se non fossi quello che sei. Hai fatto tanti passi in avanti, non conosco altri che sono UOMO quanto te … pur avendo una statuetta del grande Mazinga sul comodino”

Sorrise.
Lui avrebbe voluto piangere.
Forse non sarebbe mai stato quello che sognava di essere.
“a dire il vero … è Mazinga Z”

(ma mai aveva desiderato così tanto qualcosa)

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… il secondo principio della termodinamica

Ieri ho detto una cazzata.
Ecco, anche se non suona particolarmente affascinante, credo sia un incipit perfetto.
L’incipit perfetto per una vita di merda.
Ovviamente mi era successo altre volte prima.
Non era la prima cazzata della mia vita.
Ci mancherebbe.
Ma non è che ci si abitui ad essere stronzi.
Io almeno non l’ho ancora fatto.

Pensavo non avrebbe fatto male a nessuno.
E invece l’ha fatto.
Pensavo che l’unica cosa giusta da fare fosse continuare a ripeterla, fino a farla diventare vera.
E l’ho ripetuta.
Ma non è diventata vera.
E allora ho detto la verità.
Ed è stato liberatorio.
Ma c’è situazione liberatoria e situazione liberatoria. Quando ti costituisci ti toglierai anche un peso, ma poi finisci in galera.
Sono finito in galera.
Ma giusto così.

Il peggio, che ci si creda o no, è la consapevolezza di aver fatto male a qualcuno.
La cosa curiosa è ritrovarsi a dirsi: “perché quando invece le cazzate le dicono gli altri a danno mio tutto fila liscio?”.
Forse perché sono nato per prenderlo in culo.
Forse perché come cazzaro faccio schifo.
Forse.
Ma meglio così.

Così mi sono dovuto smazzare la tragica pratica del chiedere scusa e proporre le proprie ragione, quelle merde di giustificazioni.
Le attenuanti.
Lì mi sono reso conto che fossi indagato per omicidio, indagato e colpevole, me ne starei zitto zitto, fino alla condanna, sperando che fosse lunga e che ci mettesse poco ad arrivare.

Però una cosa voglio dirla, perché se non la dico qui proprio non saprei dove …
La cazzata che ho detto ieri ha fatto una vittima.
Qualcuno ci ha sofferto per quella cosa che non doveva far male a nessuno.
E … oramai è fatta. Ho fatto male a qualcuno e … sebbene non l’abbia fatto con intenzione, conta un cazzo, l’ho fatto io.
Ma sono vittima di me stesso, anche io.

Perché la prima cosa che la gente fa se ti vede rubare è credere che tu abbia sempre rubato.
Ed è abbastanza logico.
Che ti piaccia o no, che tu avessi mai rubato prima oppure no. Che fossero secoli oppure minuti, che non facevi cazzate del genere.

A volte la vita diventa davvero una cazzo di porta scorrevole.
Puoi fare una cosa e diventare un eroe, farne un’altra, complementare, e diventare un cazzo di stronzo.
Il mondo si divide a metà, in quei momenti.
Di qua la merda, di là i baci.
Fai conto!

Sono finito nella merda, e una delle conseguenze de fatto è che ora non posso nemmeno passare un po’ di tempo a dire di come vorrei che le cose andassero.
Sì, con le cazzate fatte si perdono i diritti.
Come se le cazzate fossero (perché le cazzate lo sono) dei pacman che si mangiano i fantasmini delle tue possibilità.

Con la però, dice, dovrebbe arrivare anche il processo di reinserimento … ricostruzione, rieducazione. Cose così.
Toccherebbe crescere.
Capirai.
Pare facile.
Però toccherebbe farlo.
Toccherebbe smettere di lamentarsi e costruire qualcosa per … per mettere nello schermo altri fantasmini, altre possibilità.
Toccherebbe incularsi pacman.

(guarda la faccia incazzata di lei)
(la sente delusa)
(riesce solo a pensare “non volevo” … “sono un coglione” … “è colpa mia”)
(e ora non ci crede più nessuno, al fatto che lui avrebbe solo voluto dormire tra i suoi sogni)

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… friday i’m in love

Disse il saggio mentre portava il pischello su per le scale, fino al letto e alle lenzuola che lo avrebbero accolto (fresche e profumate di bucato, loro, sudato e intinto nel vino di pessima qualità, lui) … “vedi questo orribile corrimano giallo? Ora tu non gli daresti due soldi, lo chiameresti inutile, eppure senza di lui sai quante volte avrei dormito in cortile?” …

Nel bar del centro c’è una simpatica riunione di elettori del centrodestra che ballano i punkreas … sono odiosi anche solo a vedersi. La gente ora se la prende col senatore, io me la sono sempre presa con lui, bella forza! Ma quello che nessuno ha il coraggio di ammettere è che quella canottiera con dentro una similitudine d’uomo, beh … quel dito medio alzato, quella banalità diffusa, quel becero pensare deambulante, quella nullità che pretende di contare, quello … non è altro che la perfetta rappresentazione dei suoi elettori! In quello tanti si sono riconosciuti! RICONOSCIUTI. Perché questa gente quello è. Questo è. Questo sarà. Qui si vive bene, ma devi spesso ignorare il tuo vicino.
Non sempre, spesso.
Io ora, ad esempio, ignoro questa tizia con la camicetta mezza aperta che balla piegandosi sulle ginocchia e mostrando generosa la sua terza scarsa ma ben fatta.

È il bello di uscire in tuta e non essere bello.
Non le viene neanche in mente il pensiero che potrei trombarmela.
Meglio: non si interessa alla cosa, perché se si interessasse sarebbe sicura del fatto che lo farei.
Santa cacca, molti le darebbero anche ragione.
Molti, tranne me e i punkreas, credo.

Il peggio è mettersi a letto.
Quando tutto gira.
E tutto inizia a girare non appena chiudi gli occhi.
È una simpatica metafora della vita.
Di certe vite.
Tipo la mia.
Tutto funziona benissimo finchè sogno ad occhi aperti e mi ottenebro a colpi d’alcol e …
Poi arriva la realtà dei sogni.
Il risveglio.
La stanza che gira.

Oh, io comunque ti sposerei domani.

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